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Giustizia - 27 gennaio 2012
Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it 
 
L’Italia guarda comprensibilmente attonita il naufragio della Concordia. Nella figura di Francesco Schettino gli italiani – e anche gli stranieri, purtroppo – ravvisano una sintesi delle debolezze nazionali, riscattate dalla figura intransigente e virile di Gregorio De Falco.

Ma qualche altra cosa, al di là dell’eccitazione per il tono ultimativo di De Falco, dovremo pur dirla.

1) É probabile che Schettino abbia responsabilità gravi dalle conseguenze nefaste. Rimane però il fatto che, per il momento, non è stato condannato da nessun tribunale, sia innocente fino a prova contraria, mentre la sua immagine è già irrimediabilmente compromessa.

2) Le telefonate che inchiodano Schettino agli occhi dell’opinione pubblica sono registrate da addetti alla Capitaneria di Porto, verosimilmente gli stessi che le hanno consegnate ai giornalisti e che hanno poi ottenuto la maggiore visibilità mediatica.

3) L’elemento mediatico, senza demonizzarlo in alcun modo, è tuttavia emblematico: se la virtù tradizionale del soldato era quella di “obbedir tacendo”, oggi la seduzione televisiva di cui siamo vittime pervade ogni ambiente, persino dove regnano l’etica marinara e militare.

4) Schettino appare un pusillanime, un codardo, un buono a nulla. Ma, come ha scritto Elisa Calessi, è scontata la nostra condanna-lampo? Come se fosse un like di Facebook? Noi faremmo tutti meglio?

5) Infine, senza essere moralisti e senza fare retorica politica da quattro soldi.

É proprio vero che gli uomini non sono tutti uguali. Come spiegare, altrimenti, lo sgomento causatoci dai morti della Concordia mentre siamo del tutto indifferenti alle sette persone che ogni giorno, nel 2011, sono annegate nel tratto di mare tra l’Africa e Lampedusa?

 
Totem - 20 dicembre 2011

Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it  

«Non devono esserci totem» ha affermato il ministro Elsa Fornero a proposito della riforma del mercato del lavoro. Per l’etimologia il totem sarebbe l’emblema del clan e il suo spirito custode. Dunque, se proseguiamo nella metafora, potremmo affermare che la tutela del lavoratore dal licenziamento arbitrario è il mito fondatore della nostra società.
È una suggestione esagerata? Forse no. Nel Dopoguerra si è consolidato il principio che la tutela sindacale, e in generale la garanzia del più debole, fosse il cardine su cui basare la convivenza civile. Ed è per questa ragione che la discussione sull’articolo 18 prescinde dalla dimensione reale del problema per assumere una valenza simbolica sproporzionata.
Non dipende certamente dal solo sindacato. Fino a poche settimane fa il ministro Maurizio Sacconi ripeteva che la riforma di questo articolo dello Statuto dei lavoratori fosse indispensabile per sbloccare la crescita, contraddicendo il buon senso prima ancora dei dati numerici.
Il dibattito pubblico, purtroppo, è fatto anche di simboli. Ci sono argomenti che assumono una valenza particolare al di là del merito, al di là dei numeri, al di là della ragione. E in un momento di crisi sostenere che la crescita del paese dipenda dalla flessibilità in uscita dei lavoratori equivale a prendere una posizione molto netta.
Personalmente non ho nulla in contrario a discutere di questo, di contratto unico (una proposta molto interessante), di articolo 18, di equità tra generazioni. Purché il punto di partenza sia un altro: secondo Bankitalia, il 10% degli italiani detiene il 50% della ricchezza nazionale. Come intendiamo sanare questa ingiustizia?

Twitter: @tobiazevi

 

 

 
Poteri forti - 2 dicembre

Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it  

 Da quando è nato il governo Monti si parla continuamente di «poteri forti». Questo esecutivo ne sarebbe la rappresentazione compiuta, annoverando tra i suoi membri banchieri, cattolici di peso e alti funzionari dello stato.
Personalmente non sono in grado di stabilire se sia effettivamente così. Posso avere una mia idea, che ricavo dalla conoscenza diretta o indiretta di alcuni degli esponenti, ma non sarei in grado – a voler essere serio – di argomentarla razionalmente.
Ho l’impressione che molti siano nella mia stessa condizione, ma pontifichino ugualmente. Certo, i primi provvedimenti del governo forniranno indicazioni utili sugli interessi in campo, ma occorre almeno attendere che i provvedimenti siano presi.
Mi pare però interessante l’abuso linguistico di questa formula. Meno se ne sa, più la si usa, in un crescendo di pathos e sciatteria. Perché le opzioni sono due: o i poteri forti sono davvero così visibili, e dunque si trasformano in gruppi di interesse espliciti, oppure dovrebbero essere assai più raffinati delle rappresentazioni quotidianamente infiocchettate dai retroscenisti dei quotidiani.
Ma c’è un altro rischio, al di là della sciatteria e del pressapochismo. Quando si spara così in alto, e in definitiva così nel mucchio, il pericolo è che poi si cerchi un capro espiatorio. In passato si finiva a prendersela con gli ebrei. Oggi può darsi che il bersaglio sia altrove. Ma quando si parla di «tecnocrazia», «finanza internazionale», «poteri forti» si scivola comunque facilmente.
Insomma. La precisione della lingua è una prova di qualità democratica; la sua corruzione è, al contrario, un primo campanello d’allarme.

Twitter: @tobiazevi