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Giornata della Memoria - 28 gennaio
Da “l’Unità” 27 gennaio 2010
I CARABINIERI ANTINAZISTI, STORIA D’ONORE E DEPORTAZIONI
di Tobia Zevi

Gli ebrei di Roma non potranno mai dimenticare il 16 ottobre 1943. In questa giornata, che Giacomo Debenedetti ha scolpito in un meraviglioso racconto, 1022 di loro furono rastrellati per le vie del Ghetto e di tutta la capitale, e tra questi solamente quindici sarebbero sopravvissuti ai campi di sterminio. A questa tragedia il cinema italiano ha dedicato pagine memorabili e la Comunità di Sant’Egidio una marcia annuale attraverso le vie della città. Molti testimoni continuano narrare gli avvenimenti. C’è però un’altra storia, per certi versi complementare, che merita di essere raccontata. Si tratta della deportazione dei carabinieri romani nei campi nazisti, ricostruita con grande cura da Anna Maria Casavola, ricercatrice del Museo della Liberazione di via Tasso, nel volume «7 ottobre 1943» (Studium, pp. 320, euro 16). Dopo l’armistizio i carabinieri si trovarono in una condizione particolare: essi erano parte di un corpo combattente di un esercito nemico della Germania, ma avevano anche la responsabilità della pubblica sicurezza al servizio delle truppe occupanti. Dopo aspri combattimenti alla Magliana fin dalla sera dell’Otto settembre, Roma fu completamente in mani tedesche tre giorni più tardi. Ed è a questo punto che i carabinieri cominciarono a svolgere piccole azioni di resistenza, allo scopo di proteggere la popolazione romana. I militari sabotarono armi che sarebbero finite ai nazisti e avvertirono molti romani che stavano per essere arrestati. Kappler, comandante delle SS di Roma e dominus della città, non si fidava di loro, e per questa ragione ritenne di far cominciare la deportazione dei cittadini romani proprio da loro. Prima i carabinieri, poi gli ebrei. I rastrellamenti sarebbero dovuti iniziare il 25 settembre, mentre poi passò qualche giorno a causa dei cinquanta chili d’oro che i nazisti chiesero alla Comunità ebraica come diversivo. Il 6 ottobre arrivò a Roma il generale Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, per aiutare i tedeschi nelle operazioni. Questi diede immediatamente ordine a Casimiro Delfini, capo dei carabinieri di Roma, di disarmare tutti i suoi uomini in città e di convocarli nelle caserme. Molti, resisi conto della situazione, non si presentarono. Il 7 ottobre tra i 2000 e i 2500 militari vennero caricati fino alle stazioni di Trastevere e Ostiense e da qui deportati al nord. I soldati semplici furono messi ai lavori forzati per il Reich in Austria, mentre gli ufficiali in campi appositamente destinati in Polonia. In tutta Italia furono 5000 i carabinieri catturati negli stessi giorni, e tra questi 613 morirono per la fame, gli stenti, le sevizie, la prigionia. La maggior parte dei carabinieri italiani – come tutti i militari – rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale e di asservirsi all’occupante straniero, pagando spesso questa scelta con la vita. Perché può essere utile recuperare questa vicenda nel 2010? Innanzitutto per tributare il giusto onore a uomini che furono leali e straordinariamente coraggiosi, e che alleviarono le sofferenze della gente. Inoltre perché, a dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, ci si chiede come rendere questo momento di riflessione qualcosa di vivo, evitando che si trasformi in un rituale stanco e uguale a sé stesso. E da questo punto di vista vanno sempre ricercati nuovi angoli, altre prospettive e pagine di memoria ignote. Infine perché, mentre diminuiscono i testimoni oculari, lo sforzo principale va rivolto ai giovani, più distanti da questa storia anche emotivamente. Per loro occorre puntare sulla responsabilità: come mi sarei comportato se fossi stato un poliziotto, un maestro, un funzionario pubblico, o un vicino, un collega, un compagno di banco di una persona perseguitata? Un personaggio qualunque di quella zona grigia che fa la storia? Sarei stato coraggioso? Avrei rischiato solamente per il mio senso di giustizia? E oggi, di fronte alle tante tragedie che accadono nel mondo, sto facendo qualcosa? È per rispondere con sincerità a queste domande che occorre raccontare la vicenda gloriosa dei carabinieri romani, deportati nei lager nazisti.
 
Quell’applauso ai reduci del lager
Da “l’Unità” 19 gennaio 2010

          di Tobia Zevi

     «Vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte». Le parole di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, riassumono il significato della visita di papa Benedetto XVI alla sinagoga. Un’esortazione, più che un risultato acquisito. Una speranza consapevole dei rischi. Una contraddizione con cui bisogna fare i conti: la fede, dono per l’umanità, nelle sue mistificazioni ha condotto nella storia anche all’odio e alla morte.

     Se c’è un’immagine che rimarrà nella memoria di questa giornata, questa è l’applauso del papa ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Benedetto XVI ascolta, si alza lentamente, applaude con battiti misurati, guardando in volto questi anziani con rispetto e con un intensità di preghiera. Gli occhi degli ebrei presenti corrono proprio alle mani del pontefice, e tutte le volte che queste si sciolgono in un applauso il clima sembra farsi più disteso. Rispetto a 24 anni fa è tutto diverso, e non solo perché nel frattempo quel mondo non c’è più. Allora fu una parola a far vibrare maggiormente i cuori: «fratelli». Già, fratelli maggiori, come precisò immediatamente Giovanni Paolo II. Non è una differenza piccola: la fratellanza alludeva certamente alle incomprensioni e agli orrori del passato, ma si rivolgeva naturalmente al futuro. Venti anni prima la Chiesa aveva ridefinito la sua posizione verso gli ebrei con l’enciclica Nostra aetate, e molti, straordinari, gesti di riconciliazione non erano ancora realtà. Karol Wojtyla avrebbe chiesto perdono agli ebrei e, già stanco, avrebbe pregato a Gerusalemme. Il «sogno» del riconoscimento vaticano dello stato d’Israele si sarebbe avverato nel 1993. Il meglio, insomma, sembrava di là da venire, sebbene il dialogo ebraico-cristiano dei decenni precedenti avesse già compiuto progressi fondamentali.
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Caso Balotelli - 11 gennaio
Da “l’Unità” 9 gennaio 2010
IL RAZZISMO DEL DOPOCENA
di Tobia Zevi

Che bellezza la domenica sera alla tv! In milioni ci incolliamo dopo cena allo schermo stordendoci un po’ tra gol e dibattiti inutili. Due giorni fa, guardando Controcampo, incappo in una discussione quasi comica, se non fosse estremamente grave e rivelatrice. Affaire Mario Balotelli, giocatore di origine africana dell’Inter bersagliato dai cori in ogni stadio del nostro paese. «Non-esiste-un-negro-italiano», e altre amenità del genere. Perché di Balotelli dà fastidio proprio questo: che sia un cittadino italiano, adottato da piccolo da una coppia generosa. Da una parte i giornalisti Giampiero Mughini e Michele Plastino che, indignati, considerano questi comportamenti idioti e razzisti. I vari sportivi, invece, sono di altro parere. Gli ex-calciatori Riccardo Ferri, Filippo e Giovanni Galli, quest’ultimo candidato a sindaco di Firenze dal PDL; gli allenatori Emiliano Mondonico (tu quoque) e Josè Mourinho, tutti d’accordo: Mario Balotelli sarebbe un «asociale», perché litiga, destabilizza lo spogliatoio, non passa la palla, è arrogante e presuntuoso. E dunque, tutto sommato, fanno bene i razzisti ad insultarlo. Del resto anche una donna violentata, tanto più se giovane e bella, siamo proprio sicuri che non se la sia cercata?  
    Ci sarebbe già abbastanza per riflettere a lungo, se ieri non avessimo fatto bingo: il giudice sportivo multa gli interisti per i buuuhhh a Luciano (giustamente); poi sanziona Balotelli per l’applauso ironico ai tifosi veronesi che lo tormentavano, e ovviamente non punisce gli autori di quei fischi, che non rappresenteranno Verona, ma che non sono neanche quattro gatti. Il giocatore, difeso solamente dal presidente Massimo Moratti, ieri sera chiede scusa per le sue dichiarazioni troppo colorite (ma non violente) nei confronti della città scaligera. Un gesto di grande correttezza.
    In un libro che andrebbe letto in classe, Joachim Fest racconta la sua infanzia nella Berlino nazista con un padre contro il regime. I vicini di casa non si scandalizzano per le umiliazioni che i bellimbusti della Hitlerjugend infliggono ai fratelli Fest. Al contrario: questi avevano rotto un vetro con una pallonata, o rovinato il prato accanto al loro giardino. Un po’ di disciplina, in fondo, a quei ragazzi ci vuole.
    É chiaro che il paragone si ferma qui, perché l’Italia di oggi non ha nulla della Germania di allora. Ma stiamo attenti. Giustificare, e giustificarsi, è sempre più semplice che indignarsi e tirare fuori la voce, alla maniera, un po’ maldestra, di Balotelli. Soprattutto se non siamo chiamati a difendere noi stessi, ma un giovane negro italiano con l’unica colpa di giocare bene, benissimo, a pallone.
 
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