Menu Content/Inhalt
Home
Advertisement

Video

Newsletter

Iscriviti alla Newsletter!






Freedom flotilla - 11 giugno
Da “l’Unità” 4 giugno 2010
ISRAELE-ANP IL BARATRO E’ DIETRO L’ANGOLO
di Tobia Zevi

Visti da qui, israeliani e palestinesi appaiono come due lottatori, ormai stanchi, incapaci di liberarsi da una morsa che rischia di rivelarsi reciprocamente mortale. L’assalto israeliano alla flottiglia pacifista è stato un assurdo errore politico dalle conseguenze tragiche. A poco servono le immagini dei militanti di quaranta paesi che impugnano coltelli e lanciano granate: come ha rilevato la stampa israeliana si trattava di una trappola (turca), in cui il governo israeliano si è infilato sbagliando l’azione sul piano militare e causando le vittime civili. A ben vedere, però, l’episodio rivela l’assoluta incapacità di entrambi di immaginare un futuro migliore. Gli israeliani sentono sulla loro pelle la minaccia della bomba iraniana e dei vicini arabi che li circondano e che vogliono «buttarli a mare»; paradossalmente fanno di tutto per allontanare anche gli unici alleati regionali, l’Egitto (che ha riaperto il valico di Gaza) e la Turchia, senza considerare le relazioni burrascose degli ultimi mesi con l’alleato americano. I palestinesi, dal canto loro, possono mostrare al mondo quante siano dure le loro condizioni, ma non riescono a dotarsi di una leadership vera, che sia interlocutore credibile nel processo per la pace, e a Gaza hanno preferito i fondamentalisti di Hamas ai moderati di Fatah, cacciati nel 2007.In questo contesto le opinioni pubbliche non sono in grado di invertire la rotta. La politica, se esiste, non indica il sentiero ragionevole e stretto. Prevale un senso di disperazione miope che supporta scelte sbagliate, che non scorge il limite da non oltrepassare. Il punto dove la morte dell’uno è anche la morte dell’altro. Difficile dire cosa bisognerebbe fare: sul piano del negoziato, conosciamo le tappe necessarie. Ma Israele non è disposta a trattare con Hamas e Hamas continua a dichiarare di voler distruggere Israele (oltre a lanciare migliaia di missili), e dunque le trattative vere neanche partono, mentre quelle indirette con Abu Mazen sembrano ormai solamente uno stanco rituale tra due leadership screditate. Personalmente speravo molto nella nuova aria iniettata da Obama. Un presidente che fin dall’insediamento si è interessato a questa tragedia cronicizzata – mentre Bush si recò nell’area dopo sette anni di mandato! – e che sembra disposto a mettere il suo fedele alleato, unica democrazia dell’area, di fronte alle sue responsabilità, rafforzato anche dalla nascita di gruppi di pressione ebraici decisi ad appoggiare Israele in modo critico (Jstreet). Finora non ci sono stati effetti positivi. E il tempo è sempre meno, se fare un passo in avanti sembra quasi impossibile, e il baratro è pericolosamente dietro l’angolo.

 
Proposta alla Gelmini - 5 maggio
Da “la Stampa” 3 maggio 2010
PROPOSTA ALLA GELMINI
di Tobia Zevi    

L’università italiana non se la passa per niente bene, come ci ha recentemente ricordato la Corte dei Conti. Pochi laureati, tempi lunghi, scarsa competitività con i paesi occidentali e quelli emergenti. La questione può essere affrontata da varie angolature, ma ce n’è uno che viene sempre eluso.La concezione idealistica della cultura con cui venne concepita la nostra università considerava la storia e le materie umanistiche il nucleo fondamentale nella formazione della persona. Da allora tutto è cambiato, e le ragioni che spingono un giovane a studiare lo conducono verso altri interessi: economia, legge, scienze naturali, più spendibili sul mercato. C’è però una contraddizione insoluta. Le facoltà umanistiche sono tra le poche a non avere un numero chiuso. Col paradosso che proliferano i laureati senza prospettive professionali, e cala contemporaneamente la qualità di facoltà dalla grandissima tradizione.
Se questo ragionamento è giusto, pare opportuno avanzare una proposta modesta al ministro Gelmini, ben consapevoli che si tratta solo di una goccia nel mare dei problemi. Perché non cominciare a stabilire una selezione per quelle facoltà che statisticamente offrono meno opportunità dopo la laurea, e che non a caso hanno tasse universitarie più basse? Si potrebbe addirittura immaginare un meccanismo progressivo sulla base delle stesse tabelle.Gli effetti positivi sarebbero sostanzialmente due: si smetterebbe di illudere una generazione di giornalisti, di creativi, di comunicatori, di letterati, tutti destinati al call-center, e si eviterebbe a Dante, Leopardi e Manzoni di contorcersi nella tomba scorrendo i programmi dei corsi che li riguardano.                            

 
La Liberazione - 2 maggio

Da “l’Unità” 29 aprile 2010

LIBERAZIONE, LIBERTA’ E L’ITALIA DI OGGI

di Tobia Zevi    

Festa della «Libertà» e festa della «riunificazione». Con questi due termini il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica hanno rispettivamente definito il 25 aprile appena trascorso, introducendo un punto di vista innovativo nelle celebrazioni. Ciò potrebbe di per sé essere considerato positivo: il rischio di queste manifestazioni, infatti, è soprattutto quello di trasformarle in rituali ripetitivi, stanchi, poco sentiti dalle persone. Le due parole introducono concetti diversi, che meritano una riflessione. Perché «libertà» e non «liberazione»? Come è già stato notato da alcuni osservatori l’idea della liberazione implica una transizione, un movimento, una contraddizione. Ci si libera da qualcuno. Esattamente ciò che è avvenuto in Italia tra 1943 e 1945: una guerra civile, una lotta per il riscatto nazionale, molto sangue versato anche da chi aveva ragione, cioè i partigiani liberatori d’Italia insieme agli Alleati. Perdere questa dimensione storica, temporale, sofferta della nostra uscita dnazi-fascismo significa rinunciare a comprendere davvero il senso di ciò che accadde, sia per esaltarne le pagine eroiche sia per ricordare gli errori che furono commessi.


                                                

 

Leggi tutto...