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Intervista a Shear-Yashuv Cohen - 19 febbraio |
Da “l’Unità” 15 febbraio 2010 IL DIALOGO ANDRA’ AVANTI SE SI FERMERA’ LA VIOLENZA di Tobia Zevi
Il grande pubblico ha conosciuto Shar-Yashuv Cohen, rabbino capo di Haifa e capo-delegazione nella Commissione per il dialogo tra ebrei e cristiani, durante la visita di Papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Qual è lo stato delle relazioni tra le due confessioni? Senza dubbio il rapporto è molto migliorato a partire dal Concilio Vaticano II e poi durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Nell’ultimo anno la Chiesa ha però compiuto dei gesti pericolosi. Sulla beatificazione di Pio XII, per esempio, che è problema interno al mondo cattolico, occorre tenere conto dei sentimenti delle vittime e magari aprire gli archivi prima della data stabilita, il 2014. In ogni caso il Papa ha affermato che il dialogo deve continuare, e questo è estremamente importante; nel suo discorso però, al contrario che in quello di Wojtyla, è mancato un riferimento allo Stato Israele, tanto che nella Commissione bilaterale un rabbino ha espressamente domandato se la Chiesa può aiutare gli ebrei a rispettare la mizvà (precetto religioso) di risiedere in questa terra.
La visita del 17 gennaio è cominciata con un minuto di silenzio per le vittime del tremendo terremoto di Haiti. Come può la fede spiegare simili manifestazioni del Male? Secondo la Bibbia il Signore crea il Bene ed il Male al di là della comprensione umana. L’Olocausto è da questo punto di vista l’esempio più terribile. Il libro di Giobbe è dedicato proprio a questo tema: sarebbe troppo comodo accettare l’operato del Creatore solo quando Egli è clemente e non quando questi sembra punirci.
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Giornata della Memoria - 28 gennaio |
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Da “l’Unità” 27 gennaio 2010 I CARABINIERI ANTINAZISTI, STORIA D’ONORE E DEPORTAZIONI di Tobia Zevi
Gli ebrei di Roma non potranno mai dimenticare il 16 ottobre 1943. In questa giornata, che Giacomo Debenedetti ha scolpito in un meraviglioso racconto, 1022 di loro furono rastrellati per le vie del Ghetto e di tutta la capitale, e tra questi solamente quindici sarebbero sopravvissuti ai campi di sterminio. A questa tragedia il cinema italiano ha dedicato pagine memorabili e la Comunità di Sant’Egidio una marcia annuale attraverso le vie della città. Molti testimoni continuano narrare gli avvenimenti. C’è però un’altra storia, per certi versi complementare, che merita di essere raccontata. Si tratta della deportazione dei carabinieri romani nei campi nazisti, ricostruita con grande cura da Anna Maria Casavola, ricercatrice del Museo della Liberazione di via Tasso, nel volume «7 ottobre 1943» (Studium, pp. 320, euro 16). Dopo l’armistizio i carabinieri si trovarono in una condizione particolare: essi erano parte di un corpo combattente di un esercito nemico della Germania, ma avevano anche la responsabilità della pubblica sicurezza al servizio delle truppe occupanti. Dopo aspri combattimenti alla Magliana fin dalla sera dell’Otto settembre, Roma fu completamente in mani tedesche tre giorni più tardi. Ed è a questo punto che i carabinieri cominciarono a svolgere piccole azioni di resistenza, allo scopo di proteggere la popolazione romana. I militari sabotarono armi che sarebbero finite ai nazisti e avvertirono molti romani che stavano per essere arrestati. Kappler, comandante delle SS di Roma e dominus della città, non si fidava di loro, e per questa ragione ritenne di far cominciare la deportazione dei cittadini romani proprio da loro. Prima i carabinieri, poi gli ebrei. I rastrellamenti sarebbero dovuti iniziare il 25 settembre, mentre poi passò qualche giorno a causa dei cinquanta chili d’oro che i nazisti chiesero alla Comunità ebraica come diversivo. Il 6 ottobre arrivò a Roma il generale Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, per aiutare i tedeschi nelle operazioni. Questi diede immediatamente ordine a Casimiro Delfini, capo dei carabinieri di Roma, di disarmare tutti i suoi uomini in città e di convocarli nelle caserme. Molti, resisi conto della situazione, non si presentarono. Il 7 ottobre tra i 2000 e i 2500 militari vennero caricati fino alle stazioni di Trastevere e Ostiense e da qui deportati al nord. I soldati semplici furono messi ai lavori forzati per il Reich in Austria, mentre gli ufficiali in campi appositamente destinati in Polonia. In tutta Italia furono 5000 i carabinieri catturati negli stessi giorni, e tra questi 613 morirono per la fame, gli stenti, le sevizie, la prigionia. La maggior parte dei carabinieri italiani – come tutti i militari – rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale e di asservirsi all’occupante straniero, pagando spesso questa scelta con la vita. Perché può essere utile recuperare questa vicenda nel 2010? Innanzitutto per tributare il giusto onore a uomini che furono leali e straordinariamente coraggiosi, e che alleviarono le sofferenze della gente. Inoltre perché, a dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, ci si chiede come rendere questo momento di riflessione qualcosa di vivo, evitando che si trasformi in un rituale stanco e uguale a sé stesso. E da questo punto di vista vanno sempre ricercati nuovi angoli, altre prospettive e pagine di memoria ignote. Infine perché, mentre diminuiscono i testimoni oculari, lo sforzo principale va rivolto ai giovani, più distanti da questa storia anche emotivamente. Per loro occorre puntare sulla responsabilità: come mi sarei comportato se fossi stato un poliziotto, un maestro, un funzionario pubblico, o un vicino, un collega, un compagno di banco di una persona perseguitata? Un personaggio qualunque di quella zona grigia che fa la storia? Sarei stato coraggioso? Avrei rischiato solamente per il mio senso di giustizia? E oggi, di fronte alle tante tragedie che accadono nel mondo, sto facendo qualcosa? È per rispondere con sincerità a queste domande che occorre raccontare la vicenda gloriosa dei carabinieri romani, deportati nei lager nazisti.
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Quell’applauso ai reduci del lager |
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Da “l’Unità” 19 gennaio 2010
di Tobia Zevi
«Vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte». Le parole di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, riassumono il significato della visita di papa Benedetto XVI alla sinagoga. Un’esortazione, più che un risultato acquisito. Una speranza consapevole dei rischi. Una contraddizione con cui bisogna fare i conti: la fede, dono per l’umanità, nelle sue mistificazioni ha condotto nella storia anche all’odio e alla morte.
Se c’è un’immagine che rimarrà nella memoria di questa giornata, questa è l’applauso del papa ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Benedetto XVI ascolta, si alza lentamente, applaude con battiti misurati, guardando in volto questi anziani con rispetto e con un intensità di preghiera. Gli occhi degli ebrei presenti corrono proprio alle mani del pontefice, e tutte le volte che queste si sciolgono in un applauso il clima sembra farsi più disteso. Rispetto a 24 anni fa è tutto diverso, e non solo perché nel frattempo quel mondo non c’è più. Allora fu una parola a far vibrare maggiormente i cuori: «fratelli». Già, fratelli maggiori, come precisò immediatamente Giovanni Paolo II. Non è una differenza piccola: la fratellanza alludeva certamente alle incomprensioni e agli orrori del passato, ma si rivolgeva naturalmente al futuro. Venti anni prima la Chiesa aveva ridefinito la sua posizione verso gli ebrei con l’enciclica Nostra aetate, e molti, straordinari, gesti di riconciliazione non erano ancora realtà. Karol Wojtyla avrebbe chiesto perdono agli ebrei e, già stanco, avrebbe pregato a Gerusalemme. Il «sogno» del riconoscimento vaticano dello stato d’Israele si sarebbe avverato nel 1993. Il meglio, insomma, sembrava di là da venire, sebbene il dialogo ebraico-cristiano dei decenni precedenti avesse già compiuto progressi fondamentali.
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