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Cervello in fuga o umanista 2.0? |
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Da Linkiesta.it – 21 aprile 2012 “IO, DA MACERATA ALLA SVEZIA PER INSEGNARE L’ITALIANO” di Tobia Zevi
«Sono finito qui per caso... Ho saputo del concorso una settimana prima della scadenza, ed era il primo della mia vita; mai compilato applications per università straniere. Ci ho provato ed è andata bene. Tutto via mail, nessun documento stampato o fotocopiato. La selezione è stata comunque molto seria. Dopo la valutazione del Cv svolta da due esperti, ho avuto un colloquio telematico di circa due ore con il direttore del Dipartimento e con il responsabile del settore scientifico, poi ho dovuto tenere una breve lezione (sempre via webcam) e correggere una tesina di livello avanzato. Non è stato facile, glielo assicuro».
Gianluca Colella, 31 anni, professore associato di lingua italiana all’università del Dalarna, Svezia. Potremmo definirla un «cervello in fuga», anche se la formula è un po’ inflazionata. Come è arrivato fin qui?
«Infatti “cervello in fuga” è un’espressione che non mi piace. Il mio percorso è quello di chi, un po’ scriteriatamente, ha voluto intraprendere la carriera accademica in ambito umanistico. Mi sono laureato in Lettere, ho vinto un dottorato senza borsa, poi un assegno di ricerca di un anno caduto dal cielo, e infine cinque anni di insegnamenti a contratto pagati una miseria. É stata dura, sempre in viaggio tra Roma e Macerata (dove insegnavo), pubblicazioni, convegni eccetera eccetera. Ma alla fine – e non accade sempre – questi sacrifici hanno pagato. E ora mi trovo a vivere quest’esperienza completamente nuova, a insegnare l’italiano a distanza. Ma non come si fa in Italia, le lezioni qui sono “in diretta”, c’è interazione tra studenti e docenti».
Dunque è soddisfatto di questa esperienza, si trova bene...
«Certamente. L’università è organizzata molto bene e gli spazi sono funzionali. Ogni docente ha la sua stanza e gli studenti hanno a disposizione diverse aree dove poter studiare insieme, discutere e progettare. L’ambiente è vivace e internazionale, anche grazie ai numerosi studenti Erasmus. I colleghi sono cinesi, giapponesi, spagnoli, inglesi, arabi, canadesi, statunitensi, tedeschi, francesi, portoghesi. Nelle università svedesi i docenti e ricercatori stranieri sono più del 23% del totale; i dottorandi stranieri sono invece il 26%: questi dati parlano chiaro e dimostrano quanto la Svezia sia aperta al mondo».
I rapporti con i colleghi, mi pare di capire, sono ottimi. Ma come si fa a insegnare una lingua (o un’altra materia) a persone che non ha mai visto dal vivo?
«L’università del Dalarna è all’avanguardia per l’insegnamento a distanza delle lingue straniere. E l’italiano è stata la prima lingua a sperimentare corsi online. Poi, grazie ad anni di ricerca sullo sviluppo della didattica internet-based (“Next Generation Learning”), i corsi online non hanno più nulla da invidiare a quelli tradizionali. In tutti i campi. Le dimensioni del paese e l’attenzione tipicamente scandinava verso le persone, che spesso non possono recarsi fisicamente in un’aula universitaria, ha favorito l’investimento sulla tecnologia. E ormai è online la maggioranza delle lezioni. Siccome l’università è gratuita per i cittadini UE pure se frequentano corsi online, anche un italiano che vuole studiare da casa sua può iscriversi al nostro ateneo senza grandi difficoltà. Serve solo una buona connessione internet!».
Si riesce a stabilire un contatto umano con persone che conosci attraverso il monitor? «Si instaura un rapporto diverso con i tuoi studenti. La webcam, il continuo scambio di email e le lezioni in streaming rendono tutto più diretto. Può capitare, certo, che ci siano delle incomprensioni e che la connessione non funzioni, ma sinceramente il sistema mi pare molto efficiente. Noi docenti facciamo più fatica: occorre predisporre tutti i materiali online e gli esercizi che fanno da complemento alla lezione, e questo richiede tempo e precisione. Se nasce un rapporto d’empatia, se il docente è in grado di intercettare le esigenze dello studente, se c’è la volontà, la distanza si annulla. E comunque – io la penso così - l’unico modo in cui insegnamenti specialistici, penso alla letteratura e alla linguistica, possono sopravvivereoggi , è proprio l’apprendimento a distanza».
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Arriva Ipremier: il parlamento di Facebook puņ farti diventare ministro - 3 marzo 2012 |
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Da Linkiesta.it - 2 marzo 2012 A che servono i social network? A informarsi, ovvio, ma anche a conoscersi, a impicciarsi e a litigare. Già, perché online ci si può esprimere più facilmente e mostrarsi in disaccordo con il proprio interlocutore. Così in rete fioriscono discussioni e battibecchi, spesso con l’obiettivo esplicito di sfogarsi e di stare insieme. Tutta questa energia profusa, che rischia di risolversi semplicemente in un sacco di tempo che se ne va, può essere sfruttata? É la domanda che si sono rivolti tre giovani imprenditori romani, Alberto De Marinis, Marco Fiocchi e Andrea Manasse, che li ha condotti a inventare «Ipremier», la prima applicazione per Facebook che consente di giocare alla politica. «Ero stufo di ascoltare i comizi degli amici» racconta Marco Fiocchi, filosofo e blogger «Tutti proponevano la loro manovra “Salva Italia”... “Taglierei qui, eliminerei là, accorperei questo, privatizzerei quest’altro...”. Allora ho pensato: “Perché non farlo sul serio?” Abbiamo il mezzo (internet), abbiamo i canali (social network). Facciamolo diventare un gioco, uno strumento per tutti”». In un’epoca di sfiducia nelle istituzioni e nei partiti è interessante che si investa sulla politica; ciò dimostra che il fascino della militanza, dell’impegno e anche del potere resiste nonostante tutte le statistiche stimino l’astensionismo intorno al 40%. «E’ semplice» spiega Alberto de Marinis, ingegnere «Basta avere un account Facebook (per cominciare). Puoi scegliere i ministri tra i tuoi amici, valutare quali settori siano meritevoli di un apposito dicastero, trasformare maggioranze parlamentari. E presentare leggi che il Parlamento di Facebook potrà approvare o respingere». «Ipremier» è un esperimento, ed è difficile prevederne il futuro; non è detto che non venga adottato nelle scuole per l’educazione civica, come un’opportunità per insegnare ai giovanissimi quanto sia emozionante cercare consensi o scrivere una buona legge. E si può considerare questa applicazione come un desiderio di democrazia diretta ai tempi di internet. «Le potenzialità di “Ipremier” sono illimitate» conclude Andrea Manasse, avvocato e criminologo «Il progetto è ancora agli inizi: i presidenti affronteranno imprevisti e crisi, e vedremo se saranno all’altezza. I giocatori potranno esprimere le loro idee, e formulare finalmente un pensiero politico che sia più di un semplice sfogo da bar». Con un rischio, certo: che tutti pensino di saperla più lunga degli altri. Come recita un vecchio adagio israeliano, che prende bonariamente in giro i tassisti: «Peccato che tutti quelli che sanno come fare la pace in Medioriente siano impegnati a guidare un taxi!». “Ipremier” sarà presentato in anteprima questa sera a Roma alle ore 19, presso lo Spazio informale di via dei Cerchi 45. Da questo momento l’applicazione è scaricabile online dal link: www.ipremier.it.
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Giustizia - 27 gennaio 2012 |
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Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it
L’Italia guarda comprensibilmente attonita il naufragio della Concordia. Nella figura di Francesco Schettino gli italiani – e anche gli stranieri, purtroppo – ravvisano una sintesi delle debolezze nazionali, riscattate dalla figura intransigente e virile di Gregorio De Falco.
Ma qualche altra cosa, al di là dell’eccitazione per il tono ultimativo di De Falco, dovremo pur dirla.
1) É probabile che Schettino abbia responsabilità gravi dalle conseguenze nefaste. Rimane però il fatto che, per il momento, non è stato condannato da nessun tribunale, sia innocente fino a prova contraria, mentre la sua immagine è già irrimediabilmente compromessa.
2) Le telefonate che inchiodano Schettino agli occhi dell’opinione pubblica sono registrate da addetti alla Capitaneria di Porto, verosimilmente gli stessi che le hanno consegnate ai giornalisti e che hanno poi ottenuto la maggiore visibilità mediatica.
3) L’elemento mediatico, senza demonizzarlo in alcun modo, è tuttavia emblematico: se la virtù tradizionale del soldato era quella di “obbedir tacendo”, oggi la seduzione televisiva di cui siamo vittime pervade ogni ambiente, persino dove regnano l’etica marinara e militare.
4) Schettino appare un pusillanime, un codardo, un buono a nulla. Ma, come ha scritto Elisa Calessi, è scontata la nostra condanna-lampo? Come se fosse un like di Facebook? Noi faremmo tutti meglio?
5) Infine, senza essere moralisti e senza fare retorica politica da quattro soldi.
É proprio vero che gli uomini non sono tutti uguali. Come spiegare, altrimenti, lo sgomento causatoci dai morti della Concordia mentre siamo del tutto indifferenti alle sette persone che ogni giorno, nel 2011, sono annegate nel tratto di mare tra l’Africa e Lampedusa?
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