ALL’OPEL L’ASTRA E’ CADENTE

Da “Avvenimenti” novembre 2004

Le abbiamo sentite risuonare tante volte, da Cassino a Melfi, da Termini Imerese a Mirafiori: parole urlate con rabbia, slogan scanditi con la forza della paura. E come sempre a impressionare sono, più che le grida delle prime file, le facce preoccupate e sgomente dei familiari alle loro spalle. E’dai loro volti silenziosi che trapela la paura più semplice, in definitiva: quella di perdere tutto.
Solo che non si tratta dell’ennesima crisi Fiat, sempre un po’ preannunciata, ma il possibile crollo del gigante americano General Motors, che secondo molti parametri può considerarsi il più grande gruppo industriale al mondo: con 323 mila operai nelle oltre 40 fabbriche sparse su tutto il globo, nel 2003 Gm ha prodotto 8,6 milioni di auto, pari a circa il 15% dell’intero mercato mondiale. E allora che cosa succede?
Succede che i vertici americani dell’azienda, a Detroit, stanchi dei passivi dal vecchio continente, e hanno incaricato i colleghi europei di provvedere. E le perdite si riducono innanzi tutto tagliando, nonostante la rigida, seppur scontata, opposizione dei sindacati. Spiega molto chiaramente Fritz Henderson, direttore di Gm Europa: “Dobbiamo ridurre le perdite per un totale di 500/600 milioni di euro all’anno, altrimenti si rischia di chiudere”. Il che, tradotto in parole povere, significa la perdita del posto di lavoro per circa 12 mila operai europei.
A colpire è però la geografia di questi tagli: ben 10 mila esuberi si trovano in Germania, soprattutto nelle due fabbriche del distretto industriale della Ruhr, Bochum e Russelheim. E se per Bochum, dove ogni giorno vengono prodotte circa mille tra Astra e Zafira, si può forse parlare di un ammodernamento necessario della struttura non più nuovissima, altrettanto non si può dire per Russelheim, come ci spiega il coordinatore locale SPD: <<Questo impianto è stato costruito solo tre anni fa, come il più moderno d’Europa, è possibile che sia diventato inutile in tre anni?>>. La differenza risiede in effetti nel fatto che a Russelheim si trovano i reparti tecnologicamente più avanzati, quelli di sviluppo e ricerca, colpiti anch’essi pesantemente dai tagli.
E questi numeri così drammatici hanno gettato gli operai e le loro famiglie nel panico. Stanno da giorni davanti ai cancelli, da quando hanno deciso di interrompere il lavoro e far sentire la loro voce. Ma quando parlano, dietro gli slogan: <<Quest’anno niente vacanze, mobili e regali di compleanno, salta tutto. Volevamo un altro bambino, ma così non si può>> dice una donna di 34 anni, operaia a Bochum. Gli fa eco un operaio del reparto assemblaggio: <<Con moglie e due figli, come devo fare?>>. Tra la folla spiccano le figure dei capi dei consigli di fabbrica, ormai assolutamente stravolti: <<Il nostro obiettivo irrinunciabile è che nessun impianto europeo chiuda. Per impedirlo siamo pronti a lottare ad oltranza, così come siamo pronti a riprendere i turni già da domani mattina, se ci forniranno delle garanzie. Martedì sono previste manifestazioni di solidarietà in tutti gli altri stabilimenti GM in Europa, vicini a Russelheim e Bochum nella preoccupazione>> ci dice Hemmerling, capo del consiglio di fabbrica e coordinatore dei consigli di fabbrica GM in europa. Fino ad adesso l’unica offerta che è pervenuta ai capi sindacali è la garanzia di due anni di stipendio.
Sorprendente la solidarietà della gente della città ma anche dei borghi circostanti: costante il rifornimento di panini, dolci, acqua e bevande calde per gli scioperanti più assiderati che intirizziti: al di là dell’umana comprensione e dell’affetto, qui la preoccupazione è di tutti. In Germania, statistiche alla mano, circa un lavoratore su sette è impiegato, direttamente o nell’indotto, nel settore auto. Ma questa cifra è niente se paragonata ai numeri di queste zone, in cui si parla addirittura di tre lavoratori su quattro. Se ne discute nei negozi e nei bar; tutti dicono che se la OPEL chiude, è la fine per tutta la città, non solo per gli operai. E se a Russelheim, data la vicinanza con l’aeroporto di Francoforte, c’è qualche speranza in più, a Bochum gli abitanti non nutrono grandi aspettative: <<Mio padre e mio fratello sono entrambi operai OPEL, quindi la OPEL è parte della famiglia, oramai>> ci dice la commessa di un negozio. Qui gran parte delle altre aziende si regge, direttamente o indirettamente, sulla OPEL.
Lo shock è dunque triplice: la drammatica vicenda delle famiglie che rischiano di perdere la loro fonte di reddito; la crisi di un gigante industriale a scala mondiale; le difficoltà di un paese come la Germania, motore industriale europeo, che ha tradizionalmente avuto nell’auto uno dei suoi settori trainanti. A guardar bene però la crisi di GM Europa non sembra frutto del caso: cinque avvicendamenti al vertice in sei anni; un ritardo notevole negli investimenti in settori trainanti come il diesel o in segmenti dal trend commerciale particolarmente positivo; previsioni largamente ottimistiche e sbagliate: nel complesso una strategia industriale molto discutibile. Non nega gli errori fatti Carl Peter Forster, il vice di GM Europa, ma insiste sulla necessità di guardare avanti e di cercare una soluzione comune. Sulla base delle necessità aziendali.
Più complessa l’analisi sulla questione tedesca: sebbene fonti governative si affrettino a negare che la Germania sia in crisi nel settore auto, citando il caso di varie altre aziende floride (come Mercedes, BMW, Audi), il caso OPEL pone delle domande sul futuro di questo paese e dell’Europa intera. Con l’entrata dei Dieci la Germania assume sempre di più, anche geograficamente, una posizione centrale nello scenario europeo; contemporaneamente però l’allargamento dell’Unione aumenta la concorrenza, favorendo i paesi dove la manodopera è a basso costo e dove le norme a tutela dei lavoratori sono meno sviluppate (e rispetto alla Germania non sono solo i paesi dell’ex blocco sovietico, ma anche Svezia e Spagna). Il mercato è talvolta, in altre parole, più forte della politica.
D’altro canto la dura opposizione di Schroder alla guerra irachena, gli ha alienato le simpatie dell’amministrazione americana, decisa già da tempo a spostare le basi militari americane dal suolo tedesco in paesi dell’Europa orientale, in posizione oggi più strategica. Gelosa del suo patrimonio a livello di stato sociale, la Germania rischia però di trovarsi presa tra due fuochi: da un lato i paesi est-europei, lanciati economicamente dai costi più bassi e alleati militarmente con gli Stati Uniti, dall’altro le grandi multinazionali d’oltreoceano, decise a mantenere alti i loro profitti e consapevoli della protezione di cui godono nella classe dirigente americana. La risposta non può essere che una solida, chiara e decisa politica europea: in questo senso proprio non si capisce l’insistenza dell’attuale governo tedesco nel tentare di strappare un seggio tedesco nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a scapito naturalmente di un seggio europeo.

                                                                                                                      TOBIA ZEVI    

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.