ARIEL TOAFF E MARINA CAFFIERO: DUE TESI A CONFRONTO

Da “L’Unità” 9 febbraio 2007

«E adesso cosa dovremmo raccontare ai giovani, ai quali solo qualche giorno fa ci siamo rivolti in occasione della Giornata della Memoria?». A esprimere questa preoccupazione, che già nei giorni scorsi ha turbato profondamente la comunità ebraica italiana, è Marina Caffiero, ordinario di Storia moderna alla Sapienza di Roma, e autrice fra l’altro di Battesimi forzati – Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, in cui si affronta anche l’evoluzione di uno dei più antichi e diffusi pregiudizi antiebraici nella storia europea. «L’origine dell’accusa agli ebrei di fare sacrifici umani, e di utilizzare sangue di bambini cristiani nell’impasto del pane azzimo da mangiare durante la festività pasquale, è molto remota. Si può risalire fino al 1100, in Inghilterra. Lo stesso argomento fu successivamente sbandierato innumerevoli volte, durante atroci persecuzioni, fino al celebre caso di S. Simonino nel 1475. Ma addirittura Benedetto XIV, alla metà del Settecento, in piena epoca dei Lumi, avvalorò questa tesi con una bolla papale, il massimo strumento a sua disposizione. Ancora nel 1900, quando un gruppo di cattolici inglesi chiese al S. Uffizio che fosse negata l’attendibilità di questa incriminazione, fu loro risposto che su questo tema l’ultima parola era già stata pronunciata da Benedetto XIV». Un’ accusa storicamente infondata, ha fino ad oggi sostenuto la storiografia. Che invece sarebbe stata, secondo Ariel Toaff, “un tabù” infranto dal suo Pasque di sangue – Ebrei in Europa e omicidi rituali. «So bene che la Torah e l’etica ebraica non consentono di sacrificare esseri umani o di cibarsi di sangue; ma questo non significa che questi crimini non siano mai stati commessi» dichiarava ieri Toaff in una lunga intervista al Corriere. «Occorre muoversi con cautela» replica la Caffiero: «Bisogna tener presente che stiamo parlando di uno dei pregiudizi più efficaci e duraturi, che ha contribuito alla rappresentazione dell’ebreo come nemico. Non possono essere considerate completamente attendibili le confessioni estorte con la tortura, sulle quali invece il libro sembra basare il proprio assunto; altrimenti dovremmo considerare altrettanto veridiche le deposizioni coatte delle streghe sui supposti saba, o quelle degli eretici, a cui venivano fatti ammettere comportamenti devianti, come i reati di sodomia o altre perversioni sessuali. O, tanto per fare un altro esempio, quello che potrebbe ricavarsi dai documenti sui Catari. È, in definitiva, ciò che Manzoni descrive mirabilmente nella Storia della colonna infame, la costruzione della figura dell’untore». Toaff si schermisce, dichiarandosi stupito dalla facilità con cui i rabbini italiani hanno stroncato il suo libro senza averlo letto, “con un giro di telefonate”. E, sempre al Corriere, si difende con forza: «Non ho detto falsità contro la famiglia cui appartengo, contro gli ebrei. So anch’io che non bastano le confessioni estorte sotto tortura per confermare un fatto. Proprio per questo sono andato alla ricerca di fonti documentarie, le quali talora avvalorano quelle confessioni; che in casi come quello di Simonino non rappresentano solo la proiezione dei desideri dell’inquisitore».
È inutile negarlo. In questa faccenda giocano un ruolo di primo piano elementi che non hanno direttamente a che fare con il contenuto del libro, ma che d’altra parte non posso passare inosservati: il cognome dell’autore, intanto, che ha immediatamente provocato la decisa reazione del padre Elio Toaff, figura storica dell’ebraismo italiano e del dialogo ebraico-cristiano. Ma anche le modalità di “lancio” del volume, con l’amplissima recensione che Sergio Luzzatto gli ha riservato tre giorni fa, definendolo esempio di “inaudito coraggio”. «In effetti tutto questo desta qualche perplessità» prosegue la Caffiero: «Conoscendo la delicatezza del tema, si sarebbe potuto evitare questo clima sensazionalistico prima che il libro fosse stato letto e che dunque potesse essere oggetto di recensioni e ragionamenti seri e fondati». È tutta colpa dell’autore, il polverone suscitato da questa pubblicazione, e della casa editrice (Il Mulino) che ha sposato questa strategia editoriale? « Se si va alla ricerca dello scoop poi non ci si può meravigliare. Ma in effetti questo caso è anche il risultato del trattamento che i media riservano alla storia, sempre con l’obiettivo di trovarvi un elemento scandalistico, un tratto pruriginoso. Tutto ciò, contrariamente a quanto a volte si vuol far credere, non è indice di un maggior interesse verso il passato. E, soprattutto, non aiuta una comprensione degli avvenimenti che faccia perno su ciò che è veramente accaduto».
Ma c’è, oltre a tutto questo, un altro tema che si affaccia con prepotenza nella discussione sul libro di Toaff. Quello dell’opportunità di fare questo tipo di studio, di orientare la ricerca in questa direzione. Lo stesso autore ha detto di non potersi recare a visitare il padre, con cui peraltro ancora non è riuscito a mettersi in contatto, proprio perché in questo momento il quartiere ebraico di Roma per lui non sarebbe sicuro. Gli ebrei italiani ritengono che questo testo sia un oltraggio a tutte le persone che nella storia sono state vittime di quest’accusa; e che sia un clamoroso autogol nelle relazioni faticosamente costruite, dopo secoli di violenze, con il mondo cristiano e la Chiesa cattolica. C’era da aspettarsela, questa reazione? «Direi proprio di sì. Trasformare un’ ideologia antiebraica in una verità storica, scientificamente provata, è a dir poco dirompente. Naturalmente bisogna leggere il libro, cosa che non ho ancora avuto modo di fare nonostante ne sia molto curiosa; ma se si dimostrasse un’ operazione seria non ci dovrebbe essere alcun tabù» va avanti la professoressa «la libertà di ricerca va sempre tutelata e ribadita, come proprio alcuni giorni fa sostenevano molti storici a proposito della proposta di punire il negazionismo a livello legale; però dobbiamo scoprire se in questo caso questa libertà è sorretta e comprovata da prove e documenti. Lo studioso ha solamente questo tipo di responsabilità». Ma il sensazionalismo è, in ogni caso, un elemento negativo. Anche la copertina del libro non aiuta: «Anzi questo è un punto da mettere in luce» conclude la Caffiero «Mettere come immagine l’ebreo con il coltello in mano che si avvicina al bambino, bè, non è proprio irrilevante. Ed anche l’utilizzo del plurale nel titolo, non è privo di significato: vuol dire che questi presunti sacrifici umani si succedevano anno dopo anno, in occasione della Pasqua, tanto che nel sottotitolo vengono definiti rituali. Tutto ciò cambia la prospettiva radicalmente, perché sposta questi gesti, ponendo che siano realmente accaduti, sul piano della pratica concreta e ripetitiva dell’ebraismo, come necessità religiosa. Il che, non solo a detta dei rabbini, non è assolutamente vero».
Esprimere un giudizio prima di aver letto il libro, dunque, è difficile. Rimane però la sensazione simili argomenti vadano maneggiati con prudenza: è, questa, una storia che i giovani non conoscono, e che va veicolata con molta attenzione se si ha l’obiettivo di costruire il dialogo tra le diverse culture di una società sempre più plurale. “Ho infranto un tabù” ribadisce Ariel Toaff “perché per la prima volta ad occuparsi di questo argomento è uno storico ebreo, ed il mio cognome viene strumentalizzato”. Forse è vero che gli avi, in questo caso, pesano. Ma non solo in male: se non fosse stato un Toaff a scrivere Pasque di sangue, probabilmente, la prima reazione sarebbe stata quella di tacciarlo di antisemitismo. E non è detto che la casa editrice, senza la garanzia di tanto cognome, avrebbe corso questo rischio.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.