Da “Ricerca” marzo 2007

Nel 1979 la Rivoluzione khomeinista cambiò radicalmente lo scenario politico e la vita civile in Iran, oltre agli equilibri geopolitici  dell’area mediorientale. In seguito alla Rivoluzione islamica il fedele alleato degli Stati Uniti, Reza Scià Pahnlavi, fu costretto a  fuggire dal suo paese e l’Occidente si ritrovò con un interlocutore ostile. Nello stesso anno, infatti, un gruppo di studenti rivoluzionari scavalcò i cancelli dell’ambasciata americana a Teheran facendo 52 ostaggi. Pare che tra questi giovani ci fosse anche l’attuale presidente Mahmud Ahmadinejad, riconosciuto da una foto scattata in quei giorni.
Dal 1979 la vita di moltissimi iraniani è cambiata. I cittadini, avvezzi ad usi e costumi quasi occidentali, sono stati forzati a condurre una vita regolata dalle norme di una visione intransigente dell’Islam. Le donne abituate ad abbigliarsi in maniera elegante e appariscente, a truccarsi e a farsi notare, sono state costrette al velo sul capo, al vestito scuro e ampio sul corpo, a camminare con gli occhi bassi in segno di modestia. Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, racconta in che modo il brusco cambiamento abbia duramente colpito la cultura, l’insegnamento e le università. La Nafisi racconta però che, nonostante la repressione ed il controllo sui programmi di studio e le attività politiche all’interno degli atenei, molti studenti e professori non hanno mai smesso di criticare aspramente il regime: riunendosi nei pochi luoghi sicuri e sperando in un ritorno di democrazia e libertà, affrontando con coraggio il rischio di essere arrestati e torturati, eventualità non remote nel regime.
L’estate scorsa il governo ha fatto distruggere la sede delle associazioni studentesche, come riferisce anche Momeni, ex leader dell’associazione studentesca Thahkim and Vahdat: “Il movimento studentesco non esiste più. Loro (il regime iraniano) hanno preso il controllo delle università”; 400 studenti che protestavano contro l’espulsione di alcuni loro compagni sono stati espulsi anch’essi per “mancanza di competenza generale e ideologica”. Ci sono testimonianze di studenti sospesi, processati e condannati al carcere. Alcuni docenti sono stati licenziati. Mohammad Maleki, ex rettore dell’Università di Teheran, ha affermato: “È simile alla rivoluzione culturale. Vogliono creare un clima di paura e mettere fine a qualsiasi forma di criticismo o opposizione. Il loro obiettivo finale è distruggere il movimento filo-democratico”. Oggi gli studenti attivisti cacciati sono all’ordine del giorno. A nessuno di loro viene permesso di partecipare al consiglio dell’Università, e i Basij (gruppo iraniano paramilitare) hanno libero accesso ai campus. É stato inoltre messo a punto un particolare regolamento – di assai tragica memoria – per gli studenti sospettati di minacciare l'ordine, imperniato sulle stelle gialle appuntate sul bavero: «Chi ne ha ricevuta una ha dovuto firmare una lettera prima di essere ammesso, impegnandosi a non partecipare a nessuna attività politica,  – racconta Ali Nikou Nesbati, uno dei contestatori dell'11 dicembre scorso – con due stelle l'iscrizione viene ritardata e si devono fornire garanzie ancor più severe, con tre non ci si può nemmeno iscrivere». In tutto i «marchiati» sono una settantina, che ora ostentano i distintivi come un segno del loro impegno per la libertà nel proprio paese.
 Oggi il mondo sembra aprire di nuovo gli occhi su questo paese, soprattutto per l’intenzione del regime di dotare l’Iran della capacità nucleare. Anche le continue esternazioni anti-israeliane e il recente convegno sul negazionismo hanno suscitato scalpore in tutto il mondo. Non solo fuori dall’Iran: l’11 dicembre 2006, infatti, in occasione della visita di Ahmadinejad al Politecnico Amir Kabir di Teheran, un piccolo gruppo di studenti si alzò durante il discorso per gridare “morte al dittatore” davanti ad Ahmadinjead, mentre altri bruciavano addirittura delle sue foto. Questi studenti furono prelevati dalle autorità e di loro, da allora, non si sono più avute notizie.
A seguito di questo gesto di coraggio per certi versi miracoloso, le associazioni giovanili italiane si sono mobilitate a sostegno dei colleghi iraniani in pericolo, organizzando una manifestazione davanti all’ambasciata iraniana lo scorso 21 dicembre.
L’iniziativa era partita dopo un appello lanciato dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia, in cui si stimolavano i giovani italiani ad esprimere apertamente il proprio sostegno ai coetanei in lotta per i diritti fondamentali che in Iran sono loro negati. Moltissime sigle giovanili studentesche, politiche (trasversali), laiche e religiose, si sono costituite nel comitato Teheran2007, promotore del sit-in. Lo stesso comitato ha inviato un messaggio all’ambasciatore Ghasemi chiedendo di essere ricevuto, senza peraltro ottenere alcuna risposta.

Il 21 dicembre quasi 300 persone si sono presentate all’appuntamento per dimostrare che la lotta dei giovani studenti iraniani per i diritti umani e civili interessa i giovani italiani indipendentemente dal loro credo religioso o dal loro colore politico. I rappresentanti del comitato hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa e la necessità che questa  manifestazione sia solo il primo passo di un lungo percorso.

Grande commozione ha destato il messaggio che gli studenti iraniani, sfidando il feroce controllo poliziesco, hanno inviato ai promotori dell’iniziativa: “Il signor Ahmadinejad pensava che, dopo aver imposto la sua legge ad ogni facoltà ed ateneo, e avendo nominato un suo amico come rettore del nostro politecnico, poteva liberamente recarsi al politecnico Amir Kabir, per parlare indisturbato ad un gruppo selezionato di studenti compiacenti, molti dei quali portati addirittura con gli autobus da altre università. Ma noi, studenti di Amir Kabir, in rappresentanza di tutti gli studenti iraniani,  sentivamo il dovere di manifestare apertamente il nostro dissenso al capo di questo governo autoritario, e di ribadire qualora fosse stato necessario che il movimento studentesco in Iran non è disposto a chinare la testa nemmeno davanti ad una crescente repressione, ed intende continuare la sua lotta per la libertà e la democrazia.”
E nonostante la repressione del regime si intensifichi, il 12 gennaio Babak Kramanian, studente di Teheran, dopo aver subito pestaggi e minacce in quanto dissidente, ha accettato di farsi riprendere a viso scoperto dal TG1. Ed ha spiegato alla giornalista italiana che le dimostrazioni dell’11 dicembre non erano le prime contro il regime, ma che, contrariamente alle rassicurazioni del presidente iraniano che “nessuno sarebbe stato toccato”, le pressioni sugli studenti aumentano.

Di questo gruppetto di eroi non si conosce il destino fino ad oggi. Amnesty International ha pubblicato del materiale su cittadini iraniani arrestati ingiustamente e torturati prima di essere rilasciati, ma non ha dato notizie degli studenti. É lecito pensare, dunque, che molti di loro siano ancora in qualche prigione.
 Pare che qualche giorno fa tre di loro siano stati rilasciati ed accolti dagli amici di Amir Kabir, con tanto di festa di riammissione. Abbas Hakimzadeh, uno dei leader dell'associazione islamica degli studenti di Amir Kabir, raggiunto al telefono dall’Aki, ha spiegato che “la riammissione dei tre studenti espulsi è una vittoria del movimento studentesco, che andava festeggiata per ricordare alle autorità che gli studenti non sono disposti ad accettare decisioni ingiuste senza reagire”. L'edificio che fino a qualche mese fa ospitava l’associazione è distrutto da luglio per ordine del nuovo preside insediato da Ahmadinejad, e la festa ha avuto luogo nel campus. “La festa è riuscita e la partecipazione è stata alta, malgrado a un certo punto abbiano interrotto l'elettricità per impedirci di parlare e di diffondere musica”, ha aggiunto Hamidzadeh. Intanto a Teheran la magistratura ha ordinato la chiusura di un altro settimanale studentesco. Alla rivista Fariad (“Grido”), pubblicata dagli universitari di Teheran, è stata revocata definitivamente l'autorizzazione e il suo direttore responsabile, Mojtaba Taghavinejad, è stato convocato dalla magistratura. Fariad era una testata molto critica nei confronti dell'attuale governo, e per questa ragione molto popolare negli ambienti studenteschi.

La battaglia di questo giornale per la libertà in Iran investe ognuno di noi. La battaglia, difficile e dall’esito incerto, degli eroici studenti iraniani, è anche la nostra.

MARGHERITA SACERDOTI
TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.