DEBENEDETTI: «IO E MIO PADRE, SEGNATI DA QUELLA TRAGEDIA»

Da “L’Unità”, 16 ottobre 2006
di Tobia Zevi

Antonio Debenedetti, narratore e giornalista, ci riceve tra i libri della sua casa romana, per  discutere di 16 ottobre del 1943, celebre racconto/testimonianza del padre Giacomo sulla razzia nazista nel ghetto di Roma. «In quel periodo eravamo nascosti a Cortona, come ebrei. Lo scrittore  Pietro Pancrazi, con grande coraggio e generosità, ci aveva affittato una casa, e mio padre studiava nella sua biblioteca: proprio in quei giorni stava lavorando ad un saggio sulla libertà nell’Alfieri, le cui prime righe rendono bene l’atmosfera cupa di quei mesi».
Mesi difficili, dunque, ma almeno con un posto dove rifugiarsi.
«Devo dire che da parte degli abitanti di Cortona non subimmo alcun ricatto mentre, per chiedere dei soldi, si fece viva una vecchia istitutrice, che accontentammo immediatamente per paura di essere denunciati».
Giacomo Debenedetti si trovava per caso a Roma, e assistette con sgomento alla deportazione degli ebrei romani, all’alba di quel sabato 16 ottobre: la sua descrizione dei fatti è quella di un testimone oculare.
«Se non sbaglio ci fu un uomo, un certo Spizzichino, che aiutò mio padre, integrando con altri dettagli i ricordi di quelle ore tremende. L’intera operazione tedesca nel libro è ricostruita con precisione, e suscita un’ emozione enorme».
In che modo le ha trasmesso il ricordo di quella giornata terribile?
«In casa non se ne parlò mai. Io ero ancora un bambino, quando mi diede questo testo e un suo articolo sulla fine della guerra pubblicato su Epoca. Sono stati gli unici suoi scritti che mi ha regalato; egli fu molto autoritario nella mia educazione – non altrettanto in quella di mia sorella – ma anche molto riservato. Molti anni dopo, per esempio, sono venuto a sapere di una cugina morta nel viaggio verso il lager su un vagone piombato. Ma lui non l’aveva mai menzionata».
Il libro uscì assolutamente a caldo, pochi mesi dopo il fatto e a poche settimane dalla liberazione di Roma
«Fu scritto immediatamente. E rifiutato da Einaudi, come Se questo è un uomo di Primo Levi e, secondo alcuni, il Diario di Anna Frank».
In realtà questa rapidità nel testimoniare, come anche quella di Levi, non è affatto scontata. Molti dei sopravvissuti, anzi, hanno aspettato anni prima di trovare la forza per raccontare ciò che avevano vissuto e visto.
«La riflessione intellettuale di mio padre nella seconda parte della sua vita fu interamente condizionata da quella tragedia. Egli aveva studiato moltissimo: dopo il 16 ottobre ebbe paura che tutto quel mondo potesse essere spazzato via, disperso come la cenere che usciva dai camini del lager. Da questa ansia di comunicare nasce tutta la passione che profondeva nell’insegnamento, con la speranza di poter lasciare un segno nelle nuove generazioni».
Nel libro si evidenzia un tema particolarmente doloroso: gli ebrei non seppero cogliere i segnali della sciagura che stava per abbattersi, neanche quelli più lampanti.
«La descrizione della mentalità ebraica è fatta molto bene: un tendenziale, ingenuo ottimismo, che rifiuta la disperazione anche nelle circostanze più terribili, proprio in virtù di una visione religiosa. Questo ottimismo, questa incapacità di perdere la speranza, contagia anche me».
Lei parla di religione, ma suo padre non era laico, oltre che comunista?
«Sì, ma aveva un rapporto assai forte con la religione ebraica. Ebrei o mezzi ebrei erano i suoi autori preferiti: Svevo, Saba, Proust, Kafka, così come il critico Bodet, un autentico modello. Anche la sua adesione al partito fu assolutamente lontana dall’ideologia: considerava il comunismo la fine delle persecuzioni. Oggi sappiamo che era una concezione sbagliata, ma allora ciò non era risaputo».
Questo legame con l’ebraismo continuò per tutta la sua vita?
«Osservò sempre alcuni precetti della tradizione, senza pretendere lo stesso da noi. Ma religioso è anche 16 ottobre 1943».
In che senso?
«Questo breve racconto è scritto come una preghiera: la domanda sottesa è sempre rivolta verso l’alto: “Come è potuto accadere? Come D-o, o il destino, ha potuto permettere ciò?”. Quando si scrive di Shoà i sentimenti sono sempre religiosi, mai politici».
Lei è un narratore. Che rapporto c’è oggi tra letteratura ed impegno civile, quale deve essere il ruolo dello scrittore nella società?
«Nei miei libri, anche nell’ultimo, io racconto la storia. Sento il bisogno di restarvi aderente, anche perché ritengo che gli scrittori la narrino meglio degli storici: per comprendere il fascismo occorre leggere Moravia, come per conoscere Napoleone bastano Stendhal e Tolstoj. E questo vale soprattutto per scrittori ebrei o mezzi ebrei come me».
Perché?
«Perché il trauma subito da chi, come il sottoscritto, in un lager sarebbe potuto finirci, non si estingue in breve tempo. Rimarrà per alcune generazioni nella psicologia ebraica, come un trauma profondo che agisce sul sistema nervoso: proprio ciò che Saul Bellow dipinge straordinariamente in Herzog. E dunque io muovo da questo stato d’animo, che nessuno storico potrà mai analizzare, ma che non può essere eluso da nessun ebreo che scrive dopo la Shoà. Una volta Saba disse a mio padre: “Scriverai meglio quando scriverai meno bene”. Io penso che la maturazione non sia avvenuta grazie a questo consiglio, ma alla tragedia del 16 ottobre e dell’Olocausto».
                                            TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.