DISCORSO PRONUNCIATO ALLA PRESIDENZA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI – 21 settembre 2006

E’un grande onore per l’Unione dei giovani ebrei d’Italia e per me poter essere qui oggi, in una così alta assise istituzionale, nel quadro di un’iniziativa dall’alto valore civile e culturale; voglio ringraziare a questo proposito il Presidente Fausto Bertinotti per averci ricevuto insieme ad una delegazione del Parlamento italiano, e i ministri Amato e Melandri per aver concepito ed organizzato concretamente l’intensa giornata che ci attende.
L’idea che le delegazioni dei giovani cristiani, musulmani ed ebrei visitassero assieme i rispettivi luoghi di culto è certamente suggestiva: essa segue tuttavia, per noi, un ormai lungo percorso iniziato anni fa, che ci ha visto compiere passi avanti sulla strada della conoscenza reciproca, del rispetto e – per utilizzare una parola centrale anche se a volte abusata – del dialogo. Ricordo ancora, soltanto nel marzo 2004, l’imbarazzo che accompagnò l’incontro con dei coetanei musulmani, di cui molti di noi facevano esperienza per la prima volta. Gli sguardi preoccupati, gli occhi che vagavano in cerca di conferme. In quell’occasione, mi piace sottolinearlo, fu determinante la presenza-mediazione dei ragazzi cristiani, che agirono da potente cerniera nel cruciale momento di “rompere il ghiaccio”. Un piccolo esempio delle reti che possono essere stese tra le diverse componenti religiose, che possono assumere geometrie variabili a seconda dei temi su cui ci si confronta.
Da quei giorni abbiamo percorso molta strada, tutti e tre assieme. Ci siamo conosciuti, abbiamo apprezzato le nostra diversità cercando di valorizzare ciò che ci univa, senza nasconderci i problemi  che invece rischiavano e rischiano di allontanarci. Li abbiamo spesso affrontati, questi ultimi, qualche volta abbiamo ritenuto di dovere, per il momento, metterli da parte. Insomma, abbiamo praticato con decisione, ma anche con soddisfazione, un serio dialogo, fatto di discussione, di difficoltà, ma anche di una consapevolezza di fondo: o la dialettica, o lo scontro. Tertium non datur. Questo è il contributo che possiamo dare, nel nostro piccolo, alla costruzione della società del futuro; questa è l’unica risorsa che può consentirci di non dover più dibattere sull’esistenza o meno di uno scontro tra le civiltà, di uno scontro tra le religioni.
A mio avviso decisiva è stata la modalità che ci siamo imposti, sui cui credo si debba riflettere in una sede istituzionale, ma anche politica, come quella nella quale ci troviamo: in primo luogo abbiamo scelto di non occuparci, o almeno di non farlo esclusivamente, di dialogo interreligioso. Ci siamo scontrati e ritrovati su tematiche civili; abbiamo discusso di cittadinanza, di immigrazione, di libertà religiosa, di integrazione, di diritti e di molto altro ancora. Ma lo abbiamo fatto nel quadro di un ragionamento sulla società e nella società. Come cittadini di oggi in questo paese, ma anche come cittadini dell’Italia che sarà. Questa è, a mio modo di vedere, la prospettiva che si pone oggi alle comunità religiose nel momento in cui si sviluppa una riflessione sul loro ruolo: cercare di dare un contributo concreto su questioni specifiche, accogliendo e inseguendo l’interazione con altri credenti e con i non credenti, senza considerarsi nessuno, assolutamente nessuno, possessore della verità rivelata. Salvaguardando in questo modo anche un imprescindibile principio di laicità: proprio il fatto di non operare in un contesto dottrinario, ma in una cornice politica, consente infatti ai rappresentanti delle varie comunità religiose di negoziare, trattare e giungere a delle sintesi, senza che vengano lesi principi assunti come irrinunciabili da un punto di vista teologico. La laicità, si potrebbe riassumere con una formula, è un metodo e non un merito. Tenendo presenti le parole di Amartya Sen, che sottolinea come ciascuno di noi presenti un’ identità plurale.
In secondo luogo, abbiamo ritenuto di doverci attenere ad un principio di gradualità: i cambiamenti non possono essere repentini, non possono esaurirsi in breve tempo. Ognuno di noi ha accettato che l’altro potesse incontrare ostacoli e avversità all’interno della propria comunità, e che questi nodi avessero bisogno di tempo e pazienza per essere sciolti. Non abbiamo, in altre parole, preteso tutto e subito. Abbiamo, quando è stato necessario e possibile, saputo attendere, consapevoli che nessun leader, per quanto innovatore, può compiere qualcosa di davvero significativo senza il seguito della propria parte, delle persone che è chiamato a rappresentare.
E tuttavia, sempre nel rispetto delle inevitabili divergenze, abbiamo tentato di costruire una piattaforma di partenza condivisa su vari argomenti, spesso riuscendoci. Tra i tanti ne citerò solamente uno, che ritengo fondamentale in un periodo in cui si ripropone con forza drammatica la questione mediorientale: come ha scritto Amos Oz abbiamo a che fare in quella terra con due ragioni altrettanto giuste, non con un torto ed una ragione. Israele deve aver diritto a vivere in pace e in sicurezza, senza subire ingiustificate aggressioni, a fianco di uno stato palestinese con confini definiti e certi per cui tutti dobbiamo impegnarci. Un’affermazione scontata? Forse non sempre. Ma una precondizione per chiunque voglia proseguire nel dialogo e non attribuire pigramente torti e ragioni.
E’ stata, la nostra, una piccola tappa comune in un mare di incomprensioni e di problemi. Ci rendiamo conto delle proporzioni. Proprio negli ultimi giorni abbiamo riscontrato dolorosamente quanto stretto sia il crinale su cui camminiamo, quanta gente sia pronta a soffiare sul fuoco della diffidenza e dello scontro, quanto la comprensione possa essere fragile e quanto pericolose possano essere le conseguenze provocate inavvertitamente. E al tempo stesso, però, ritengo che non si possa prescindere da un impegno costante, prolungato, quotidiano su questa via. Ognuno di noi e a ogni livello. Le difficoltà sono enormi, non mi sfugge. Ma non possiamo rinunciare, alternando fermezza e pazienza, ad affrontarle. Ne va, in definitiva, del nostro futuro.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.