DRESDA, LA SINAGOGA PER CHI NON SA PREGARE

Da “l’Unità” 15 agosto 2005
Di Tobia Zevi

Basta prendere due autobus, il 326 e il 4, per attraversare gli ultimi 3 secoli dell’intensa storia di Dresda. D’inverno, partendo all’alba, si corre il rischio viaggiare in compagnia degli equipaggiatissimi sciatori di fondo, numerosi in una terra piatta come la Sassonia.
Con il 326 si raggiunge Moritzburg, residenza di caccia dell’imperatore Augusto II il Grande; viaggiando poi fino al capolinea del 4, si può ammirare il castello di Pillnitz, dimora estiva dello stesso monarca; il quale, oltre ad essere imperatore ed elettore di Sassonia, fu anche re, poco amato, della Polonia. E’ a lui che Dresda deve in gran parte la sua fama di “Firenze dell’Elba”: come già i suoi predecessori, egli fece convenire in città molti artisti da tutta Europa, soprattutto italiani, arricchendo il centro di meravigliose chiese e palazzi barocchi.  
Seguiamo dunque questa linea da ovest ad est, facendo la prima tappa obbligata nella Neustadt (città nuova), i quartieri costruiti sulla sponda nord dell’Elba. In questa zona ottocentesca si incontrano un gran numero di locali per studenti e gli ambitissimi WGs (appartamenti condivisi): qua si può trovare una stanza in affitto a 110 euro al mese, cifra impensabile per qualunque fuorisede in Italia e in molti paesi europei.
Attraversato il ponte di Augusto (tanto per cambiare!), eccoci nel cuore della Altstadt (città vecchia), il centro storico. Ci si rende subito conto che la parte antica è in realtà anche la più recente, riedificata dopo il tremendo bombardamento del 1945. Il centro appare ancora oggi, sessant’anni dopo la distruzione, assai frammentato: in mezzo ai ricostruiti palazzi barocchi e ai casermoni socialisti, affiorano immense voragini, ora adibite a parcheggi, ora circondate da attivissime gru.
In un caffè del centro incontriamo Heinz Joachim Aris, tesoriere della Comunità ebraica e decano degli ebrei della città, che guidandoci verso est ci racconta come si sia rocambolescamente salvato dal nazismo: “Nel 1945 avevo 11 anni, e non ero ancora mai andato a scuola. Quando compii sei anni, infatti, agli ebrei era già vietato frequentarla. La mia famiglia non era ancora stata deportata, quasi alla fine della guerra, perché eravamo dei “mezzi ebrei”: il fatto che mia madre fosse ariana sembrava potesse condurci alla salvezza. Ma si trattava di un’illusione!”. L’11 di febbraio il padre di Aris, insieme a circa 200 altri Mischjuden (ebrei misti), ricevette una convocazione da parte del comando della Gestapo di Dresda, con l’ordine di presentarsi il 16 febbraio alla stazione centrale. La destinazione del treno, tristemente nota. “Incredibile a dirsi, ma fu proprio il terribile bombardamento a salvarci. La città piombò in un tale stato di caos, che nemmeno gli ebrei interessavano più. La stessa sede della Gestapo, gestita dal feroce comandante Schimdt (processato e condannato anni in seguito), fu completamente distrutta, così come tutte le carte e i documenti relativi agli ebrei”. Mors tua, vita mea. “Questo tragico tempismo delle bombe significò la salvezza per circa 200 ebrei, che riuscirono a scappare e a nascondersi nei due mesi che mancavano alla sconfitta della Germania”. Decidiamo di proseguire la conversazione continuando verso est.
Gironzolando sulle panoramiche terrazze sull’Elba, giungiamo alla fermata del 4, con cui viaggeremo fino al capolinea: guardando alla nostra sinistra ammiriamo i prati che si stendono sulle due rive del fiume, immacolati in inverno per la spessa coltre di neve; ma pieni di vita, in estate, quando vi si affollano joggers e camminatori, innamorati e nudisti, sempre in compagnia degli immancabili adoratori del barbecue (con birra). Sull’altra sponda fanno mostra di sè le zone residenziali alte, gli elegantissimi Weisser Hirsch e Blasewitz. Luoghi molto verdi, abitati in gran parte dal ceto produttivo-impiegatizio trasferitosi dalla Germania Ovest dopo la riunificazione, dove gli studenti non capitano mai.
Prima di giungere a Pillnizt, incastonato nel suo faraonico parco, celebre per la gigantesca camelia, seguiamo il percorso curvo del fiume sulla sua riva meridionale, sfiorando splendide abitazioni ottocentesche . E’ in questa parte della città, sempre più verso Laubegast, che la nobiltà della corte sassone si costruì, a partire dal XVIII secolo, le sue ville sul fiume, estesesi poi progressivamente verso l’entroterra. Ancora oggi si ravvisa la tranquillità antica di queste strade, la loro dignitosa eleganza, quasi mai turbata dal passaggio di automobili e rumori molesti. Qui, più che nelle altre parti, si possono incontrare i veri abitanti di Dresda; non si lasciano scovare facilmente i nativi di questa città: sono i prolungati effetti collaterali della guerra, del bombardamento, della democrazia reale, dei traumi sociali della riunificazione.
Aris invece è nato qua, e riprende a raccontarmi la vicenda della sua comunità dopo la miracolosa salvezza; la comunità di Dresda, forte di 5000 iscritti prima della guerra, si ritrovò con circa 200 membri: sopravvissuti ai campi di sterminio, profughi, i pochissimi che erano riusciti a nascondersi. “Le difficoltà erano tante, ma la voglia di ricominciare rendeva tutto più leggero. E io andai per la prima volta a scuola.”. Ci spiega che suo padre fu per molti anni il responsabile delle comunità ebraiche della DDR, di cui Dresda era la più importante. “Nel 1989 tuttavia” prosegue Aris “eravamo rimasti in 81. Un gruppo che si avviava all’estinzione, spesso mal visto dal regime: nel 1953, mentre in Russia imperversava il processo ai medici ebrei, nella Repubblica Democratica venne ingiustamente condannato un alto dirigente ebreo del partito. Proprio quell’anno si registrò l’ultima importante migrazione ebraica dalla Germania dell’est (soprattutto verso l’America e Israele)”.
Torniamo verso il centro, ammirando da lontano il Blaue Wunder (Miracolo blu), un ponte in ferro ottocentesco, orgoglio dell’ingegneria dell’epoca, uno dei primi in cui le teste di ponte furono collocate esclusivamente sulle due sponde.
Il centro di Dresda ha tre anime distinte, costrette a convivere: Pizza Hut, Karstad e i centri commerciali rappresentano la nuova epoca dell’arrembante (e oggi arrancante) capitalismo tedesco nei Laender dell’Est; le enormi granitiche scatole dell’edilizia socialista ricordano i 45 anni della Repubblica Democratica, trovatasi a progettare sulle macerie; i palazzi barocchi settecenteschi, la cui nuova costruzione risale al massimo a quarant’anni fa, sono invece il vanto degli abitanti di Dresda e la ricchezza dell’industria turistica, oggi in grande sviluppo.
I recenti interventi urbanistici, che miravano a ridare una certa organicità al tessuto urbano, non riescono in realtà ad eludere questa triplice spaccatura, presente nelle menti e nei cuori della gente. E persino la nuova promenade commerciale, tributo all’ormai quindicennale sistema capitalistico, sembra un viale progettato per le parate militari e riadattato per lo shopping.
Entrando nella nuova sinagoga, situata nel luogo dove nel 1938 fu bruciata la precedente, capiamo che qualcosa deve essere cambiato negli ultimi 15 anni. “La comunità si è quasi decuplicata” mi spiega Elena Tanaeva, responsabile degli affari sociali, di S. Pietroburgo “grazie alla massiccia immigrazione dai paesi dell’ex unione sovietica. Oggi siamo circa 600 qui a Dresda”. Una legge del 1990, promulgata dalla Germania appena riunificatasi, consente infatti agli ebrei provenienti da molti paesi dell’ex blocco sovietico di immigrare in Germania, ottenere la cittadinanza e un particolare sussidio. A titolo di risarcimento, per la verità piuttosto originale, per i crimini commessi dai nazisti, soprattutto nei confronti degli ebrei dell’URSS. Fa un certo effetto trovarsi nella sinagoga, capolavoro di architettura moderna, di un’importante città teutonica, senza trovare nessuno che parli tedesco e che conosca il rito, poiché pregare non era permesso in epoca sovietica.
Una comunità inventata a tavolino, che oggi deve confrontarsi con i problemi dell’integrazione prima che con questioni religiose “Dobbiamo aiutare gli anziani a riempire i vari moduli, i giovani ad imparare la lingua per procurarsi un lavoro”. Ma non è strano che ci si sforzi tanto, proprio nella regione dove la NPD (partito neonazista) ha raggiunto il 9% alle ultime elezioni?
“Certo fa impressione” ci racconta Katia Novominsky, una giovane immigrata ucraina “molti di noi si sono chiesti se fosse il momento di ricominciare a preparare le valigie. Io, che per metà della mia vita sono cresciuta qui, non intendo andar via”.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.