E IL NOSTRO RIDERE FA BENE AL COMUNISMO

Da “L’Unità” 22 aprile 2007

Divertente. Ma anche terribilmente serio, com’è spesso l’ironia. Il nuovo libro di Moni Ovadia Lavoratori di tutto il mondo, ridete (Einaudi, pp. 275, euro 15,50) è un’ operazione coraggiosa e complessa: raccontare il comunismo russo attraverso le storielle, quelle provenienti dalla tradizione ebraica del Witz, e quelle satiriche di epoca sovietica. Divise in capitoli che ripercorrono i 70 anni del bolscevismo attraverso i personaggi e gli snodi più significativi, le barzellette sono precedute da brevi introduzioni, e seguite, in appendice al volume, da un’ esposizione della vicenda storica che va dalla Rivoluzione d’ottobre fino al crollo dell’URSS decretato da Eltsin. Il testo ha in realtà un’ ambizione assai profonda: favorire un ragionamento sull’esperienza comunista ex-post, che rifiuti le semplici banalizzazioni come anche le strumentalizzazioni ad uso politico; e si inserisce, peraltro, in quella tendenza recente che consiste nel fare storia utilizzando tecniche di racconto non convenzionali, come ad esempio il fumetto (basti pensare ad Art Spiegelmann per quanto riguarda il nazismo), in grado di raggiungere pubblici più vasti con semplicità ed efficacia.
A quale scopo interrogarsi oggi su cosa è stato il comunismo in Russia? L’autore risponde molto chiaramente, già nella dedica “Ai comunisti”: «Le ragioni dell’“impegno fraterno e generoso” non sono crollate con l’ammainabandiera del vessillo rosso che sventolava sul Cremlino». Chi oggi abbia a cuore, continua Ovadia, concetti come solidarietà, uguaglianza e fratellanza non può rigettare l’ideale comunista in toto, poiché senza quest’ultimo “libertà” e “democrazia” sarebbero due termini “truffaldini”. Senza peraltro nascondersi gli esiti nefasti in cui quell’“ideale” si è manifestato, come esso si sia trasformato in “ideologia” e poi in retorica, apparato e violenza. D’altra parte l’autore critica senza reticenze il sistema risultato vincitore dalla Guerra fredda, il capitalismo trionfante che, autoproclamandosi innocente, avrebbe invece sulla coscienza ancora più morti del comunismo; e che non è esente, inoltre, da notevoli responsabilità nell’evoluzione immediata del comunismo post-rivoluzionario, in virtù  degli interventi delle potenze occidentali nella guerra civile tra bianchi e rossi. Al di là delle considerazioni storico-politiche, le parole di Ovadia sono certamente uno sprone per chiunque voglia impegnarsi nell’era post-ideologica, uno stimolo per ricercare nella quotidianità dell’agone politico la forza di un ideale, pur senza pretendere di inquadrarlo in una dottrina ed in un movimento politico organizzato.
Se si osserva la parabola seguita dai partiti comunisti europei dopo il crollo dell’URSS, ci si rende conto che essi hanno potuto scegliere tra tre opzioni: alcuni sono semplicemente scomparsi; altri hanno deciso di proseguire nell’ortodossia, condannandosi così ad un’ inesorabile affievolimento; altri infine hanno provato a riformarsi dall’interno, talvolta riuscendo per la prima volta a diventare forza di governo. La terza strada è certamente la più complicata. Non soltanto nei casi in cui ci si è dati ad una rincorsa della socialdemocrazia, ma anche quando si è stravolta la tradizione comunista senza mutarne la denominazione, facendo propri, per esempio, il rifiuto della violenza e i movimenti. Anche a questi tentativi politici guarda, più o meno direttamente, l’autore, che con l’humour prova a salvare ciò che di buono nel comunismo c’era, o avrebbe potuto esserci, distinguendolo dal fallimento che ha conosciuto nel socialismo reale.
Ma anche lo strumento scelto, la storiella, non è privo di significato. Moni Ovadia recupera questo genere sia dalla tradizione umoristica ebraica sia da quella che, per rivoli molteplici, fa riferimento dall’ermeneutica talmudica. Nell’ebraismo, spiega l’autore, la dimensione orale dell’interpretazione è ciò che permette di temperare la durezza della legge scritta; l’evoluzione dell’esegesi costituisce una “siepe” in grado di conciliare l’utopia con la limitatezza di qualunque esperienza umana. Ma la barzelletta ebraica, fusa con le battute sviluppatesi in epoca sovietica, è anche uno straordinario inno alla satira, quella alta: «Lo scopo del vero umorismo non è quello di dissacrare a buon mercato portando in piazza i panni sporchi. Il senso sta nel riconsegnare anche i migliori alla sfera della precaria natura umana (…) per impedire che le virtù prendano la forma del bulino o dello scalpello, che trasformano gli uomini in idoli». Evitare di prendersi troppo sul serio, autodenunciando i propri scheletri e le proprie meschinità, è il miglior vaccino contro l’autoritarismo, la rigidità mentale, l’idolatria del potere e la brutalità.
E dunque: l’uomo deve essere cosciente che nulla di ciò che fa può essere assoluto, e al tempo stesso non dovrebbe rinunciare ad un principio utopico ed ad una prassi rivoluzionaria. Adagiarsi sullo status quo significherebbe, secondo l’autore, accettare e rendersi complici delle ingiustizie del nostro tempo, pur consapevoli degli eccessi e della deriva totalitaria che le rivoluzioni possono portare con sé. È probabile che l’ebreo Moni Ovadia sarebbe stato fucilato se fosse rimasto in Bulgaria, invece di essere trapiantato in Italia. Non avrebbe digerito – ipotizza l’autore – la pomposa retorica della propaganda comunista, e avrebbe cercato di opporsi dall’interno in chiave democratica. Ma non avrebbe forse accantonato del tutto quel “paradigma rivoluzionario dell’Esodo” di cui parla Michael Walzer, che fa della scrittura biblica (e di quella evangelica), anche un grande testo della rivoluzione.
Le molte storielle affrontano vari aspetti della Russia sovietica. In primo luogo il proverbiale antisemitismo: un russo, un ucraino ed un ebreo discutono su cosa sia la felicità. L’ebreo, dopo che gli altri due hanno parlato di donne e vodka, afferma con sicurezza: «Felicità è quando due agenti del KGB bussano alla tua porta alle 3 di notte e chiedono “Ivanov abita qui?”; e tu, pazzo di felicità, rispondi “No, al piano di sopra”».  Ma si concentrano anche sul terrore della polizia segreta e la schizofrenica contraddizione tra la squallida realtà del socialismo reale e la pretesa amenità del paradiso comunista: quando il conferenziere del comitato di partito promette in un assemblea che in 5 anni ogni famiglia russa avrà una casa, in 10 un’ automobile e in 15 addirittura un aeroplano, una mano nella sala, timidamente, si alza: «Ma che se ne fa una famiglia di un aeroplano, compagno?». «Ma come fai a non capire, compagno?» risponde il membro del partito «mettiamo che in città non si trovano le patate da nessuna parte, non c’è problema: si prende l’aereo e si vola a Mosca per comprarle».
<NO1>@BS:ZEVITO@@<NO0>

                                                TOBIA ZEVI  

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.