GLI ANTISEMITI ROSSI

Da “LEFT” 26 maggio 2006
di Tobia Zevi

A. N. è un ebreo romano, 23 anni, studente: «Qualche anno fa alla “Sapienza”, facoltà di Psicologia» ci racconta «giravo con la kippà, il copricapo ebraico, in testa; non avevo mai avuto problemi, anzi rispondevo volentieri alle domande dei colleghi». Cosa accadde? «Mi vennero incontro 3 o 4 “zecche” (i ragazzi di sinistra, slang giovanile romano), incalzandomi con quesiti sull’ebraismo e su Israele. Mi resi conto che mi stavano “accompagnando” in un’ aula occupata chiusa, con intenzioni poco raccomandabili. Cercai di opporre resistenza, e dopo qualche spintone, grazie a tutta la gente che passava, mi lasciarono andare. Ma la paura fu tanta». Oggi A. non mostra più il capo coperto, forse a causa di quell’episodio: «Nei primi anni ’90, a Roma, gli ebrei erano minacciati dalle frange di estrema destra, i cosiddetti naziskin» ci spiega «dal 2000, con la seconda intifada, le preoccupazioni si sono spostate sull’altro versante; per fortuna a sinistra ci si è ammorbiditi. Devo dire» aggiunge «che non faccio fatica a parlare con chi indossa la kefiah o critica la politica israeliana, anche se spesso proprio queste persone mostrano poca consapevolezza dell’argomento».
La questione è complessa. E, per certi versi, dolorosa. Esiste un antisemitismo di sinistra, un fenomeno che parte da una critica alla politica israeliana, ma che evoca terribili memorie? «Io non credo ci sia un’ anima antisemita nella sinistra italiana, in quella che sta nelle istituzioni, democratica e popolare» argomenta Stefano Fancelli, presidente della Sinistra Giovanile «esistono invece gruppuscoli che esprimono posizioni poco mature, che per difendere i palestinesi perdono di vista l’obiettivo della pace: due popoli, due stati, due democrazie»; e conclude: «non dobbiamo dimenticare che uno dei problemi principali è l’ignoranza: la gran parte degli italiani pensano che gli ebrei siano extracomunitari». Gli fa eco Michele De Palma, segretario dei Giovani Comunisti: «I fatti del 25 aprile scorso (bruciate le bandiere israeliane e fischiata la Brigata ebraica al corteo per la Liberazione) sono assurdi» tuona «perché esiste un legame inscindibile, sentimentale, tra l’antifascismo partigiano e la tragedia degli ebrei. Per questo non riesco a comprendere l’avvicinamento degli ebrei alla destra, così come nel nostro schieramento non capisco i comportamenti antisemiti». Antisemiti, dunque. «Esiste un problema del fine e del mezzo» chiarisce ancora De Palma «perché non tutto è lecito per liberare la Palestina. Uccidersi e uccidere cambiano chi pratica questi gesti, e in questo modo il mezzo si mangia il fine». E l’onnipresente Francesco Caruso, neodeputato di Rifondazione? Nell’aprile scorso non se la sentì, dopo un attentato suicida in Israele, di condannare i kamikaze «conosco il dramma della popolazione palestinese e comprendo come l'esasperazione possa portare a utilizzare tutte le forme di lotta estreme». Lo raggiungiamo al telefonino di domenica: «Si corre il rischio di scivolare dall’antisionismo all’antisemitismo, è del tutto evidente. I governi israeliani da 30 anni assumono atteggiamenti illegali e criminali, ma non si deve generalizzare: si deve parlare di convivenza e quindi non si dovrebbe mettere in discussione lo stato di Israele». Non si dovrebbe.
Negli ultimi anni si sono nuovamente raffreddate le relazioni tra gli ebrei italiani e le forze della sinistra, e su questo tema hanno discusso qualche mese fa la scrittrice Clara Sereni e il professor Giorgio Israel. Riccardo Pacifici, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, dà la sua lettura: «Chi nega il risorgimento nazionale ebraico, chi si oppone al diritto ad esistere per lo Stato d’Israele, sfocia, talvolta inconsapevolmente, nell’antisemitismo. Bisogna comprendere che queste tesi si risolvono in rischi, morali e fisici, anche per gli ebrei». Ma qual è il rapporto tradizionale degli ebrei italiani con le forze della sinistra? «Essi lottarono come partigiani nelle brigate Matteotti e Garibaldi: tutto cambiò nel 1967, quando l’Unione Sovietica mutò atteggiamento nei confronti di Israele, e comunisti e socialisti assunsero posizioni filoarabe e antisraeliane. Molti ebrei» ci spiega Pacifici «dovettero scegliere tra partito e identità ebraica. Un travaglio doloroso condusse la maggior parte ad abbandonare le famiglie politiche in cui avevano a lungo militato». Il voto ebraico confluì in seguito per molto tempo nei piccoli partiti laici, non di destra ma lontani dalla politica di Mosca: i Radicali, i Repubblicani e i Liberali. «I momenti difficili sono poi stati l’estate del 1982, in coincidenza con le stragi di Sabra e Chatila (e l’episodio della bara depositata davanti alla sinagoga di Roma durante un corteo CGIL), e il 1988, con l’inizio della prima intifada»; prosegue Pacifici: «Successivamente arrivò la svolta con i primi passi del processo di pace, e con il viaggio di Occhetto in Israele, organizzato da Fassino e Veltroni. Ma con la seconda intifada, nel 2000, i problemi tra la sinistra e gli ebrei italiani sono riemersi, anche se oggi si colgono dei segnali incoraggianti».
Alessandro Francesconi è uno che di contestazioni e di fischi se ne intende. È il portavoce delle “Farfalle rosse”, un’ associazione di studenti di sinistra senesi, celebri per aver impedito di parlare qualche mese fa a Ruini: «Credo che possa esistere un antisemitismo a sinistra. Occorre però mettersi d’accordo su una definizione laica del fenomeno, l’avversione al popolo ebraico; ma lo Stato d’Israele e il popolo ebraico sono due cose diverse» va avanti Francesconi «provocazioni come bruciare le bandiere mi fanno paura ma non possono essere considerate antisemite tout court. Ahmadinejad è antisemita, Ferrando no, pur dicendo cose profondamente sbagliate. Equiparare i due fenomeni favorisce le strumentalizzazioni». E poi una chiosa finale sul problema della poca conoscenza: «Sono stato un mese tra Israele e Palestina come osservatore per le elezioni. Ho girato l’Italia per raccontare la mia esperienza, e mi sono reso contro dell’ignoranza incredibile e dilagante. Insomma si dovrebbe approfondire e sensibilizzare, più che indignarsi di fronte a certe dichiarazioni inaccettabili.  Per esempio se si conoscessero i risultati dei progetti di cooperazione,  nessuno preferirebbe la resistenza armata».
E anche sulla parola “resistenza” c’è chi storce il naso. Ma su questo è d’accordo anche De Palma: «Per recuperare i valori della Resistenza bisogna evitare paragoni improponibili, come quello tra partigiani e kamikaze». E, a proposito di contestazioni: «I fischi all’ambasciatore israeliano per impedirgli di parlare (è successo in varie università, Pisa, Firenze, Torino), come quelli alla Moratti, sono legittimi. Bollarli come atti antisemiti crea un grave equivoco». E conclude De Palma: «L’importante è distinguere tra ebrei e governo israeliano, senza trascurare per esempio gli israeliani che si oppongono al muro. Stesso discorso per l’America: non posso definirmi antiamericano perché non mi sarei mai considerato anti-italiano con Berlusconi al governo». Il nocciolo della questione è tutto qui: criticare le politiche di Gerusalemme si può, ma contestare lo Stato ebraico in quanto tale è antisemita, soprattutto se questo esercizio avviene in maniera violenta.
La conclusione spetta ad Emanuele Fiano, ex presidente della Comunità ebraica di Milano e neodeputato DS, in cui convivono una lunga militanza politica ed una forte appartenenza religiosa: «Esistono alcune frange estreme che testimoniano antisemitismo; sono quelli che bruciano bandiere, ma che non sono rappresentati nell’Unione, e nemmeno in parlamento. C’è però chi, nelle istituzioni, dà troppo poco peso a questi fatti» nota «o a dichiarazioni come quelle di Ahmadinejad. Proprio lui è il modello del nuovo antisemita: colui che nega il diritto ad esistere dello Stato d’Israele». Ma esistono delle zone ad “ alto rischio”? «A Milano ci preoccupa particolarmente un centro sociale, forse due». E a Milano, il 28 settembre 2002, alcuni giovani ebrei che festeggiavano la Festa delle Capanne rimasero esterrefatti  nel sentire la Polizia che diceva:"Toglietevi il copricapo ebraico e le scritte sulla “capanna” che di qui deve passare un corteo no global e potreste creare problemi di ordine pubblico». E sempre nel capoluogo lombardo Yasha Reibman, portavoce della Comunità ebraica, si trovò di fronte ad incredibili vignette antisemite alla Festa di Liberazione. Oggi Fiano è segretario della “Sinistra per Israele”, un’ associazione presieduta da Furio Colombo e che vede Piero Fassino come primo firmatario: «Lo scopo è quello di ribadire a sinistra il diritto all’esistenza di Israele; nella nostra parte politica si è spesso creduto che i diritti fossero solo da una parte, là dove c’era il disagio e la sofferenza, ma non è così». Il lavoro va però fatto anche tra gli ebrei: «Dobbiamo combattere nella comunità l’opinione che la sinistra difenda gli ebrei morti e la destra sia al fianco degli ebrei vivi».
                                            
 

                                            

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.