GLI IMBA-RAZZISMI DEL DOTTOR KOSSI

Da “Left” aprile 2007

«Quando presi il treno da Parigi a Bologna, nel 1974, dell’Italia sapevo che dovevo stare attento altrimenti mi avrebbero derubato. Terrorizzato, non accettai il salame che mi veniva offerto da un signore molto gentile per paura di essere narcotizzato». È all’insegna del pregiudizio che sboccia però una fortunata storia di immigrazione, quella di Kossi Komla-Ebri, medico togolese da 33 anni in Italia. «A Parigi avevo fatto la maturità e, dopo la scuola, mi ero messo a fare lo scaricatore di camion. Finché un giorno – racconta – per caso in metropolitana incontrai il vescovo del Togo, che mi parlò di una borsa di studio per il Collegio internazionale di Giacomo Lercaro, a Bologna. Il motto era “Dividere il pane terrestre come si divide il pane celeste”, ed in effetti tra quelle mura conobbi studenti poveri e meritevoli di ogni parte del mondo». Quando ricorda gli anni bolognesi i suoi occhi si illuminano: sembra rimpiangere le pietanze gustose, le chiacchierate in piazza, gli inviti nelle case e la curiosità riservatagli come africano, assai diversa dalla diffidenza tributata ai giovani che vengono dalla Grecia dei colonnelli. «Sentimmo – ricorda – la svolta del ’77: nell’università si respirava la violenza». Kossi si laurea e ottiene una borsa di studio del Fatebenefratelli per specializzarsi a Milano; già sposato (con un’ italiana, oggi hanno due figli “italianissimi”), poi, si trasferisce per due anni in Togo: «Furono i due anni più ricchi dal punto di vista professionale, perché mi sentivo veramente utile. Rispetto all’ospedale pubblico – ridacchia – noi facevamo pagare dopo le cure, e spesso mi è capitato di scrivere in cartella che il paziente era scappato prima di essere dimesso. Talvolta portandosi dietro anche le lenzuola!». All’inizio degli anni Novanta la sua situazione si stabilizza, con l’acquisizione della cittadinanza italiana ed il posto di ruolo nell’ospedale di Erba. Ma contemporaneamente l’immigrazione inizia a diventare un problema, spesso drammatico: «I giovani africani non riuscivano a trovare la casa ed il lavoro. Le difficoltà burocratiche che l’immigrato incontrava e la “sindrome da invasione” della gente ci indussero a costituire un’ associazione che fungesse da tramite tra lo straniero, le istituzioni e la società in generale». E così, quasi per caso, Kossi scopre il suo talento di scrittore. Raccontare significa aprire una finestra su una cultura orale completamente sconosciuta in Italia ma con una forte dignità; il breve passato coloniale, spesso rimosso dalla retorica dell’”italiani brava gente”, rende infatti il nostro paese più provinciale di Francia o Inghilterra. «Ancora oggi l’idea dello straniero che lavora fatica ad affermarsi. L’immigrazione viene trattata in modo buonista dalla sinistra e xenofobo dalla destra, e anche i media hanno grandi responsabilità. In Italia poi, spesso, il razzismo è legato alla posizione che occupi, si tinge di classismo. Quello che manca oggi sono veri spazi d’incontro, perché non ci può essere integrazione se ci si parla solo sul posto di lavoro». Anche per questo nascono gli “Imba-razzismi”, un piccolo successo editoriale che, col sorriso, descrive il razzismo quotidiano e inconsapevole: «Per esempio quando la vecchietta stringe a sé la borsetta sull’autobus, o quando salgo nello scompartimento e i posti si riempiono miracolosamente. Ma anche quando un amico, Mustafà, mi dice che in cantiere lo chiamano Stefano “perché Mustafà è difficile da memorizzare”. O quando, restituendo il carrello del supermercato per riprendere la monetina, un signore con fare gentile ed ammiccante ti si avvicina e ti dà anche il suo da rimettere a posto».

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.