IL CRITICO CHE DIALOGO’ COL NOSTRO NOVECENTO

Da “L’Unità” 22 gennaio 2007

Incontriamo Alfonso Berardinelli, critico e saggista, tra i relatori del convegno dedicato a Giacomo Debenedetti nel quarantesimo anniversario della morte. Del grande critico ha curato l’edizione dei “Saggi” per i Meridiani, ed è autore, tra l’altro, del volume “La forma del saggio” per Marsilio. Qual è, secondo lei, l’eredità più importante di Giacomo Debenedetti? L’eredità di un critico come lui è sempre un problema. Anzitutto chi lo ama deve evitare di imitarlo, cosa peraltro impossibile. Ma non si tratta solo della sua straordinaria originalità e del suo stile inarrivabile. Dalla prima alla seconda metà del Novecento sono stati notevoli anche i mutamenti di situazione della critica. Oggi la letteratura occupa forse un posto meno importante e centrale nella cultura. Dominano, mi sembra, i filosofi, che brillano per intemperanza nel parlare di tutto sempre con categorie universali. L’eredità maggiore di Debenedetti, credo, è il suo senso della concretezza, del limite, della circostanzialità biografica e storica degli eventi culturali.
Il convegno ha luogo nella facoltà di Lettere della Sapienza, a Roma; sono le aule in cui Debenedetti, originario di Torino, insegnò. Lei era presente a quelle lezioni, poi pubblicate nel celebre Romanzo del Novecento. Quali sono i suoi ricordi? Noi che frequentavamo le sue lezioni (ricordo Franco Cordelli, Nicola Merola, Paolo Mauri) ci sentivamo quasi una carboneria, nell’ascoltare un maestro della critica che aveva vissuto la letteratura del Novecento così dall’interno; a fianco degli artisti e degli scrittori, come scrittore lui stesso e compagno di strada, più che nella prospettiva dello studio universitario. Era emozionante starlo a sentire, anche perché lui stesso, parlando, non era certo privo di emozioni e la sua tensione intellettuale era sempre ai più alti livelli. Gli chiesi la tesi di laurea, ma purtroppo non feci in tempo ad averlo come relatore.
Debenedetti era di Torino. Che ruolo ha avuto questa città nella sua formazione e nel sviluppo successivo della sua ricerca? Si potrebbe dire che Debenedetti fu e restò un torinese (nell’etica intellettuale, nell’apertura alle scienze esatte, alla letteratura francese ecc.) che sentì il bisogno di “tradire” un po’ Torino, i suoi rigori e le sue chiusure, per affrontare una realtà vitale, magari più caotica, a Roma. I rapporti con Gobetti e con Sergio Solmi, con cui fondò la rivista “Primo tempo”, furono però decisivi per tutta la sua vita.
Quali furono gli incontri che lo influenzarono maggiormente? Oltre a quelli già menzionati, certamente quelli con Bobi Bazlen e con Saba, che restò, con Proust, l’autore della sua vita; più tardi con Savinio e, anche per il lavoro al Saggiatore, con Alberto Mondatori… Senza dimenticare che gli scrittori del Novecento li ha conosciuti quasi tutti personalmente, da Pirandello e Svevo a Montale, Ungaretti, la Morante ecc. Questo dialogo diretto con gli scrittori è stato fondamentale per tutto il suo modo di fare critica.
Nel suo intervento lei si occupa del “metodo di non avere un metodo” nell’indagine letteraria di Debenedetti. Cosa si intende? É per questo che il suo stile critico somiglia più ad un dialogo, ad una conversazione impegnata e serrata con gli autori in persona, piuttosto che presentarsi come analisi metodica di testi. Pasolini osservò che la forza intellettuale di Debenedetti nasceva anche dall’ansia conoscitiva di chi non ha, e non può avere, un metodo di analisi, perché la sua analisi coinvolge continuamente innumerevoli piani di interpretazione.
La letteratura, se ho capito bene, impedisce di ottenere uno sguardo d’insieme, evolvendosi ogni volta che un’ opera viene pubblicata. Il suo modo di procedere era quello di chi affronta il problema letterario globalmente, ogni volta che legge un autore. In un certo senso Debenedetti ha sempre l’aria di dover risolvere il “caso” degli scrittori di cui parla: da Svevo a Saba a Tozzi…
In un suo recente articolo, lei dice che Debenedetti mette al centro della sua critica i personaggi. Che significa? In un certo senso anche gli autori per Debenedetti erano personaggi di cui sarebbe toccato a lui, come critico, raccontare la storia segreta e il destino. In quest’ottica è stato il narratore-critico della letteratura novecentesca
Siamo a pochi giorni dalla Giornata della Memoria. Secondo alcuni studiosi, la guerra, e la deportazione degli ebrei, ebbero un ruolo decisivo nella sua evoluzione culturale. Lei è d’accordo? Senza dubbio l’appartenenza ebraica è stata in lui consapevole e presente, in forme magari non sempre manifeste, fin dall’inizio: come dice George Steiner, i maggiori critici e studiosi del linguaggio nel Novecento sono ebrei perché il popolo ebraico è il popolo del Libro e quindi la conoscenza della verità per essi passa attraverso la lettura e l’interpretazione… Certo è però che la tragedia ebraica in Italia dal 1938 al 1945 non poteva che trasformare profondamente la sensibilità morale di Debenedetti, sempre così bisognoso di trovare una “patria”, una comunità a cui appartenere, un’ intesa col mondo… Il trauma della persecuzione determinò una svolta che è stata anche all’origine della sua adesione, per certi versi fideistica, al Partito comunista.
La vicenda accademica di Debenedetti non fu fortunata. Per 3 volte respinto ad un concorso, solo alla fine della sua carriera riuscì a divenire professore incaricato. Come mai l’università non gli fu amica? Le sue dolorose disavventure accademiche furono dovute, purtroppo, anche all’ostilità o all’incomprensione di intellettuali che Debenedetti riteneva politicamente solidali e a lui vicini. Il fatto è che non era facile, evidentemente, anche per accademici di valore, valutare a pieno la qualità, l’eccezionalità letteraria e intellettuale di un critico sempre al limite del virtuosismo come Debenedetti. La sua prosa è tra le più raffinate e complesse del Novecento italiano, e fa di lui uno dei maggiori scrittori del secolo scorso.
Qual è il rapporto, in Debenedetti, tra critica letteraria e storia. Lo studioso deve impegnarsi nella realtà? Ricordo di aver fatto una volta una semplice distinzione fra critici che vedono autori ed opere dentro la cornice di un contesto d’epoca, e critici che invece sembrano, preliminarmente, non voler sapere nulla prima di leggere i loro autori, perché è solo attraverso questi, nel loro microcosmo, che cercano di vedere la storia. Credo che Debenedetti appartenga a questa seconda categoria. Per lui storia e cultura esistono davvero solo quando vengono lette in un’ opera letteraria e nella vita di un artista.
Cosa rimane oggi, nelle università, nella ricerca e nel modo di leggere un romanzo, della lezione di Giacomo Debenedetti? Esiste, ad esempio, un gruppo di critici che possono considerarsi suoi allievi? Essendo tramontati ormai da circa due decenni i dibattiti teorici e metodologici sull’essenza della letteratura e sul modo “scientifico” di studiarla, oggi i critici più giovani, mi sembra, hanno ritrovato un rapporto più libero (benché rischioso!) con la critica classica, con l’arte della recensione e con la saggistica. Per questo la scrittura critica di Debenedetti diventa un modello a cui fare riferimento, sapendo che una “scuola critica Debenedetti” è impensabile e impraticabile. Ogni critico in fondo deve reinventare la sua problematica attività…

                                                TOBIA ZEVI
 
Giacomo Debenedetti (1901-1967) è stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento italiano. Fu tra i primi a comprendere il ruolo della psicanalisi e delle scienze umane in generale nell’interpretazione dei testi, oltre a scoprire, in Italia, un autore come Proust. Amico ed interlocutore di tutti i più importanti scrittori italiani del secolo scorso, tra i suoi moltissimi saggi ricordiamo il Romanzo del Novecento, tratto da una serie di lezioni tenute a Roma negli anni Sessanta. Oggi  e domani, per ricordarlo a quarant’anni dalla morte e per studiare questa figura sotto diversi aspetti, Giulio Ferroni e John Butcher organizzano alla Sapienza di Roma il convegno “L’Università di Debenedetti: il critico e la sua scuola quarant’anno dopo”, a cui prenderanno parte tra gli altri Raffaele La Capria, Walter Pedullà, Alessandro Piperno, Filippo La Porta, Jacqueline Risset, Paola Frandini ed Enzo Golino.
 

 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.