Il dialogo tra le culture e le religioni

Il dialogo tra le culture e le religioni è una delle grandi sfide del nostro tempo: a livello globale, in un’ epoca di conflitti e scontri, e nel nostro paese, con le nuove sfide proposteci quotidianamente da un’ immigrazione in continua crescita. Ma è un fenomeno che pervade tutta la storia, quello dell’incontro, fecondo o problematico, tra diversi popoli e tradizioni: a periodi di convivenza felice si alternano momenti di diffidenza reciproca e scontro. E la ragione principale delle tensioni tra le religioni, quando queste non servono ad ammantare interessi di natura economica, è la mancata conoscenza dell’altro, che genera insicurezza e paura.
Per questo, noi giovani delle tre fedi abramitiche, da anni ci siamo cimentati in un percorso di conoscenza e dialogo; abbiamo ritenuto di dover partire dalle cose che potevano unirci rispetto a quelle che legittimamente potevano allontanarci, non per ipocrisia ma perché non si può che procedere con gradualità. Abbiamo iniziato nel marzo 2004, con un weekend interreligioso alle porte di Roma: la condivisione dello stesso spazio tra ebrei, cristiani e musulmani, nei giorni sacri per le tre religioni. L’imbarazzo iniziale tra noi ebrei e i nostri coetanei musulmani: gli sguardi preoccupati, gli occhi che vagavano in cerca di conferme. In quell’occasione fu determinante la presenza-mediazione dei ragazzi cristiani, che agirono da potente cerniera nel cruciale momento di “rompere il ghiaccio”. Un piccolo esempio delle reti che possono essere stese tra le diverse componenti religiose, che possono assumere geometrie variabili a seconda dei temi su cui ci si confronta.
Lo scorso 10 ottobre 2006 il Benè Berith Giovani, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, ha riunito le tre grandi religioni monoteiste sotto un unico tetto fatto di palme. Nella sinagoga di via Balbo, la festa delle Capanne (Sukkoth) è stata un’ occasione di confronto e dialogo. Sotto le stelle è stata un lampo “di pace in un momento in cui il mondo è tormentato dalla violenza”, come ha voluto sottolineare il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Erano presenti i rappresentanti del mondo giovanile ebraico, cristiano e musulmano. Ma con loro anche tanti altri ragazzi che, senza alcun ruolo ufficiale, si sono stretti attorno allo stesso tavolo, e hanno discusso dei loro problemi e delle loro consuetudini. A volte si partiva dalle regole alimentari e dalle feste che cadono in differenti periodi dell’anno ma che spesso riconducono a significati simili; altre volte, invece, come succede in qualunque tavolata tra amici, si finiva per parlare di calcio. E miscelando il futile con gli argomenti più tipici di questi incontri, si componeva la giusta formula che conduce alla conoscenza dell’altro. Al tavolo “dei più maturi”, l’ambasciatore Mario Scialoja, già presidente della Lega musulmana in Italia, scherzava con il rabbino Rav Roberto Della Rocca e il portavoce della Comunità ebraica Riccardo Pacifici. A fine pasto i ragazzi di religione ebraica assieme al rabbino hanno intonato la Birkat ha mazon – la benedizione che si effettua dopo aver mangiato. Gli altri, i cristiani, i musulmani e i valdesi, si erano invece rivolti a D. prima del pasto. In un angolo Jean Leonard Touadì, assessore alle Politiche giovanili del Comune di Roma, osservava compiaciuto. Aveva voluto e sostenuto in prima persona la realizzazione di una festa interculturale sotto la Sukkà: “Se se riesce a coinvolgere i giovani, a farli incontrare fisicamente nella consapevolezza della loro identità ma anche delle loro diversità, allora questo può divenire un fattore rivoluzionario. Può divenire un motivo di cambiamento”.
Ma bisogna sottolineare il carattere interculturale della serata. La modalità che come Unione dei giovani ebrei d’Italia ci siamo imposti nel corso di questi anni, nel viaggio assieme ai Giovani Musulmani, ai giovani delle ACLI, dell’Azione cattolica o della FUCI: abbiamo scelto di non occuparci esclusivamente di dialogo interreligioso ma anche di interculturalità, tenendo presente la differenza sottile che esiste tra questi due aspetti collegati. Lungo questo nostro percorso, ci siamo scontrati e ritrovati su tematiche civili; abbiamo discusso di cittadinanza, di immigrazione, di libertà religiosa, di integrazione e di diritti. E lo abbiamo fatto nel quadro di un ragionamento sulla società e nella società. E questa è, secondo noi, la prospettiva che si pone oggi alle comunità religiose nel momento in cui si sviluppa una riflessione sul loro ruolo: cercare di dare un contributo concreto su questioni specifiche, accogliendo e inseguendo l’interazione con altri credenti e con i non credenti, senza considerarsi nessuno possessore della verità rivelata. Salvaguardando in questo modo anche un imprescindibile principio di laicità: proprio il fatto di non operare in un contesto dottrinario consente infatti di non considerarsi portatori di una verità assoluta.
                        

Tobia Zevi – Presidente Unione giovani ebrei d’Italia
                        Fabio Perugia – Coordinaore Benè Berith Giovani – sezione Stefano Gaj Tache

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.