IL MIO LAVORO DA UN EURO L’ORA

Da “Avvenimenti” febbraio 2005

Che nei paesi nordici lo stato sociale sia veramente sviluppato ed efficiente, lo abbiamo sentito dire mille volte. “Dalla culla, alla tomba”: un’ immagine del cittadino accompagnato nel corso della vita intera. Ma, al di là delle esagerazioni, c’è (o c’era) molto di vero, almeno nel caso della Germania, dove la struttura dello stato sociale rientra nei cinque principi base dell’ordinamento statale e si manifesta in aiuto a malati, invalidi, persone anziane e soprattutto nella tutela dei lavoratori.
Dal 3 gennaio scorso invece, data in cui la famigerata Harzt IV è entrata in vigore, il mercato del lavoro nella Repubblica Federale è destinato a cambiare. Per ironia della sorte è toccato proprio alla coalizione rosso-verde di Schröder ridimensionare in maniera così massiccia la struttura assistenziale e così un governo, eletto nel 2002 per la sua opposizione da “sinistra” alla guerra in Iraq, ha dovuto intaccare, per impellenze economiche, uno dei pilastri della politica socialdemocratica.
D’altra parte la grave crisi occupazionale tedesca costa allo stato circa 80 miliardi di euro l’anno. Per ovviare a questa enormità è stata nominata una commissione con l’incarico di proporre riforme capaci di garantire una svolta al paese. A presiedere questo gruppo di esperti, e a dare il nome alla legge, è non a caso il direttore del personale della Volkswagen.
Ma in cosa consiste la riforma? Due sono i cambiamenti fondamentali: un aggiustamento dei sussidi di disoccupazione (ovviamente verso il basso), e una serie di misure prese per favorire l’occupazione.
La storia di Maria fotografa perfettamentele differenze tra il prima e il dopo: 44 anni, con una figlia, Maria vive a Duisburg. Laureata in letteratura teatrale, ha svolto diversi lavori, passando dai settori tradizionali all’informatica e alla new economy. Nel 2003, quando ormai aveva raggiunto la posizione di responsabile finanziario nella sua azienda, viene improvvisamente licenziata. A quarantadue anni in mezzo alla strada. “Effettivamente non è stato un bel momento, ma almeno non avevo paura: i primi dodici mesi il sussidio di disoccupazione ammontava a 1500 euro e dopo un anno è sceso a 1300”. E questa cifra sarebbe rimasta tale per il resto dei suoi giorni: Maria avrebbe guadagnato per tutta la vita più di una commessa, per esempio, per il semplice fatto che prima di perdere il posto percepiva più soldi. Avrebbe conservato il suo appartamento (lo stato sociale copre qui tutte le sfere della vita, comprese casa e scuola), e avrebbe potuto continuare a cercare un impiego vita natural durante. “Da quest’anno però cambia tutto” ci spiega “perché il mio sussidio è sceso enormemente. Con quello che mi arriva non potrei mai rimanere nel quartiere dove abito, e sarò costretta ad accettare qualunque lavoro”.
Perchè? Secondo la Hartz IV non esisterà più differenza tra assegno di assistenza sociale e sussidio di disoccupazione e tutti i  lavoratori (che non abbia lavorato almeno 12 mesi negli ultimi due anni) riceveranno la somma che compete alle categorie svantaggiate. Abolite così le distinzioni basate sul precedente impiego,  qualunque disoccupato prenderà circa 350 euro al mese (invece, per esempio, dei 1300 euro di Maria).
Quanto al secondo nodo da risolvere, su come cioè aumentare i posti di lavoro, la commissione ha emanato direttive che prevedono, per i  disoccupati che non riescono ad  arrivare alla fine del mese, sostegni di vario tipo: per i giovani sotto i 25 anni un’ampia offerta formativa; per gli altri l’opportunità di lavorare nei cosiddetti “Ein-euro-Job”. Si viene assunti per un determinato numero di ore alla settimana, e si percepisce una paga di un euro all’ora, per un totale di circa 200 euro mensili. Le aziende ottengono incentivi per la creazione di questi posti. Ma la questione è che i lavoratori non possono rifiutare: per continuare a percepire il magro sussidio, si deve accettare qualunque offerta, anche se ritenuta insoddisfacente e dequalificante. Bisogna lavorare comunque per rimanere nel mercato.
E come sempre, a fare le spese delle piccole imperfezioni legislative è la povera gente: “Ho dovuto accettare il lavoro sottopagato (1 euro!), per continuare a ricevere il sussidio che mi serve per mandare avanti la baracca” ci racconta Hans esasperato “ma per andare da casa mia, in Turingia, al lavoro, devo prendere il treno mattina e sera. Poi devo comprarmi un panino per mangiare qualcosa alla pausa. A fine mese, se guardo nella mia busta paga, mi rendo conto di aver lavorato in perdita. Viene voglia di cercarsi qualcosa al nero”. E se lo dice un tedesco…
Di tutt’altro avviso sono, ovviamente, i vertici governativi: il Ministro dell’Economia e del Lavoro Wolfgang Clement, vero artefice politico della riforma insieme al Cancelliere, invita all’ottimismo: “Il mercato del lavoro può e deve cambiare. Lo stato sociale va rimodellato sulle esigenze della nuova società flessibile. Tutti devono avere la possibilità di lavorare e di essere indipendenti; è importante che tutti facciano il massimo. Le aziende devono credere in questo progetto e assumere, usufruendo degli incentivi statali”. Spiega poi, snocciolando cifre, che il numero dei disoccupati salirà nel 2005 solo in apparenza: la mancata distinzione tra i fruitori di sussidi farà sì che tutti saranno censiti come disoccupati. Il numero potrebbe superare la storica soglia dei 5 milioni, cifra che evoca spettri del passato.
Oltre alle organizzazioni sindacali e a varie associazioni di sinistra e destra, infatti, sono contrari alla riforma anche alcuni settori della società civile per  timore che, come dimostrato dalle regioni della ex Germania dell’Est, la precarietà e l’insicurezza possano favorire rigurgiti di estremismo, soprattutto a destra. Non è un caso che le formazioni politiche più o meno apertamente neonaziste abbiano la gran parte del loro elettorato nelle aree del disagio sociale.
Ma anche Wolfang, artigiano e proprietario di un piccolo stabilimento in Sassonia, ci esprime la sua preoccupazione: “Certo che mi fanno paura questi lavori da un euro. Se il nostro lavoro viene pagato a queste cifre è chiaro che dovrò licenziare degli operai. A fare le spese di questa nuova legge sono le piccole imprese”. In effetti a poter assumere in buon numero nuovi dipendenti, sfruttando gli incentivi, sono soprattutto le grandi imprese.
 Il futuro dirà chi ha ragione. La riforma ha il merito di affrontare un tema cruciale: come si può rimodellare una società prendendo atto dei mutamenti dell’economia globalizzata, senza infrangere del tutto le garanzie a sostegno di chi lavora. La legge propone delle soluzioni possibili: facendo affidamento su sussidi elevati e duraturi, infatti, si poteva rifiutare qualunque offerta di lavoro, quasi si fosse impiegati pubblici, rimanendo però in  un limbo dorato fuori dal mercato. Ora questo stato di cose viene aggredito e le persone sono stimolate a darsi da fare perché ciò che ricevono non basta più. D’altro canto appare già evidente come la legge contribuisca a creare un clima di precarietà e paura. Che le esperienze di “assunzione flessibile” – Co.Co.Co., contratti a progetto, contratti a tempo – possano essere anche una fregatura, soprattutto per i giovani, noi lo sappiamo bene.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.