IL MURO DEL SILENZIO DEGLI EBREI DI DRESDA

Da “Avvenimenti” dicembre 2004

E’ il signor Heinz Joachim Aris a spiegarmi l’incredibile vicenda di un pugno di Ebrei di Dresda miracolosamente sopravvissuti alla Shoà.
Aris è oggi tesoriere della Comunità e memoria vivente della vicenda, breve e pur densissima, di questa parte di mondo: “25 Ebrei erano rimasti a Dresda nel ’45; eravamo stati tutelati fino a quel momento perché componenti di famiglie miste. Mia madre era ariana, e aveva sposato mio padre nel ’33: da quell’unione eravamo nati io e mia sorella”. Sebbene costretti dalle più insopportabili limitazioni, esposti quotidianamente alle persecuzioni e alle tremende frustrazioni che causava la stella gialla sul cappotto, questi pochi fantasmi avevano potuto continuare a vivere in case “ebree” appositamente sigillate.
Ma non sarebbe andata avanti così: <<Arrivò a tutti una comunicazione, con l’ordine di presentarsi alla stazione centrale il giorno 14 febbraio, di portare con sé solo pochi oggetti personali>>. Il momento era giunto, non c’era più salvezza. Il nazionalsocialismo aveva permeato la società tedesca così in profondità da rendere inconcepibile qualunque forma di umana solidarietà verso le vittime.
E allora? Come  è possibile trovarsi oggi di fronte questo signore attempato ma così attivo?
Grazie appunto ad un terribile Deus ex machina della storia: il giorno prima del raduno davanti ai treni della morte, il 13 febbraio del 1945, la città di Dresda venne rasa al suolo (circa il 60% degli edifici distrutti) dalle bombe sganciate dagli americani, in uno degli episodi più tremendi dell’intera sanguinosissima seconda Guerra mondiale. Sebbene il giudizio morale su questo episodio sia stato ormai ampiamente espresso, questo eccidio, paradossalmente, a qualcosa servì: una delle bombe atterrò esattamente sull’ufficio del terribile Schmidt, alto ufficiale delle SS e comandante in capo della Gestapo di Dresda (rintracciato molto dopo e condannato all’ergastolo alla fine degli anni ’80). In un attimo solo furono eliminati tutti i documenti e disintegrate tutte le liste.
Nel caos successivo, con la città e la macchina nazista completamente in ginocchio, gli Ebrei rimasti riuscirono a mimetizzarsi, procurandosi documenti falsi. <<Sembra incredibile, eppure fu proprio così>> esclama Aris che, a distanza di 60 anni, sembra ancora non crederci.
<<Alla fine della guerra noi pochi sopravvissuti ci raggruppammo>> ci racconta ancora, <<in tutto eravamo circa 170: sopravvissuti dai campi, profughi da paesi est-europei, alcuni come me originari di Dresda. Eravamo pochi ma c’era una grande fraternità e voglia di ricominciare a vivere. Era  bello, anche se molti avevano deciso di emigrare in Israele, in America o all’Ovest. Per me poi ci fu un altro evento fondamentale: a 11 anni ho potuto per la prima volta andare a scuola!>>. In effetti il piccolo Heinz Aris come fosse fatto un  banco fino a quel momento aveva potuto solo immaginarlo: la scuola ebraica era stata chiusa nel 1940, quando lui aveva solo 6 anni, e le classi miste erano state rigorosamente vietate dal regime.
Dai circa 6000 Ebrei che la Comunità aveva prima della guerra, ecco che la città di Dresda si ritrovò con circa 170 Ebrei, pochi ma assai attivi. Tutelati dalla Germania socialista e  sempre più anziani, sopravvissero mantenendo sempre attiva questa istituzione: quando crollò il muro di Berlino, nel 1989, la comunità ebraica di Dresda, Comunità principale della DDR, contava 61 iscritti, la gran parte di età avanzata. Una comunità destinata a scomparire.
Eppure oggi, entrando nella nuovissima sinagoga,  riedificata nel 2001 dove era stata bruciata quella del 1838, o nell’altrettanto nuovo Centro della Comunità, non si ha affatto l’impressione di una Comunità in via d’estinzione.
Il perché ce lo dice la professoressa Eva Rietze di Amburgo, convertitasi all’Ebraismo da qualche anno: “In poco più di un decennio il numero degli iscritti si è quasi decuplicato (oggi sono 596) grazie agli immigrati dai paesi dell’ex blocco sovietico sbriciolatosi nel 1991”.
Ma come è possibile una così massiccia immigrazione in così poco tempo? <<Una legge promulgata nel 1990 dalla Germania appena riunificata consente a tutti gli Ebrei residenti in paesi ex-sovietici di emigrare in Germania, fino ad un massimo di 3000 l’anno, godendo di uno speciale statuto giuridico>> ci spiega la professoressa Nora Goldenbogen, Presidente della Comunità.
Pure essendo chiaro l’alto valore morale e il significato riparatorio di questa legge, va aggiunto che gli Ebrei sovietici non sono l’unica minoranza russofona privilegiata in Germania. Ad essi si aggiungono i cittadini dell’Est che, pur non essendo tedeschi, sono però coniugi o figli di tedeschi; e ancora i cosiddetti tedeschi-russi: i discendenti cioè di tedeschi emigrati nei vari paesi appartenenti all’Impero zarista spesso attratti dall’abbondanza di terra. Oggi hanno diritto di tornare: sono russi, parlano russo, e hanno quasi tutti cognomi tedeschi: l’osmosi stupefacente e continua che ha permeato queste terre di confine tra Est e Ovest nel corso della storia.
 <<É chiaro che unire così velocemente due gruppi così disomogenei dal punto di vista religioso e culturale non può essere facile>> racconta la signora Tanaeva, di S. Pietroburgo, oggi nel consiglio della Comunità e responsabile degli Affari Sociali <<in Russia durante il comunismo non era permesso andare in sinagoga e questo spiega perché le tradizioni ebraiche sono in gran parte perdute nei nuovi immigrati, mentre sono ancora ben vive nella comunità tedesca. Io stessa sono emigrata per l’antisemitismo imperante nel mondo slavo e per la paura di avere un figlio soldato ebreo in Cecenia.
Ma sebbene le differenze siano tante, e non manchino i motivi di contrasto, è chiaro a tutti che nessuno potrebbe esistere senza l’altro>>. Perché? <<Senza i nuovi immigrati la comunità di Dresda sarebbe ormai prossima alla scomparsa, e per i nuovi arrivati l’inserimento nella nuova società sarebbe impossibile senza l’aiuto dei correligionari tedeschi: da fare c’è tantissimo. Bisogna aiutare gli anziani a prendere appuntamento col medico e i giovani ad avere il permesso di lavoro, tradurre i formulari e spiegare i vari passaggi burocratici. Si devono organizzare corsi di lingua intensivi per chi apprende velocemente e corsi invece più blandi per chi, come gli anziani, ha più difficoltà ad imparare >>.L’età media è piuttosto alta: qui all’Est si rimane per ricevere l’aiuto economico statale, mentre i più giovani vanno spesso all’Ovest, nelle terre più ricche di lavoro. <<Fino a 45 anni c’è qualche speranza di trovare un posto, e la Comunità Europea finanzia corsi di lingua, passata quell’età, diventa tutto più difficile. Chi è più anziano, pur passando spesso qualche ora come volontario in Comunità, è spesso affetto da problemi di depressione. Per fortuna da quest’anno abbiamo una psicologa di S. Pietroburgo a darci una mano>>. Non sempre sicuro, il tedesco della Tanaeva diventa fluentissimo quando deve orientarsi nell’intricatissima nomenclatura della burocrazia tedesca.
“Ognuno ha il suo piccolo grande compito, e si sente un anello di una catena”, afferma orgoglioso Steffan Hietzig, altro perno fondamentale della Comunità.
Sebbene oggi i “russi” costituiscano il 90% degli iscritti a questa comunità, nelle elezioni svoltesi nel 2002 i seggi nel Consiglio della Comunità si sono divisi abbastanza equamente tra tedeschi e non. <<In fondo non ce lo aspettavamo neanche noi>> commenta la Rietze, <<evidentemente tutti sentono che la convivenza è un valore importante>>.
Certo impressiona questa massiccia immigrazione ebraica verso la Sassonia, dove nelle recenti consultazioni regionali il partito neonazista NPD ha raggiunto quasi il 9%!
<< In molti mi hanno chiesto se dovevamo nuovamente fare le valigie>> confida Tanaeva <<ma io penso di no>>.
Chiedo se ci siano giovani in questa Comunità. <<Certo che ci sono, e molto attivi>>. A parlare è Katia, ventenne studentessa di medicina a Dresda e immigrata 7 anni fa da Kiev, anima dei giovani ebrei di Dresda <<Tutte le domeniche ci si riunisce, divisi in due fasce d’età, per svolgere diverse attività. Con i più piccoli non c’è problema: vanno a scuola tedesca e parlano perfettamente la lingua in 6 mesi. Con gli adolescenti non va sempre bene. Se anche hanno facilità ad apprendere, spesso hanno nostalgia e la mancanza della terra natale li porta ad essere svogliati. Sono consapevole dell’importanza del mio lavoro, perché spesso l’educazione ebraica dei figli è una delle principali cause d’emigrazione: anche dopo il comunismo non è facile essere Ebrei in Russia. E noi cerchiamo di lavorare su due fronti: cercando di rinvigorire le tradizioni ebraiche e l’appartenenza alla nuova terra, non dimenticando però la nostra terra d’origine>>. Una volta al mese la discoteca russa, ogni domenica la proiezione di film russi e l’ascolto di musica russa. E la lingua ufficiale qui tra i giovani è una sola: il russo.
Un rabbino proprio questi Ebrei non lo hanno, ma solo uno in coabitazione: nato a Marrakesh e cresciuto in Israele, ha compiuto i suoi Studi rabbinici a Londra. Oggi vive a Berlino e si occupa a turno delle tre Comunità sassoni: Lipsia, Chemnitz e Dresda. Inutile chiedersi quante lingue parli.
In questa Comunità dunque così unita, eppure anche così spaccata, un personaggio riesce però a ricomporre le liti e a mettere tutti d’accordo. É Claudia Ginzborg, originaria di un paese a 300 km. da Kiev, dove era contabile in una grande azienda. Arrivata in Germania e trovatasi senza lavoro, si è messa a cucinare per la comunità le ricette di sua nonna, i piatti tipici della tradizione gastronomica ashkenazita: zuppe, arrosti, pesci, torte. Ricette pesantissime ma favolose, oggi raccolte in un libro. Per venire a gustare le sue specialità nei giorni di festa o nelle occasioni pubbliche (c’è anche chi le ordina a casa) si mettono da parte dissapori e incomprensioni e,  per una sera, si scordano le difficoltà della vita.                                                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.