ISLAM E VIOLENZA, UN PREGIUDIZIO DA SMENTIRE

Da “L’Unità” 22 marzo 2007

Per sconfiggerlo, il pregiudizio, bisogna tentare di definirlo. Da questa necessità muove Islam e violenza (Laterza, pp. 184, euro 10), in cui Francesca Paci evidenzia subito il nodo centrale della questione: esiste una relazione tra la religione musulmana e la violenza che in suo nome viene perpetrata? Secondo Gianni Riotta, nell’introduzione, spesso si risponde a questo quesito con due “riflessi condizionati”. Quello per cui l’Islam sarebbe una fede intrinsecamente portata allo scontro, e quello che considera il terrorismo fondamentalista unicamente una “conseguenza del colonialismo ottocentesco”.
Negando queste due affermazioni opposte, l’autrice interroga i musulmani italiani, diversi per origine, cultura, classe sociale, professione. E analizza in maniera articolata il tema della violenza nell’Islam in vari ambiti: il rapporto con il terrorismo, le relazioni tra uomo e donna, il ragionamento su Israele e la dinamica noi-altri alla luce di un’ immigrazione sempre più vasta. Tutto ciò che oggi spaventa le nostre società si trova nel Corano? Le riflessioni su questo aspetto sono assai divergenti, tra chi ritiene il testo sacro pieno di riferimenti alla jihad, e chi invece pensa che nel Corano non vi sia alcuna particolare presenza della violenza.
Il problema però esiste, se persino Benedetto XVI detta uno “stop al dialogo con i musulmani senza un confronto preliminare sui diritti umani”; ed è anche terminologico: per jihad si intende la lotta del fedele contro l’infedele, oppure quel percorso di rafforzamento spirituale del musulmano verso la divinità? Ma il tema è un altro: se anche il Corano contenesse esplicite incitazioni alla violenza, non è scontato che queste appaiano minacciose a distanza di più di un millennio. La “mancanza di un clero che interpreti il messaggio divino, mediandone il rapporto con i fedeli” rende la contestualizzazione delle Scritture meno naturale; gli imam, troppo facilmente accostati ai preti, sono solamente guide alla preghiera che però, grazie ai diritti garantiti in Occidente, possono utilizzare il ruolo per indottrinare le nuove generazioni di immigrati. Che “non sono più in grado”, come spiega Fouad Allam, “d’interpretare il testo e si limitano e leggerlo”.
Anche la condizione della donna subisce grandi variazioni. Il hijab (velo) spesso non testimonia alcuna prevaricazione; al tempo stesso, però, la cronaca ci ha abituato a numerosi casi di segregazione e sopruso. Così come i rapporti familiari in genere, nella cornice dell’immigrazione, non sono semplici: accade che i genitori non riescano a spiegarsi la riscoperta religiosa da parte dei figli, che in casi estremi può condurre sulla via del terrorismo. La stessa frattura generazionale sarebbe un frutto dell’emigrazione, inconcepibile nelle società tendenzialmente statiche dei paesi d’origine. Ma in realtà, come nota Stefano Allievi in una ricerca patrocinata dalla Commissione europea, il prevalere della sharia e della umma (comunità dei fedeli) su tutto il resto si registra quando i musulmani non sono “messi in condizione di scegliere”, e l’unico modo per partecipare è riappropriarsi della religione ed esaltare la rete di fratellanza religiosa.
E che cosa vuol dire, esattamente, terrorismo, termine che ha 41 definizioni differenti? Ogni attacco contro civili, oppure – e qui sta il punto problematico! – solo quelli che non reagiscono ad una precedente aggressione? È chiaro che l’ambiguità (anche di alcune frange politiche), qui, riguarda innanzi tutto Israele: secondo Younis Tawfik “Gerusalemme è diventata l’icona dell’Islam sottomesso”; pronunciare la parola Israele è una bestemmia per molti giovani maghrebini anche se tanti, non pubblicamente, ritengono che gli israeliani abbiano diritto a vivere in pace. Una dinamica di rifiuto ma anche di attrazione per il progresso tecnico e la vita democratica assente nel mondo arabo, e che però aumenta la frustrazione rispetto alle condizioni della comunità musulmana. La Paci non lesina, per fortuna, rari lampi di speranza: Hamid ed Ester, musulmano ed ebrea, hanno aperto una rosticceria mediorientale nel centro di Torino. “Bisticciano per ore, in cucina”. Ma convivono, e questo è un grande risultato.

TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.