KASIMIERZ, DA GHETTO A QUARTIERE TRENDY

Da “l’Unità” 21 agosto 2005
Di Tobia Zevi

Lukasz è l’immagine del giovane polacco. Non solo per i lineamenti del viso, ma anche per la sua storia: nato a Kathovice, una città industriale a 250 km da Cracovia, viene da una famiglia della piccola borghesia postcomunista. I genitori lavorano in un’impresa edile di proprietà dello zio, consentendo a lui e a suo fratello di studiare. Riceve una borsa di studio per merito, e un credito bancario che dovrà cominciare a restituire cinque anni dopo la fine dell’università.
Studente di legge, appassionatissimo di storia, è avido di notizie e di fonti dirette, precluse in epoca comunista, e rispecchia le tendenze ideologiche dei suoi coetanei; è un accanito sostenitore di un liberalismo spinto fino alle estreme implicazioni sociali, e altrettanto convinto della politica estera dell’amministrazione Bush. Trovandosi grazie all’Erasmus un anno in Germania, si dice davvero sorpreso, oltre che infastidito, dall’ “ossessione” antiamericana che traspare dalle colonne dei quotidiani tedeschi.
Andando a zonzo con lui per le strade di Cracovia, la città dove vive, mi porta con particolare soddisfazione a visitare il quartiere di Kasimierz, il vecchio quartiere ebraico. Quest’area, fino al 1939 vera anima del giudaismo polacco, è oggi nuovamente assai vitale, grazie al fiorire di ristoranti e pub, e al ricco turismo da Israele e Stati Uniti. I discendenti delle vittime dei nazisti, eredi dei possibili amici del giovane Wojtyla, tornando trovano un quartiere pieno di ristoranti kosher, di sinagoghe e di pupazzi raffiguranti hassidim. L’unica cosa che manca sono gli ebrei, oggi solo 150 tra gli ottocento mila che in questi giorni piangono il loro più illustre concittadino.
Al di là dell’aspetto economico, mi racconta il clima di rinascita che si respira in questa zona: “La cosa più interessante di questa nuova primavera, dopo decenni di abbandono” mi spiega “è che è stata interamente spontanea. Mentre dopo il 1990 il centro di Cracovia è stato restaurato dall’amministrazione, Kasimierz è risorto grazie all’iniziativa di imprenditori che hanno creato locali notturni, attrattive turistiche e ritrovi per studenti; ma sono nate anche pubblicazioni amatoriali, e manifestazioni culturali come il popolarissimo festival della cultura ebraica, sui cui naturalmente, ora che girano i soldi, tutti hanno messo le mani.”
Kasimierz è dunque così trendy, ma anche così amato, perché ha rappresentato la possibilità per i privati di inventare e creare senza dipendere dallo stato. E’ certamente per questo che Lukasz, contrario a qualunque intervento statale in economia, trova significativa questa riqualificazione urbana. Una controeredità culturale comunista.
“Un altro aspetto per cui vale la pena analizzare questo quartiere” prosegue “è che esso testimonia una secolare convivenza: mentre oggi la società polacca è composta al 98% da cattolici, ed è quindi assolutamente omogenea, nella storia non è mai stato così. Prima della seconda guerra mondiale le minoranze ebraiche, ucraine e bielorusse costituivano una parte considerevole del nostro tessuto sociale.”
La storia del quartiere risponde dunque a due esigenze della Polonia post-comunista: il riappropriarsi della storia ebraica significa recuperare un pezzo di storia nazionale polacca, che per decenni il regime ha osteggiato; vuol dire inoltre scagliarsi in modo indiretto contro la fama di antisemitismo che i polacchi si sono meritati. Lukasz si scalda: “Io sinceramente questa fama, gran parte di matrice ebraica, proprio non la capisco. I nazisti furono contro gli ebrei! In Polonia questi sono sempre vissuti tra alti e bassi, come dappertutto. L’episodio più recente di intolleranza qui  risale ai primi anni del comunismo: molti odiavano i pochi sopravvissuti ai campi perché militavano nelle file del partito. ” Alla mia domanda sui ripetuti pogrom nel corso dei secoli si mostra poco informato; quando gli chiedo se tutta la ristrutturazione di Kasimierz non fosse per caso una semplice strategia commerciale per attirare turisti ebrei, mi spiega: “Verrebbero comunque a visitare le tombe dei loro familiari. Lo fanno già in molte altre località della Polonia o della Repubblica Ceca che non vivono questa nuova stagione. Il rinascimento di Kasimierz rispondeva invece alla profonda esigenza degli abitanti di sperimentare la propria abilità imprenditoriale.”
E comincia a raccontarmi la storia di queste strade: edificato a partire dalla metà del XIV sec., il quartiere reca il nome del re Casimiro, l’unico sovrano polacco ad essersi conquistato l’epiteto di grande. Il monarca decise di realizzare creare questo polo a breve distanza da Cracovia, con cui non fu mai particolarmente benevolo; la costruzione di chiese, monasteri, strade e soprattutto dell’università doveva di fatto rendere questo il centro del regno. La zona non era pensata per gli ebrei, che tuttavia hanno sempre ricordato il sovrano con rispetto ed ammirazione. Particolarmente convinto dei vantaggi di una presenza ebraica, Casimiro ne fu promotore. “La leggenda insinua però” sogghigna Lukasz “che a renderlo così non fu la ragion di stato, ma un’ amante ebrea”. Nulla di nuovo sotto il sole: già nella Bibbia Ester, la bella ebrea moglie del re di Persia,  convinse il marito a risparmiare il  suo popolo.
Gli ebrei in ogni caso si stabilirono a Kasimierz nel corso del tempo, generalmente scappando dalle persecuzioni nella vicina Cracovia, ma anche da quelle compiute a Praga, in Boemia e persino in Italia. Il periodo d’oro del quartiere risale ai secoli XVI e inizio XVII: di pari passo allo straordinario sviluppo artistico della parte cristiana grazie all’opera di celebri architetti europei, sorsero anche nella parte ebraica  ben sette sinagoghe e pregevoli edifici pubblici. Prosperità economica e sociale. E’ in quest’epoca che il direttore della scuola talmudica di Kasimierz (yeshivà), noto come Remuh, postillò il principale libro di norme dell’ebraismo sefardita, adattandolo agli usi delle comunità ashkenazite; un libro ancora oggi di enorme valore per la dottrina ebraica.
La comunità era imperniata su alcune figure di riferimento: il rabbino capo, il consiglio della comunità (Kahal), il direttore della scuola talmudica e il macellaio. La parte ebraica rimaneva aperta, anche se c’era la possibilità di serrarsi per sicurezza; in alcuni settori della vita quotidiana vigeva il diritto ebraico. I colori dovevano essere luminosi, forti e decisi come le spezie che i mercanti ebrei riuscivano caparbiamente ad importare dall’oriente, per poi smistarli sulla scena europea.
Il declino del distretto comincia alla metà del XVII sec, per una serie di ragioni: il trasferimento della capitale a Varsavia, le invasioni degli svedesi, le pestilenze e le inondazioni. Per duecento anni non fu costruita alcuna sinagoga e i monumenti nell’area cristiana subirono pesanti danneggiamenti. Con l’anno 1880 cessa la storia di indipendenza di Kasimierz. Il quartiere venne annesso a Cracovia, sancendo in questo modo il fallimento del sogno di re Casimiro. Anche per gli ebrei di Kasimierz il secolo XIX fu un momento difficile: sebbene il governo austriaco concedesse loro la cittadinanza nel 1867, e si occupasse del risanamento di quest’area, la comunità non era unita. Tre diverse anime si stagliavano nell’ebraismo di Cracovia: quella ortodossa tradizionale, arricchita nel frattempo dell’esperienza hassidica; quella liberale che faceva riferimento all’illuminismo ebraico (Haskalà), e che gradualmente si allontana da Kasimierz; quella sionista, comparsa alla fine del secolo e che mirava all’emigrazione in Palestina. In ogni gruppo si parlava una lingua diversa: yiddish per gli ortodossi, polacco per i liberali ed ebraico per i sionisti.
Le tonalità non sono più sgargianti come nei secoli precedenti, ma più tenui: le prime foto raccontano la vita di un’ immensa comunità (la popolazione ebraica si manteneva stabilmente tra il 25 ed il 30 per cento di quella cittadina) che, sebbene fosse un importante centro culturale, non era più così prospera. Quelli che facevano fortuna, favoriti anche dall’atteggiamento liberale, abbandonavano Kasimierz per altre zone, attirandosi le ire dei rabbini che, per paura dell’assimilazione, arrivavano alla scomunica. Alla fine del secolo si stampavano, nelle tre lingue, 66 giornali ebraici, straordinaria testimonianza del fermento intellettuale.
L’Olocausto si abbattè inesorabilmente anche su questo angolo di mondo, annientandone la vita. Degna di nota, ancorché conosciutissima grazie al film di Spielberg, la storia di Schindler, l’industriale nazista che salvò circa 1100 lavoratori ebrei nella sua fabbrica. Della sua presenza a Cracovia oggi è rimasto poco, ma le guide si affrettano a mostrare tutti i luoghi dove il film è stato girato.
Dopo la guerra i pochi sopravvissuti non trovarono più le loro case, invase da sfollati o da gente comune. “Non furono occupate le case degli ebrei” si affretta a spiegarmi Lukasz “tutte le abitazioni private furono requisite dai comunisti”. Non cerco di contraddirlo. In ogni caso la vita culturale ebraica, esclusa quella della comunità, durò a Cracovia come nel resto della Polonia fino al 1968; quando il partito comunista, di cui gli ebrei erano stati sostenitori, ordinò l’epurazione di molti impiegati dagli uffici pubblici e da società statali, dando vita all’ultima massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti o Israele.
Mi capita di parlare con Fairlie, una giovane ebrea australiana, e le racconto di essere a Cracovia. “I miei nonni sono proprio di lì” racconta “Emigrati dopo la guerra, parlano della Polonia come di un posto orribile: ma com’è? Io non so se ci andrei…”.
Com’è? Il centro, interamente restaurato, è splendido. Rispetto ad altre città dell’ex bacino sovietico, colpisce che non sia tirata a lucido, ma conservi una patina leggermente decadente, ancorché estremamente attiva. Kasimierz ancora di più.
Finiamo la passeggiata, e andiamo a riscaldarci in un pub del tutto particolare: “Il primo aperto a Kasimierz dopo il comunismo” spiega fiero Laznia, il proprietario “quindici anni fa ho iniziato qui per ridare vita ad un posto che sembrava averla perduta per sempre. Ma ora è finito il mio compito, posso andar via e darmi da fare da qualche altra parte, come a Nova Huta (il degradato quartiere comunista).

TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.