L’ABC DEL CORANO

Da “Left” luglio 2006

É un problema carsico, quello dell’istruzione islamica in Italia. Affiora di tanto in tanto, quando qualche particolare situazione balza alle cronache e conquista l’interesse dei mezzi di comunicazione; come nel caso, un anno fa, dell’istituto di via Quaranta, a Milano, direttamente collegato con la moschea di viale Jenner: sorto dieci anni prima come scuola consolare egiziana, elementari e medie, oltre 400 studenti e un edificio industriale ritenuto “non idoneo ad ospitare una scuola” (questa la motivazione della chiusura). Una questione che apriva un problema pratico, ovvero l’effettiva inadeguatezza degli studenti a proseguire nel ciclo scolastico italiano, e un problema politico-culturale, poiché il centro veniva ritenuto veicolo di un Islam integralista, salafita, osteggiato in primis dagli esponenti musulmani moderati. Tesi, questa, negata però da autorevoli politici di sinistra, milanese e nazionale, che lanciavano accuse di razzismo culturale ed ideologico. Una nuova ondata di discussioni si è poi scatenata qualche mese fa, quando il cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, si è dichiarato favorevole (primo prelato, ma non primo in assoluto), a classi islamiche all’interno della scuola statale. Ciò che però manca in Italia, allo stato attuale, è una visione d’insieme su questo tema: all’interno del sistema educativo e nella società, come trovare il modo di tutelare il diritto dei musulmani alla propria identità culturale, senza dover rinunciare a formare nuovi cittadini italiani.
A fronte dei 250 mila studenti di questa fede iscritti a classi italiane, si sono sviluppate nel nostro paese diverse esperienze alternative: a Roma ci sono per esempio due scuole estere, simili come concetto a quelle americane, francesi o tedesche, frequentate soprattutto da figli di diplomatici o uomini d’affari. La scuola saudita nasce 3 anni fa, in un villino sulla via Cassia. Inizialmente pochi studenti, oggi hanno raggiunto quota 134 e pagano una retta annuale di 1400 euro (con parecchie agevolazioni previste), si va dalle elementari al liceo e i docenti sono italiani, tunisini, marocchini; vi si insegnano le materie del programma saudita, che vengono integrate con la lingua italiana e la storia europea. «Esistono 15 scuole saudite nel mondo» ci spiega il console Saud Al Dail «e il titolo di studio è riconosciuto dallo Stato italiano». Ma che tipo di Islam si apprende in queste aule? «I nostri maestri propongono una versione moderata, poiché bisogna conformarsi al paese dove si vive. Per esempio le classi sono miste, maschi e femmine studiano assieme». Ma su questa valutazione non tutti, nel variegato panorama dei musulmani d’Italia, concordano: secondo autorevoli rappresentanti del “fronte moderato”, infatti, in questo istituto verrebbe impartita la dottrina wahabita, quella più oltranzista, assai pericolosa per la sua contiguità con posizioni fondamentaliste. Proprio a questa impostazione della religione, difficile da esportare persino nei paesi arabi e in contrasto con un desiderio di integrazione, sarebbe da imputare il numero non troppo elevato di studenti. Dove sia la verità, però, è difficile da stabilire.
La scuola libica, invece, ha una più lunga tradizione: «Quando la frequentavo io ci andavano soprattutto i figli di diplomatici, bambini che, come me, non volevano perdere degli anni a causa della lingua» ci racconta Osama Al Saghir, tunisino di 22 anni, presidente dei Giovani musulmani d’Italia «Miei compagni di classe erano il figlio dell’ambasciatore egiziano, libico ed iracheno. Si studiava in arabo ma si imparavano varie altre lingue e si puntava molto sull’italiano; la mia permanenza è stata tutto sommato breve: appena sono stato in grado di comunicare sono passato  alla scuola statale, senza incontrare alcuna difficoltà». Nessun dubbio, in questo caso, sul tipo di tradizione islamica. Semmai fa sorridere l’ora di studio, obbligatoria, del “Libro verde” di Gheddafi, summa del pensiero del dittatore arabo.
Un’ulteriore possibilità, per tutti quei musulmani che vogliono conoscere la loro cultura ma non se la sentono di rinunciare al ciclo di studi pubblico – o magari non possono permettersi una di queste rette – sono le scuole coraniche, spesso dette “scuole del weekend”. «Molte moschee hanno approntato centri di studio del Corano nel finesettimana» ci spiega Mario Scialoja, rappresentante in Italia della Lega musulmana mondiale «Fin qui niente di male, ma bisogna capire di quale impostazione della fede stiamo parlando». Tra i 638 luoghi di culto islamici attivi oggi in Italia, soprattutto nei grandi centri e in maggioranza sotto il controllo dell’UCOII (Unione delle Comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia), sono molti ad avere optato per questa soluzione: a Roma, nel quartiere popolare di Centocelle, c’è un grande insediamento di musulmani, che convivono in ottimi rapporti con gli abitanti storici del quartiere. La moschea fu costruita – per meglio dire, impiantata nel seminterrato di un palazzo – nel 1994, e fu proprio la sua presenza ad accrescere la comunità araba nella zona, che nel giro di pochi anni si è riempita di negozi stracolmi di prodotti tipici. I corsi furono istituiti poco dopo: oggi vi sono 100 studenti, maschi e femmine, dai 5 ai 14 anni; le lezioni iniziano il sabato pomeriggio, dopo la scuola, e proseguono la domenica mattina.
Mohamed Ben Mohamed, professore tunisino, è il direttore dell’associazione culturale da cui dipendono queste lezioni: «Ne sono orgoglioso» ci dice «Stiamo offrendo un servizio molto importante ai nostri figli, ma anche alla società italiana, perché siamo un esempio di integrazione. C’è un grande rispetto con il quartiere, ci è persino capitato di ospitare riunioni di condominio, perché abbiamo la stanza più vasta di tutto l’edificio». Quest’anno il VII Municipio di Roma ha anche concesso l’utilizzo delle aule della scuola media di zona, perché i ragazzi non entravano più nelle classi all’interno della moschea. Alla festa per la chiusura estiva, sempre nell’istituto pubblico, hanno preso parte persino molti vicini, incuriositi. Ma esiste, secondo lei, un problema dell’istruzione islamica in Italia? «2 giorni a settimana non bastano per tutta la tradizione; quello che servirebbe sono delle scuole parificate, in cui si affianchino lingua araba e cultura coranica al programma italiano ».
La soluzione, in effetti, non può che essere questa, ed appare in teoria piuttosto semplice: scuole parificate sul modello di quelle cattoliche o ebraiche; istituti riconosciuti dallo Stato italiano e regolati, nel caso delle scuole ebraiche, dall’Intesa stipulata nel 1984 tra lo Stato italiano e l’Unione delle Comunità. Proprio la mancanza di un’Intesa tra Stato e comunità islamica (non ne esiste oggi un’unica rappresentanza, altro problema) impedisce che vi siano esperienze analoghe nel mondo musulmano. Non è però, questa, l’unica causa: spesso, nonostante il bisogno e la grande richiesta, si fa fatica a reperire fondi e a trovare persone capaci di progettare; e la stessa opinione pubblica si mostra frequentemente ostile con comitati di quartiere o associazioni di cittadini, favorita anche dai messaggi iniettati dai massmedia. Ma persino tra i possibili utenti, i musulmani d’Italia, si riscontra talvolta un atteggiamento ambivalente: per la paura di essere considerati chiusi e ghettizzati si evita di aprire il discorso, sebbene l’esigenza sia ormai chiara a livello italiano, e già ampiamente affrontata in molti paesi europei.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.