L’EBREO E IL NAZISTA, STORIA DI SALVEZZE INCROCIATE SOTTO LE BOMBE DI DRESDA

Da “Il Foglio” 27 gennaio 2005
Il 13 febbraio del 1945, la città di Dresda, la “Firenze dell’Elba”, viene distrutta in tre attacchi consecutivi – dalle nove di sera alla mattina successiva – dai bombardieri inglesi e americani e ridotta a un cumulo di macerie.
Di questa immane tragedia, su cui il dibattito storiografico ha espresso opposti e controversi giudizi morali, vogliamo qui raccontare una microstoria che abbiamo scovato andando alla ricerca dei testimoni ancora in vita. Una vicenda in cui la morte dell’uno significa la salvezza dell’altro. Un episodio paradossale nel quale, inoltre, carnefici e vittime, nazisti ed ebrei, si salvano reciprocamente la vita, scambiandosi  rapidamente i ruoli, mentre gli eventi precipitano.
Incontriamo Heinz Joachim Aris, oggi tesoriere della Comunità ebraica di Dresda, in una calda mattinata invernale. All’epoca dei fatti, egli è un bambino di dieci anni, figlio di padre ebreo e di madre ariana. Proprio in quanto solo “mezzo  ebreo” non è stato ancora deportato nei campi e ha, anzi, la fortuna di vivere con la sua famiglia presso la nonna materna, “quella ariana”, come racconta lui. Nelle stesse condizioni ci sono a Dresda circa altre duecento persone, perlopiù rinchiuse  in case apposite, destinate a “mezzi ebrei”. Entrambi i genitori lavorano: la madre come impiegata, il padre precettato in diverse fabbriche come lavoratore coatto. In particolare, ciò che Aris ricorda come particolarmente penoso è la scarpinata dopo il lavoro: immediatamente riconoscibile dalla stella gialla sul petto, suo padre Helmut non può salire sui mezzi pubblici e, dal momento che lavora all’altro capo della città, è costretto a un’ora di cammino notturno.
In realtà quel 13 febbraio l’umore nero del capofamiglia è dovuto a ben altro, ma i suoi parenti non ne sono a conoscenza. Il giorno prima Helmut è stato convocato dall’autorità responsabile per gli ebrei e gli è stata consegnata un’ingiunzione: dopo tre giorni deve presentarsi con i due figli (la moglie ariana, no) alla stazione centrale, portando solo pochi effetti personali, nessun oggetto di valore e nessuna divisa straniera. A leggere tra le righe il messaggio risulta chiarissimo: sembra proprio giunta la fine, ma per adesso nessuno ne è informato.
Anche il piccolo Heinz, ignaro di tutto, il 13 febbraio è in un stato d’animo pessimo, ma per un’altra ragione: se anche abituato, ormai, a passare gran parte del tempo a casa, non potendo come ebreo frequentare parchi e scuole, non tutti i giorni fanno male allo stesso modo. E va bene non poter frequentare la scuola, va bene pure non poter giocare a pallone con i coetanei, ma martedì grasso… Dover guardare dalla finestra – anch’essa distinta dalla stella gialla sull’infisso –  gli altri bambini mascherati, è veramente troppo! Anche nel racconto di oggi, a distanza di sessanta anni esatti.
Giunge la sera, e a casa Aris tutto sembra normale, triste come sempre, e forse solo poco di più che nelle altre famiglie di Dresda: nella città sassone ci si sente ormai ad un tiro di schioppo dall’Armata Rossa, immaginata come un’orda barbarica alle porte. Tra i pochi ebrei rimasti, ovviamente, la percezione è radicalmente diversa: non si pensa a Stalin come a Gengis Kahn, ma come a un liberatore, e certo non per convinzioni politiche. L’intera città è invasa da profughi che giungono dalle regioni dell’Est, in particolare dalla Prussia orientale, e i racconti che portano non sono davvero incoraggianti. I tedeschi, poi, conoscono bene ciò che essi stessi hanno fatto durante l’avanzata nel cuore della Russia, e immaginano, dunque, che la vendetta degli Untermensch non potrà che essere tremenda. Ma questo, a casa Aris, oggi non interessa, e la lettera custodita nella fodera interna della giacca, ancora taciuta, pesa più di mille parole.
Alle nove e mezza il primo attacco, seguito a circa tre ore di distanza dal secondo: lo spettacolo è quello di una gigantesca Troia distrutta e data alle fiamme. Helmut Aris, salito in soffitta, osserva lo spettacolo e si rende conto che niente sarà più come prima. E peggio di prima, d’altronde, non può andare.  Tra i duecento ebrei rimasti a Dresda, circa la metà muore nel bombardamento: i sopravvissuti hanno quasi tutti la stessa impressione di Helmut Aris. La fuga e il nascondersi – ciò che prima sembrava impossibile – sono diventati un’ ipotesi ragionevole nel caos generale. Anche perché  una bomba ha centrato il quartier generale della Gestapo, disintegrando ogni cosa e disperdendo, tra l’altro, l’elenco egli ebrei della città.
La mattina seguente, nella città che ancora fuma, in attesa del terzo e definitivo attacco, i due genitori chiamano i bambini, Heinz e la sorellina minore, e tutti assieme si strappano la stella gialla. In un breve e concitato consulto notturno, il padre ha informato la moglie della minaccia che incombe sulla famiglia: la risoluzione comune è quella di tentare la via della Cecoslovacchia, dove sempre più velocemente avanzavano i sovietici, che hanno già liberato Auschwitz. Ma quella mattina, 14 febbraio, gli Aris  si rendono  conto che persino la più precipitosa delle fughe ha bisogno di una minima preparazione, e che, in ogni caso, nella propria casa non si può più rimanere. La signora Aris ha però un’ amica fidata, una compagna della giovinezza, una delle poche che non l’ha abbandonata nonostante la sua “incomprensibile decisione” di sposare un ebreo: la signora Müller, impiegata all’anagrafe, che ha già perso il marito in guerra. La famiglia è ora composta da lei e dai suoi due bambini e abita nel centro città. La famiglia Aris al completo si avvia, tra le macerie, nella direzione della sua abitazione. Quando finalmente giungono a destinazione, gli Aris non credono ai propri  occhi: l’intera strada semplicemente non esiste più. E come si fa, infatti, a riconoscere una via se non sta più in piedi neanche un palazzo a delinearne il lato, e non c’è un manto stradale degno di questo nome? Qualche domanda rivolta ai pochi fantasmi che si aggirano tra le rovine in cerca di qualcosa e una breve perlustrazione rendono chiaro il quadro della situazione: l’amica di infanzia e i due figli sono  morti sotto i bombardamenti. Un’ intera famiglia, come tantissime altre, cancellata in una notte. Ed è a questo punto che a Helmut Aris viene in mente un’ idea semplice ma geniale: anziché fuggire in Cecoslovacchia, cosa peraltro non facilissima, la famiglia Aris diventerà la famiglia Müller. Per comodità, e per evitare di tradirsi, ai due bambini viene consentito di tenere il loro primo nome. Ma per il resto, da questo momento la famiglia Aris non esiste più. Quello che bisogna procurarsi ora sono dei documenti. Certamente, il marasma totale in cui la città versa renderà la cosa più facile. Il caso vuole, infatti, che Helmut Aris conosca un funzionario di partito, un nazista a tutti gli effetti, che si è sempre mostrato piuttosto benevolo nei suoi confronti. Non si vedono da molto tempo, perché “non sta bene” frequentare ebrei e perché gli ebrei erano sottoposti a limitazioni assai fastidiose. Ve l’immaginate una serata in cui, durante una passeggiata, si debba continuamente cambiare strada? Vietato agli ebrei di qua, vietato agli ebrei di là. Una vera rottura. Quella mattina, comunque, Helmut decide che bisogna ad ogni costo fare quel tentativo. Con tutta la famiglia si reca da questo burocrate, che sa essere  in grado di produrre documenti falsi eppure assolutamente validi, per sincerarsi innanzitutto che sia ancora vivo. Arrivati a destinazione, scoprono che l’uomo vive ancora lì, con la sua famiglia. Ma lo shock è stato enorme anche per lui: la fine della guerra, la sconfitta della Grande Germania e il momento della resa dei conti sono ormai questione di mesi, forse di giorni. E, probabilmente, è proprio sotto l’effetto di questo clima  angoscioso, più che per un soprassalto di coscienza, che il ligio funzionario decide di aiutare questa nuova famiglia Müller. Non solo procura agli Aris i documenti di cui hanno bisogno, ma si offre di ospitarli a casa sua, spacciandoli per sfollati qualunque, per gente che ha perso tutto nella distruzione di Dresda.
I coniugi Aris decidono di accettare: nei pochi mesi che mancano alla fine della guerra, i due nuclei familiari convivono sotto lo stesso tetto. “Non è escluso che ci fosse una certa diffidenza”, racconta Heinz Aris, “ma il senso di sospensione di cui tutti ci sentivamo parte creava anche una certa solidarietà”. La città viene conquistata dai russi, e la famiglia Aris può finalmente tornare alla casa delle nonna materna, dai cui stipiti viene tolta la stella gialla. Sopravvissuta grazie ai bombardamenti e all’aiuto di un nazista, la famiglia Aris è miracolosamente scampata alle persecuzioni e alla guerra. Ma il destino aveva in mente un ultimo scherzo: i liberatori russi si comportavano nelle città conquistate come spesso fanno le truppe occupanti. Angherie e soprusi di vario genere, e soprattutto violenze sessuali alle donne, erano all’ordine del giorno. Con particolare accanimento i soldati infierivano, poi, su quelle persone che erano più chiaramente colluse col passato regime: funzionari di partito, dunque, o di corpi speciali dell’esercito, noti per la loro efferatezza. Ed  è così che, dopo qualche giorno, Helmut Aris, aprendo la porta di casa, si trova davanti lo stesso nazista, presso il quale ha vissuto con tutta la famiglia nei mesi precedenti. Spaventato dalle voci che circolano sulla crudeltà dei soldati sovietici, soprattutto preoccupato per la sorte della moglie, l’uomo chiede ora ospitalità e rifugio alle stesse persone che poco tempo prima aveva accolto nella propria casa.
Nei mesi successivi, prima che la situazione si stabilizzi con la fine delle ostilità, le due famiglie si ritrovano ancora sotto un unico tetto, in un altro quartiere della città spettrale. La stella gialla, non più sui cappotti e sulle porte, è inopinatamente diventata una sorta di lasciapassare: i russi vincitori, pur commettendo violenze e abusi, sentono di assolvere il loro compito morale proprio in quanto liberatori degli ebrei.
Guardando  all’intera vicenda sessant’anni dopo, non c’è alcuna morale da trarre.  E, tuttavia, senza banalizzare, tenendo ben presenti ruoli e responsabilità, ricordando chi sono le vittime e chi i carnefici, vengono in mente le parole del Manzoni su quell’incredibile guazzabuglio che è il mondo e chi lo abita.
 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.