LA CAPANNA DELLA PACE

Da “Confronti” dicembre 2005

É rara, negli ultimi mesi, una giornata di sole intenso, senza nuvole; ma forse ancor più insolita è l’iniziativa di domenica 28 ottobre scorso, a piazza delle Cinque Scole, nel cuore del quartiere ebraico di Roma. La “Sukkat shalom” – la capanna della pace – giunta alla seconda edizione, è un evento del tutto particolare: organizzata in collaborazione dal gruppo “Martin Buber – Ebrei per la pace”, dalla rivista “Confronti” e dal gruppo giovanile sionista “Kidmah”, propone una prospettiva di speranza e di impegno nell’ambito del dialogo interreligioso e nel confronto tra le culture. Persone di varie fedi intervengono sotto alla piccola volta di frasche issata in fretta e furia in mezzo a palazzi e sampietrini, e questa volta la sfida è ancora più grande, dal momento che l’intera giornata è pensata ed articolata in una serie fitta di dibattiti, intervalli gastronomici e momenti musicali.
Un’ atmosfera gioiosa che accompagna relatori e pubblico fin dalla mattina, in maniera del tutto armonica con lo spirito ebraico della festa di Sukkot, la festa delle capanne: il Rabbino Nachmann di Breslav, nipote del Baal Shem Tov fondatore del movimento hassidico, spiegava l’obbligo per la capanna di avere almeno due lati e mezzo costruiti con la forma di un braccio piegato nell’atto di abbracciare; e del resto uno degli altri nomi della ricorrenza, della durata di otto giorni, è proprio quello di “Festa della nostra gioia”.
Il tema di quest’anno, la “precarietà”, ben si presta ad un’analisi complessa e ad una notevole quantità di argomenti; dopo i saluti iniziali, ad opera di Mostafa El Ayoubi, Victor Magiar e chi vi scrive, Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma, interviene spiegando l’intricato rapporto tra gli ebrei e gli altri popoli della Terra che questa festa simboleggia; una relazione che trova la sua compiuta rappresentazione nel numero di capri che venivano sacrificati nel corso dei sette giorni della festività, quando ancora esisteva il Santuario: i settanta animali corrispondevano ai popoli della Terra, secondo la tradizione biblica, con i quali dunque la capanna instaura ogni anno una fitta rete di corrispondenze.
Dopo la lezione del rabbino la parola passa a Vanda Piccolomini e Shulim Vogelmann, che parlano rispettivamente della precarietà nelle letterature palestinese e israeliana: esperienze diverse ma con alcuni tratti certamente comuni, decisamente militanti, che conoscono oggi una fioritura davvero sorprendente se comparata alle due popolazioni. Momento dotto e di piacevole apprendimento per un tema che forse, soprattutto nel caso della letteratura palestinese, non è ancora noto al grande pubblico, ormai uso a maneggiare con frequenza i testi dei grandi scrittori israeliani. E momento preceduto da una gustosa degustazione di frutta sotto la Sukkà, disabitata momentaneamente dai suoi relatori sfrattati e invasa festosamente dagli astanti: la norma ebraica prescrive di sedere e mangiare nella capanna con piacere, quanto più tempo possibile nel corso degli otto giorni, ma con gioia. Come in questa domenica.
La pausa pranzo permette di farsi un giro per i molteplici ristoranti, paninerie e bistrot kasher che nel corso degli ultimi anni sono fioriti nel vecchio ghetto, in passato mai così vitale dal punto di vista ebraico, e frequentato dal 2003 dai bambini delle scuole ebraiche, prima site sull’altra sponda del fiume.
Il pomeriggio comincia con una tavola rotonda sul tema del giorno in vari ambiti, moderata da Clotilde Pontecorvo: Giada Valdannini, studiosa dei Rom, riferisce dell’instabilità assoluta che caratterizza la storia di questo popolo, e indaga le cause di questa diaspora prolungata nel corso dei secoli; Daniele Garrone, Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma, recita invece un “elogio della precarietà”, messa oggi in crisi dalla certezza granitica che si attribuisce alla divinità e che si riflette anche in come l’uomo pensa se stesso; da ultimo Nando Liuzzi, esperto di questioni sindacali, descrive la situazione attuale del mondo del lavoro, la mancanza di sicurezza che nasce dalla fine del concetto di “busta paga”, vera e propria garanzia sociale nei decenni del dopoguerra.
Saltato per una forzata assenza dell’artista il concerto di Evelina Meghnagi, la giornata si conclude con il concerto dei Taraf de Transilvania, gruppo di musica romanì, che allieta questo imbrunire autunnale con suoni sconosciuti, nei quali molti ascoltatori, contagiati dal clima di contaminazione culturale, ravvisano analogie con la musica Klezmer.
Proprio il programma di questa iniziativa consente di tracciare due costruttive ipotesi di lavoro per il futuro: da un lato come proseguire nel dialogo interreligioso, dall’altro come giungere, o almeno come avvicinarsi, nelle varie parti del mondo, alla pace. In primo luogo è da encomiare che dopo molti anni il confronto sia ravvivato attivamente da gruppi di giovani, impegnati politicamente e socialmente, e riesca finalmente a divenire patrimonio non solo di eccellenti cenacoli intellettuali, ma di piazze riempite; in secondo luogo quest’iniziativa mostra una delle strade che il dialogo tra fedi diverse deve percorrere: quella che conduce ad una saldatura tra tematiche propriamente religiose e questioni politiche e della società civile. Solo in questo modo la sensibilità confessionale potrà costituire un apporto efficace nella costruzione di un mondo migliore, con più pace.  Una prospettiva dunque difficile, ma che non possiamo non seguire. Con impegno. Precariamente.

                                            TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.