LA SPOSA TURCA

Da “Avvenimenti” marzo 2005

Un libro e sei ragazze ammazzate negli ultimi quattro mesi fotografano la preoccupante situazione della comunità turca in Germania.
Necla Kelek, sociologa di Amburgo, descrive ne “La sposa straniera” l’esperienza frequente di giovani donne turche importate in terra tedesca per matrimoni combinati. La ragazza viene selezionata generalmente nel nucleo familiare allargato e in un piccolo centro; deve essere appena maggiorenne e non conoscere troppo il mondo. Quando i parenti già emigrati volano in Turchia, a trattare sono solamente i genitori, che con le buone o con le cattive convincono la prescelta. Una volta arrivata in Germania la porta si chiude alle sue spalle: costretta a convivere con un marito che conosce appena, quasi sempre un lontano cugino, è sottoposta all’autorità dei suoceri con cui vive e che la hanno comprata; le è interdetto l’esterno sia per lavorare sia per stringere amicizie; non imparerà mai la lingua e non sarà mai a conoscenza dei diritti che le spettano come donna e come residente (quando i congiunti le permetteranno di completare le pratiche).
In questo quadro senza via d’uscita non le è possibile scappare in caso di sopraffazioni o violenze, come nelle vicende narrate dal libro. Raccontare l’amarezza della vita dispiacerebbe i genitori e non servirebbe a nulla: il ritorno in Turchia equivarrebbe alla morte sociale.
Una storia tra le tante: famiglia turca da vent’anni in Germania, sussidio di disoccupazione; tutti e sei vivono in due stanze, e solo la giovane coppia ha diritto alla camera matrimoniale, mentre nonni e nipoti dormono in salotto. “Tutto è cominciato quando il primogenito cominciava ad essere grande” ci spiega la madre “e abbiamo deciso di rischiare, pur non avendo soldi. Abbiamo chiesto un prestito di diecimila marchi e siamo partiti, tutti insieme, per andare a trovargli moglie in Turchia. Dopo aver visitato gran parte del parentame eravamo rassegnati a tornare senza aver risolto niente, quando abbiamo incontrato mia nuora, cugina di terzo grado”. Un gioco da ragazzi. I marchi bastano a convincere il futuro suocero, seppure questi non creda alla Germania come “Lamerica” che i  parenti descrivono.
All’altro capo del problema. Sei giovani donne turche sono state uccise negli ultimi quattro mesi, con tutta probabilità dai loro stessi familiari; la colpa è sempre quella di infangare il nome della famiglia comportandosi da tedesche (che in famiglia è sinonimo di “puttana”). Vogliono lavorare, togliersi il velo, magari anche farsi amici che non siano turchi. Questo è inaccettabile, ed un membro della famiglia viene incaricato di punire la mela marcia: generalmente il fratello minorenne, la cui pena sarà più mite, e poco importa che per i maschi la regola sia diversa. Andare con una puttana tedesca non è certamente altrettanto infamante.
Il timore è che l’universo familiare turco sia una sacca impermeabile alla legge: se tutto dipenda dalle difficili condizioni sociali o dalla cultura della comunità – con l’insopportabile pregiudizio della civiltà superiore – è oggetto di aspre polemiche, rinfocolate anche dai gruppi xenofobi.
Una misura legislativa presa in esame sarebbe quella di punire a livello legale i matrimoni combinati, ma l’idea non è di facile attuazione. Serap Cileli, dopo aver vissuto la sua tremenda esperienza di sposa coatta, aiuta oggi altre giovani donne nelle stesse condizioni, e ci ammonisce: “Che ci piaccia o no, c’è un problema turco in Germania”.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.