MEDIORIENTE LE RAGIONI DI CIASCUNO

Da “L’Unità” 10 aprile 2006

La storia si fa con i “se”, con la volontà di astrarsi dalla descrizione dei fatti per interpretarli e comprenderli; obiettivo dello storico non è dunque l’imparzialità, ma l’equità. Nella prefazione a “Il Medio oriente contemporaneo” di Rudy Caparrini (Masso delle Fate, pp. 257, euro 16), Franco Cardini spiega che un così alto traguardo può esser raggiunto sposando lo studio accurato degli avvenimenti ad una tensione morale, una scelta di incidere, facendo storia, sulla realtà.
In che modo agisce dunque culturalmente l’opera di Caparrini, un’ analisi dello scenario mediorientale dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri? In almeno due modi: intanto facendo dono al lettore italiano di un libro che mancava, sebbene non difetti una vasta letteratura sul conflitto israelo-palestinese (non inquadrato però nel suo più ampio contesto), e nonostante il continuo flusso di informazioni che proviene da quella parte di mondo; ma soprattutto scegliendo coraggiosamente di non sposare nessuna vulgata, di abbandonare presupposti ideologici antagonisti per non “distribuire colpe, ma cercare le ragioni di ciascuno” (Antonio Ferrari). Una strada che passa necessariamente attraverso il riconoscimento delle responsabilità europee, e che è quanto di più lontano da chi teorizza lo “scontro fra le civiltà”.
La scelta della materia è per sua natura complessa, perché si tratta di  un’ area dai confini mobili e male definita a livello linguistico (“Medio Oriente/Vicino Oriente”). Caparrini supera questa empasse disegnando una regione in continua evoluzione geografica, che modella i suoi confini a seconda dei cambiamenti politici che in essa hanno luogo.
Il percorso dalla Grande Guerra evidenzia gli sbagli delle potenze coloniali, in particolar modo Francia e Inghilterra: nel riassetto successivo alla caduta dell’impero ottomano, furono create nazioni senza presupposti politici ed etnici, aggregando popoli diversi nella sola ottica della spartizione di aree di influenza coloniale. Così accadde, per esempio, in Iraq, e alcune problematiche del dopo-Saddam affondano le radici profonde in quelle decisioni; e se in un libro non possono trovarsi soluzioni, si ha tuttavia l’importante sensazione di penetrare le cause.
Emblematico in questo senso il ragionamento sulla strategia diplomatica inglese durante la prima guerra mondiale: con l’obiettivo di breve periodo di destabilizzare l’impero ottomano, Sua Maestà promise la fondazione di un regno hashemita dalla Siria alla Palestina da una parte, e allo stesso tempo la creazione di un “focolare ebraico” sullo stesso territorio, dall’altra; una serie di accordi bilaterali evidentemente inconciliabili tra loro, forieri di conseguenze nefaste per gli sviluppi successivi.
Proprio l’atteggiamento inglese ci spinge a considerare il ruolo dell’Europa. E’ necessario tenere sempre aperta la porta del dialogo, spiega Caparrini, anche in mancanza di risultati immediati; ma le vicende dell’ultimo secolo dimostrano che in Medio Oriente per discutere c’è bisogno di uno stato terzo, che si ponga come garante; ciò che sono state la Romania nell’ambito del processo di pace tra Israele ed Egitto, e ciò che fece la Norvegia nel quadro dei più sfortunati accordi di Oslo.
Né lesina, l’autore, critiche ai paesi arabi, incapaci di avviare riforme istituzionali mirate alla costituzione di moderni partiti politici ed efficienti apparati statali; un mancato sviluppo, va giustamente sottolineato, che nulla ha a che vedere con la religione islamica (ma altrettanta cautela andrebbe utilizzata nel maneggiare il concetto di “lobby ebraica”).
Una storia che non è proceduta armonicamente ma per fratture: la creazione dello stato d’Israele; le varie guerre arabo-israeliane (con la fondamentale svolta del 1967); il deflagrare della questione palestinese; la nascita e la fine del panarabismo; l’insorgere impetuoso del fondamentalismo. Snodi che Caparrini descrive meticolosamente, spiegando le cause e rinunciando all’accetta.  
Ma le vicende del Medio Oriente sono soprattutto la storia di leader carismatici che hanno saputo conquistare il consenso della propria gente; e il pensiero corre oggi ad Ariel Sharon, un protagonista indiscusso di questo palcoscenico, che lotta tra la vita e la morte. Un ulteriore spunto di riflessione, questo: occorre che le speranze di stabilità e di pace smettano di essere vincolate a pochi, grandi, uomini, per divenire patrimonio dei popoli. Perché soltanto un comune sentire può garantir loro la durata nel tempo.
TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.