MORIRE E’ UN ATTIMO

Da “Avvenimenti” ottobre 2005

<<E’ lungo una vita, il mio rapporto con il carcere>> a raccontarcelo, ironicamente, è Luigi Manconi, responsabile Diritti civili dei DS e garante dei Diritti dei detenuti presso il comune di Roma <<Io e le mie sorelle siamo nati all’Asinara, dove mio padre lavorava in qualità di medico della colonia penale, oggi non più in funzione. I miei ricordi di bambino sono costellati da queste presenze, dai detenuti che lavoravano come domestici o artigiani presso il personale. A quattordici anni, poi, tornai in vacanza sull’isola; viaggiai in traghetto con un detenuto ammanettato, col quale conversammo a lungo; ne rimasi profondamente impressionato: una volta a casa scrissi un articolo che fu pubblicato come elzeviro sulla “Nuova Sardegna”, dal titolo, se ricordo bene “Conversazione con detenuto”>>. Una vicenda biografica, dunque, che molto presto si salda con una forte militanza: <<A 22 anni fui recluso per sette mesi per reati politici; una permanenza in carcere dura, che mi condusse nelle prigioni di Torino, Piacenza e Firenze. A Torino organizzammo uno dei primi scioperi della fame, uno sciopero politico, e dopo una lunga trattativa fummo traditi dalla direzione. Fu, insomma, un’ esperienza decisiva a livello formativo, completata, in un certo senso, dall’ampia riflessione che molti di noi fecero col “sequestro Moro”: ragionai allora sul concetto di detenzione, di cella e di pena, approdando, per così dire, al garantismo>>.
Una storia particolare, diversa da quella di Franco Corleone, garante dei Diritti dei detenuti presso il comune di Firenze: <<Il mio interesse per questo tema nasce diversi decenni fa, a Milano, nell’area dei Radicali e dei Diritti civili, negli anni Settanta delle rivolte dei detenuti a S. Vittore. L’esperienza parlamentare, poi, mi ha naturalmente sensibilizzato ancor di più alla questione, soprattutto in qualità di sottosegretario con delega alla giustizia minorile e alle carceri. Ho sempre considerato le prigioni una spia della giustizia in generale, e sono convinto che oggi ci sia un’ urgente necessità di riforma del sistema penitenziario, afflitto dal sovraffollamento e sempre più congestionato da leggi criminogene, quali la “Fini” sulle droghe e la “Bossi-Fini” sull’immigrazione>>.
In questo quadro, può la figura del garante costituire una speranza? <<Certamente il garante può essere una risorsa>> afferma Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione “Antigone” <<purché il caso che viene creato localmente conduca all’istituzione di una organo di garanzia, con poteri, a livello nazionale: come ci viene del resto suggerito anche dagli organismi europei>>. Una proposta, quella di un Garante nazionale dei detenuti, da qualche tempo anche allo studio delle Camere.
<<Il carcere di Sollicciano, a Firenze, è una struttura complessa ed articolata>> ci spiega ancora Corleone <<Unica “Casa di cura e custodia femminile” in Italia. Purtroppo il numero troppo elevato di reclusi è in contraddizione con lo spirito originario, con la volontà di reinserire i detenuti che il progetto architettonico rispecchiava perfettamente>>. Una realtà, quella di Sollicciano, in cui ogni detenuto costa allo Stato, per tre pasti al giorno, un euro e ottantanove centesimi – un euro e ottantanove! -, quanto tre caffè. Una prigione nella quale i cani, solo per aver sentito l’odore del fumo, hanno involontariamente causato il trasferimento di venti detenuti, nessuno dei quali trovato in possesso di droghe. <<Stiamo lavorando alacremente per reperire gli ultimi fondi necessari a realizzare il “Giardino degli incontri”, area del comune progettata da Michelucci: uno spazio che aprirebbe il mondo chiuso del carcere alla poesia e all’arte, e farebbe rientrare l’amministrazione realmente in possesso di un territorio che le appartiene>> conclude Corleone.
Ma altrove la situazione non è migliore. “Antigone” nasce come luogo di riflessione politico-culturale sulle questioni del sistema penitenziario e della giustizia in generale, normalmente amministrata solo dalle corporazioni (avvocati e magistrati); in qualità di presidente dell’associazione, e prima di vicedirettore nelle carceri di Padova e Pisa, Gonnella di storie emblematiche ne ha viste tante: <<Me ne vengono in mente due, che ben rappresentano due grandi problemi di questa realtà, quelli della sanità e del trattamento dei detenuti, soprattutto degli immigrati: la vicenda di Mario Giuffreda, un ragazzo tossicodipendente e incensurato, che non riuscì ad arrivare in tempo all’ospedale. Al momento della crisi, infatti, mancava il personale che potesse occuparsi della traduzione: una morte, ovviamente e tragicamente, evitabile. La seconda è quella di un tunisino recluso nel carcere di Potenza, che qualche anno fa si arrampicò sui tetti, pretendendo di essere interrogato dal Procuratore perché vittima di percosse. La Magistratura fece partire un’ indagine a cui non venne fatto seguire alcun trasferimento: lascio immaginare quali potessero essere le condizioni dell’uomo a quel punto>>. Chi viene ingiustamente trasferito, a Firenze, chi “giustamente” non viene trasferito…
Talvolta, poi, un po’ di sfortuna acuisce il malfunzionamento del sistema: <<E’ il caso di un ragazzo immigrato, abbandonato e depresso>> ci racconta Laura Astarita, dell’ufficio del Garante presso il Comune di Roma <<Da tempo minacciava continuamente il suicidio. Una notte l’agente di guardia lo scopre già appeso ad un lenzuolo, ma non ha con sé le chiavi della cella: il regolamento del carcere impedisce al personale di poter aprire le serrature quando è buio; tornato precipitosamente indietro, il poliziotto non è in possesso di un coltellino con cui recidere il laccio mortale, e così passano altri minuti. Quando finalmente le guardie riescono a prendere l’uomo, caricarlo assai artigianalmente su un lenzuolo usato a mo’ di lettiga, bisogna ancora raggiungere l’infermeria centrale, perché quella del reparto è aperta solo di giorno>>. Venti minuti, mezz’oretta al massimo, tanto basta per morire in galera.
<<Si deve riformare una macchina pachidermia, burocratica, estremamente rallentata>> ci dice ancora Manconi <<A Rebibbia, per esempio, sono stati installati dei pannelli solari per il riscaldamento: un’ occasione di lavoro retribuito e di formazione tecnica per i detenuti; i fondi in bilancio già stanziati e una metà dei macchinari che dopo mesi continua a non funzionare>>. Ed è così che in carcere ci vogliono vari mesi per costruire un ponte di dieci centimetri, che permetta ai reclusi in carrozzella di godere dell’ora d’aria: <<Tanto ci è voluto, dopo che il mio Ufficio se ne è interessato, per far sì che un progetto già finanziato fosse portato a termine e l’architetto incaricato, designato dal dipartimento di amministrazione penitenziaria, procedesse al collaudo>>. Nel frattempo i ragazzi handicappati non uscivano mai dalla cella.
Sono tutte storie di ordinaria amministrazione, al fresco, che poco interessano, tutto sommato, a chi sta fuori: <<Il carcere è tornato ad essere un luogo di disciplinamento sociale>> conclude Manconi <<dove si controllano le classi ritenute pericolose: un terzo dei detenuti è straniero e un altro è composto da tossicomani. La società, grazie ad una serie di misure legislative, come la “ex Cirielli” e la legge sulla droga, punisce una serie di comportamenti e non di crimini>>.
Le categorie sociali ritenute a rischio e quelle più umili, quelle meno in vista per l’opinione pubblica, rinchiuse in centri sovraffollati; e sul fatto che sia proprio l’entità eccessiva della popolazione carceraria la prima piaga da debellare, sono proprio tutti d’accordo.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.