NEL MANIFESTO GLI EBREI NON CI SONO

Da “Left” 13 marzo 2007
di Tobia Zevi

Ad Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane e storico esponente della sinistra ebraica, quel passaggio appare decisamente infelice. Quando, nel Manifesto del futuro Partito Democratico, dopo una serie di accenni all’uguaglianza, alla libertà e alla pace, si dice testualmente: “(Questi valori) hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico”. È su queste due righe che si appunta l’attenzione degli ebrei italiani, in particolare di quelli che alla costruzione del Pd vorrebbero contribuire. E la discussione riecheggia, a distanza di un paio di anni, quella sul preambolo al Trattato di Costituzione europea, dal quale alla fine fu espunto ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane. La questione non è però la mancata menzione dell’ebraismo: « Il punto sul quale bisogna insistere» spiega Luzzatto «non è la lettura dei Vangeli, quanto le forme storiche con le quali il cristianesimo si è manifestato in Europa. Aver messo le radici cristiane – va avanti il professore – è una concessione alle componenti cattoliche che faranno parte del futuro Pd. Esistono delle concezioni che sono conciliabili sul piano della visione programmatica e politica, ma che non hanno nulla a che fare come visione del mondo. Possiamo fare anche 14 partiti comuni, ma facciamoli ragionare di politica e non di filosofia, perché mettere nella stessa riga cristianesimo ed illuminismo è come voler apparentare cani e gatti!».
Accomunare le due tradizioni pare ardito anche a Fernando Liuzzi, funzionario FIOM ed esponente del gruppo “Martin Buber – ebrei per la pace”, che di recente ha votato la mozione Fassino nel congresso della sua sezione. «Se si è detto che il Pd dovrà essere un partito programmatico più che identitario» ragiona «credo si debba essere molto cauti nei riferimenti culturali. Trattandosi di definire il profilo di un partito politico, capisco i cenni a filoni moderni quali quello liberale, socialista e cattolico democratico. Capisco meno quelli filosofici o addirittura religiosi. Qui si entra infatti in un campo in cui ognuno può avere idee diverse, pur condividendo lo stesso programma politico. Io, per esempio, penso che siano evidenti i nessi tra i concetti di libertà, uguaglianza, solidarietà e pace con le idee elaborate nell’Età dei Lumi; ritengo invece che, come accade in tutte le grandi religioni, nei suoi 2000 anni in nome del cristianesimo è stato detto e fatto tutto e il contrario di tutto. In particolare, la Chiesa ha opposto una resistenza strenua alla nascita del mondo moderno, dalla Riforma fino alla caduta di Porta Pia». Citerebbe l’ebraismo tra le matrici fondamentali del nuovo partito? «Più che aggiungere riferimenti all’ebraismo o ad altre grandi religioni, toglierei quello al cristianesimo» risponde convinto Liuzzi.
«La storia del cristianesimo in Europa è quantomeno contraddittoria, con alcuni momenti nefasti» fa eco Giorgio Gomel, economista ed anima del “Gruppo Martin Buber”: «Tra l’altro queste radici sono un falso storico, nel senso che quelle europee non possono essere solo cristiane o giudaico-cristiane. Due sono comunque i motivi di apprensione. Il primo riprende il dibattito sulla Costituzione europea: allora ci opponemmo come minoranza ebraica e come laici perché sembrava importante che il preambolo puntasse alle idealità che dovranno muovere gli europei, piuttosto che guardare alle radici lontane» ricorda; «Il secondo aspetto preoccupante è l’ingerenza montante della Chiesa e della CEI su temi di etica pubblica. In questo contesto comprendo che nel Pd confluiranno esperienze del cattolicesimo democratico, ma non mi pare il caso di ricondurre l’insieme dei valori del Manifesto al cristianesimo e all’illuminismo. Sarebbe bastata la frase precedente che richiama la Costituzione repubblicana». Se nella stesura finale il testo rimanesse immutato, per lei sarebbe un problema? «Sì, perché vedo anche in alcuni cattolici democratici una deriva di tipo clericalistico nei confronti dell’intreccio tra religione e politica che si va configurando. Forse si potrebbe pensare ad una soluzione di compromesso come “eredità della ragione dell’illuminismo” e delle “tradizioni religiose che hanno convissuto, talora in conflitto, in Europa”».
Victor Magiar, responsabile relazioni internazionali dell’ANCI e consigliere dell’Unione delle Comunità, ci racconta di “sognare” il Pd dal 1996. «Ma non mi piace come si sta costruendo: questa gaffe sulle radici la dice lunga sul fatto che non c’è alcuno slancio in avanti ma che tutto avviene con lo sguardo rivolto all’indietro». Continua Magiar: «Si è persa un occasione per smettere di strumentalizzare politica e religione. In questo paese le due dimensioni si strumentalizzano a vicenda. Si sarebbe potuto affermare che i valori religiosi, etici, culturali che ognuno di noi ha restano nella dimensione individuale. La politica non è sbandierare credenze religiose, ma trovare punti di convergenza programmatica. Nel Pd possono esserci credenti di ogni confessione, così come atei e non credenti. In più quella frase è un po’ una forzatura, perché i valori di libertà e giustizia appartengono all’umanità da qualche millennio prima del cristianesimo».
«Per me il riferimento al cristianesimo può anche starci» afferma invece Emanuele Fiano, deputato dell’Ulivo ed ex presidente della Comunità ebraica di Milano «se uno pensa che i diritti di cittadinanza perpetuino una tradizione illuminista e un altro ritiene che abbiano una matrice religiosa, tutto ciò riguarda la sua formazione. Ma credo che il cristianesimo abbia sia un’ eredità positiva sia un’ eredità negativa». Se dovesse scriverlo lei, questo Manifesto? «Io sono profondamente ebreo e non sentirei l’esigenza di esplicitare l’origine delle mia cultura; ma siccome ritengo che la sfida del Pd sia quella di incontrarsi, penso che si possa tranquillamente menzionare la tradizione cattolica nel momento in cui alcuni amici della Margherita avvertono questa necessità. Ma allora bisogna allargare il campo, e certamente estendere la riflessione anche al retaggio ebraico della nostra cultura. Il punto però è che si può essere uomini di fede, anche profondamente osservanti, ma bisogna lottare perché lo stato sia laico e la politica altrettanto». E si può essere ottimisti da questo punto di vista? «In questo senso sono moderatamente ottimista sul futuro del Pd – spiega ancora Fiano – e mi ha molto rincuorato il documento firmato dai 60 colleghi della Margherita: si sono dichiarati assolutamente sensibili alle parole della Chiesa, ma hanno ribadito che a noi spetta scegliere il meglio per il nostro paese nell’attuale situazione politica. La stessa cosa avviene, per esempio, in Israele, dove i rabbini partecipano alla politica, ma le decisioni che vengono prese non coincidono con il loro pensiero». Nel caso in cui il Manifesto rimanesse tale, lei farebbe comunque parte del Pd? «Non credo che rimarrà così…»

TOBIA ZEVI

 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.