NORVEGIA, LE PAGINE CORRONO SULL’ACQUA

Da “Avvenimenti” agosto 2004

“Ricordatevi di coprirvi bene, che lassù sentirete freddo”, ci ammonisce il portiere d’albergo mentre aspettiamo il taxi che ci condurrà all’imbarco. E’italiano d’origine, ma i suoi si sono trasferiti in Norvegia quando lui era ancora piccolo, ed i suoi ricordi dell’Italia sono certamente antichi, probabilmente anche un po’ confusi. Se il suo aspetto tradisce inequivocabilmente la sua origine latina, il suo comportamento denota chiaramente uno spiccato orgoglio per quelli che sono i costumi e i vanti del suo popolo d’adozione. E’una caratteristica che mi è sembrato di riscontrare in tutti gli immigrati che ho incontrato in Norvegia: pochi numericamente, sono tutti estremamente legati alla loro nuova patria, e sembrano voler mostrare ai norvegesi di essere più nordici di loro proprio nella resistenza al freddo e alle intemperie, ovvero dove la “nordicità” appare immediatamente.
Il taxi ci porta al molo 2 di Bergen, conosciuto peraltro da tutti gli abitanti della cittadina, dove ci imbarcheremo sulla Kong Harald II, gloriosa nave della flotta di sua maestà; trasformata in nave da crociera per turisti stranieri (tedeschi, francesi e olandesi su tutti), mantiene la sua primaria funzione di nave postale, e con essa la rotta piena di soste in porti cui fanno capo altrettante cittadine cui porteremo posta e materiali vari che giacciono nella stiva e che a noi turisti sono il più possibile, anche se non in maniera ossessiva, occultati.
La reception è al terzo piano della nave, ma è in realtà a circa quattro metri dal livello del molo, sopra ci sono altri quattro piani: in tutto la nave è dunque a sette ponti, più il ponte scoperto superiore. Sbrigate le prime formalità ognuno si alloggia nella propria cabina (la nostra è al secondo piano, ovvero al piano più basso destinato ai passeggeri) e poi va a prenotare il tavolo nella sala da pranzo dove mangerà per il resto della crociera. Scegliamo il nostro tavolo rotondo proprio al centro del salone e ci diamo all’esplorazione della nave: i posti salienti sono il terzo ponte con la reception, che sarà il nostro uscio verso il mondo esterno per tutto il tempo che saremo sulla nave; il quarto con i suoi spazi comuni (sala da pranzo, caffetteria, sala da thè e sala Tv) e il settimo con i suoi due saloni panoramici, quello a prua per i non fumatori e quella a poppa per i fumatori. Gli altri ponti sono interamente occupati da cabine; gli accessi ai ponti esterni sono dal quinto piano in su, fino al ponte superiore, cui si accede dal settimo ma a cui si arriva salendo delle scalette in ferro che corrono lungo la ciminiera abbastanza silenziosa.
La prima cosa che si fa è mangiare, e mangiare è la principale occupazione della giornata del crocerista. Ci sediamo a tavola che sono oramai le nove, e all’esterno la luce è quella di un mezzo pomeriggio estivo. Il sole è ancora altissimo nel cielo e le sue venature dorate sul mare annunciano che il tramonto è ancora lontano. Il salmone affumicato e marinato, le aringhe e i pesci di acqua fredda crudi e cotti, che nel corso della vacanza ci verranno più che a noia, ci colgono invece affamati nella prima sera piena di aspettative e di entusiasmo. Mangiamo di gusto mentre fuori la sagoma di Bergen, che si trova in uno dei fiordi più profondi della Norvegia, si fa sempre meno chiara: la natura rigogliosa, ancora assolutamente boschiva e lussureggiante nelle sue tonalità scure e nei suoi paesaggi protetti da vincoli ambientali, prende il sopravvento. In realtà lungo tutta la costa la compenetrazione tra natura e abitato umano è continua e sempre volta, attraverso studi sulla preservazione del territorio, a non danneggiare gli stupendi panorami con le abitazione che si inerpicano dal mare.
Dopo mangiato le possibilità non sono moltissime: la sala tv, normalmente poco affollata visto lo scarso appeal delle incomprensibili trasmissioni norvegesi, è invece quest’anno particolarmente affollata per le partite trasmesse dal lontano (lontanissimo dal punto di vista climatico) Portogallo; poi ci sono le varie sale panoramiche: quelle al quarto piano, meno attraente, è anche meno affollata, mentre le due al settimo piano sono abbastanza piene, perché in questa prima sera sono tutti curiosi e interessati al panorama ancora sconosciuto.
Prendiamo qualche poltrona e ci sediamo anche noi a prua: le vetrate circondano la sala a trecentosessanta gradi e l’ambiente è tutto inondato dal sole che nel frattempo, pur avendo mutato la sua posizione, è però ancora alto nel cielo. Tutti cominciano ad essere pervasi dal ritmo lento della nave, uno scorrere del tempo assolutamente diverso da quello che si respira a terra: un punto all’orizzonte, prima lontano, comincia ad avvicinarsi lentamente e sempre alla stessa velocità si staglia sempre più nitido, consentendo allo spettatore un punto di vista sempre più definito e particolareggiato, che non può essere in alcun modo accelerato o selezionato dalle esigenze che il ritmo della vita terrestre impone sulla terraferma. Proprio in questo la sua bellezza e la sua armonia indolente.
Man mano che il tempo passa la gente comincia a tirar fuori i libri che nel corso del viaggio diventeranno compagni sempre più fidati e fedeli, mentre i più intraprendenti tirano fuori carte e soprattutto scacchiere, strumenti di gioco più adatti alla lentezza del mare e dei fiordi.
Verso le due di notte, dopo una chiacchierata al quarto piano, risalgo al settimo per dare un’occhiata in giro: le due sale sono decisamente meno affollate, ma qualcuno c’è ancora. A prua inguaribili romantici apprezzatori del paesaggio probabilmente con problemi di sonno; a poppa, nella sala fumatori, già agisce un più forte collante: le persone, per lo più nordici, sono in gran parte brilli o ubriachi (il bar del resto è solo a poppa), e tra una “bionda” e l’altra scrosciano fragorose risate e sorde pacche sulle spalle. Devo dire che per quello che ho visto sulla nave i fumatori sembrano decisamente sapersi godere la vita di più. Vado a dormire.
Il secondo giorno si passa oltre capo Ovest, e da qui possiamo pensare che non ci sono ostacoli fra noi e la costa settentrionale dell’America: di per sé la cosa non mi emoziona più di tanto, ma si riscontra per la rinnovata e assolutamente diversa consistenza delle onde marine, che non sono più moderate dalla protezione dei fiordi. Sarà questa una costante di tutto il viaggio: quando ci troveremo in mare aperto lo si potrà sempre capire dallo stomaco e dai giramenti di testa (in particolare il momento più drammatico sarà durante la partita Italia-Danimarca, con noi tifosi che sembravamo un vero e proprio lazzeretto).
Oltrepassata la punta di capo Ovest ci immergiamo nel fiordo di Geiranger, il secondo più grande di tutta la Norvegia, che affonda per quasi duecento chilometri in terra norvegese. Vale la pena ricordare che i fiordi furono prodotti dal ritrarsi di immensi ghiacciai prima a picco sul mare che avevano prodotto nel frattempo profondi solchi vallivi nella terra. Ritirandosi i ghiacciai lasciarono in mare detriti pietrosi che ancora oggi costituiscono una barriera protettiva per quel braccio di terra detto fiordo, impedendone la glaciazione e favorendo l’insediamento umano e la coltivazione sulle parete montane che vi si affacciano.
A navigarci in mezzo tuttavia il fiordo non appare così chiaramente definito come la cartina potrebbe far pensare: il continuo susseguirsi di isole, isolotti e promontori rende il panorama così frastagliato e confuso da far facilmente perdere l’orientamento a chi non è esperto della zona o a chi non è in possesso di una bussola.
Le testimonianze della presenza umana sono altrettanto frastagliate e continue: se escludiamo le città (paesoni in realtà) principali la maggior parte dei norvegesi, almeno lungo tutto il tratto costiero, vive in agglomerati di qualche casa, spesso raggiungibili per mare e per terra, ma talvolta raggiungibili solo dal mare; l’isolamento è dunque pressoché totale, interrotto solamente dalle navi e imbarcazioni che garantiscono rifornimenti e che vengono dunque attese con ansia, come il nostro postale (che tuttavia attracca solo nei porti principali).
“L’Italia e la Spagna sono bellissime, ma io in quel caos non saprei proprio viverci” mi confessa candidamente Hanne, una studentessa di psicologia che per pagarsi gli studi fa la cameriera sulle navi da crociera norvegesi. Questa solitudine che a noi parrebbe assolutamente intollerabile, specialmente pensando ai mesi invernali, quando alle tante ore di luce estive si sostituisce un buio quasi ininterrotto, sono viste dai locali come qualcosa di assolutamente normale ed insostituibile.
“Ma che fate qui tutto il tempo?” Mi scappa di chiederle. “Soprattutto leggiamo…”. E mi spiega che qui la lettura è una cosa seria: alle normali biblioteche di ogni paese ( qui paese si intendono anche 6 case) si aggiunge la biblioteca nazionale itinerante, che spostandosi continuamente a  bordo di imbarcazioni garantisce il continuo approvvigionamento di cultura a questo popolo così assetato di letture e di svago, oltre che forse, specie nei mesi invernali, di immaginazione.
La terza mattina si sbarca per qualche ora a Trondheim, la più antica capitale norvegese e celebre per il duomo gotico di Nidaros, oltre che per il museo delle musica. La città, di circa duecento mila abitanti, è effettivamente molto carina, e ci accoglie con un bel sole estivo (si fa per dire!), che a tratti ci fa aprire le giacche a vento e indossare gli occhiali da sole: le costruzioni basse e colorate si affacciano sui corsi d’acqua e le arterie commerciali comunque molto tranquille, e i bistrot molto curati sono frequentati da studenti universitari e uomini d’affari, che per godere di qualche raggio di sole in questa bella giornata si siedono ai tavolini all’esterno, naturalmente provvisti di coperta di lana per le gambe che i camerieri si affrettano a portare insieme al menù.
Passeggiamo per un paio d’ore, prendiamo un carissimo caffè in un locale molto carino e poi di corsa, in mezzo ad un vento che ci rallenta il cammino, raggiungiamo con qualche difficoltà il molo giusto – “…non quello abituale..”, ci spiegano – uno più protetto dal forte vento che complica l’attracco.
La notte seguente si decide di non dormire per attendere la linea del circolo polare artico, che dovremmo oltrepassare all’alba: da vedere c’è ben poco, dal momento che la linea del tutto immaginaria serve solo a segnalare la zona influenzata da una serie di fenomeni naturali (sole di mezzanotte l’estate, aurora boreale d’inverno). Noto invece che l’umanità che popola il salone è molto cambiata dalla prima notte: ai turisti ormai insonnoliti dalla crociera e dai continui lautissimi pasti si sostituiscono i norvegesi che si servono del postale come di un vero e proprio mezzo di trasporto, salendo in un porto e sbarcando qualche fermata dopo. Di età mediamente più giovane, si distinguono per il bagaglio più leggero, preferibilmente convogliato in zainoni, le grandi quantità di birra consumate e per la sistemazione alla buona non nelle cabine ma sulle poltrone delle sale comuni. Le chiacchere e l’odore del tabacco misto a quello del luppolo non disturbano per niente mentre si osserva il panorama oramai sempre illuminato dal sole di mezza notte. In pratica dal primo giugno al dodici luglio non vi saranno momenti di buio a nord di questo punto che stiamo sorpassando, e se si è fortunati si possono ammirare in rapida successione tramonto ed alba sul mare senza muoversi dalla sedia  e senza aver finito lo stesso bicchiere.
Il giorno successivo il programma prevede la visita allo Svartisen, il secondo ghiacciaio più grande della Norvegia, cui si giunge a bordo di un’imbarcazione più piccola che meglio s’incunea attraverso le strette gole dei fiordi. Il tempo purtroppo non è troppo benevolo, e una leggera pioggia ci accompagnerà per tutta la durata dell’escursione. Dopo la visita alle pendici del ghiacciaio si prosegue in pullman lungo  strade strettissime che ci condurranno a Bodæ. Tutta la carreggiata è continuamente allagata da cascate naturali che terminano la loro corsa sull’asfalto della strada, provocate dalla pioggia e dallo sciogliersi dei ghiacciai: lo spettacolo è comunque impressionante.
Dopo tre ore di viaggio, con due soste e un’infinità di ponti attraversati e tunnel mozzafiato percorsi giungiamo a Bodæ, una città di circa quaranta mila abitanti che non abbiamo il tempo per visitare a piedi ma di cui ci fanno ammirare le moderne strutture universitarie e l’efficienza dei servizi sociali, vero vanto di tutte le guide norvegesi che incontriamo. E’questa per me fonte di vera sorpresa, perché, pur conoscendo la proverbiale qualità dei servizi pubblici dei paesi del nord, non immaginavo che questi potessero creare un così forte senso d’identificazione con lo stato anche in ragazzi di età così giovane e per cui queste comodità dovrebbero apparire assolutamente normali.
Tornato sulla nave mi addormento come un sasso per svegliarmi solo quando raggiungiamo le isole Lovoten, dove peraltro la soste è assai breve, caratterizzate dalle forme particolarmente definite e spigolose e dalle capanne in legno su palafitte dei pescatori, oggi affittate anche dai turisti, ovviamente nel periodo estivo.
La serata è una delle più belle: il cielo è limpido mentre avviciniamo il fiordo detto dei “Troll” (folletti locali), e il panorama è davvero incantevole, oltre al fatto che questa sera finalmente potremo ammirare il completo sole di mezza notte: con un po’ di pazienza, pur essendo il disco solare coperto all’orizzonte dalle montagne, riesco affettivamente a scorgere le luci dell’alba che lentamente, ma senza alcuna soluzione di continuità, si sostituiscono a quelle più calde del tramonto.
Proseguendo verso nord due sono le tappe importanti che ci rimangono: Tromsæ, la “Parigi del nord”, e Capo Nord, il punto più a nord d’Europa. L’ultimo tratto della crociera ci condurrà invece a Kirkenes, al confine con la Russia, da cui un aereo ci riporterà ad Oslo. Questo confine, oggi abbastanza privo di interesse, era invece un tempo, per chi ci è stato, un posto davvero unico: un confine netto e ravvicinato tra due emisferi socio-politico-culturali completamente diversi, che proprio dalla loro vicinanza traevano la forza per guardarsi con diffidenza ancora maggiorata.
A Tromso ci accoglie un clima da lupi che di fatto ci impedisce di goderci fino in fondo la cittadina cui fa capo tutta la regione delle Norvegia settentrionale. Da vedere il museo del Polo, la funivia che porta in quota (ma che visto il tempo preferiamo trascurare) e la chiesa ecumenica che con la sua forma triangolare campeggia alta dall’altra parte del fiordo, oltre agli enormi stabilimenti per la produzione della birra norvegese, che invadono con i loro odori l’intera città.
L’ultimo giorno sulla nave di solito trova i passeggeri un po’ stanchi, come mi testimonia anche Nina, una ragazza norvegese sposatasi con un russo e solita compiere questo percorso con una certa regolarità. Con lei c’è sua figlia, avrà cinque anni e quindici in meno di sua madre: è molto carina, ma il confronto tra un’apprensiva coppia di coniugi italiani e il tranquillo distacco di sua madre sembra dar ragione del suo sguardo un po’triste.
La penultima mattina si parte in pullman per capo Nord: l’ultima gita sarà, con mia grande sorpresa, la più bella. Un paesaggio ormai completamente lunare ha sostituito a questa latitudine qualsiasi tipo di vegetazione, e neanche la corrente del golfo, qui considerata una vera e propria alma mater, può far ormai germogliare nulla con il freddo che avvolge queste terre d’inverno. Enorme è la distanza dal punto di vista della vegetazione da quello che si vedeva a Bergen: durante l’intero percorso della nave abbiamo potuto ammirare i cambiamenti della vegetazione dovuti all’irrigidirsi del clima, con una natura sempre più rada e bassa andando verso nord.
 I panorami dell’isola di Capo Nord sono mozzafiato, con strapiombi sul mare da un lato e un continuo inseguirsi di laghetti di diverse forme e dimensioni dall’altro, quello del paesaggio lunare; gli spazi riservati ai turisti sono invece decisamente poco interessanti, se si eccettua un filmato penta-schermo di un giovane regista italo-norvegese che avevamo già avuto modo di apprezzare a Tromso.
La mattina seguente giungiamo invece al termine del nostro viaggio, che si è snodato in sei giorni per oltre duemila chilometri lungo tutta la lunghissima e frastagliata costa norvegese; incuneandoci continuamente nelle sue profondità abbiamo potuto conoscere i segreti di questa terra così meravigliosa eppure così discreta, e abbiamo potuto solo intuire, nonostante i parecchi giorni che ci hanno visto vicini, il carattere di questa gente così fiera delle proprie tradizioni e del proprio modo di vivere; partiti da Bergen, al sud , siamo ormai arrivati a Kirkenes, al confine russo, avendo oltrepassato il punto più a nord d’Europa.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.