PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI RAZZISTI

Da “L’Unità” 21 agosto 2006

Due volte “grazie”, dobbiamo dire a Laura Balbo per il suo ultimo libro “In che razza di società vivremo?” (Bruno Mondadori, pp. 149, euro 11). Perché regala rapidamente al lettore italiano un’ escursione esaustiva tra i più recenti studi sul razzismo; e perché, stimolandoci, l’autrice ci spinge a combattere quotidianamente la discriminazione, partendo dalla realtà che ci è più vicina. Senza garantirci, significativamente, alcuna soluzione preconfezionata.
Per prima cosa viene analizzato meticolosamente il linguaggio: nelle varie società europee non esiste una terminologia univoca e trasparente per definire l’immigrazione. Si ricorre a parole controverse, improprie, talora addirittura ad eufemismi: stranieri, migranti, immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, extracomunitari, clandestini, solo per citare il vocabolario italiano. Parole senza confini, pronunciate aggressivamente o con un senso di imbarazzo nel timore di essere offensivi, che mostrano la nostra incapacità di comprendere il fenomeno.
Ma questa incoerenza nasce dal considerarsi i nativi, gli autoctoni, i locali. Contro a questo atteggiamento vanno gli studi postcoloniali e i whiteness studies di matrice anglosassone, a cui la Balbo fa costante riferimento. Si deve ricercare lo spiazzamento, provare a perdere “l’abitudine a ricostruire le vicende a partire da noi, come avviene nella tradizione in cui siamo immersi”. Giuliano Amato, presentatore del libro assieme a Luigi Manconi, Rula Jebreal e Franca Eckert Coen, esemplifica la nostra difficoltà con lo stupore che proviamo se lo straniero ci si rivolge con il “tu”, che noi stessi abbiamo utilizzato ma che non ci attendiamo come risposta.
In Europa la società razzializzata condiziona l’intero arco della vita, precludendo persino agli “stranieri” di seconda o terza generazione le opportunità proprie del resto della cittadinanza. In questo contesto, una particolare attenzione va prestata ai cambiamenti in atto nella popolazione migrante. Si è molto parlato dei mutamenti della città: gli immigrati si stabiliscono nelle periferie, spesso in mano alla criminalità organizzata, e gli abitanti precedenti si spostano verso le zone residenziali extraurbane; ma non ci si è, per esempio, soffermati altrettanto sull’immigrazione sempre più femminilizzata. Le donne straniere nel nostro paese sono generalmente domestiche, badanti o prostitute; la loro venuta è incentivata dai paesi di appartenenza che aspirano alle loro rimesse, di solito superiori a quelle degli uomini – solo per capire la portata economica di questo flusso, i filippini emigrati, metà dei quali sono donne, spediscono ogni anno in patria circa 10 miliardi di dollari, essenziali per la sopravvivenza di una famiglia su 5.
L’“importazione su scala globale di amore e pratiche di cura” costringe queste donne ad esistenze difficilissime. Lontane dai figli; impiegate spesso in lavori duri e a qualunque condizione (soprattutto se irregolari); con un elevato tasso di aborti e soggette di frequente all’autorità degli uomini della famiglia che regolano dispoticamente le loro esperienze . Ma a trasformarsi è anche la struttura familiare della società d’arrivo: con la domestica straniera la donna giovane può impegnarsi in professioni tradizionalmente maschili che richiedono grande disponibilità di tempo; vive così, anch’essa, “separata dai figli”, che vengono cresciuti da un’altra figura e vedono la madre solo poche ore al giorno. E poi le badanti, fondamentali nell’assistenza agli anziani, per le quali sono state addirittura messe a punto delle procedure di ingresso facilitate.
Ma l’immigrazione è un problema mediatico e politico. E per questo motivo non può essere tralasciata la questione dell’illegalità: “Quel che moltissime storie di immigrazione ci mostrano” scrive coraggiosamente Laura Balbo, “è che non si può vivere in Italia se non vivendo nell’illegalità”; quando le politiche ufficiali non fanno fronte ai problemi l’unica risorsa sono le reti etniche o le comunità, che garantiscono protezione sociale e la conservazione della cultura d’origine, ma che sono facili prede di organizzazioni criminali autoctone o importate. E, di conseguenza, il sistema penale e carcerario è uno dei più decisamente razzializzati (in Italia più di un terzo di detenuti sono stranieri).
Dopo il fallimento dei vari modelli di integrazione proposti a livello europeo, l’immigrazione italiana non è ancora in una condizione di diffusa emergenza: “Siamo in una situazione pre-Spike Lee” dichiara Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia “ma manca una progettualità per le difficoltà che verranno”. E per finire, o forse tanto per incominciare, “proviamo a parlare con umorismo di questo mondo complicato” esorta Laura Balbo, “guardando prima di tutto a noi, che talvolta siamo davvero insopportabili”.

                                            TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.