RELAZIONE DA PRESIDENTE AL CONGRESSO AL CONGRESSO DELL’UNIONE DEI GIOVANI EBREI D’ITALIA – Roma nove

<<Nulla si crea, nulla si distrugge>>. Con queste parole, più di duecento anni fa, il chimico Antoine Lavoisier rivoluzionava per sempre la scienza dell’epoca, grazie al principio di conservazione. E con queste stesse parole voglio cominciare oggi, nel mio piccolo, ringraziando chi mi ha preceduto: nessuna istituzione o realtà associativa, infatti, può evitare di scaturire da ciò che le sta alle spalle; e allo stesso modo l’opera di un presidente, di un consiglio o di qualunque organo non può essere giudicata adeguatamente prima che ne sia conosciuta l’eredità. Ciò che il gruppo di persone, di amici, da me presieduto ha compiuto nei pochi mesi che ha avuto a disposizione, dunque, non potrà essere considerato fino in fondo se non quando sapremo ciò che abbiamo lasciato a chi verrà dopo di noi. Oggi, o tra un anno, o quando sarà.
Prima e dopo di, dunque. Ma mi piace iniziare salutando due miei predecessori, entrambi qui oggi: Gadiel Liscia, amico fraterno e presidente nel 2004, e Michael Sorani, che si è incaricato di traghettare l’UGEI nel momento più difficile, fino al Congresso di Milano di aprile; senza pretendere poi nulla in cambio. Li ringrazio entrambi, non solo per l’impegno costante e l’assoluta abnegazione, ma anche per ciò che mi hanno insegnato: due persone disinteressate, che davvero hanno faticato, ognuno a modo suo, ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti, solo ed esclusivamente per il bene della loro comunità e per il bene dell’ebraismo giovanile italiano. Grazie.
Per quel che riguarda Michael, poi, ne ho potuto apprezzare anche l’efficienza in qualità di vicepresidente, ottimamente coadiuvato da Deborah Cesana, che parlerà dopo di me, e naturalmente da tutto il Consiglio.
E dopo questa premessa, voglio però dirVi che molto è cambiato e che, se me lo consentite, qualcosa abbiamo creato e distrutto.

Chi come me è stato ultimo nell’appello per tutta la vita, può ben decidere, al momento di ordinare l’esperienza di vari mesi, di iniziare dalla fine: cioè da tutti voi, qui oggi, e da questo congresso romano che il mio discorso sta aprendo. Una scelta, quella di Roma, sofferta, non facile; una scelta che ha trovato la benevolissima accoglienza delle istituzioni comunitarie e la partecipazione attiva di quelle politiche; sono grato al Sindaco Veltroni per il Suo importante saluto, in apertura dei lavori.
Il consiglio esecutivo 2005, che su molte questioni ha deciso all’unanimità, si è trovato spaccato, pochi mesi orsono, sulla città che avrebbe dovuto ospitare il congresso. Da un lato chi, come me, sosteneva la necessità di essere a Roma, dall’altro chi, con altrettanto buone ragioni, riteneva più importante organizzare il congresso in una piccola comunità, in una di quelle realtà che non possono giovarsi del fermento culturale costante di un centro come quello romano, il più grande d’Italia. Una scelta, dunque, difficile, presa a maggioranza in una riunione tenutasi in una Firenze caldissima, non solo per il clima. Una decisione, mi sento di affermarlo oggi con forza, di fronte a questa numerosa platea, giusta, forse inevitabile.
L’Ugei si è trovato per anni in una situazione di grande difficoltà, che si manifestava soprattutto nella scarsa partecipazione dei ragazzi delle grandi comunità, Roma e Milano. A gennaio questa era stata la ratio nell’andare in un’ altra sede contestata e discussa, quella di Milano. Un’ associazione, la nostra, che negli anni era andata rafforzandosi nelle piccole realtà, perdendo di fatto la base nei due grandi bacini dell’ebraismo italiano. Una condizione che non poteva protrarsi, che non potevamo accettare passivamente e che abbiamo deciso di affrontare nel modo più rischioso possibile, ovvero con la scelta della capitale. Col rischio di un flop, e la possibilità di un successo. A voi lascio il giudizio.
Nella città che fu, tra gli altri, di Menenio Agrippa, mi sembra di poter sfruttare, sempre con la dovuta modestia, la stessa metafora: se per il celebre patrizio romano la plebe rappresentava le braccia, mentre lo stomaco simboleggiava la classe patrizia, nel nostro caso gli stessi elementi devono rammentarci l’inscindibilità e l’assoluta interdipendenza tra le grandi città e le piccole, tra le realtà numerose e quelle meno, tra i ragazzi di Roma e Milano e quelli di Firenze, Torino, Livorno, Genova, e tutti gli altri. Nessun attività, neanche la più divertente e la più riuscita, nessun evento a cui non prendano parte i giovani delle grandi comunità, può dirsi realmente giunto al traguardo. Le braccia del nostro universo giovanile ebraico non possono fare a meno della pancia romana, oggi copiosamente rappresentata, allo stesso modo in cui il centro, geografico e numerico, non deve dimenticarsi delle sue braccia nelle varie città; dal mio punto di vista, ritengo alla stessa maniera che ogni iniziativa tenuta a Roma e Milano, e che abbia ambizioni nazionali, non possa dirsi di successo se non vi prendano parte, e parte attiva, i gruppi di tutte le piccole città. E il rilancio, amici, non poteva che partire da qui. Da dove eravamo più deboli, e dove il nostro silenzio appariva più assordante.
Se però oggi mi chiedessero quali sono i primi obiettivi per il prossimo anno, nel caso in cui venissi rieletto, citerei questo da subito: nel 2005 abbiamo dato inizio ad un nuovo corso che decolla da Milano e da Roma; ma da oggi dobbiamo fare sì che ogni passo in avanti sia riscontrato anche nelle piccole Comunità.
In questo senso, qualcosa abbiamo fatto: in pochi mesi abbiamo organizzato attività a Venezia, in occasione di Shavuoth, a Ferrara, in occasione di Lag Baomer; iniziative che non hanno avuto enorme impatto numerico ma che sono state di buona qualità, che hanno lasciato una buona sensazione in chi vi ha preso parte. Anche quest’anno abbiamo “adottato” una piccola comunità il 4 settembre, per la giornata della Cultura ebraica: la nostra presenza a Vercelli ha lasciato un ottima impressione, corroborata in noi dalla sensazione di essere utili ad una manifestazione che, anno dopo anno, sorprende per vitalità e la capacità di attrarre.
Si può fare di più e di meglio, si deve fare di più e di meglio, ma chi ben comincia…

Voglio però ripartire da quanto scrissi alcuni mesi fa su “Hakeillà”, il giornale della Comunità ebraica di Torino. Dissi allora che l’errore, comprensibile e assolutamente giustificabile, dell’UGEI, era stato negli ultimi anni quello di non scegliere una linea di gestione. I giovani romani e milanesi, che di un’ istituzione nazionale sembravano non avere alcun bisogno, e che anzi tendevano sempre di più a discostarsene, da una parte; e i ragazzi di Bologna e di Padova, per esempio, che cercavano situazioni accoglienti in cui poter conoscere altre esperienze ebraiche, da condividere con serenità e voglia di conoscersi, dall’altra . Non a tutti vanno bene i raduni stile Ring, per capirci, che nella mia romanità ho enormemente apprezzato: spesso andavano cercate soluzioni alternative. Nel tentare di dare retta a tutti, si finiva frequentemente con lo scontentare l’uno e l’altro, il cerchio e la botte.
E’ per questo che abbiamo deciso di percorrere l’unica strada plausibile che ci si è presentata: abbiamo provato in ogni modo a rinnovare la rete locale, risvegliando i gruppi giovanili nelle piccole realtà e appoggiandoci ai grandi gruppi organizzati nelle grandi comunità. E’ un percorso tortuoso, irto di difficoltà e che certamente richiede un tempo più lungo dei sei mesi che abbiamo avuto a disposizione. Ma è l’unico. Unico, certamente unico.
Stanno rinascendo uffici giovani in alcune comunità, e io stesso ho incontrato, per quanto fosse possibile, molti responsabili giovanili, li ho ascoltati, ho capito quali fossero le loro esigenze e le loro proposte, confrontandomi sui problemi e sulle tematiche specifiche. Di nuovo: non è facile.
A Roma e Milano la realtà si presenta invece nelle forme di una proficua sovrapproduzione: eventi di ogni genere quasi quotidiani, talvolta più che quotidiani, gruppi e gruppuscoli che nascono e si sciolgono, risorgono e rimuoiono, uguali e diversi. Unendosi, scontrandosi, dentro e fuori dalle istituzioni.
Riunioni e incontri, brain stormings; talvolta scontri, ci hanno garantito un rapporto solido e duraturo con quasi tutte le associazioni locali, anche con quelle che un anno fa si dichiaravano fieramente extraistituzionali; tutti devono rimanere indipendenti e specifici nella loro diversità, ma lo scopo, non dimentichiamolo, è uguale per tutti, e le contrapposizioni vanno in ogni modo evitate. Questo lavoro, io credo, rimarrà. Ed è proprio questa rinnovata collaborazione che ci consente di interpretare le diverse esigenze, di impegnarci seguendo  l’ottica giusta e conseguentemente di ribadire il ruolo originario e centrale dell’Unione dei giovani ebrei d’Italia, oggi nuovamente riconosciuto, io credo, per la prima volta dopo molti anni. La responsabilità di un’ associazione che costituisce il cappello per tutte le altre, che ne deve rappresentare le istanze presso le istituzioni, e che per questo, vale la pena ripeterlo, riceve finanziamenti dall’Unione delle Comunità; un’ associazione che è, in definitiva, uno strumento nelle mani di tutti noi. Spuntato, forse, in passato, ma che evidentemente serve a noi tutti, se oggi siamo qua e se in buon numero presenziavamo a Milano, in condizioni assai più precarie dal punto di vista organizzativo e, per così dire, ricreativo.
Permettetemi un ulteriore ringraziamento a chi mi ha preceduto sul palco, ad Hamos Guetta, assessore ai giovani della Comunità ebraica di Roma, grazie alla cui esperienza, qui a Roma, siamo riusciti a costituirci in gruppo, divertendoci e imparando a costruire un evento pezzo per pezzo, problema per problema, ritardo per ritardo. Il suo aiuto è la dimostrazione evidente di come, quando lo si cerca, si trova l’appoggio di tutti, dalle istituzioni nazionali a quelle locali fino ad ogni persona che ha prestato volontariamente il suo contributo, per il piacere di aiutare degli amici, per la voglia di lavorare assieme, per l’interesse e il bene della propria comunità. E permettetemi altri due ringraziamenti, tra i molti che dovrei fare a tutte quelle persone, numerose, senza il cui aiuto non potremmo essere qui oggi, senza l’aiuto delle quali in questi tre giorni non avremmo un programma così ricco, articolato ed intenso, senza l’aiuto delle quali non ce l’avrei fatta. Grazie Carol, grazie Alan. Senza di voi davvero non ce l’avrei fatta.

Nell’articolo che ho citato prima consideravo le esperienze di Lesson Party e Kidmah, come due gruppi che, fortemente caratterizzati, riescono a trarre la loro forza proprio da una scelta programmatica e da una gestione precisa, con diversi obiettivi ma con la medesima motivazione e la stessa voglia. Credo ancora  che questo pensiero sia valido, e anzi ne sono forse ancora più convinto. Il mondo giovanile di oggi ci dimostra che ci si deve qualificare in modo determinato, in un senso o nell’altro, che bisogna avere coraggio e percorrere una strada che si sceglie, e non farsi portare dalla corrente. Queste considerazioni, questo ragionare sulle esigenze sociali e culturali dei giovani ebrei, ci hanno portato ad impegnarci maggiormente sul terreno politico, civile e culturale; ci hanno condotto a tentare di colmare una lacuna che solo noi potevamo riempire, noi che rappresentiamo politicamente i giovani ebrei d’Italia, noi che per questo veniamo votati ed eletti. E i mesi che ci stanno alle spalle sono stati ricchi di avvenimenti, a livello nazionale e a livello internazionale.
Abbiamo provato, nel nostro piccolo, a dire la nostra, scontrandoci su terreni scivolosi e conflittuali e su altri più pacifici, ma non per questo meno drammatici. Mi riferisco ai nostri inviti ad andare a votare per il referendum sull’abolizione della legge 40, in un appello che ci vedeva accomunati a personalità del mondo islamico e di altre confessioni religiose. Mi riferisco ai nostri comunicati di condanna degli attentati di Londra, redatti congiuntamente con i nostri colleghi musulmani e cristiani. E mi riferisco naturalmente agli episodi di antisemitismo che nel terzo millennio emergono ancora prepotentemente da alcune coscienze, infestando non solo società a noi lontane. Per rimanere in ambito italiano, gli incresciosi episodi di Torino, la triste vicenda della professoressa Santus, le polemiche che sugli organi di stampa ci hanno visto protagonisti, in questo come in altri casi; abbiamo fatto sentire la nostra voce quando sui giornali sono comparse interviste e dichiarazioni che apparivano inaccettabili. Nelle cartelline che avete in mano trovate alcuni dei documenti di cui sto parlando, molti altri non li abbiamo inseriti.
Mi sembra opportuno ricordare la tavola rotonda tenutasi a Milano il 24 maggio scorso, nella quale abbiamo discusso di fecondazione assistita in compagnia di Rav Laras, di Bartolomeo Sorge e di Daniele Capezzone, con la conduzione di Daniele Nahum. Un’ iniziativa di qualità che ribadiva il senso del nostro operare, volto a rafforzare l’identità multiculturale e multietnica del nostro paese, anche nel merito di grandi temi, dove più aspra è la lotta e dove più divergono le posizioni.
Ma è una vera e propria svolta politica, che in questo anno di lavoro abbiamo impresso: abbiamo ritenuto che nessuno, oggi, nella nostra società, possa pensarsi solo in sé, possa viversi in un compartimento stagno, possa non sentirsi parte di un tutto che comprende chi ci sta intorno; e in primo luogo chi, standoci intorno, soffre. Le altre minoranze dunque: gli immigrati, o gli omosessuali, o tanti altri. Per questo siamo stati all’avanguardia, davvero per la prima volta, in alcune battaglie che con altri stiamo conducendo: quella per l’estensione del diritto di cittadinanza, per esempio, o quella per la presenza delle nuove generazioni negli organi di rappresentanza, all’attenzione del Forum nazionale dei giovani; il tema del dibattito di domani. Proprio la nostra partecipazione alle attività del Forum, il cui portavoce, Cristian Carrara, sarà qui con noi, costituisce un esempio lampante del protagonismo che ci ha caratterizzato; io stesso, come presidente, faccio parte di due tra le sue commissioni più attive, quella degli affari esteri e quella degli affari istituzionali.

Questa battaglia sul tema della cittadinanza ci ha visto spesso accanto ai nostri colleghi musulmani, all’amico Osama Al Saghir, che sarà qui martedì per portare il suo saluto; un cammino, quello che ci vede accanto ai giovani musulmani, che ha compiuto ormai qualche primavera. Che oggi si muove più sicuro, reso forte dalle esperienze comuni condivise nel corso di questi anni, anche prima del nostro 2005. E’ una relazione, quella con i giovani musulmani – moderati -, a cui credo che in futuro dovremo tenere sempre di più. Un terreno costellato di ostacoli e difficoltà: quelle che derivano dalle incomprensioni tra culture diverse, ma anche quelle che derivano dalle nostre reciproche diffidenze. Un impegno che è dunque prima di tutto culturale, che deve riguardare noi in prima persona. In un bellissimo libro Desmond Tutu, arcivescovo di Città del Capo e premio Nobel per la pace, racconta un aneddoto a lui personalmente accaduto; trovandosi una volta a sorvolare il Mozambico, una forte turbolenza lo rese nervoso e preoccupato a tal punto che lui, nero di pelle, si trovò ad imprecare in cuor suo contro il pilota, e a rammaricarsi del fatto che a pilotare non ci fosse un bianco. Il razzismo, e tutte le forme di discriminazione sono prima di tutto atteggiamenti subdoli dentro di noi, che ognuno di noi ha il dovere di combattere. E noi giovani in particolar modo, perché la società in cui viviamo, già adesso ma ancor di più tra qualche decennio, sarà veramente multiculturale e multietnica. De facto, e non per auspicio di questa o di quella ideologia. Tra qualche decennio, dunque, ma la sfida si gioca ora, e credo che la nostra parte la stiamo facendo.
Tanto per entrare, solo brevemente, nello specifico, in questo quadro vorrei segnalare le iniziative comuni a cui abbiamo preso parte: ho presentato in qualità di presidente il libro di Khaled Chaouki “Salaam, Italia”, in Campidoglio, e ho partecipato a dibattiti in compagnia di Osama in vari luoghi d’Italia. Mi sono recato alla presentazione del libro di Livia Turco sull’immigrazione nella grande Moschea, meritandomi, si fa per dire, una citazione degli stessi relatori. E’ una strada che non possiamo rinunciare a percorrere, ma che va percorsa con saggezza, un passo dopo l’altro. Uno degli errori più grandi che si possono commettere, nel tentativo di implementare il dialogo tra le culture e il dialogo tra le religioni è quello di provocare delle fratture al nostro interno; non dobbiamo mai perdere di vista la base, le persone che ci hanno eletto e che possono avere posizioni diverse dalle nostre, magari più moderate o addirittura opposte. Il nostro ruolo deve essere quello di procedere lentamente, attenti alle esigenze e anche alle diffidenze, alle paure di tutti, perché solo così possiamo veramente renderci utili. Che funzione potremmo avere, del resto, se sbilanciati a favore del dialogo tra le culture, venissimo a dimenticarci, proprio nel tentativo di abbracciarle tutte, la nostra?
Voglio raccontarvi a questo proposito un episodio di questi giorni, che in qualche modo riguarda voi tutti: qualche settimana fa, al momento di redigere e mettere a punto il programma di questa tre giorni, avevo chiesto al consiglio l’autorizzazione ad invitare il presidente dei giovani musulmani, per salutarci ufficialmente in questa assise. La reazione fu compattamente, e anche, devo dire, sorprendentemente, affermativa. Ma discutendo poi con varie persone, molte delle quali davvero insospettabili di reazionarismo o razzismo, ho avuto la sensazione che ciò potesse essere vissuto come una forzatura, come un passo poco metabolizzato; che potesse addirittura risultare controproducente. Non dimentichiamoci, infatti, che mai nella storia un musulmano ha non soltanto parlato, ma neanche presenziato ad un raduno di ebrei. Ho telefonato ad Osama e gli ho detto che non mi appariva opportuno farlo comparire nel programma, nonostante fossi stato io stesso ad invitarlo. Non so se abbia potuto capirmi, ma sono convinto di questa mia dolorosa scelta. Sarà l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Non dobbiamo compromettere uno scopo inevitabile e fondamentale per la troppa fretta. Non dobbiamo e non possiamo. Ultimo punto a tal riguardo, voglio ricordarvi che nelle prossime settimane organizzeremo una tavola rotonda sui temi dell’antisemitismo e dell’islamofobia, con ospiti davvero quotati; un’ ulteriore dimostrazione della nostra pervicace intenzione di proseguire sulla strada del dialogo, dello scambio tra le culture e della pace, consapevoli della responsabilità che abbiamo come minoranza antica nel nostro paese nei confronti delle nuove realtà sociali, sempre più numerose.

Un capitolo a parte merita il nostro rapporto con le istituzioni ebraiche, nazionali ed internazionali. L’Unione delle Comunità ebraiche italiane, della quale l’UGEI è costola giovanile, ci ha quest’anno fornito tutta la collaborazione di cui avevamo bisogno; i fondi che negli ultimi anni ci erano stati ridotti o addirittura ritirati ci sono stati nuovamente concessi; ma non benevolmente: abbiamo dovuto presentare dei programmi dettagliati e precisi, sulla base dei quali i nostri progetti sono stati valutati e, finalmente, finanziati. Un modo nuovo di intendere il rapporto tra giovani e seniores, che ha certamente degli svantaggi, dal momento che i programmi vengono giudicati sulla base di criteri che non sempre rispondono alle nostre esigenze, ma che certamente ha anche dei pregi, perché vincola ad una maggiore qualità e ad una maggiore attenzione. Non ricordo occasioni di scontro, e devo anzi pubblicamente ringraziare il nostro referente nel consiglio dell’Unione, che sarà con noi martedì, per la sua indefessa dedizione. In questi mesi il costante contatto con Claudia Debenedetti ci ha permesso non solo di ridefinire e di reinstaurare un proficuo rapporto con l’Unione, ma anche di riconsiderare una volta per tutte il rapporto con l’Ufficio giovani nazionale; e consentitemi di salutare in questo senso Cesare Moscati, il responsabile dell’Ufficio, che non ha mai smesso di farci sentire il suo appoggio e del quale non posso che ammirare la professionalità e la competenza da un lato, e i solidi principi dall’altro.
Ma è anche a livello europeo che l’UGEI ha messo a segno un colpo importante: come tutti voi sapete la delegazione italiana è da anni la più numerosa alla “Summer university”, il più grande evento giovanile ebraico europeo; un essere presenti e numerosi che non trovava riscontro nella rappresentanza istituzionale, dal momento che da anni non avevamo un italiano nel consiglio degli studenti ebrei d’Europa. Abbiamo deciso di investire su questo, puntando su un candidato forte, a noi vicino, conosciuto in Europa, Simone Mortara. Nel Congresso di agosto, in un’ isola croata, abbiamo gestito politicamente questa candidatura in maniera decisa, e dopo vari anni un giovane italiano è riuscito a sedere nuovamente nel Presidium, grazie anche alla preziosa opera di tessitura di Gad Lazarov; questa presenza, unita ad una serie di incontri internazionali – io stesso ho partecipato, mandato dall’Unione delle Comunità, al meeting dell’European Council of jewish Communities -, ci garantirà, io spero, una collaborazione proficua e continuata con le istituzioni europee, con benefici evidenti per tutti noi: gli eventi internazionali sono da sempre, nella nostra esperienza, i più interessanti e i più divertenti, quelli a cui tutti noi partecipiamo più volentieri. A questo proposito colgo l’occasione per ricordarVi a questo proposito il Campeggio invernale, appuntamento fisso anche quest’anno dal 22 al 29 ottobre, in compagnia dei nostri colleghi tedeschi. Una seconda edizione che segue il successo, per quel che mi riguarda davvero sorprendente, della prima.
Ma c’è di più: in questo senso potrei citare molte persone autorevoli, esponenti politici ed intellettuali; ne citerò solo una, che riassume in sé tutte queste prerogative; e che non a caso è il nostro leader e Presidente. Amos Luzzatto, in tutti i suoi interventi, ci ha sempre rammentato che non possiamo prescindere da una vocazione fieramente europeista; se questo vale per Amos, certamente deve essere per noi un insegnamento ancor più determinante: l’Europa, che ci piaccia o no, è il nostro futuro, e proprio per migliorarla dobbiamo puntare su di essa. La EUJS, l’Unione europea degli studenti ebrei, con ufficio permanente presso la Comunità europea, continua in ogni momento ad indignarsi quando questo o quell’organo continentale assume atteggiamenti scorretti e ingiusti nei confronti di Israele o dà il suo appoggio ad episodi tacciabili di antisemitismo. Ma non smette in ogni caso di credere nelle istituzioni europee, di impegnarsi al loro interno, di cercare di migliorarle, mai di abbandonarle. E’ un impegno che dobbiamo cercare di portare avanti, per quello che possiamo, perché anche lì, come ho già detto, sta il nostro futuro.

Prima di concludere vorrei essere chiaro su un punto. Non è così frequente che una relazione consuntiva sia così incondizionatamente positiva: ma non dovete neanche pensare ad una valutazione, per così dire, propagandistica ed elettorale. Quello su cui si deve ragionare, piuttosto, è sul tempo che abbiamo avuto. Sei mesi sono un periodo angusto, e tante cose rimangono da fare; ma tante cose sono state messe in cantiere e sono state avviate, e meritano di essere proseguite. Dacché ho memoria nei congressi UGEI si discute di una riforma del sistema elettorale; in particolare si ragiona sul possibile prolungamento della durata della carica dei consiglieri esecutivi. Un cambiamento che appare assolutamente logico e che sembrerebbe in sintonia con qualunque altra associazione; un’ innovazione che non è mai stata apportata solo ed esclusivamente per una ragione: perché nessuno aveva intenzione di impegnarsi per due anni consecutivi, e perché non si sarebbe comunque riusciti ad evitare la girandola dei consiglieri. Bene, questa situazione per certi versi deprimente, che ci poneva di fronte alla dura realtà delle cose, appare oggi alle nostre spalle: la gran parte dei consiglieri da me presieduti ha intenzione di ricandidarsi, pensando che sia giusto ed importante impegnarsi ancora, dedicando altro tempo e lavoro a quegli scopi che insieme ci siamo prefissati e che insieme vogliamo continuare a portare avanti. Nel ringraziare tutti loro per gli sforzi fatti in comune, vi chiedo di premiare, martedì, al momento di votare, questa voglia di impegnarsi: pensiamo sempre che si lavora volontariamente, animati solo dalla volontà di costruire qualcosa per tutti.
In ugual maniera Vi prego di accogliere col mio stesso entusiasmo tutti coloro che, magari più giovani di noi, decideranno di candidarsi. Quando fui eletto, affermai solennemente che se fossi stato battuto ad un anno di distanza, anche questa sarebbe stata una prova, per absurdum, della validità del nostro lavoro. La vitalità di un’ associazione si misura anche dalla competizione che si scatena per rinnovarne i vertici; e tutti noi ricordiamo le passate assemblee, quando spesso il numero dei candidati necessari non riusciva ad essere raggiunto. Augurandomi naturalmente di non venir mandato a casa, e di lavorare ancora a lungo con le stesse persone, auspico tuttavia che numerosi siano i candidati, numerosi coloro che votano, numerosi i congressisti dei prossimi anni. Concludo veramente, ringraziandovi di nuovo. Grazie di essere venuti qui, grazie di aver creduto in questo progetto. Ancora. A tutti voi. Grazie.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.