STEFAN, CHE SI è SCELTO STORIA ED ANTENATI

Da “l’Unità” 12 agosto 2005
di Tobia Zevi

Si viaggia non per conoscere il mondo, ma per scoprire se stessi, diceva Proust. E adesso sono in viaggio con Stefan verso la Repubblica Ceca; il nostro treno fa sognare, perché attraversa capitali, paesi, fiumi, lingue e culture diverse, vicine e distanti l’una dall’altra. Amburgo Berlino Dresda Praga Budapest. Noi siamo partiti da Dresda, e scenderemo appena dopo il confine ceco, a Usti, per proseguire col trasporto locale. Il panorama che ci accompagna dal cuore della Sassonia fino al confine è quello della valle dell’Elba, qui pomposamente ridefinita Svizzera sassone; una valle angusta, molto bella, che si stacca dall’alveo del fiume, puntellata da numerosi paesini. E’ in quest’area povera che il partito neonazista ha pescato più voti alle elezioni di settembre, in alcuni paesi le forze xenofobe hanno raggiunto addirittura il 25%. A maggio, in occasione di alcune ricorrenze popolari, sconsigliano di passeggiare per questi boschi non solo agli stranieri o alle persone di colore, ma persino alle donne non accompagnate.
Il treno si muove controcorrente, così come le molte chiatte che trasportano merci verso l’Est europeo. Mentre la gola si stringe, sembra che sulla nostra sponda rimanga spazio solo per il treno, mentre le case devono spostarsi tutte sull’altra riva. E in effetti, quando si scende ad una di queste stazioni, si è immediatamente costretti a salire sul battello e a guadare il corso d’acqua per trovarsi in mezzo alle abitazioni. Per un certo tratto l’Elba segna anche il confine naturale tra Germania e Repubblica Ceca, con tanto di controllo passaporti a bordo dell’imbarcazione: i doganieri tedeschi domandano senza tradurre, mentre gli agenti cechi, non parlando inglese, si sforzano di farsi comprendere. Gli abitanti di Dresda guidano spesso fino al confine, circa 60 chilometri, per motivazioni assai pratiche: fare il pieno in economia, gozzovigliare a pochi soldi, comprare merci di contrabbando o false (l’intero commercio è gestito, stranamente, da vietnamiti). Ma non solo: Dresda è l’unica grande città della Germania a non avere un bordello, proprio perché, nonostante le spese di trasporto, andare con le prostitute ceche è conveniente, forse anche meglio.
La nostra meta finale è Libochovice, piccolo paese boemo, dove si arriva con tre cambi di treno.  Si scende ad Usti, tipica città di frontiera, si prosegue poi fino a Decim; da lì finalmente fino a Libochovice, che si può raggiungere una volta al giorno, verso le sette di sera. Il treno è a misura dei pendolari, e una volta sopra sembra di essere di troppo, unici a non conoscersi dopo l’ennesima giornata di lavoro. Il buffo locomotore, vagone unico con panche di legno, non avrà meno di settant’anni.
Stefan, una volta sul trenino, mi racconta che su quelle stesse rotaie, non rimodernate, furono deportati gli ultimi ebrei di Libochovice nell’agosto 1942, estinguendo una comunità dalle origini quattrocentesche. Ma i miei “ricordi” spaziano ancora più indietro, alla storia della famiglia di mia madre. La mia bisnonna emigrò dal suo paese boemo agli inizi del secolo scorso, in seguito alle crescenti difficoltà per la popolazione ebraica; l’intera famiglia si trasferì in Italia, approdando a Roma o a Milano. L’unico a non abbandonare il villaggio natio, il nonno della mia bisnonna, il rabbino dello Stetl; non poteva abbandonare la sua gente, e “Nonna Olga” ha sempre raccontato di averlo salutato l’ultima volta, da lontano, seduta a cavalcioni sul carretto che la portava via. I binari del treno sembrano quindi condurmi verso una parte del mio passato.
Ma il più eccitato è sicuramente Stefan, che quasi non riesce a star fermo per la voglia di arrivare; la sua vicenda è un concentrato di storie interessanti avvolte su una trama particolare. 38 anni, di Dresda, non credo abbia mai conosciuto i veri genitori, fu allevato dalla nonna materna, vedova di guerra. A 18 anni, nel 1986, prestò il suo anno e mezzo di leva, fermandosi poi come volontario per altri 18 mesi: alti burocrati della DDR gli avevano fatto capire, che un semplice servizio militare non sarebbe bastato ad ottenere la valutazione necessaria per accedere alla facoltà di medicina, come nelle sue speranze. Solo per questo motivo un ragazzo sensibile e dolce come Stefan, lontano dalla mentalità di qualunque caserma, rimase fino all’agosto del 1989 con un’ uniforme indosso, attendendo soltanto di poterla sostituire con un camice. Nessuno però gli aveva detto, nel frattempo, nel chiuso delle camerate, delle “giornate di Lipsia”; Stefan non sapeva che le prime manifestazioni contro il regime dalla fine della guerra mondiale avrebbero sgretolato la mastodontica Repubblica Democratica in poche settimane.
Nessuna delle certezze per cui aveva duramente lavorato aveva più valore; un’ intera generazione dovette subire la drammaticità del rivolgimento epocale: <<Quelli come me hanno perso più di tutti nel cambio di regime: abbiamo dovuto rinunciare alla solida preparazione impartita nelle università socialiste, e contemporaneamente siamo invecchiati troppo in fretta per godere dei benefici delle nuove università libere e della società capitalista>>. Non si può non pensare alla diversa situazione di molte repubbliche ex sovietiche, dove è proprio la “classe Abramovich” ad aver accumulato le più inaudite fortune: la differenza sta nel fatto che, con tutte le sue inevitabili spaccature, la riunificazione tedesca ha impedito assurde speculazioni, paradossalmente a scapito di una (breve) generazione.
Senza certezze nel futuro, e senza disporre di un passato rassicurante, Stefan iniziò allora la sua ricerca: <<Da tempo sentivo un bisogno ed un richiamo. Quando ero ancora nell’esercito, una volta, entrai in una chiesa durante un turno di guardia. Il giorno dopo fui chiamato da un ufficiale della Stasi, che mi avrebbe dovuto punire, quanto meno redarguire pesantemente. Mi chiese perché lo avevo fatto. Risposi che avevo avuto voglia di ammirare l’edificio>>. E lui cosa fece? << “Si tolga almeno le mani dalle tasche, quando entra in una chiesa” mi disse freddamente. Fu una cosa incredibile, un ufficiale dei servizi segreti comunisti che mi invitava al rispetto per la religione. Lo interpretai come un indizio, come una spinta e proseguire nel mio cammino>>. E il viaggio spirituale di Stefan lo condusse in maniera sorprendente a cominciare la frequentazione con la comunità ebraica, a rispettare le prime regole e infine a convertirsi nel 1999, dopo anni di studio. “Non so dare una motivazione razionale all’esito del mio percorso, so soltanto che quando entrai la prima volta in sinagoga ebbi la sensazione di aver trovato ciò che da anni andavo cercando”.
Il cuore della Boemia è abbastanza pianeggiante; a differenza di Praga, però, arricchita dal turismo, permangono nel resto del paese grandi difficoltà economiche: aumento dei prezzi, disoccupazione alta, inquinamento pazzesco. Stefan mi spiega finalmente perché miriamo avventurosamente alla sconosciuta Libochovice. <<Nel paese si trova il quinto cimitero ebraico per antichità della Boemia. Giaceva abbandonato, ma da qualche anno, ormai, grazie ad un comitato misto tedesco-ceco, varie iniziative contribuiscono a sviluppare gli studi sulle lapidi e a ristrutturare il muro di cinta. Abbiamo organizzato concerti e mostre, donando ad un piccolo paese una visibilità ed un entusiasmo culturale addirittura internazionale>>. Una vicenda diversa, ma che ricorda il nuovo fervore delle vecchie comunità ebraiche dell’Est europeo, legato all’instancabile attività di molte organizzazioni internazionali: reimpiantare faticosamente le tradizioni in luoghi da cui il socialismo reale le aveva bandite, un’ impresa apparentemente proibitiva, ma oggi riscontrabile con una certa dose di stupore.
<<Ogni volta che vengo qui>> prosegue Stefan <<Ho l’occasione di far visita ai miei nonni, pensando che potrebbe essere l’ultima volta>>. Ma i tuoi nonni non sono morti da tempo? Gli chiedo. <<I miei nonni veri, si, ma la prima volta che approdai in questo villaggio ho conosciuto Anton ed Elena, e fu amore a prima vista>>.
E, sfiorando finalmente le lapidi inerpicate di un vecchio cimitero di provincia, si fa spazio una nuova consapevolezza, una nuova dimensione della memoria: a Stefan serviva un passato proprio, e se lo è semplicemente creato; Stefan si è scelto storia ed antenati. Questo gli ha consentito di guardare, nuovamente fiducioso, ad una vita che aveva smarrito ogni certezza. La nonna “adottata” (Babicka) e il cimitero ebraico rappresentano due facce complementari di uno stesso fenomeno, il recupero inventato di una memoria collettiva ed individuale. In molti suoi articoli, Adriano Sofri ha sostenuto che ormai, per il nostro mondo, il futuro non può che consistere nello scandagliare più in profondità il nostro passato, sviscerandone gli errori e scoprendone le soluzioni. Certamente Sofri non conosceva Stefan, ma credo che della sua memoria nuova, rivolta interamente al futuro, sarebbe contento.

                                                TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.