TEL AVIV, QUANDO LE CITTA’ ERANO BIANCHE

Da “L’Unità” 10 giugno 2007

Il sabato mattina di Tel Aviv è molto diverso da quello di Gerusalemme. Nella Città santa tutto sembra fermarsi il venerdì sera, quando la sirena segnala l’inizio dello Shabbat, il giorno di festa ebraico. Le sinagoghe aprono ed accolgono i fedeli, pronti a tornarvi anche il mattino successivo, all’insegna di una pia, per certi versi opprimente, operosità. A Tel Aviv, invece, il sabato mattina si respira un’ aria indolente, di una città che fa fatica a svegliarsi e dove imperversa la brezza marina. È in questo scorcio di settimana che, per conoscerla, bisogna farvi una passeggiata: quando si placa l’atmosfera elettrica della capitale commerciale d’Israele, e se ne può ammirare anche l’anima novecentesca, europea, socialista, che affiora dal mare intorno alla casa che fu di Ben Gurion.
Secondo A.B. Yehoshua, in effetti, Tel Aviv sarebbe nata dal mare, diversa da Gerusalemme che sorge dal deserto. E nella città si scorgono ancora le tracce lasciate dai primi fondatori alla fine del XIX secolo: i sionisti che provengono dall’Europa ambiscono a creare uno stato uguale agli altri, oltre la dimensione policentrica di tutta la storia ebraica; vogliono lasciarsi alle spalle i secoli di persecuzioni subite nell’Europa che non ha saputo accoglierli definitivamente, e forgiare un’ idea nuova di ebreo, pioniere e coltivatore. Il socialismo corrobora questo spirito, e si concretizza nelle comuni (kibbutzim) e nelle cooperative (moshavim), che di Tel Aviv rappresentano l’alter ego agricolo.
Solo nel 1909 comincia a prendere forma, accanto all’antica Yaffa, la città che vediamo oggi, e che collega tra loro i vari insediamenti ebraici sorti precedentemente; le prime costruzioni testimoniano il tentativo timido di questi coloni europei di instaurare un rapporto con un territorio a loro estraneo: edifici eclettici intrisi di uno stile coloniale britannico, tradizione locale, singolari richiami a presunti stili biblici. Ma è negli anni Trenta che, compiutamente, ci si rivolge alle energie più feconde nell’Europa dell’epoca: il modello che si vuole ricreare è quello della “città-giardino”, e per realizzarlo si incarica il noto urbanista sir Patrick Geddes, in grado di pensare un’ armonia di spazi verdi ed edifici a bassa densità, viali alberati e tranquille strade residenziali.
Tel Aviv diventa progressivamente un reticolato bianco che si estende da nord a sud lungo il corso del fiume Yarkon, grazie all’impegno e alla passione di giovani progettisti che spesso si sono formati presso i maggiori architetti dell’epoca: Walter Gropius e il Bauhaus, Le Corbusier, Eric Mendelsohn. Le costruzioni di questi anni, in parte ancora oggi in piedi, fanno perno sul bianco e sulla linea orizzontale, esaltando l’espressività delle curve, e celebrano, grazie agli aggetti e alle rientranze, la luce e l’ombra, cifre principale dell’architettura di Tel Aviv. Quando poi, dopo la Shoah, Israele accresce enormemente la sua popolazione con i sopravvissuti europei e con i profughi dei paesi arabi, il gioco di vuoti e pieni di Geddes verrà naturalmente intaccato, senza però che venga mai compromessa in maniera definitiva la struttura urbana portante.
Proprio a questa breve, ma decisiva, stagione della città è dedicata la mostra Tel Aviv – La città bianca, alla Casa dell’Architettura di Roma, promossa dal Dipartimento di Geografia umana della Sapienza di Roma e dalla stessa Casa dell’Architettura. L’esposizione, presentata per la prima volta in Italia e curata dalla professoressa Anna Maria Nassisi, racconta l’evoluzione della città tra il 1931 ed il 1948 attraverso documenti storici, mappe, disegni, fotografie, plastici, video e animazioni digitali, e ripropone fedelmente l’iniziativa originale promossa nel luglio 2004 dal Museo d’Arte di Tel Aviv per opera degli architetti Nitza Szmuk e Tal Eyal. Un evento messo allora in cantiere dopo che l’Unesco, nel 2003,  ha inserito il centro della “città bianca” tra i siti patrimonio dell’umanità (unico novecentesco insieme a Brasilia), proprio per la straordinaria fusione tra la modernità dell’architettura europea, le esigenze abitative e climatiche mediorientali e una specifica, irripetibile, esperienza storica.

TOBIA ZEVI

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.