UN ROMANZO DELLA MENTE CHIAMATO VIAGGIO

Da “l’Unità” 6 agosto 2007
di Tobia Zevi

Siamo abituati a pensare il “viaggio” come un movimento sulla linea dello spazio. Ed è, ovviamente, così. Ma viaggiare è anche fermarsi un attimo a guardare per cogliere un’ altra sfumatura, per capire meglio; stabilendo con il tempo, che viene rallentato e assaporato, un legame diverso da quello della quotidianità. E proprio questo ritmo differente distingue il viaggiatore dal turista, che invece accumula convulsamente chilometri e luoghi.
Sulle caratteristiche specifiche dell’ “esperienza-viaggio”, già scandagliata in mille maniere (basti pensare, per esempio, alle pagine di Thomas Mann nella Montagna incantata o alla miriade di testi sulla figura di Ulisse), Paolo di Paolo ha interrogato 19 scrittori italiani, raggiunti nei vari luoghi dove abitano o che hanno influenzato le loro esistenze. Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi (Laterza, pp. 208, euro 14) racconta le conversazioni tra il giovane scrittore e Camilleri, Campo, Culicchia, Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzuco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria e Tabucchi. Si va da Milano a Roma, passando per Parigi; da Lisbona a Castellamare di Stabia passando per Orbetello o Pescasseroli o Genova.
«L’unico vero viaggio non sta scritto nelle guide o nelle cronache dei giornali. Sta scritto nelle vite delle persone» sostiene Ugo Riccarelli, analizzando il rapporto con la scrittura. Ma cosa conta di più, la stazione di partenza o quella di arrivo? Per alcuni ci si rende conto di ciò che si è vissuto soltanto al momento di rientrare, quando riconosciamo l’importanza del porto da cui siamo salpati nell’essere come siamo. Spiega Raffaele La Capria: «Tu parti da un luogo, piccolo o grande che sia, non importa, e questo luogo segretamente definisce i contorni della tua personalità. Il vero viaggio comincia se compi lo sforzo di interpretare i segni del destino che quel luogo ha impresso in te». Una dinamica di allontanamento e ritorno continua, che si arricchisce ad ogni nuova partenza.
Come recita il sottotitolo, uno degli aspetti più affascinanti di qualunque inchiesta letteraria sul viaggio, è la relazione di quest’ultimo con la lettura. Nella sua introduzione Pietro Citati descrive un primo tipo di viaggiatore, quello «nascosto in una stanza (…): il maniaco della quiete, che prova un sussulto di raccapriccio appena qualcuno sposta un quadro sulle sue pareti, un mobile nella sua casa». Questo lettore estrae la sua esperienza dalla pagina scritta, non percepisce direttamente i colori e gli odori del mondo, ma «appena i suoi sguardi si rispecchiano nella pupilla di un altro, appena contempla ciò che altri hanno visto e scritto nei libri, gli sembra di acquistare una penetrazione meravigliosa». Ma, di nuovo, per provare questa sensazione bisogna ritagliarsi il tempo necessario. Nel primo dei saggi raccolti in Nessuna passione spenta, George Steiner descrive il quadro Le philosophe lisant: l’atto della lettura viene scomposto dal filologo americano in tutti i rituali e i gesti che in passato ne scolpivano la gravità. L’abbigliamento con cui ci si avvicinava alla scrivania e i materiali delicati del volume producevano una solennità oggi irreversibilmente perduta, e che pure è fondamentale per “viaggiare” con la nostra mente.
Si parte, e si continua a partire, dunque, essenzialmente per conoscere. Leggendo un libro o guardando fuori dal finestrino cerchiamo di capire qualcosa in più del mondo che ci circonda e di noi stessi. Ma quello che conta, per dirla con Antonio Tabucchi, è che «non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un “villaggio globale”, come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto».

                                                
   

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.