IN VOLO CON UN NEGAZIONISTA, TRA HOSTESS E KOSHER SEMIFREDDI

Da "il Riformista" 26 gennaio 2008 – IN VOLO CON UN NEGAZIONISTA, TRA HOSTESS E KOSHER SEMIFREDDI. FALLITA LA RIVOLUZIONE NERA, VENDE FRIGORIFERI IN GIRO PER IL MONDO –  di Tobia Zevi 

 

Ci unisce, prima di tutto, la corsa ad accaparrarci i posti in prima fila. Con la prospettiva di cinque ore di volo da Dubai a Roma, poter allungare le gambe è fondamentale. Io me ne sono già sorbite 11 tra l’Australia e Dubai, e sono piuttosto provato. Ma anche lui, appena si siede, mi racconta di non poterne più: «Questa compagnia» esordisce un po’ sudato per gli spostamenti con le borse a tracolla «peggiora di anno in anno. Ci ho volato dappertutto, ma questa volta me ne hanno davvero combinate di tutti i colori». Non pongo domande precise, ma è ugualmente un fiume in piena. Sostanzialmente si è persa la sua valigia all’arrivo in Arabia Saudita, e i tecnici della compagnia non si sono mai presentati puntuali agli appuntamenti concordati per restituire il bagaglio. Solo che il mio vicino, quando viaggia per lavoro, si sposta velocemente da un posto all’altro per concentrare molti appuntamenti in pochi giorni. «Il maggior numero di contratti» è la sua dizione esatta. Mi spiega di essere un imprenditore campano (dettaglio già tradito da un accento inconfondibile), responsabile export per una ditta del nord che fornisce frigoriferi agli alberghi di mezzo mondo. Hotel che scova personalmente e dove poi si reca in lunghe trasferte divise per continenti. «In Medioriente vado dopo il Ramadam, che è il periodo migliore» sentenzia: in effetti in anni di contatti con i paesi dell’area ha messo a punto una conoscenza approfondita di usi, persone e, ovviamente, tecniche commerciali. Ha visitato ogni paese arabo, spesso Israele, e sa descrivere in maniera colorita pregi e difetti di ciascuno.

Siccome si accenna alla Campania, e visto che dopo giorni ho conquistato un giornale italiano, partono un paio di battute sulla politica nostrana. Mastella, De Mita, la situazione del Mezzogiorno. Mi stupiscono le sue considerazioni ed alcuni episodi che racconta, perché mi sembrano da addetto ai lavori, o almeno da osservatore assai interessato. «L’approccio dei vecchi democristiani, da noi, è straordinario, altro che i nuovi arrivati. I dirigenti locali DC avevano una lista dei compleanni, e ti chiamavano tutti gli anni, senza mancarne uno». Ce l’ha soprattutto con il centrodestra locale, con AN, ma non riesco ad inquadrarlo politicamente. Provo ad immaginarmelo a sinistra, ma qualcosa non mi torna. «Una volta l’ho pure votata AN, ma proprio perché non c’era alternativa» argomenta, mentre dice peste e corna di tutti i principali leader del partito di Fini. Mi viene un sospetto, e menziono Alessandra Mussolini. È il tasto giusto: mi lascia intendere di appartenere alla galassia dell’estrema destra, e dopo un paio di mie incursioni interlocutorie mi spiega di essere un attivista storico di Forza Nuova, ex NAR. Io sono ancora rigorosamente in incognito, ma la situazione mi pare singolare. A diecimila metri dal suolo e senza le consuete interruzioni del telefono, mi trovo fianco a fianco con un vero fascista. Uno col quale, nella vita reale, non avrei accettato di confrontarmi: mesi fa mi cercarono da un canale satellitare della Rai per partecipare ad una puntata con un esponente di estrema destra. Io rifiutai pacatamente dicendo che non ritenevo ci fossero, tra noi, le premesse comuni necessarie per intrecciare un dialogo.

«Non ho mai avuto alcun problema con la giustizia, ed anche nei NAR non ho mai partecipato a fatti di sangue» si premura di rassicurarmi, mentre impallidisco al nome della formazione estremistica anni Settanta. L’aspetto più incredibile è che mi devo sforzare per ricordare chi ho di fronte e non far prevalere l’impressione positiva suscitata da un uomo decisamente simpatico. L’immagine del militante di estrema destra che spadroneggia allo stadio, escluso dall’arena politica che conta, è assai distante da questo imprenditore meridionale stropicciato dai troppi voli, abile nel suo campo (“siamo diventati la terza azienda in Europa”), che ha anticipato il ritorno a casa per la nascita di un figlio. Continuiamo sulla politica: mi dice di non avere tempo da perdere in prima persona, che nessuno dovrebbe campare di politica, ma si coglie che invece è un vero appassionato. Nella sua regione mi racconta di aver fatto eleggere alcuni consiglieri comunali e persino un sindaco. Non ho ancora detto nulla, ma si è fatto l’idea che io sia di sinistra. Non confermo ma gli chiedo se non prova disagio, non essendo un “disperato estremista”, a non aver neanche diritto di tribuna nella politica vera. «Guarda che con noi nessuno parla perché abbiamo l’1%. Siamo in Italia, con l’otto per cento anche D’Alema verrebbe in tv a confrontarsi». Penso all’esempio tedesco, con tutti i partiti che hanno rifiutato alleanze con le estreme, e alla differenza con la politica italiana. «E poi» annuncia fieramente «Berlusconi sa bene che nel ’96 e anche dieci anni dopo ha perso per la mancata alleanza con noi. 24mila voti servivano, e noi ne abbiamo presi molti di più. Colpa di Fini. Per questo adesso Silvio appoggia l’operazione di Storace». Il nemico numero uno, comunque, è Fini, per ideologia ma anche per stile. Lui alla convention della Destra ci è andato, un po’ per curiosità e un po’ per passione.

Mi apro il minimo indispensabile. Racconto che i miei nonni erano ebrei, del Partito d’Azione e anche di alcuni mie idee politiche. Lui è sorpreso ma rimane impassibile. Butto là il tema del conflitto israelo-palestinese. Mi spiazza con la sua posizione: niente a che vedere con l’estremismo filo-palestinese tradizionalmente della destra fascista: «Ritengo che si debbano formare i due Stati, ognuno sovrano ed indipendente. Quello che gli israeliani hanno fatto in pochi decenni è un miracolo della storia. Però bisogna pure occuparsi di quello che i palestinesi hanno subìto. I profughi non possono ritornare in Israele, ma devono essere loro concesse delle compensazioni. Ma se ne deve fare carico la Comunità internazionale, perché Israele è uno stato troppo piccolo per accollarsi costi simili!”. La conoscenza è una tappa fondamentale nella comprensione reciproca: il fatto di essere stato più volte in Israele, e di esservisi trovato bene, ha chiaramente mitigato di molto le sue posizioni. «Che non sono» ammette quasi dispiaciuto «quelle dell’organizzazione».

La svolta arriva con il mio pranzo kosher, congelato e riscaldato al microonde come nella migliore tradizione. Un attimo di silenzio, che si stempera con un diversivo: mi spiega come ci si conosce tra uomini d’affari ed hostess nei paesi mediorientali. Come ci si scambia il numero fugacemente, per poi incontrarsi, due solitudini a contatto, una sera in qualche ristorante dal menù internazionale. È molto preparato su questo tema, anche se lui è fedele. «Ma sono tanti» mi spiega «che dopo qualche giorno o qualche settimana  si fanno la fidanzata in ogni città dove vanno». Mi racconta dello scherzo di un suo collaboratore ebreo di Parigi, con cui lavora da anni ma che ignora le sue idee politiche. «Fa sempre il test sull’antisemitismo:» ridacchia «va da qualcuno e gli fa: “Se domani ci fosse nuovamente Hitler, perseguirebbe ebrei e parrucchieri. E alla domanda dell’altro “E i parrucchieri che c’entrano?”, controbatte rabbiosamente: “E perché, gli ebrei?”».

Ormai, dopo aver discusso su molti argomenti, penso di poter fare la domanda che più mi sta a cuore. «Qual è la vostra posizione sulla Shoah?» domando semplicemente. «Negazionismo assoluto» afferma senza esitazione. Ha tratto le sue convinzioni dai testi di Irving, che considera ovviamente un martire della libertà d’espressione. Indago in maniera puntigliosa ed in effetti nella tesi lapidaria, sua e dell’organizzazione, c’è un difetto di logica: più che di negazionismo si tratta infatti di un profondo revisionismo. Le argomentazioni, trite e ritrite, sono quelle tristemente note: come mai quasi tutti i lager erano in Europa orientale, liberata dai comunisti? Come sarebbero potute bastare le linee ferroviarie e i campi di concentramento ad ammazzare milioni di persone? «Ci sono molti dubbi… Ci sono molti dubbi…» è il refrain continuo. Mi sento un po’ deluso: immigrazione, libertà religiosa, diritti. Su ogni cosa la pensiamo in maniera diametralmente opposta. ma il filo del dialogo non si era spezzato. Un uomo internazionale, che viaggia in tutto il mondo, parla varie lingue (persino un po’ di arabo) ed ha vissuto all’estero, mi sembra uno con cui, nonostante tutto, si debba poter discutere. Ma sulla Shoah non si possono fare compromessi. Mi concentro sul mio kosher, si è raffreddato.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.