BIBLIOTECHE? IL SAPERE SI FERMA AL TORNELLO

Da “l’Unità” 13 febbraio 2008 – BIBLIOTECHE? IL SAPERE SI FERMA AL TORNELLO – di Tobia Zevi

 

Nell’era del business dei beni culturali, rischiamo di dimenticarcene uno: il libro. Le biblioteche italiane sono generalmente trascurate, pur essendo spesso assai ricche. Quali sono i loro problemi? «Basta entrare per percepire la differenza con quelle estere» spiega Matteo Motolese, associato di Storia della Lingua italiana alla Sapienza, che in pochi anni le ha frequentate da studente e poi come dottorando e ricercatore. «All’ingresso ti accoglie uno sbarramento, per esempio un tornello. Negli altri paesi, invece, l’accesso all’edificio è libero, mentre ci si accredita nelle sale di lettura». Potremmo disquisire sul rapporto tra testo e pubblico in una società protestante e in una cattolica, ma restiamo sul concreto: «La biblioteca deve essere uno strumento di condivisione del sapere» prosegue il professore «e l’architettura può agevolare l’incremento dei lettori. Non è solo un luogo di lavoro per studiosi, ma anche occasione di promozione culturale. Penso alla Public library di Seattle: una sezione per i bambini, un’ altra per l’analfabetismo, un’ area centrale a forma di cuore, che rappresenta il fulcro dell’edificio». Da noi sembrerebbe un’ eresia. «Dobbiamo unire la capacità di conservare a quella di coinvolgere, come facemmo 20 anni fa con i musei. La Biblioteca nazionale centrale di Roma ha cominciato questo percorso».

E proprio da questo gigante, con pregi e difetti, bisogna partire. Sette milioni di volumi tra cui quasi 120 mila autografi e una media di 50 mila acquisizioni ogni anno; 350 mila visitatori accompagnati da 315 dipendenti di ruolo; circa 28 chilometri di scaffalature, che moltiplicate per dieci piani fanno più o meno la distanza tra Roma e Napoli. Perché qui arriva tutto, in virtù della legge sul “deposito legale” riformata nel 2004: secondo questa norma ogni nuova pubblicazione deve essere inviata alle due Biblioteche nazionali centrali (Roma, appunto, e la gemella Firenze) e ad alcuni enti locali, sia che si tratti di un testo di valore sia che si tratti di un opuscolo qualunque. E quindi numeri da capogiro. «Ma gli utenti, giustamente, cercano l’informazione ed il servizio collegato (fotografie, fotocopie). Naturalmente in tempi brevi e ad un prezzo basso. Un po’ come quando, da militare di leva, chiedevo “una bevanda fresca, abbondante e che costi poco”. E mi guadagnavo un gavettone…». L’ormai ex-soldato è Osvaldo Avallone, direttore della Biblioteca nazionale di Roma: «Abbiamo fatto grandissimi passi in avanti negli ultimi anni, nonostante i finanziamenti, tra 2001 e 2006, siano passati da 3,2 milioni di euro a circa 2,2. Ogni biblioteca ha i suoi problemi, che di solito sono strutturali, ed anche noi abbiamo i nostri».

La Biblioteca fu istituita al Collegio romano nel 1876 per volontà del ministro Ruggero Bonghi, essenzialmente composta dalla Biblioteca maior dei Gesuiti e dai fondi delle altre congregazioni religiose soppresse; l’operazione frettolosa fu gravida di conseguenze nel tempo, come dimostrarono numerose commissioni d’inchiesta. Rispetto all’altra biblioteca centrale, quella di Firenze (ospitata in un palazzo del 1936), l’edificio costruito nel 1975 al Castro Pretorio è assai più funzionale: «La dicotomia tra Roma e Firenze potrebbe essere risolta sul modello della Deutsche Bibliothek, tre sedi ma un’ unica amministrazione» ci spiegano dall’Associazione italiana biblioteche (AIB), «anche perché esistono differenze sostanziali: a Firenze viene circa un terzo del pubblico romano, ma più qualificato. Inoltre il nuovo regolamento ministeriale di fine 2007 consente a questi due enti un’ autonomia speciale anche dal punto di vista finanziario, con l’introduzione di meccanismi di fund-raising per migliorare i servizi». La Biblioteca di Roma è oggi un luogo gradevole, talvolta aperto ad eventi come la celebre Notte bianca, con in più una buona tavola calda. Anche se permangono disservizi ingiustificabili: il tetto di tre richieste contemporanee; i pomeriggi senza distribuzione; un orario estivo (il periodo degli studiosi stranieri) da terzo mondo; l’assenza di bibliografia internazionale; l’impossibilità di prenotare i libri sul web. «Si dovrebbe ripartire dal wireless» afferma deciso il professor Motolese «perché la rete oggi rappresenta l’accesso ai testi. Un  modo di condividere un patrimonio ad un livello alto, superando la cultura dei congressi». Con le poche risorse a disposizione qui si sono fatti miracoli: «C’è il deficit di spazio. Ma un'altra grande questione è quella del personale» conclude Avallone «sono qui da cinque anni e sono al quarto contratto. Non c’è, in questo settore, un’ attenzione alle risorse umane. I dirigenti non sono tutelati alla scadenza del vincolo, e potrebbero non essere ricollocati. Per non parlare di tutte gli atipici – servizio civile, volontari, stagisti – senza i quali non potremmo andare avanti e che, senza garanzie, non possono fidelizzarsi, pur essendo spesso motivati e preparati».

Un problema, questo del lavoro precario tra i bibliotecari, che da qualche anno ha trovato in rete la sua valvola di sfogo: www.biblioatipici.it racconta di storie professionali fondate sull’incertezza, acuite dalla sensazione di essere diversi (“sono un atipico tra gli atipici”). Un tema di grande attualità perché in questo campo l’ultimo concorso nazionale per funzionari risale al 1983 e i posti a tempo indeterminato – già nell’ordine delle poche decine – diminuiscono di anno in anno. Per non parlare di una ricerca del 2003 della Regione Sardegna (peraltro tra le più virtuose), citata dal Rapporto sulle biblioteche italiane dell’AIB 2005-2006, che attestava i lavoratori atipici al 180,9% rispetto ai bibliotecari di ruolo. Quasi il doppio.

«In Italia il patrimonio librario è ricco e la preparazione degli addetti è cresciuta negli ultimi anni, ma nel complesso risulta difficile essere ottimisti…» spiega Paolo Traniello, ordinario di Bibliografia e Biblioteconomia a Roma 3 ed autore per il Mulino del libro Storia delle biblioteche in Italia dall’Unità ad oggi. «Ci sono servizi che funzionano ma anche un deficit in termini di qualità di gestione e di fondi. Bisogna considerare che il sistema bibliotecario è assai variegato: vi sono le biblioteche pubbliche statali (circa 40), tra cui quelle dei ministeri, dei tribunali e di alcuni monumenti nazionali (per esempio Montecassino); poi tutte le locali, previste dall’articolo 117 che attribuisce alle Regioni la responsabilità in materia. E poi tutte quelle ecclesiastiche e dei monasteri…». Negli anni l’importanza delle biblioteche nell’Europa a 25 non sembra essere calata: sono circa 138 milioni gli europei – dati sempre Rapporto AIB – che le frequentano e ogni europeo vi si reca in media 7 volte all’anno, quasi 8 nell’Europa a 15. Vanno assai più forte le istituzioni locali ed universitarie (anche grazie all’enorme aumento degli studenti), mentre le biblioteche nazionali, oggetto di investimenti straordinari (per i nuovi edifici di Parigi, Londra e Francoforte), mostrano segnali di sofferenza. «Negli ultimi anni» ci dice ancora il professor Traniello «si sono sviluppati, a livello locale, soprattutto comunale, molti poli d’eccellenza con servizi di ottima qualità. Si pensi alla “Berio” di Genova, alla “Sala Borsa” di Bologna, alla “S. Giorgio” di Pistoia, ma anche, per esempio, a Vimercate, che nei primi anni Novanta ha avuto finanziamenti per sette miliardi e mezzo di lire. Un fermento che manca a livello di amministrazione centrale. E che purtroppo non tocca il Mezzogiorno, con l’eccezione significativa della Sardegna».

Un capitolo a parte merita la digitalizzazione, che ha compiuto straordinari progressi: l’indice OPAC mette in rete la maggioranza delle biblioteche italiane (www.opac.sbn.it), e sono già partiti i grandi progetti per rendere scaricabili cinquecentine (Edit16) e manoscritti. Il tutto nel quadro della Biblioteca Digitale Italiana, varata nel 2000 dal Ministero dei per i  Beni Culturali e coordinata dalla Direzione dei Beni librari. Una mole gigantesca di lavoro ed una vera rivoluzione potenziale, con il dubbio amletico se debbano essere informatizzati solamente gli indici o tutto il testo, come Google sta già facendo. «Il valore storico e civile di una biblioteca nella comunità non è sostituibile da una biblioteca digitale, che è una prospettiva positiva e realistica, ma non esclusiva» chiosa ancora Traniello. E sono in molti tra gli addetti ai lavori che, un po’ per difendere il posto un po’ per affetto verso la carta stampata, ripetono: «Una biblioteca è una biblioteca anche in presenza delle nuove tecnologie».

 

 
Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.