IL RESTAURO? PER MOLTI E’ UN GRAN BELL’AFFARE

Da "l'Unità" 8 aprile 2008 – IL RESTAURO? PER MOLTI E' UN GRAN BELL'AFFARE –  di Tobia Zevi

«Secondo me, più che altro, si tratta di una provocazione intelligente» afferma Giorgio Bonsanti, ordinario di Storia dell’arte e del restauro a Firenze. «La proposta di una moratoria, lanciata alcuni mesi fa da Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, può avere un effetto positivo: ci obbliga a riflettere sui fondamenti stessi del restaurare». Di questo e di molto altro si è discusso nella XV edizione di “Restauro”, il Salone del Restauro e della Conservazione, manifestazione che si conclude oggi dopo quattro giorni a Ferrara. L’evento, patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri degli Esteri e dei Beni Culturali, ha vari obiettivi: nei numerosi stand gli interessati possono conoscere le più recenti innovazioni adottate dalle aziende specializzate nel settore; nelle presentazioni dei lavori si possono ammirare le operazioni più significative nel recupero delle opere d’arte; nei vari forum tematici, infine, si ragiona sulle prospettive future e su argomenti specifici legati a questo tema.

«L’Italia ha una tradizione straordinaria in questo settore» spiega Paolo Conti del Corriere. «Nel 1938 Cesare Brandi fonda l’Istituto Centrale del Restauro (ICR), e da allora il nostro paese è sempre stato all’avanguardia nella tutela del patrimonio artistico ed architettonico. Questa attenzione è dovuta storicamente a due fattori: da un lato l’interesse scientifico e dall’altro l’enorme ricchezza del nostro territorio» .

Il nostro sistema-paese eccelle in questa arte. «All’Expo di Shangai del 2010 l’Italia esporterà un’ immensa quantità di esempi di restauro» va avanti Conti «le aziende italiane hanno contribuito al restauro della Palazzo imperiale di Pechino, tanto per citarne uno. Ma ad imporsi, oltre ad alcune tecnologie, è soprattutto una mentalità». Ed è interessante ricordare come anche in questo possa misurarsi la distanza culturale tra Oriente ed Occidente: secondo lo storico polacco Andreij Tomacevsky la concezione occidentale, mirata alla conservazione della materia, nascerebbe dal culto delle reliquie dei santi, mentre in Oriente la disinvolta e sistematica demolizione e ricostruzione delle opere d’arte e di architettura deriverebbe dall’idea della reincarnazione.

«Il fatto che il restauro sia anche un affare è positivo. Purché questa dimensione non sia esclusiva» spiega ancora il professor Bonsanti. «In una delle tavole rotonde si è ragionato sulla “nobiltà” del restauro, come tramite tra la collettività e l’oggetto artistico. Vale in questo caso quanto Cennino Cennini, un trattatista della fine del Trecento, suggeriva sull’arte in generale: va bene che la si faccia per interesse, ma l’impulso iniziale deve essere “l’animo gentile”». Bisogna tenere presente che questo campo è davvero in grande espansione dal punto di vista economico: innanzi tutto per il numero di persone impiegate nelle ditte specializzate in materiali e tecnologie; e poi perché la tutela dei centri storici e delle opere d’arte è un fattore di sviluppo del patrimonio e quindi del turismo. C’è davvero il rischio che il restauro si trasformi in showbiz? «Il punto è che quando si affronta questo tema i giornali si interessano solo ai due-tre grandissimi interventi fatti ogni anno, mentre viene trascurato il lavoro silenzioso di manutenzione operato nelle varie città, che garantisce la conservazione del nostro territorio storico» termina Bonsanti. E al Salone, tra gli altri, sono stati mostrati i restauri dell’antichissima Croce dell’Abbazia di Rosano (Firenze, metà XII secolo), del Perseo di Benvenuto Cellini e degli appartamenti Borgia decorati dal Pinturicchio.

L’Italia, come detto, ha da sempre avuto su questo tema una particolare sensibilità, che si esprime in diverse tendenze ideologiche e culturali. Si va da una politica della pura conservazione, che prescrive il mantenimento integrale dello statu quo dell’opera d’arte o del monumento (anche se diroccato), al cosiddetto “restauro di ripristino”: con questo si vuole ricostituire l’ultima configurazione organica dell’opera, frutto di diverse stratificazioni; un orientamento che ha dato luogo a non poche polemiche, come nel caso della ricostruzione degli isolati bolognesi di S. Leonardo e S. Caterina alla fine degli anni Settanta. Per arrivare infine a tutte le esperienze di restauro critico, che in Italia hanno fatto perno sulla scuola romana dell’ICCROM al S. Michele: occorre salvaguardare il palinsesto costruitosi nel tempo e far dialogare parti antiche e parti nuove, rendendo leggibili le aggiunte moderne.

Sulla scorta di questi orientamenti, ci si trova talvolta di fronte a domande complesse ed ironicamente beffarde allo stesso tempo, in particolare per quanto riguarda l’arte contemporanea: è legittimo sostituire il contenitore plastico di “Merda d’artista” di Piero Manzoni, corroso nel corso dei decenni, o si tratterebbe di un falso?

Bisogna riflettere su due aspetti relativi al restauro architettonico: il ruolo dell’architetto ed il ruolo delle agenzie formative, innanzi tutto le università. La stessa nozione di restauro nasce quando in Occidente si considera chiuso il ciclo classico dell’architettura; fino ad allora scienza della costruzione e scienza della conservazione erano state tutt’uno. Oggi le due dimensioni sono definitivamente divaricate, ma molti degli scempi degli ultimi decenni dimostrano che ci vogliono bravi architetti per fare buoni restauri, e che una cattiva preparazione produce più danni di una cattiva ideologia. Le università hanno dal canto loro un compito assai impegnativo: quello di colmare lo spazio tra la teoria ed il mestiere, ciò che non sempre avviene. Occorre formare architetti in grado di comprendere con sensibilità le specificità di un sito, ma anche di intervenirvi con intelligenza progettuale.

 
Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.