QUEI SEGNALI DI PACE TRA LE MACERIE

Da “l’Unità” 17 aprile 2009

QUEI SEGNALI DI PACE TRA LE MACERIE

di Tobia Zevi

 

Può esserci una speranza nella disperazione? Tra le macerie ancora fumanti, l’Italia ha mostrato un’inedita, straordinaria, normalità. Non la generosità dei volontari accorsi, perché a questo eroismo siamo abituati dalle troppe calamità del passato. Una novità di cui spesso, stupidamente, non si parla: la convivenza pacifica e sistematica tra popoli, religioni, culture, storie di vita differenti. Davanti alle 205 bare accostate per il funerale di venerdì, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha officiato il rito cattolico. Seguito dall’orazione di un imam, in onore dei caduti musulmani (non un vero e proprio funerale, giacché le salme erano già lontane). E dopo queste parole è risuonato, nella commozione generale, l’inno israeliano della «Hatikvà», cioè  «Speranza». Non per delle vittime ebree, ma per cittadini israeliani islamici (beduini della Galilea), in una complessa sovrapposizione tra identità plurali. E tra tutte le immagini incollate alla nostra memoria la più terribile è forse la bara minuscola di un bambino poggiata su quella di sua madre. Abbracciati dopo la fine, con un orsacchiotto ed una motocicletta-giocattolo che si ostinano a cadere per terra, perché a rimanere su una cassa da morto proprio non ci stanno. Antun, che avrebbe compiuto cinque mesi a Pasqua, e Garinca. Romeni. Che vivevano nel nostro paese, ci sarebbero cresciuti ed invecchiati, e che qui sono morti. Due romeni tra i molti immigrati sistemati alla meno peggio nelle tendopoli per sfollati. Bambini con la pelle di colori diversi che giocano a pallone, che ricominciano a studiare su banchi precari, che chiacchierano in fila quando scappa la pipì ed il bagno chimico è occupato.

Il fatto che si dedichi scarsa attenzione a questi episodi –  anche perché, va detto, le notizie si sono susseguite convulsamente – è certamente un errore, poiché non siamo capaci – o, politicamente, non conviene! – di raccontare la quotidianità virtuosa dell’immigrazione; ma dimostra anche che questa mescolanza non ci provoca più alcuno stupore. Non ci sorprende che tra i marinai rapiti nel golfo di Aden vi siano dieci italiani e sei romeni. In mare, come tra i terremotati, si condividono il cibo e l’incertezza di una condizione spaventosa, e le distanze scompaiono.

Non sono tutte rose e fiori, per carità. Una serie impressionante di violenze razziste e vigliacche contro gli immigrati nella periferia romana si è purtroppo incaricata di ricordarcelo. Ma non dobbiamo raccontare solo questo. Si ripete frequentemente, con una formula un po’ trita, che la società è più avanti della politica. Per un paese che non si è ancora decentemente dotato di una legge di cittadinanza funzionale ed umana (e con un governo che sembra addirittura andare nella direzione opposta), però, per fortuna sembra proprio così.

 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.