L’ITALIANO DA FARSI. LA POLITICA SI INTERESSA ALLA LINGUA

Da “l’Unità” 5 gennaio 2010
L’ITALIANO DA FARSI. LA POLITICA SI INTERESSA ALLA LINGUA
di Tobia Zevi

Girando per gli stradoni di Buenos Aires, in dicembre, sono rimasto positivamente colpito dalla campagna pubblicitaria della Società Dante Aligheri, che invitava gli argentini ad apprendere l’italiano. Un’iniziativa destinata ad un certo successo, visto che un’indagine recente ha confermato la nostra lingua al quinto posto tra quelle più studiate (dopo inglese, spagnolo, francese e tedesco) e in crescita.
Pochi giorni fa, poi, alla Camera è stata presentata una bozza di legge per l’istituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI). Non si tratta della prima iniziativa di questo genere e la proposta è stata appoggiata da tutti i gruppi parlamentari ad eccezione della Lega. Di questo organismo, un po’ pletorico, farebbero parte i Ministri dei Beni Culturali, dell’Istruzione, degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Pubblica amministrazione, un esponente della Conferenza Stato-Regioni ed un coordinatore tecnico-scientifico. Ad individuare invece misure concrete da adottare sarebbero un gruppo di docenti universitari uniti ai rappresentanti delle istituzioni che si interessano alla lingua italiana: la Dante Aligheri, la Crusca, gli Istituti italiani di Cultura, rappresentanti del mondo della scuola.
    Questa volta l’idea ha sollevato meno proteste che in passato, quando, soprattutto a sinistra, la sola ipotesi aveva scatenato il timore di un dirigismo linguistico di ventenniana memoria. Luca Serianni, uno dei maggiori studiosi di lingua e grammatica italiana, si è immediatamente espresso a favore del Consiglio, purché questo si ponga obiettivi circoscritti e misurabili, volti a sviluppare una maggiore conoscenza dell’italiano nella scuola (anche tra i docenti),  all’estero e nella popolazione immigrata in aumento. Rispetto ad un’analoga proposta del 2005 è stata giustamente accantonata l’idea di una Grammatica ufficiale, mentre è rimasta l’ambizione alla semplificazione del linguaggio burocratico: un intento apprezzato dai cittadini e poco praticato dai parlamentari che continuano scrivere testi di legge del tutto incomprensibili.
    La Costituzione non tutela, a differenza di altri paesi europei, l’italiano. Dopo l’Unità una percentuale bassissima di cittadini (17%) era in grado di esprimersi in lingua, ed anche per questo Massimo D’Azeglio affermò: «Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani». Gli esperti, infatti, sostengono che la lingua sia un fattore decisivo non solo nei processi formativi in generale, ma soprattutto nell’elaborazione dell’identità. In un’epoca come la nostra, in cui i fenomeni migratori assumono proporzioni incredibili (12% di stranieri tra i nati vivi dell’ultimo anno secondo l’ISTAT), questo tema non può essere trascurato: lasciamo stare, per un momento, i riti celtici, i dialetti nelle scuole e le classi separate, e ragioniamo seriamente su come favorire processi d’integrazione a partire anche dall’idioma nazionale.
    É evidente che il CSLI dovrà servire da coordinamento ed essere dotato di risorse adeguate. Il suo successo dipenderà dalla capacità di interagire con le principali agenzie culturali della società, innanzitutto la scuola e la televisione. Per adesso, un segnale importante è arrivato: la politica si interessa alla lingua italiana e lo fa senza accenti propagandistici. Il che non è poco. I prossimi mesi ci diranno se lo saprà fare anche in concreto. 
Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.