QUELL’APPLASO AI REDUCI DEL LAGER

Da “l’Unità” 19 gennaio 2010

          di Tobia Zevi

     «Vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte». Le parole di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, riassumono il significato della visita di papa Benedetto XVI alla sinagoga. Un’esortazione, più che un risultato acquisito. Una speranza consapevole dei rischi. Una contraddizione con cui bisogna fare i conti: la fede, dono per l’umanità, nelle sue mistificazioni ha condotto nella storia anche all’odio e alla morte.

     Se c’è un’immagine che rimarrà nella memoria di questa giornata, questa è l’applauso del papa ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Benedetto XVI ascolta, si alza lentamente, applaude con battiti misurati, guardando in volto questi anziani con rispetto e con un intensità di preghiera. Gli occhi degli ebrei presenti corrono proprio alle mani del pontefice, e tutte le volte che queste si sciolgono in un applauso il clima sembra farsi più disteso. Rispetto a 24 anni fa è tutto diverso, e non solo perché nel frattempo quel mondo non c’è più. Allora fu una parola a far vibrare maggiormente i cuori: «fratelli». Già, fratelli maggiori, come precisò immediatamente Giovanni Paolo II. Non è una differenza piccola: la fratellanza alludeva certamente alle incomprensioni e agli orrori del passato, ma si rivolgeva naturalmente al futuro. Venti anni prima la Chiesa aveva ridefinito la sua posizione verso gli ebrei con l’enciclica Nostra aetate, e molti, straordinari, gesti di riconciliazione non erano ancora realtà. Karol Wojtyla avrebbe chiesto perdono agli ebrei e, già stanco, avrebbe pregato a Gerusalemme. Il «sogno» del riconoscimento vaticano dello stato d’Israele si sarebbe avverato nel 1993. Il meglio, insomma, sembrava di là da venire, sebbene il dialogo ebraico-cristiano dei decenni precedenti avesse già compiuto progressi fondamentali.

Pacifici parla per primo, e si commuove al ricordo delle suore che salvarono suo padre e suo zio dalla deportazione nei lager. Suor Vittoria, appartenente alle stesse Suore di Santa Marta, è presente ma non vuole farsi pubblicità. Quando però si arriva a Pio XII, l’atmosfera diventa quasi irreale. Le sillabe vengono pesate una ad una, e i molti vip presenti hanno un moto di imbarazzo, indecisi tra l’applauso ed un più prudente cenno del capo. Il suo silenzio è un «atto mancato». Egli «forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso, un segnale,  una parola di estremo conforto, di solidarietà umana, per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz». Il papa non applaude ma mantiene, impassibile, uno sguardo bonario e soddisfatto.

      È il momento più atteso dopo le polemiche della vigilia. Per proseguire il dialogo occorre affrontare questo nodo, sebbene le due parti sappiano che scioglierlo sarà impossibile. Troppo centrale la questione della memoria, troppo il sangue. Il papa, dopo l’applauso ai deportati, ritorna sulla Shoah: «Molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta». La storia e il passato rimangono protagonisti.

      L’autore che raggiunge il capolavoro al primo tentativo sa quanto sia difficile cimentarsi con il secondo romanzo. L’importante è farlo, però, non che sia migliore del precedente. Perché è questo a definirlo come scrittore e a renderlo tale. Lo stesso vale per papa Benedetto XVI e per il rabbino Di Segni: diversi dai loro predecessori, più sobri, più austeri, hanno scelto di incontrarsi e parlarsi con sincerità, a tratti persino con durezza. Come due fratelli che conoscono bene le ragioni del dissenso, ma provano a tratteggiare un percorso comune: la protezione dell’ambiente; la pace in Medioriente; la tutela della famiglia; lo stimolo alla fede. «Nuovamente elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro» conclude il pontefice «chiedendo che Egli  rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa».

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.