E SE LA MEMORIA SI TRASFORMA IN INDUSTRIA?

Da “l’Unità” 27 gennaio 2011
E LA SHOAH SI TRASFORMA IN INDUSTRIA?
di Tobia Zevi
Viviamo un’epoca strana, schizofrenica. Siamo immersi in un flusso costante di informazioni, e sempre meno capaci di formarci un’opinione consapevole. Il numero di libri pubblicati aumenta perennemente, ma la preparazione reale dei più giovani risulta dalle indagini scoraggiante. Questa situazione produce una divaricazione tra cultura «alta» e cultura «bassa», con reciproco scambio di accuse tra «élitisti» e «mediocri». Cosa c’entra la memoria? A dieci anni dall’istituzione del 27 gennaio, molti risultati sono acquisiti. La sensibilità è maggiore, soprattutto grazie all’impegno straordinario di testimoni e insegnanti. Però. L’ignoranza rimane dilagante, il fenomeno carsico del negazionismo si perpetua (e una legge servirebbe a poco), molte iniziative sono discutibili. Mi chiamano spesso da varie parti d’Italia: «Mi manderesti un ragazzo a testimoniare? Anche un’oretta può andare…». Ma testimoniare cosa? Al proliferare di manifestazioni di ogni genere si contrappone una ricerca storica sempre più raffinata – valga come esempio Uomini comuni di Cristopher Browning -, più incline a mostrare contraddizioni e specificità. Secondo lo storico David Bidussa il 27 gennaio non si inserisce in un «calendario civile», una serie di momenti cruciali e condivisi della nostra storia. Questa ricorrenza fa piuttosto parte di un «calendario vittimario» (Giovanni De Luna) per sua natura non collettivo. Il medesimo iato c’è in letteratura. Se Aharon Appelfeld, decano della letteratura israeliana, riteneva impossibile raccontare il lager, Primo Levi fu capace di elevare il campo di sterminio alla forma di scrittura più alta. Una prosa che, confrontadosi con il male assoluto, doveva ricostruire una propria grammatica specifica, descritta magnificamente nei saggi di Pier Vincenzo Mengaldo. La letteratura della Shoah nasce dunque consapevole della estrema difficoltà teorica e pratica, e il tema rimane attuale grazie a grandi autori come Daniel Mendelsohn. Nel frattempo, però, la Shoah è anche genere letterario. Non è colpa degli scrittori. Ogni autore ha diritto a essere giudicato per la qualità letteraria della sua opera. Ma il fenomeno resta. Ho letto recentemente Blocco 11 di Piero Degli Antoni (Newton Compton, pp. 248, euro 12,90), un thriller ambientato in un lager assai simile ad Auschwitz. Il volume, ben scritto e assai scorrevole, presenta una vicenda chiaramente fittizia: il comandante del campo rinchiude per una notte dieci prigionieri nella lavanderia, chiedendo loro di selezionare chi debba essere fucilato. Attraverso dialoghi serrati e trasformazioni dei personaggi il testo giunge a una conclusione inaspettata, confermandosi avvincente. Ma perché ambientare questa storia ad Auschwitz, e non, per esempio, in una prigione del Cile di Pinochet? Perché la Shoah tira. E quando la Memoria si trasforma in industria risponde alla sua logica, non all’esigenza fondamentale di conoscere il proprio passato. Se vogliamo che la Memoria sia un monito per i giovani, che i giovani sappiano pensarsi come potenziali carnefici oltre che come potenziali vittime, occorre tracciare un nuovo percorso di conoscenza. Doloroso. Un sentiero che unisca la raffinata disciplina scientifica della Shoah alla Memoria come genere di consumo culturale e politico. Per garantire il futuro della Memoria.

 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.