LA NOSTRA STORIA IN 150 PAROLE. ECCO CHE COS’E’ L'”ITABOLARIO”

Da “l’Unità” 26 aprile 2011
LA NOSTRA STORIA IN 150 PAROLE. ECCO CHE COS’É L’«ITABOLARIO»
di Tobia Zevi

«Le parole sono importanti» ammoniva Nanni Moretti in «Palombella rossa». Secondo Gustavo Zagrebelsky, autore di «Sulla lingua del tempo presente», l’uso del lessico misura la civiltà di un paese. E, da questo punto di vista, è interessante l’osservazione di Roberto Faenza, regista di «Silvio forever»: il numero di vocaboli impiegati da Berlusconi è estremamente ridotto, la lingua è scarnificata, clamorosamente efficace e altamente evocativa.
Le parole sono importanti. Perché definiscono la realtà, come spiegava Saussure, ma perché a volte sono addirittura in grado di plasmarla. In occasione dei 150 anni dell’Italia unita, il linguista Massimo Arcangeli ha compilato, coniando anche un divertente neologismo, l’Itabolario (Carocci, pp. 372, euro 23): ogni anno una parola, cui vari studiosi hanno dedicato una scheda linguistico-storica. La gamma è molto varia, dalla politica al costume allo sport (si va da nazione, nel 1861, a social network per il 2010). Nella premessa il curatore mette in guardia sull’arbitrarietà inevitabile dell’operazione: «Perfino immani tragedie come il terremoto di Messina (1908), la bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki (1945) e l’alluvione di Firenze (1966) hanno ceduto il posto a burino, qualunquismo e minigonna».    
Se il significato di pizza (1889) è universalmente noto, non tutti ricorderanno che la «margherita» fu battezzata dal cuoco napoletano Raffaele Esposito in onore dell’omonima regina, e che pomodoro, mozzarella e basilico simboleggiavano il tricolore. Ma soprattutto colpisce scoprire che il vocabolo ha una storia millenaria, e che questo piatto prelibato era praticamente sconosciuto a Roma fino al Novecento, mentre nel Nord divenne comune solo dopo la seconda guerra mondiale!
Nel caso di mafia (1865) la funzione linguistica è ancora più essenziale: la parola, di lunga tradizione ed etimologia incerta, compare regolarmente nelle relazioni dei funzionari del Regno per indicare la commistione tra malavita, politica e affari. In un paese dove spesso si preferisce guardare dall’altra parte, la definizione del problema servì anche a riconoscerlo. Ancora più emblematico in quest’ottica è furbetto (2006), estrapolato dalla celeberrima intercettazione a Stefano Ricucci (prima della grandiosa imitazione di Max Giusti): «Stamo a fa’ i furbetti del quartierino». Il finanziere di Zagarolo mostra una lucida autoironia, senza la quale avremmo faticato a figurarci l’epopea – fallita – di un gruppetto di imprenditori di provincia alla guerra del «Corriere della Sera».
Per il 2004 compare tsunami, il terribile maremoto che devastò molti paesi del Sud-est asiatico, e che è oggi tragicamente tornato d’attualità. In lingua giapponese tsunami significa «onda del porto», dunque un equivalente di «maremoto»: l’esotismo linguistico ha prevalso in maniera schiacciante perché corrispondeva meglio alla nostra immaginazione, sconvolta dalla tragedia improvvisa in spiagge lontane e paradisi d’Oriente.
Più discutibile – in un volume spesso piacevolmente militante – è politicamente corretto (1992): sarà anche vero che «la finta solidarietà di chi vorrebbe mascherare la forma dell’offesa (…) è un nemico più difficile, più insidioso da combattere: è un nemico interno, ed è per questo che ci può fregare», ma ritengo che nessuno ami essere chiamato «ciccione», «negro», «frocio», e che questo basti a renderlo sbagliato.
 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.