PERDONO. LA LEZIONE DI SABINA ROSSA

Da “l’Unità” 8 maggio 2011
PERDONO. LA LEZIONE DI SABINA ROSSA
di Tobia Zevi

Una lezione straordinaria, quella impartita da Sabina Rossa, deputata Pd e figlia di Guido, sindacalista ammazzato dalle BR: quando il magistrato di Sorveglianza, giorni fa, ha concesso la libertà condizionale a Vincenzo Gagliardo, tra gli assassini di suo padre, la parlamentare ha commentato semplicemente: «Un gesto di civiltà. Nel nostro paese nessuna pena può essere a vita e io stessa mi sono spesa per il rispetto di questo principio di democrazia». La Rossa si è impegnata attivamente perché al terrorista fossero attribuiti i benefici di legge già destinati a tanti ex-brigatisti. Un atteggiamento degno della più grande ammirazione: capita quasi sempre che le vittime, comprensibilmente, provino sentimenti di odio verso chi ha causato la morte della persona cara. Pensiamo ai familiari di chi viene investito da un auto. I giornali si affrettano – in modo scorretto? – ad accaparrarsi subito dopo l’incidente una professione di ira funesta da parte di genitori o fratelli. Ebbene, qui accade l’opposto: la vittima non si indigna per la scarcerazione dell’omicida di suo padre, non vuole «buttare la chiave», bensì se ne compiace in nome di un principio di civiltà, di democrazia, consapevole che qualunque detenzione non potrà ridarle indietro suo padre (come usa dire con un’espressione poco felice).
 
A questo punto, però, occorre ragionare un attimo da un altro punto di osservazione. Gagliardo, contrariamente alla maggioranza dei suoi ex-compagni, si è sempre rifiutato di pubblicizzare la sua domanda di perdono alle vittime (indirette): non è giusto chiedere perdono, ha spiegato, per ottenere benefici personali; non è corretto strumentalizzare, si potrebbe chiosare, un atto tanto nobile nella duplice veste di chi lo chiede e di chi, eventualmente, lo concede. Mi pare una concezione inappuntabile. Rivolgersi alle proprie vittime, riaprendo ferite passate, allo scopo dichiarato di uscire di galera non è del tutto limpido. Forse si tratta di una questione terminologica. Nel libro «Il girasole» Simon Wiesenthal, il «cacciatore» di nazisti, raccontava di essere stato avvicinato, ebreo prigioniero, da un tedesco morente che implorò il suo perdono per l’omicidio di decine di ebrei. Il giovane Wiesenthal rifiutò, ma si interrogò tutta la vita sulla propria scelta, coinvolgendo nella riflessione decine di pensatori di tutte le estrazioni culturali e religiose. Nella maggioranza delle opinioni, spesso molto distanti, emerge un consenso verso la decisione del giovane ebreo, poiché solo chi ha subito direttamente il torto è titolato a concedere il perdono. Nessun altro, anche se membro dello stesso popolo. Il perdono attiene alla dimensione privata e non a quella pubblica, di cui fa parte il diritto.
 E questo ci conduce all’ultima questione. La vicenda di Gagliardo mostra alcune evidenti contraddizioni nell’esercizio della giustizia. Innanzitutto l’ex-brigatista punta il dito contro la palese burocratizzazione della domanda di perdono. Non ci sto, afferma l’uomo, a chiedere perdono pubblicamente, semmai lo faccio a voce in un parlatorio del carcere. Cosa che in effetti pare sia avvenuta. Ma questo episodio manifesta forse un vulnus più grave nella struttura del nostro sistema giudiziario: è lecito attribuire alla vittima (sempre indiretta), ufficiosamente, un ruolo, e un potere, nel percorso rieducativo del carnefice? Il diritto non si fonda proprio sulla separazione netta della relazione tra la vittima e il carnefice a partire dalla condanna? Non si rischia altrimenti di accettare un contesto simile più che altro alla vendetta? Intendiamoci, nulla impedisce al magistrato di consultare, tra gli altri (prefetto, polizia, consulenti specifici), anche i familiari delle vittime prima di stabilire la scarcerazione. Ma questa consultazione non può essere determinante per la concessione dei privilegi previsti dal sistema penitenziario (come accade per esempio con l’attenuante specifica garantita dal risarcimento).
 L’uso improprio del temine «perdono» testimonia forse un’ultima, pericolosa, distorsione. Nel senso comune la fiducia nelle istituzioni, e dunque anche nei cardini del diritto, non è mai stata così bassa. I principi alti e giusti che informano la nostra Carta sono oggetto di attacchi quotidiani. Per questo la pubblica opinione è alla ricerca di nuovi (o vecchi) ancoraggi ideali a cui appigliarsi. Ecco che la certezza del diritto, la pena che rieduca, il giusto processo non appaiono più sufficienti. Ci vuole un’altra dimensione, quella – religiosa, etica – del perdono, che non dovrebbe avere nulla a che fare con la giustizia. La dimostrazione che, come ha scritto qualcuno, nel nostro immaginario il «reato» sta progressivamente slittando verso la nozione di «peccato». Un passaggio molto pericoloso e molto incerto.
      

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.