IL NOSTRO PACIFISMO E LA SCIVOLOSA CHINA DELLE RIVOLTE ARABE

Da “l’Unità” 3 agosto 2011
IL NOSTRO PACIFISMO E LA SCIVOLOSA CHINA DELLE RIVOLTE ARABE
di Tobia Zevi
    
I carri armati e i cannoni di Bashar el-Assad massacrano in queste ore centinaia di civili in Siria. Piazza Tahrir, luogo simbolo della «primavera» del Cairo, si sveglia dal sogno e si scopre preda dei militanti islamisti, mentre le donne egiziane temono che i loro diritti vengano stralciati dalla futura Costituzione. In Libia proseguono i raid della Nato, ma nessuno azzarda più previsioni in una guerra di logoramento a bassa intensità. Notizie da altri focolai come Yemen, Bahrein, Territori palestinesi, non pervenute. Qualche buona notizia giunge solo da Tunisia e Marocco.
Di fronte a un panorama del genere si è tentati dallo scoramento. Dopo aver osservato con partecipazione e speranza le piazze arabe che si ribellavano ai tiranni reclamando diritti politici e garanzie sociali, abbiamo l’impressione che il processo rivoluzionario si sia arrestato per cristallizzarsi in uno statu quo dai tratti poco più incoraggianti del precedente. Se questo fosse il quadro nel futuro prossimo – non è il nostro auspicio! – sarebbe opportuno ragionare su due aspetti.
In primo luogo l’Occidente sta mostrando per la seconda volta in pochi mesi una notevole incapacità di lettura di ciò che accade sulle altre sponde mediterranee. Se in pochi avevano previsto la caduta dei rais e la rabbia sociale, quasi tutti hanno elogiato con trasporto le magnifiche sorti e progressive conquistate dai giovani arabi in punta di smartphone. Scoprendo poi, forse, di esserci nuovamente sbagliati: per un’Europa che vorrebbe essere protagonista in questo scacchiere, un susseguirsi di miopia e semplificazione difficilmente tollerabili.
Ma c’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare. Un tema che interessa specificamente la sinistra o, se vogliamo essere più vaghi, quell’insieme di realtà che negli anni hanno partecipato al movimento per la pace. Che cosa significa essere pacifisti oggi? Non c’è su questo punto un deficit di elaborazione? Se il concetto di «intervento umanitario» o quello di «polizia internazionale» sono sdoganati nel dibattito pubblico dal 1999, di fronte all’intervento in Libia il fronte pacifista si è rivelato incerto, incapace di assumere una posizione chiara come ai tempi dell’Iraq.
La comunità internazionale non osa neppure immaginare un intervento in Siria, temendo la sconfitta militare e la deflagrazione dell’equilibrio regionale. Ma noi, che cosa diciamo di fronte a queste centinaia di morti, molti dei quali giovanissimi? Quale alternativa credibile all’uso della forza, se in assenza di questa diritti e vite umane vengono calpestati dal tacco del tiranno? Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della Marcia Perugia-Assisi. Riflettere su queste questioni, con coraggio e sincerità, sarebbe un bel modo per celebrarlo.

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.