LA CICATRICE DI ROMA

da "l'Unita" 16 ottobre 2013
LA CICATRICE DI ROMA
di Tobia Zevi  
 
Erich Priebke è morto a Roma pochi giorni prima del 16 ottobre, settantesimo anniversario della deportazione ebraica dal Ghetto. Una coincidenza tragica e quasi perfetta. Le ore di quel terribile sabato mattina sono descritte mirabilmente in un libretto di Giacomo Debenedetti, “16 ottobre 1943”. Attraverso gli occhi di Laurina S., un’ebrea romana, il grande critico racconta la razzia “in diretta”, nell’incredulità delle vittime che fino all’ultimo avevano rifiutato di cogliere i pur pesanti segnali della minaccia incombente. La lingua oscilla tra il nitore assoluto, che ricorda Primo Levi, e alcuni cedimenti alla commozione, assai misurati, mitigati dalla consapevolezza letteraria. Forse è per questa ragione che lo stesso autore, a proposito del suo libretto, sosteneva che fosse stato scritto da un Anonimo romano, quello della “Vita di Cola”. 
Gli ebrei romani destinati alla deportazione furono arrestati quella mattina, condotti al Collegio militare, da lì alla stazione Tiburtina, poi a Fossoli, e giunsero finalmente ad Auschwitz il 22 ottobre, dopo un viaggio in treno in condizioni inimmaginabili (senza acqua e aria, tra gente che moriva ed escrementi). Di quei 1024 ebrei romani tornarono in sedici, alcuni dei quali raccontarono la loro storia decenni più tardi e da allora non hanno mai smesso di offrire la loro preziosa testimonianza. Furono, quegli ebrei romani, pedine inconsapevoli della Storia, quella del secolo breve, quella del Male assoluto, quella insomma che si studia, e speriamo si studierà, sui libri; storie nella Storia. Come Priebke, del resto: anch’egli pedina di un ingranaggio infernale e disumano (o troppo umano?). Divenne personaggio allorché fu snidato nel suo confortevole nascondiglio sudamericano, alla metà degli anni Novanta, ed ebbe inizio la sequenza di processi, assoluzioni e finalmente condanne.
Ma è stato personaggio perfetto, nel suo genere, perché non ha mai mostrato il minimo segno di pentimento o di umana compassione. É stato davvero, in senso etimologico, assoluto, sciolto da ogni convenzione di umanità. Si è difeso trincerandosi dietro agli ordini ricevuti, come se l’ubbidienza potesse assolverlo da una carnefici perpetrata freddamente. Entrato dunque un po’ per caso nella Storia, ne è stato attore protagonista del Male. 
Chissà se un giorno verrà celebrato con altrettanta solennità un processo a uno scafista, a uno che ha fatto morire centinaia di disperati nel mar Mediterraneo. Non è probabile, e non è detto che l’imputato riuscirebbe a divenire un’incarnazione del Male. Intanto per via del nome, difficile, per noi, da ricordare e pronunciare. E, inoltre, perché la sua storia sarebbe probabilmente più simile a quella delle sue vittime di quanto la trama richiederebbe. Tra un SS e un internato si instaurava una distanza abissale, persino ontologica, come ricorda Levi. Al contrario lo scafista e il profugo sono, letteralmente, “sulla stessa barca”. É probabile che proprio questa prossimità dei corpi induca lo scafista a comportarsi in modo efferato, a ribadire la sua posizione preminente. Ma rimane, nella sua biografia, la permanenza nei vari centri di detenzione nordafricani e italiani, il rischio corso nella fuga dalle polizie e tra i marosi, la subalternità alle organizzazioni criminali. Se un giorno verrà celebrato, quel giusto processo contro chi ha ammazzato centinaia di innocenti disperati, è probabile che non racconterà la Storia, che non avrà un vero e proprio protagonista. 
Credo che questo divario non sia riscontrabile solamente attraverso il confronto fra i nostri drammi quotidiani e la Shoah, una tragedia dai contorni e dalle dimensioni per fortuna non comparabili ad altre tragedie precedenti e successive. Credo che tutto ciò abbia a che fare anche con le caratteristiche di fondo dell’epoca presente, con il suo sentimento del tempo, con le sue passioni, con uno stato d’animo generazionale. La Guerra propone immediatamente un carattere epico della Storia. E epico è in fondo anche il Dopoguerra: Danilo Dolci e Giuseppe Di Vittorio, l’educatore e il sindacalista, simboli di un’epoca capace di aprire ai più umili le porte dell’istruzione e di affermare i diritti degli sfruttati. Un’epopea condivisa anche dai suoi protagonisti anonimi, ingranaggi della Storia, storie nella Storia. Penso a Mario Z., che mi raccontava come, subito dopo la guerra, aveva accompagnato la moglie tubercolotica all’Ospedale San Camillo di Roma, dove avrebbe partorito il primo figlio in un reparto per malati infettivi. Lui aspettava in strada, fuori dai cancelli, con in mano una mela, un pezzo di pane e un barattolo di conserva, a partire dai quali avrebbe allevato due figli, li avrebbe fatti studiare, avrebbe comprato loro due piccole case, anche grazie a un’unione indissolubile con la sua compagna. Attore non protagonista, ma di un’epopea. Il sentimento del tempo, dicevamo. Chi di noi, soprattutto tra i più giovani, si sente parte di un’epopea? Le tragedie dei nostri giorni – come abbiamo visto – rischiano di non “fare” memoria, di non trasformarsi in epica. Sarà per il colore della pelle, per i nomi difficili da pronunciare, perché la nostra era è talmente bombardata da informazioni da non riuscire a trattenerne nessuna. Altrettanto vale anche per le esperienze positive, eroiche, che pure ci sono. Chi canterà le gesta del giovane precario, lacerato tra tre lavori e tuttavia capace di occuparsi anche del nonno handicappato? E chi descriverà la fatica degli operatori di quella casa famiglia, che ospita bambini malati provenienti dal Sud Italia e dal Sud del mondo? Senza la Storia, rischiano di non esserci neanche le storie. E senza proiezione verso il futuro rischia di sparire la memoria, che si nutre appunto del futuro nel passato. Qualcuno ha parlato di “epoca delle passioni tristi”, in rapporto al tempo delle grandi ideologie e dei grandi movimenti (spesso tragici) di popolo. Forse sarebbe più esatto parlare di “passioni corte”, frammentate, episodiche. Passioni e impegno alti e nobili, ma incapaci di coagulare partecipazione e di durare nel tempo. Un’epoca, una generazione, che rischiano di non riuscire a costruire una memoria condivisa.

 

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.