COSI’ ABBATTE I CONFINI DELLA CIVILTA’ DEMOCRATICA

Da “l’Unità” 15 aprile 2014
COSI’ ABBATTE I CONFINI DELLA CIVILTA’ DEMOCRATICA
di Tobia Zevi @tobiazevi

Che ci sia davvero un legame perverso tra Beppe Grillo e Silvio Berlusconi? Un’unione contro natura che si fa beffe della distinzione tradizionale tra destra e sinistra? Che Grillo sia proprio di “destra”, nella sua accezione più retriva e populistica? Il fatto è che Beppe ha un disperato bisogno di raccattare voti in vista delle prossime elezioni, e per farlo non va troppo per il sottile. Niente di nuovo sotto il sole.
Fu proprio Berlusconi ad affermare, in occasione della Giornata della Memoria 2013, che «Il fascismo fece anche cose buone», lasciando sgomenti i malcapitati presenti alla cerimonia; e, per non farsi mancare niente, nel novembre scorso rincarò la dose paragonando i suoi figli – proprio loro, i padroni dell’Impero – agli «ebrei sotto Hitler». Inserendosi dunque in una tradizione già piuttosto ricca, Grillo ha pensato bene di deturpare sul suo blog la poesia «Se questo è un uomo» di Primo Levi, istituendo un parallelo tra i lager nazisti e l’Italia delle sue paranoie, cioè il presunto grumo di mafia e regime, la preda di Dell’Utri e Berlusconi, l’ostaggio di un «vecchio impaurito» (Giorgio Napolitano) e di un «volgare mentitore» ex «buffone di provincia» (Matteo Renzi).
E dire che, se avesse voluto (o saputo), poteva disporre di una ben più consona citazione poetica. «Ahi serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province, ma bordello!» cantava Dante nel VI del Purgatorio, con versi la cui efficacia ci auguriamo che il nostro Grillo poetante non disconosca. Ha scelto invece la strada più facile, quella già percorsa da Berlusconi, l’umiliazione della parola e del linguaggio. Omologando tutto, annullando differenze e gerarchie, per creare una melassa culturale dove è difficile rintracciare valori e tabù, in cui tutto può essere pronunciato perché tutto può essere poi smentito.
La miscela degli immigrati «fora de bal», dei Centri di identificazione ed espulsione che diventano «alberghi a cinque stelle», la melma linguistica in cui ci ha precipitati il berlusconismo e che ha reso l’Italia in questi anni insensibile di fronte a espressioni razziste, intolleranti, incivili, incostituzionali. Non penso che Beppe Grillo sia antisemita o fascista, non è questo il punto. Il problema è che fa più danni con il suo pane al pane e vino al vino di qualunque antisemita o fascista dichiarato, perché abbatte quei confini – culturali, linguistici – su cui si è fondata la nostra civiltà democratica.
Senza dimenticare un altro aspetto che mi sta molto a cuore. Il peccato letterario di Beppe. Come si può stuprare la prosodia nitida di Levi con i «versi» involuti della penna grillina? Come si possono dare in pasto ai lettori – temo non tutti avvertiti – simili aberrazioni poetiche? La lingua di Primo Levi, studiata dal linguista Pier Vincenzo Mengaldo in alcuni saggi fondamentali, è tutta improntata al nitore, alla chiarezza, all’essenziale. Tutti gli elementi che compongono questa filigrana rimandano al «presente» del lager, una realtà da cui si usciva attraverso il camino, un luogo che impoveriva la lingua (e la vita) privandola del proprio futuro, un sistema infernale gestito con un tedesco che non aveva nulla in comune con la letteratura dei Goethe e dei Mann.
Per tenere in piedi il paragone bislacco con la sua Italia di oggi – un paese peraltro pieno di storture e di ingiustizie, ovviamente – Grillo ha bisogno di quarantaquattro versi (44!), mentre a Primo Levi ne bastano ventitré (23) per scolpire il Male assoluto di Auschwitz. Se, com’è noto, la sintesi è sintomo di lucidità di pensiero, ecco perché Beppe Grillo è un pericolo per il futuro dell’Italia. Cosa non si fa per un pugno di voti.
                                                   

Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.