SE LA VELOCITA’ DIVENTA DI SINISTRA

Da “l’Unità” 17 maggio 2014
SE LA VELOCITA’ DIVENTA DI SINISTRA
di Tobia Zevi @tobiazevi

Le parole, in politica, sono spesso abusate. Si inflazionano nel tempo, perdono il loro significato proprio, vengono predicate più che praticate. Limitandoci al campo della sinistra, pensiamo al termine riformismo. C’è stata un’epoca in cui definirsi «riformista» era un sintomo negativo nella parte maggiore della sinistra, perché il progresso civile e sociale dell’umanità non poteva avvenire per passi sequenziali, ma attraverso la «frattura» rivoluzionaria, una cesura sulla retta del tempo che doveva mutare qualitativamente – e non quantitativamente, questa era la posizione delle culture liberal-socialiste – le condizioni dell’umanità. Lo stesso Enrico Berlinguer, rievocato nel ventennale della sua morte, così rispondeva a Eugenio Scalfari nel 1981: «Lenin non si è affidato a una naturale evoluzione riformista e anche su questo noi siamo d’accordo». Con il 1989 le cose cambiano, e da allora le riforme sono diventate un mantra per i dirigenti della sinistra, tra un corso di formazione quadri, una fondazione politica e un editoriale sulla stampa di area. Tuttavia, un altro ostacolo si para sulla strada delle riforme una volta tramontata la palingenetica speranza rivoluzionaria: a proporle arriva primo Silvio Berlusconi. Lo fa strumentalmente, occhieggiando i suoi interessi personali, in maniera confusa e controproducente, ma è proprio la sua presenza ingombrante a offuscare, nella sinistra, l’importanza di molte delle questioni affrontate. Quando parla di modernizzare le istituzioni, il sistema della giustizia, la macchina burocratica, i cicli formativi, di ridefinire i diritti della persona, a sinistra ci si rende conto che non tutto è perfetto, anzi molto meriterebbe riforme profonde, ma ci si arrocca (spesso a ragion veduta) su posizioni conservatrici, impauriti dai disastri che la destra al governo puntualmente combina. E quando invece si corre il rischio – per esempio all’epoca della Bicamerale – è Berlusconi stesso a mandare a monte il processo, spaventato dall’idea di scoprire carte truccate.
Oggi si respira una speranza diversa, non sappiamo ancora quanto effettiva. L’entrata in scena di Matteo Renzi, leader giovane e carismatico, consente alla sinistra di mettersi alla testa del processo di cambiamento. É lo stesso Renzi – meno improvvisato di quello che sembra – a teorizzare questo scenario nuovo. Nella sua introduzione recente alla nuova edizione di «Destra e Sinistra» di Norberto Bobbio (Donzelli Editore), il presidente del Consiglio spiega che l’asse spaziale su cui la politica si è snodata negli ultimi 150 anni (destra-sinistra) non è più attuale, e va sostituito con un altro asse, quello temporale. Il binomio da cui ripartire è conservazione-innovazione o, se volete, immobilismo contro cambiamento, e una sinistra degna di questo nome deve intestarsi con coraggio e orgoglio il secondo corno dell’alternativa. Coerentemente con questa convinzione le sue campagne elettorali hanno messo al centro il verbo cambiare, e nessun politico, in questa fase, può rinunciare a questo concetto se spera di essere eletto. Si tratta, a ben vedere, di un equivoco linguistico, nel senso il termine ha di per sé un’accezione neutra. Ma dal positivismo in giù si è affermata la percezione che il progresso sia un obiettivo in quanto tale, e, sebbene i tempi siano cambiati e oggi si avverta il bisogno di individuare un modello di sviluppo più sostenibile e di qualità, la percezione resiste. A ciò si aggiunge l’esasperazione dei cittadini: sempre più sfiduciati nella politica e nelle istituzioni, sempre meno propensi a esercitare il diritto di voto, i cittadini sperimentano un senso di frustrazione e desiderano un cambiamento purchessia, un rimescolamento delle carte. Renzi pare l’unico in grado di inverare questo anelito, e ciò spiega l’enorme fiducia e speranza che gli italiani ripongono in lui.
Ma come si fa? Per cambiare l’Italia bisogna correre. Recentemente il Tg4 – non proprio un esempio di eleganza! – ha mandato un servizio in cui il premier veniva paragonato a Forrest Gump. Vi ricordate quando Forrest comincia a correre da un capo all’altro degli Stati Uniti, inizialmente per dimenticare Jenny e poi semplicemente per il piacere di correre, tirandosi dietro centinaia di adepti in alcune tra le scene più poetiche della storia del cinema? Stessa cosa fa Renzi – secondo il Tg4- corre tanto per correre. Ma è davvero così? Italo Calvino dedica la seconda delle sue «Lezioni americane» alla rapidità, che nel dibattito pubblico attuale preferiamo menzionare come velocità. Citando Galileo Galilei, il celebre docente afferma che «Il discorrere (ragionare, ndr) è come il correre». La velocità non contraddice il valore e il pregio della lentezza – secondo il celebre motto augusteo del festina lente “Affrettati lentamente” – ma allude alla capacità di essere svelti nel ragionamento, di stabilire legami e paradigmi innovativi e imprevisti. Politicamente parlando, è questa la sfida che Matteo Renzi pone alla sinistra. Sul piano politico e su quello culturale. Con sintesi estrema e brutalità retorica, il leader novus si rivolge a una tradizione gloriosa: «É più importante difendere il contratto a tempo determinato o aprire un asilo nido? Sono più a rischio i pensionati o le donne che non lavorano? Possiamo difendere i diritti dei facchini e dei camionisti schiavizzati nel bolognese senza perdere l’entusiasmo e lo stupore di fronte alla rivoluzione di Amazon e dell’e-commerce?”. Al netto delle semplificazioni e delle polemiche, e di là da come la si pensi, la sinistra è sfidata sul piano dei contenuti, dell’analisi della società, e dell’elaborazione di nuovi paradigmi di libertà e uguaglianza.
A questo punto dobbiamo dotarci di un secondo dittico. Alla velocità dobbiamo legare la progettualità. Contrariamente al primo binomio (immobilismo-cambiamento) i due concetti non sono antitetici ma piuttosto complementari. Un percorso di riforme deve – se vuole essere efficace e produttivo – fare perno su una visione di lungo periodo e un progetto complessivo. Proprio questo è mancato in Italia, dove la velocità è stata sinonimo di emergenza. Pensiamo a l’Aquila, simbolo dell’ipercinesi vuota di progetto, simbolo degli errori e dei vizi nazionali. A cinque anni dal terremoto il centro storico è abbandonato, le moderne cattedrali della tecnologia traballano, luoghi e persone sono in cerca di un’anima perduta. Rifacendoci a Galileo, non è questa la velocità di cui abbiamo bisogno. Al nostro paese serve una velocità mentale da declinare in un progetto, ciò che manca da troppi anni e che nel passato gli architetti italiani hanno insegnato all’Europa intera. Un’idea di paese, un progetto di società, valori condivisi e credibili, un orizzonte non sull’oggi, ma sul dopodomani.
Solo la politica, se recupera la sua vera vocazione, può raccogliere questa sfida. Questa è la forza di Matteo Renzi, aver rimesso la politica al centro della scena dopo la sfortunata parentesi dei tecnici. Probabilmente anche quella fase è servita, ma oggi l’Italia ha esaurito anche quella riserva. Le grandi istituzioni nazionali (Banca d’Italia) non sforneranno leader nel prossimo futuro, e perciò Renzi rappresenta l’immeritata chance di una classe politica che ha perso la sua credibilità e mancato le sue occasioni. Max Weber, in una profetica lezione tenuta a Monaco nel 1919 e intitolata «La politica come professione», scolpisce questi concetti con grande nitore: «L’onore del capo politico, e dunque del capo di Stato, consiste proprio nell’esclusiva e personale responsabilità per le sue azioni, che egli non può e non deve rifiutare o allontanare da sé. Sono proprio le nature di funzionario di grande levatura morale a generare cattivi politici, soprattutto irresponsabili nel significato politico della parola, e in questo senso moralmente inferiori, quali purtroppo ne abbiamo sempre avuti in posizioni direttive». Un inno alla politica che deve essere responsabile, ma che soprattutto non deve mai ridursi a (buona) amministrazione. La politica è progetto, visione e responsabilità nei confronti del futuro (contrariamente all’etica personale), e non basta aver studiato tutti i dossier – il che peraltro non guasta! – per essere un bravo statista.
Concludendo la sua lezione, Calvino racconta una storia cinese. «Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». Che sia arrivato il nostro momento di prendere il pennello e disegnare un’Italia migliore di quella che conosciamo?
                                               

Sintesi dell'intervento pronunciato al seminario di primavera dei LiberalPD, nel quadro di un dibattito sul riformismo al governo          
Tobia Zevi

Italian Jew, Jewish Italian. PhD in Linguistics. Adviser to the Italian FM, Association of Jewish culture Hans Jonas' Chairman - Rome.