Occasione perse al Sud

Da Moked.it – 18 dicembre 2018

Dal 28 agosto – quando ne scrissi su queste colonne – la proposta di spostare i pensionati al Sud ha fatto qualche passo avanti nella Manovra di Bilancio. Rispetto ad allora, però, sembra esserci un cambiamento decisivo: il testo prevede un’aliquota fissa al 7% per i pensionati stranieri che si trasferiscono nel Mezzogiorno e comprano una casa dal valore di almeno cento mila euro. Il cosiddetto “modello Portogallo”. Si era prima parlato dei pensionati italiani, ora si fa riferimento ai “ricchi” pensionati stranieri.
Come scrissi al tempo, citando Romano Prodi, l’idea mi pare difficile ma interessante: ampie aree del Sud soffrono di spopolamento e impoverimento, e favorire un’immigrazione intra-nazionale non sarebbe affatto scandaloso. Purché, lo ripetiamo, i traslochi siano veri e non truffaldini, i servizi per gli anziani efficienti e non si aggravi la misura di ulteriori obiettivi (per esempio quello di ripopolare i borghi o piccoli Comuni, che oggettivamente possono essere poco adatti alla terza età).
Ma visto che parliamo di Sud, due vicende della scorsa settimana. Innanzitutto, il parlamento ha fatto fallire il progetto di istituire una seconda sede della Normale (di Pisa) a Napoli. Vincenzo Barone (pregasi evitare ironie!) aveva pensato questa iniziativa per aumentare il numero dei borsisti, nell’ottica di una rete di scuole di eccellenza universitaria da arricchire in futuro con altre città. Non l’avesse mai fatto: dal sindaco leghista di Pisa ai politici toscani, tutti contrari al furto della Scuola. Col risultato che la Scuola rimane tale e quale, come del resto sarebbe stato in ogni caso, mentre l’Italia e Napoli hanno perso un’occasione.
E qui devo una confessione personale. Un conflitto d’interesse. Nel 2002 fui il primo degli esclusi al concorso ordinario per la Scuola Normale di Pisa (posto 25, su 24 ammessi). Forse è per questo che le due notizie mi hanno indignato: fosse oggi, e ci fosse la seconda sede, me ne sarei stato quattro anni a studiare sotto lo sguardo bonariamente torvo del Vesuvio. Un’ipotesi del terzo tipo, ovviamente.
Ma c’è di più: in settimana la Cassazione ha anche assolto il professor Aldo Schiavone, accusato a Firenze di aver distratto fondi pubblici nella gestione del SUM (Istituto di Scienze Umane), negli anni in cui ne era rettore. Un’iniziativa post-laurea che garantiva borse di studio in materie umanistiche agli studenti e ricercatori più dotati. Dove? Sempre a Napoli. Tra gelosie accademiche e miserie umane, alla fine tutti vengono assolti ma nel frattempo il SUM non esiste più. Un’altra occasione persa per l’Italia e Napoli.
Insomma, del Sud tutti parlano, ma appena si tratta di fare qualcosa, viene più facile distruggere che costruire.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Oltre la città. Per uno sviluppo sostenibile del territorio nazionale

Da Newsletter ASviS – 13 dicembre 2018
La parola chiave per interloquire con il nuovo Governo deve essere “territorio”. Tra le proposte per salvaguardarlo: recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni, azzerare il consumo di suolo, favorire azioni di mitigazione e adattamento ambientale e combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane.
Dicembre 2018

Negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente il fenomeno del camminare. Esito, certo, di una richiesta sempre più diffusa e pressante di turismo diverso, eco-compatibile e slow. Ma anche di una consapevolezza rinnovata: non è solo un cambio di ritmo, un fatto quantitativo; se si lascia l’automobile e ci si muove a piedi si compie uno scarto qualitativo, si assume un punto di vista radicalmente diverso. Immaginiamo dunque di partire una mattina dalla piazza di un medio centro italiano, e di percorrere il raggio cittadino verso l’esterno. Innanzitutto, ecco le eleganti vie del centro, pulite e in parte pedonalizzate; le facciate dei palazzi sono state ridipinte di recente e i negozi recano insegne di grandi gruppi e catene internazionali, o per altro verso rimandano alle esigenze del turismo di massa. Proseguendo, si raggiunge quell’anello un po’ più largo composto dalle propaggini della città storica e dall’insediamento ottocentesco, potremmo dire la “città borghese”. L’atmosfera è un po’ meno patinata ma sempre viva, compaiono alcuni spazi verdi pubblici e non mancano testimonianze commerciali e urbane di una popolazione sempre più multietnica. Attraversiamo quest’area e piombiamo – talvolta dopo aver superato i relitti dell’antica cinta muraria – nella città novecentesca, a sua volta degradante tra quella dei decenni Trenta-Cinquanta, più simile come morfologia al tessuto storico e non priva di spazi collettivi, a quella ancora intensa dei decenni successivi, dove fanno capolino forme tipiche dell’Italia del Dopoguerra quali villette, palazzine, giardini famigliari o condominiali recintati. Sulla strada a scorrimento veloce che scegliamo di seguire si alternano in misura diversa luoghi periferici del commercio – officine, benzinai, supermercati – e alcuni edifici destinati a funzioni pubbliche quali caserme dei Carabinieri, carceri o uffici distaccati, e parecchi residui dell’industria novecentesca in massima parte abbandonati. In termini comparativi e spaziali, il panorama “tradizionale” del centro storico è infinitamente più breve, per il viaggiatore, di quello slabbrato ed esteso che cominciamo a intravvedere. Il verde si insinua tra una proprietà e l’altra, o anche all’interno delle stesse proprietà, del tutto autonomo e imprevisto, slegato da qualunque progettazione umana e difficilmente fruibile dalle persone. Il cartello che segnala il confine comunale ci coglie impreparati: non riusciamo a distinguere alcuna frattura significativa nel paesaggio che stiamo fendendo, e l’eventuale amministrazione pubblica successiva non ci pare che una ripetizione del territorio periurbano che ci siamo appena lasciati alle spalle. Semmai, aumentano le dimensioni di alcune emergenze commerciali: venditori di pneumatici su scala industriale, ipermercati e poli della logistica con enormi camion attaccati per il retro a un enorme parallelepipedo d’acciaio, pieno di mammelle disposte a intervalli regolari. Andando avanti – senza incontrare ormai nessun viandante e facendo attenzione a non essere investiti dalle auto che corrono sempre più veloci – incontriamo brandelli un po’ più cospicui di verde, quasi piccole campagne talvolta adibite a orti sub-urbani o a micro-allevamenti di pollame. Dopo aver superato un paio di agglomerati con queste caratteristiche si intensifica di nuovo la segnaletica stradale, questa volta dai colori grigio e giallo: ci avviciniamo a una zona industriale, puntellata però da enormi centri commerciali e cinema multisala di ultima generazione. Il traffico si fa nuovamente congestionato e camminare in sicurezza è quasi impossibile, mentre dai parcheggi sotterranei sbucano migliaia di persone che si accingono a trascorrere varie ore della giornata nel chiuso dell’edificio, i cui ingressi sono sorvegliati da vigilantes privati che tutelano la proprietà da intrusioni indesiderate.

Gli ultimi due/tre anni sono stati assai significativi per il dibattito globale e multilaterale a proposito di città. Dapprima, la definizione dell’Agenda 2030 con i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile ha certificato l’esistenza di una specifica dimensione urbana nella riflessione sul futuro del pianeta: il Goal 11 prescrive infatti “città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”, con il corollario di una decina di target che si occupano di diritto all’alloggio, diseguaglianze, mitigazione e adattamento climatico, qualità dell’aria e gestione degli scarti, sistemi di trasporto efficienti ed eco-compatibili. Rispetto all’anno 2000, ai “Millennium Development Goals”, che non attribuivano alle città una dignità autonoma, un cambiamento decisivo nel riconoscere queste ultime come attori fondamentali e ineludibili sulla via internazionale verso la sostenibilità. Del resto, i semplici dati sono più che eloquenti: già oggi in contesti urbani risiede il 55% della popolazione mondiale, viene prodotto il 70% del Pil terrestre e si consuma il 75% dell’energia globale. Se si guarda al 2030, tali percentuali sono destinate a crescere spaventosamente.

Circa un anno dopo, nell’autunno 2016, viene approvata nel corso della conferenza internazionale “Habitat III”, a Quito, la “New Urban Agenda” (Nua), un approfondimento dell’Agenda 2030 che si concentra però sulle città (e preceduta a livello europeo dal cosiddetto “Patto di Amsterdam”, un’agenda urbana continentale). L’implementazione della Nua verrà verificata tra dieci anni – la conferenza “Habitat IV” è prevista per il 2036 -, mentre l’“universalità” ne costituisce il baricentro concettuale: per raggiungere l’obiettivo inderogabile di un mondo sostenibile occorre parlare alle megalopoli dei Paesi in via di sviluppo come pure alle capitali di servizi finanziarizzati del Nord del pianeta, contrastando tutti i fenomeni connessi all’esclusione sociale e all’eccessivo consumo di risorse ambientali. Anche in questo caso, un bel viaggio rispetto ai primi output emersi nel 1976 a seguito della conferenza fondativa “Habitat I”, a Vancouver.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, pure le città italiane si sono mosse in una direzione giusta, almeno fino all’inizio del 2018. Al di là delle numerosissime best practice amministrative, è di notevole momento l’approvazione della “Carta di Bologna per l’Ambiente. Le Città Metropolitane per lo sviluppo sostenibile” (8 giugno 2017), che risente certamente del dibattito sviluppatosi attorno all’elaborazione de “L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile”: uno sforzo promosso da ASviS e Urban@it, che costituisce una vera e propria bussola per le Amministrazioni locali italiane rispetto agli orizzonti dell’Agenda 2030. Evidentemente comincia a dare frutti quel lavorio di moral suasion esercitato dal terzo settore sui sindaci italiani, in principio assai reticenti a investire nei network internazionali e a parteciparvi attivamente. La recente elezione di Dario Nardella, sindaco di Firenze, alla vicepresidenza della rete “Eurocity”, o il protagonismo in vari fori del Comune di Milano, sono segnali importanti, ma non si deve dimenticare quanto la capacità “diplomatica” delle città italiane sia ancora assai inferiore a quella delle colleghe europee, soprattutto in ambito comunitario: per denaro investito e capitale umano esempi quali Barcellona, Amburgo, Rotterdam, Vienna, Stoccolma paiono ancora oggi irrimediabilmente distanti, con un conseguente svantaggio nella possibilità di ottenere i fondi disponibili sulle linee di finanziamento multilaterali, e ancor più di condizionarne preventivamente l’indirizzo.

Nel biennio 2016-2018, peraltro, il Governo italiano ha accompagnato tale evoluzione con una misura concreta, il cosiddetto “Piano periferie”; un nugolo di progetti di rigenerazione urbana dalle finalità varie, immaginato all’indomani degli attentati di Parigi come risposta olistica ai fenomeni di radicalizzazione violenta, nello spirito comunque dell’Agenda 2030 e della Nua.

Ho voluto tuttavia anteporre al presente articolo un prologo per così dire immaginario, in modo da mettere in luce una specificità italiana che non può essere del tutto ricondotta al dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile di città e metropoli. Il nostro modello d’insediamento ha forgiato nei secoli una tradizione originale, feconda e vitale, composta in sintesi da tre elementi: le “Cento città” e i “Mille campanili”, e cioè un diffuso policentrismo urbano e poi economico, politico e culturale; una cura estrema per il paesaggio agricolo, che ha consentito la tutela del territorio nel corso di una vicenda plurimillenaria; un’enorme capacità creativa, che dal talento artigianale si è evoluta nella forza dei distretti produttivi e oggi nel successo delle “multinazionali tascabili”, che esportano nei mercati i prodotti raffinati del “Made in Italy”. Una Storia simile fatica a distinguere tra città e contado, e ha invece nel territorio, inteso in un’accezione assai complessa, la sua delizia e la sua croce. Croce, perché il territorio nazionale è stato in larga parte distrutto nel Dopoguerra dall’urbanizzazione diffusa, dall’abbandono delle aree interne agricole e dal conseguente riaffermarsi del bosco, dal consumo di suolo e dal dissesto idrogeologico, dall’inquinamento di falde e fiumi fino alla distruzione di coste e piane. Delizia, perché nonostante tutto ciò permangono straordinarie identità e patrimoni locali, e si mantiene una tendenza al policentrismo nei vettori di mobilità intra-regionali, intra-nazionali e persino internazionali: basti pensare, a mo’ di esempio, alla diffusione eccezionale che la presenza straniera degli ultimi trenta anni ha avuto lungo tutto lo Stivale, ben prima che il sistema Sprar codificasse tutto ciò in un sistema di accoglienza complessiva.

Se dunque ci si muove in questa ottica, la parola chiave per interloquire con il nuovo Governo dovrà essere “territorio”, da considerarsi in tutte le articolazioni cui si è accennato. Recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni – oltre il 60% del totale -, recentemente oggetto di una legge ad hoc; favorire il trasferimento nelle zone spopolate anche incentivando l’agricoltura, la ricollocazione dei migranti e persino di altre categorie (il Governo ha ipotizzato una misura in tal senso in favore dei pensionati); arginare il depauperamento del nostro territorio azzerando il consumo di suolo e favorendo azioni di mitigazione e adattamento ambientale; combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane come pure alcune specifiche piaghe nazionali (si pensi allo scandalo della dispersione idrica, soprattutto nel Mezzogiorno). Per conseguire questi macro-obiettivi è giusto innanzitutto chiedere al Governo di non abbandonare le iniziative già esistenti, spesso concepite in seguito alle tragiche emergenze dei terremoti: piani per l’edilizia anti-sismica, per il dissesto idrogeologico, per i piccoli Comuni e per le periferie. Sono programmi che possono dare, e in parte hanno già dato, frutti preziosi. E poi occorre favorire una programmazione sovra-comunale, sovra-regionale e nazionale, in una parola, ancora una volta, “territoriale”: nella già citata “Agenda urbana per lo Sviluppo Sostenibile” si fa riferimento all’istituzione di una Commissione Bicamerale, alla riattivazione del Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu), a un “Piano strategico per le città italiane” e all’individuazione di una figura apposita nel quadro dell’Amministrazione centrale. Sono proposte assolutamente ragionevoli, purché si riesca a verificarne l’efficacia e si evitino quelle sovrapposizioni e duplicazioni che di solito caratterizzano le trasformazioni delle istituzioni nazionali (si pensi soltanto all’abolizione delle Province).

L’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi) ha recentemente inaugurato un Desk sulle Global Cities, che mira ad analizzare le città del mondo sul piano delle relazioni internazionali e commerciali, delle policy globali e delle reti sovra-nazionali. Nel quadro di questo lavoro, tuttavia, il Desk potrà fornire alla riflessione sullo sviluppo sostenibile delle città italiane un confronto con quanto accade all’estero, e in particolare negli altri Paesi europei, e una bussola rispetto alle più significative iniziative intraprese dalle città straniere e dai network organizzati.

George H. W. Bush

Da Moked.it – 4 dicembre 2018

Quando comandava George H. W. Bush, lo contestavamo (io ero ancora un po’ piccolino, ma così, per dire). Poi è arrivato suo figlio George W. Bush, e nel contestarlo cominciammo un po’ a rimpiangere suo padre George H. Poi è stato eletto Donald J. Trump, e a quel punto abbiamo iniziato a rimpiangere il figlio George W. e ancor di più a glorificare il padre George H. W. Ora io mi chiedo: in che momento abbiamo preso a sbagliare, l’altro ieri, ieri o oggi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La scelta di Silvia

Da Moked.it – 27 novembre 2018

Molti sapranno della polemica che ha investito Massimo Gramellini sul web. In un articolo scritto la settimana scorsa a proposito del rapimento in Kenya di Silvia Romano – speriamo che sia presto liberata! –, la firma prestigiosissima del “Corriere” si soffermava sul sentimento diffuso e sempre più ostentato di chi dice: se l’è cercata, se proprio voleva fare del bene, che lo facesse alla mensa della Caritas sotto casa sua invece di fare l’eroe. Gramellini ha spiegato poi di essere stato frainteso, che proprio rappresentando quell’atteggiamento egli intendeva ridicolizzarlo. Io stesso confesso di non aver compreso in prima battuta, e di essermi indignato, ma in questi casi rimane sempre il dubbio se la colpa sia di chi legge (troppo velocemente) o di chi scrive (poco chiaramente). In ogni caso chiarimento accettato, e il “Caffè” rimarrà la mia prima lettura mattutina.
L’argomento è però interessante, se non declinato in chiave gretta (“Fatte li c… tua”, avrebbe sintetizzato l’ineffabile Antonio Razzi). Secondo la norma ebraica vige nelle opere di bene (“Zedaqà”, che in ebraico significa piuttosto “giustizia sociale”) un principio di prossimità: si deve aiutare prima di tutto il proprio parente, poi il proprio vicino, poi la propria comunità e così via. Molte interpretazioni si possono dare e sono state date di tale procedere: personalmente, ho sempre ritenuto che la ratio profonda del concetto sia che bisogna lasciarsi coinvolgere personalmente, e profondamente, dalle difficoltà altrui. Aiutare il proprio prossimo non può ridursi spedire dei soldi all’estero per poi continuare nel proprio tran tran quotidiano. Occorre mischiarsi, trasformarsi, com-patire (nel senso etimologico di “soffrire insieme”).
Se questo è il senso, dunque, che rimprovero potrebbe essere mosso alla giovanissima Silvia Romano? Certo non quello di non essersi “sporcata le mani” (che brutta espressione, ma letterale in questo caso). Al massimo, se le indagini lo dimostrassero, quello di essere stata imprudente, ma ciò sarebbe un fatto accidentale rispetto ai milioni di persone che nel mondo si spostano di continente in continente, animate esclusivamente dalla voglia di fare del bene. E poi, nel mondo globale in cui viviamo, chi possiamo sinceramente considerare non prossimo, alieno? Secondo me il principio rimane valido: tanto di cappello a chi si mette in viaggio e rischia in proprio, per conoscere il mondo e aiutare altre persone; nessun interesse per quanti, e sono molti, in attesa di risolvere il problema della povertà nel mondo non conoscono il nome del clochard che ogni giorno siede davanti al loro portone.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Moschee in divenire

Da Moked.it – 6 novembre 2018

Si può essere contemporaneamente guardie e ladri, controllato e controllore, venditore e compratore, cornuto e mazziato? Se lo saranno chiesti forse alla Regione Lombardia, in attesa che “Striscia la notizia” recapiti un quanto mai azzeccato tapiro. I fatti: la Regione mette in vendita, attraverso una società controllata (“Infrastrutture lombarde”), la chiesa attigua agli ospedali Riuniti, a Bergamo, lambita ma non toccata da una più ampia operazione immobiliare. L’edificio è al momento concesso in comodato d’uso alla comunità romena, di rito ortodosso, che vorrebbe tenerlo dopo l’asta. Ma all’incanto prende parte anche un’associazione musulmana, che vince proponendo un rialzo dell’otto per cento.
Scandalo in città: la chiesa si trasforma in moschea. Proprio in Lombardia, nella patria della Lega e di Matteo Salvini. Proprio nelle valli che da almeno un quindicennio vedono sorgere una variopinta giurisprudenza dal basso, che tende a discriminare stranieri e musulmani con misure amministrative che spesso si rivelano incostituzionali. La Curia spiega che il fatto desta preoccupazione tra i fedeli, mentre il presidente Attilio Fontana – quello della “razza bianca” – tranquillizza tutti spiegando che il suo ente eserciterà il diritto di prelazione, con una metamorfosi da appunto venditore ad acquirente.
Risate a parte, facciamo in modo di rasserenare gli animi. Ma non sarebbe forse il caso di riprendere in mano il dossier scottante delle moschee, di cui non si parla più dal famoso “codice Minniti”? Se un musulmano vuole pregare e nessuno gli affitta un locale, e non può costruire nulla, e non può adibire un suo spazio senza autorizzazione, che altro gli rimane da fare se non partecipare a un’asta prima di rifugiarsi nell’abuso, senza alcun controllo?
Non arrivano primi, comunque, i bergamaschi. Tanti luoghi di culto hanno cambiato, nel corso della Storia, fede di appartenenza: citiamo solo, a mo’ di esempio, la cattedrale di Siviglia, che fu in precedenza moschea, e Haga Sophia, a Istanbul, che da chiesa divenne moschea. Capolavori assoluti, ma di questo non è il momento di parlare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Global Cities as a challenge for the 21st Century

Da Ispi, Desk Global Cities – 6 novembre 2018

This dossier inaugurates ISPI’s analysis of global cities. Various articles explain why urban areas are so important in regard to climate change, mobility and migrations, technological innovation, economic development, social inequalities. We do not deal with theoretical questions. With “global cities”, we refer to an empirical element, namely the fact that some human agglomerations attract more workers, students, economic resources, and innovative companies than others do. Sociologist Saskia Sassen explained this as early as 1991 in a book whose title codified this expression. Of course, not all global cities present the same phenomena in the same proportions: Lagos expands impetuously on the demographic level, but not so much in human capital; Miami, which has no comparable growth rates, nevertheless shows extremely important indicators of economic vitality and regional influence; and even two financial centers such as London and Frankfurt specialize in different functions, in a dynamic similar to the districts.

However, are cities real global/international actors? Moreover, even if they are from an economic point of view, can they be so politically? Furthermore, what narrative should we adopt about urbanization? Many research institutes in the world have been facing these questions for quite a long time. In Italy, there is still no structured debate on this issue, and this is why ISPI’s initiative also aims to open a path for other domestic subjects and potential interlocutors.

Global cities. For the first time in the history of humanity, for ten years now more than 50% of the world’s population lives in urban contexts. This is mainly due to migratory dynamics within the developing countries: think of India or China, but also of megalopolises like Sao Paulo, Buenos Aires or Mexico City (these are the so-called “primatial” cities), to end with the recent sub-Saharan metropolises. In fact, the European and North American scenario remains much more balanced. Many studies done show some interesting macro-data: within the next two decades, 80% of the world’s wealth – Increasingly financial, intermediary and digital – will be produced in cities (already in 2017, however, the biggest ten engendered a GDP higher than Japan’s, as well as France, Germany and Italy combined). Since every day on the planet about two hundred thousand people (more than two every second) move to a urban context, it is presumable that in the same two decades, we will reach the monstrous amount of seven/eight billion “city dwellers”, compared to two/three billion inhabitants in rural areas. Energy-devouring and congested, global cities are more and more connected to each other economically and politically (at the level of institutions as well as of networks between people), and distant from the surrounding territories.

Just think of Brexit (June 2016, with “Remain” prevailing in London), and the election of Donald Trump (November 2016, with Hillary Clinton winning in cities on both the East and West Coasts). The eternal city/countryside dialectic, which in fourteenth-century France ignited the peasant revolts of the “jacquerie”, becomes part of the narrative that sees rural people and elites in opposition. The former are frustrated because of greater urban opportunities (in his article, Edward Glaeser describes some elements of this inequality) that decisively influence the entire planet. This is also true if we concentrate on the last Italian elections: last March liberal parties resisted in urban centers, but they collapsed both in the productive regions of the north, and in the disadvantaged areas of the south.

City-state. This last “political” consideration, concerning the relationship between city and territory, leads us to focus also on intra-city dynamics. It will not be useless to start from a very trite etymology: the word “politics” derives from the Greek “polis”, which in ancient Greece indicated the reality of the city-states, first Athens and Sparta, whose model returns to being current for the Indo-American scholar Parag Khanna. On this scale, Aristotle saw the basic mechanisms of coexistence. Even today, (global) cities are “accelerators” of policies, laboratories that anticipate and make the conflicts of our time visible, as well as the challenges and crucial choices we face. In the city rich and poor brush up against each other, although the distance between them tends to increase because of the deregulated economic system. High income and human capital professionals encounter many unskilled workers, for whom the notion of “growthless work” was forged, a typical feature of the urban economy that is specular to the digital economy’s “jobless growth”. Traditional sectors are replaced by more innovative ones (hereafter described by architect Carlo Ratti), that reward capital and attract talent, but often impoverish the surrounding ecosystem. Impressive skyscrapers coexist a few meters away with unhealthy slums, inhabited by a very young population. Migrants are integrated or segregated, while loneliness afflicts old people, who lose social ties, but also many young people, who suffer from the “spleen” described by writers of the twentieth century, and experience that contradiction between maximum human density and maximum solitude, which is ultimately at the heart of urban alienation.

Cities in the flesh. Reflection in this sector must prevent two complementary risks: on the one hand, that of uncritical exaltation, often summarized in the rhetoric of the “smart city”; on the other, that of alarm about the megalopolis, destined nevertheless to failure when faced with the realities of urbanization. Instead, it is a challenge, and among the most epoch-making: ever larger, connected, influential and global cities are a huge opportunity and a tremendous risk; the outcome of this oscillation will depend on supranational, national and local policies. It is necessary to recover an attitude to urban planning, that “mending” mentioned by the architect Renzo Piano. We need, in the various urban contexts, an overall and inter-disciplinary plan able to combine the spontaneity of a neighborhood, or the informality of a settlement, or the degradation of a suburb, with a vision of territorial development that can enhance the vocations and solve the problems (Richard Sennett has recently written about the dichotomy between informality and planning). Likewise, the relationship between cities, rural areas and territories can not only concern the insiders, but must also be sewn into a broad and multi-dimensional alliance between citizens (this last word coming from the Latin “civitas”, a translation of “polis”) and activists, politicians at all levels, economists, engineers, architects and landscapers, sociologists and anthropologists. At ISPI, we intend to proceed in this direction.

Confronti utili

Da Moked.it – 30 ottobre 2018

Inaugura domani, in una nuova versione, il Museo della Fondazione Centro Culturale Valdese, a Torre Pellice, nelle Valli, in Piemonte. Sono molto curioso di questo restauro e spero di poter presto visitarlo. Credo che sarebbe utile anche per gli ebrei italiani, e in particolare per chi ne cura i vari musei, oltre che per i cittadini in generale. Com’è noto, i valdesi sono una minoranza storica nel nostro paese, che attraverso molte persecuzioni e momenti bui ha saputo sviluppare un’identità rigorosa ma aperta, capace di grande solidarietà, cultura, progressismo. Sono, i valdesi, un po’ gli alfieri del sentimento “laico” in Italia, il che li porta per paradosso a percepire una notevole quota del reddito Otto per Mille, che molti criticano proprio per il suo elemento oggettivamente clericale. E che però essi spendono solo per attività slegate dalle esigenze della comunità e del culto, per opere di bene – come si sarebbe detto.
In settimana si svolgono anche gli Stati generali dell’Ebraismo italiano, a Roma, un’occasione di riflessione certamente utile e importante, soprattutto se saremo capaci di rifuggire dalla retorica e dalla burocrazia. Non mancano le questioni sul tappeto, sia interne sia esterne al mondo ebraico in sé. A proposito di queste ultime, e cioè in definitiva dell’atteggiamento che gli ebrei italiani dovrebbero assumere in questa specifica epoca storica, nei confronti della società, delle istituzioni, del dibattito pubblico, sarebbe certamente utile un confronto con i valdesi come pure con altre minoranze. Ricordo, a riguardo, che mia nonna Tullia conservava per questi “cugini” una grande stima e ammirazione, e che quando poteva non disdegnava una visita di persona alle Valli e ai suoi abitanti, così, per schiarirsi le idee.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il nostro mancato stupore

Da Moked.it – 23 ottobre 2018

Aspra polemica tra Donatella Di Cesare, filosofa ebrea, e Diego Fusaro, filosofo e grande frequentatore di talk show televisivi. Tra le accuse mosse dalla studiosa di Heidegger e Gadamer, quella di antisemitismo. Fusaro, naturalmente, respinge l’addebito nella sua replica, peraltro molto ben scritta. E distingue come al solito tra antisemitismo e critica, anche feroce, delle politiche israeliane e del “massacro di palestinesi”. Se la prende però con Soros, che nella sua rappresentazione rimanda a tutti gli stereotipi antisemiti tradizionali, e qui qualche dubbio viene. Colpisce comunque – mentre, tanto per dirne una, una ragazza indiana viene gratuitamente insultata sul treno verso Vicenza per il colore della sua pelle – il nostro mancato stupore. Si accusa di razzismo, di antisemitismo, di misoginia, e ci pare quasi normale. Le opzioni sono tre, ma è difficile stabilire quella più aderente alla realtà: si esagera con le parole, o invece si va diffondendo una sana ribellione contro l’intolleranza dilagante, oppure infine si comincia a dare per scontato che queste pulsioni alberghino tra di noi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La soglia del pericolo

Da Moked.it – 16 ottobre 2018

La domanda non è semplice ma, in definitiva, molto chiara. Qual è la soglia del pericolo? Quando, in altre parole, una somma di episodi piccoli e grandi, dichiarazioni estemporanee o strutturate, misure intraprese o solo annunciate configurano un clima che desta legittimamente allarme? Il quesito non è in alcun modo retorico, poiché ogni ingiustificato allarme sarebbe un regalo ai nostri avversari e un boomerang per le nostre ragioni. Sintetizziamola così: se vengono discriminati dei commercianti in base alla nazione di provenienza, o dei bambini non sono ammessi alla mensa perché immigrati, è lecito gridare al razzismo, dando per scontato lo scandalo? Ripeto: è un dilemma semplice ma è, in definitiva, l’unico decisivo.

La salma di Franco

Da Moked.it – 9 ottobre 2018

C’è una vicenda della cronaca recente che dovrebbe appassionare esperti e cultori della memoria. E che invece, almeno in Italia, mi pare sostanzialmente e sorprendentemente ignorata. Si tratta della decisione del Governo socialista spagnolo, votata a maggioranza risicatissima dal parlamento, che prevede di riesumare la salma del dittatore Francisco Franco e traslarla in località indicata dai famigliari o, in assenza di opzione valida, selezionata dallo Stato. Attualmente Franco è sepolto nell’enorme monumento che egli stesso fece edificare, una sorta di gigantesco sacrario noto come “Valle dei Caduti”, famoso anche per esibire il crocifisso più grande al mondo. Il progetto era in effetti abbastanza originale: un unico luogo dove vennero inumati, insieme col vincitore della guerra civile, i resti di decine di migliaia di caduti dell’uno e dell’altro schieramento, in un tentativo strumentale e oltraggioso, ma certamente furbo, di creare una memoria condivisa. Oggi il nuovo Governo, che già si è segnalato per scelte coraggiose in materia di immigrazione, adotta una misura assai divisiva e – fatto assolutamente impensabile in Italia! – valuta di procedere anche con pochi voti di scarto.
Ma le domande che mi pongo sono più che altro di natura culturale ed educativa: ha senso traslocare la salma del caudillo senza apportare nessuna modifica all’orrendo mausoleo collettivo? Si può risolvere un conflitto storico così doloroso senza alcun intervento di tipo educativo, solamente con un atto politico, seppur radicale? La semplice rimozione dell’unica tomba non rischia di configurare anche una rimozione di tipo psicologico, culturale e nazionale?
La domanda non è così peregrina, e incrocia il dibattito infuocato tra storici e intellettuali italiani, divisi tra i favorevoli e i contrari al grande museo progettato a Predappio per spiegare alle nuove generazioni cosa fu il fascismo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Il grande mercato arabo delle Smart Cities

Da Ispi Mena Watch – Focus – 13 settembre 2018 (con Valeria Talbot)

Da Casablanca ad Amman, da Dubai a Riyadh si susseguono i progetti di digitalizzazione dei servizi nelle città della regione MENA. Nuove realtà urbane che si collocano oggi in posizione di punta nel mercato globale delle smart cities il cui valore è stimato raggiungere i 2,57 trilioni di dollari nel 2025 (Rapporto Grand View Research).

La crescita significativa sia della telefonia mobile sia del traffico dati su cloud in Medio Oriente fa da sfondo a un fenomeno che sembra destinato ad ampliarsi. In questo contesto, dunque, puntare sul miglioramento della connettività è diventata una priorità nel processo di trasformazione delle città della regione che puntano a diventare sempre più intelligenti. Questo risponde a una precisa esigenza: fare fronte alla sostenuta crescita demografica dei paesi dell’area MENA. Secondo le prospettive di crescita delle Nazioni Unite per il 2050, la popolazione di quest’area è attesa aumentare del 50%, con tassi di urbanizzazione intorno al 70%.

Attualmente le città dell’area MENA raccolgono il 28% della popolazione totale, il 32% della forza-lavoro e circa il 50% della ricchezza prodotta; tutte le statistiche concordano nel valutare il Pil cittadino significativamente superiore a quello delle zone rurali, sebbene con un rallentamento negli ultimi due bienni. Le percentuali di urbanizzazione nella regione sono già elevatissime (con una prevalenza nei paesi del Golfo rispetto a quelli del Nord Africa, si pensi al 100% del Qatar e oltre il 90% in Kuwait) e il numero di giovani impressionante; inoltre, l’economia basata sul petrolio ha favorito l’immigrazione di milioni di lavoratori, moltiplicando i residenti in vari paesi e città (in testa Qatar ed Emirati Arabi Uniti – EAU). In prospettiva, dunque, la pressione di trend demografici sulle città sarà ancora maggiore con conseguenze sul sistema dei trasporti, sulla circolazione stradale, sui consumi di energia e sulla gestione delle risorse idriche. Nell’ottica di assicurare la sostenibilità dei servizi urbani, di ridurre i costi e le inefficienze e più in generale di migliorare la qualità della vita sembra che diventare smart, più che un’opzione, sia oggi una scelta obbligata per le città dell’area MENA. È questa la direzione che molti governi dell’area stanno imboccando, moltiplicando le risorse finanziarie destinate allo sviluppo delle tecnologie “intelligenti”. Si stima che nel 2018 la spesa complessiva per questo tipo di tecnologie raggiungerà 1,26 miliardi di dollari (secondo l’International Data Corporation – IDC).

All’interno dell’area MENA, le monarchie del Golfo sono le più all’avanguardia nello sviluppo delle smart cities. Oltre al significativo aumento della popolazione, i grandi appuntamenti internazionali – l’Expo di Dubai del 2020 e i Mondali di calcio a Doha del 2022 – hanno costituito negli ultimi anni un importante volano per lo sviluppo di tecnologie volte alla digitalizzazione dei servizi, che hanno attratto sostegno e risorse finanziarie anche da parte dei rispettivi governi. Il primato delle smart cities spetta agli Emirati Arabi Uniti, con Abu Dhabi e Dubai nelle prime due posizioni della classifica della regione MENA contenuta in uno studio di McKinsey Global Institute pubblicato lo scorso giugno.

Questo anche grazie al fatto che gli EAU risultano leader a livello internazionale per quanto riguarda la penetrazione di fibra ottica nelle abitazioni, pari al 93,7%. In particolare, Dubai è risultata anche la città più innovativa del Medio Oriente, secondo il rapporto 2018 di 2thinknow, l’agenzia di innovation data che pubblica annualmente il ranking delle città più innovative. Negli ultimi tre anni l’emirato ha investito molto in quella che potrebbe definirsi una smart strategy a tutto tondo. Particolare rilievo rivestono le iniziative per potenziare e rendere più efficace il sistema di trasporti grazie all’introduzione di nuove tecnologie. Tra queste spicca la Dubai Smart Self-Driving Vision lanciata nel 2016 con l’obiettivo di automatizzare il 25% del trasporto giornaliero della città. Inoltre la Dubai Future Foundation ha sviluppato una Strategia di trasporto autonomo che dovrebbe generare più di 6 miliardi di dollari di entrate all’anno grazie alla riduzione dei costi di trasporto e delle emissioni di carbone nonché all’aumento della produttività dei lavoratori per l’abbattimento dei tempi degli spostamenti. Tra i risultati attesi dall’implementazione di questa strategia vi sono anche il taglio dei costi di trasporto del 44% e la riduzione delle emissioni inquinanti del 12%. Accanto ai finanziamenti governativi cresce progressivamente il numero di investitori privati.

Al di là degli EAU, anche l’Arabia Saudita, gigante della regione dalle numerose incognite e al centro di un vasto piano di modernizzazione, può mostrare alcune tra le più ambiziose città dell’intera area MENA: Gedda, Mecca, Medina e non da ultimo Riyadh. Due anni fa il paese ha lanciato un programma per accelerare la digitalizzazione del paese – dall’istruzione alla sanità, dai trasporti all’energia – partendo proprio dalle città, in linea con il Programma di trasformazione nazionale e la Saudi Vision 2030.

Al di là del Golfo, anche le riforme economiche approvate per esempio in Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia sono foriere di importanti sviluppi. In tutta la regione MENA cresce infatti il numero di “città nuove”, cioè progettate a tavolino con modalità dirigistiche e tuttavia assai ambiziose, dalla sostenibilità ambientale alla creazione di posti di lavoro con ricorso alla tecnologia. È il caso di Neom, una mega-smart city sul Mar Rosso completamente digitalizzata e automatizzata, per la cui costruzione l’Arabia Saudita ha annunciato piani da 500 miliardi di dollari, di Lusail in Qatar o della nuova capitale amministrativa dell’Egitto che includerà 20 aree residenziali che ospiteranno una popolazione di 6,5 milioni di persone. A queste si aggiunge il progetto del governo giordano annunciato a fine 2017, ovvero la costruzione di una nuova area urbana con l’obiettivo di decongestionare Amman e Zarqa ma anche di stimolare l’economia giordana e di attrarre investimenti di lungo termine. La costruzione della città, che sorgerà su un importante asse di collegamento con Iraq e Arabia Saudita, sarà realizzata in cinque fasi e il suo completamento è previsto tra il 2030 e il 2050. Non da ultimo, si può annoverare l’investimento cinese nello sviluppo della città costiera di Duqm, in Oman. Esperimenti del genere possono rappresentare delle significative opportunità di investimento economico: basti considerare che in Oman altri paesi – Kuwait, Giappone, Arabia Saudita e India – hanno seguito l’esempio della Cina.

Va da sé dunque che l’attrazione di investimenti privati, anche esteri, rimane una questione chiave nello sviluppo delle smart cities nella regione. A questo proposito, nel valutare la possibilità di investire nello sviluppo tecnologico delle città nell’area MENA, è importante per gli investitori tenere in considerazione quattro fattori: 1) il livello di sviluppo tecnologico e penetrazione digitale dell’area in esame, e le sue future potenzialità; 2) il contesto sociale, ambientale e politico locale, con particolare attenzione all’eventualità che le sperequazioni sociali possano alimentare focolai di protesta; 3) la stabilità del paese, con riferimento al contesto geopolitico regionale così come alla capacità di governo e programmazione della politica economica, in primo luogo nell’ottica di una diversificazione rispetto all’export di idrocarburi e materie prime; 4) la presenza di eventi internazionali già programmati o in itinere, da considerare per via delle opportunità di investimento che simili occasioni possono offrire, così come delle conseguenze anche impreviste che possono recare.

Terza età

Da Moked.it – 28 agosto 2018

L’estate si presta a discorsi generici e proposte strampalate. Il che ben si sposa con l’atteggiamento di un governo che predica il cambiamento ma per il momento produce soprattutto propaganda. Tuttavia, ogni occasione è buona per ragionare, anche quelle più estemporanee. Penso, per esempio, alla proposta della Lega che riguarda lo spostamento dei pensionati al Sud d’Italia: se capisco, un incentivo fiscale agli anziani che al Nord se la passano male, con l’obiettivo di ripopolare porzioni del territorio nazionale sempre più deserte.
L’idea è molto interessante, e infatti si è meritata persino un articolo di Romano Prodi, uno che di economia qualcosa capisce. Ed è ispirata a realtà note: il Portogallo, prima di tutto, ma anche alcuni paesi nordafricani. Un numero sempre più alto di pensionati italiani vi si trasferisce attratto dal clima e dalla bellezza del paese, certamente, ma anche dalle agevolazioni fiscali e dai servizi per la terza età.
Prodi sottolinea alcuni aspetti fondamentali: i controlli dovrebbero essere severi, nel senso che il trasloco deve essere effettivo e non trasformarsi in una forma di elusione fiscale legalizzata; i servizi, a partire dalla sanità pubblica che per gli anziani è ovviamente decisiva, dovrebbero svilupparsi insieme alla misura, visto che nessuno si trasferirebbe mai dove gli ospedali non funzionano; non ha senso privilegiare i piccoli borghi, perché nella terza età si ha bisogno di socialità (pure nelle altre, a dire il vero!), e dunque la dimensione urbana potrebbe rivelarsi più adatta (pensiamo alle meravigliose città del Sud: Palermo, Catania, Siracusa, Bari, Napoli ecc.).
Comunque la discussione è utile, e bene ha fatto il Governo a sollevarla anche per affinarla. Com’è noto, la sfida dell’invecchiamento generale è tra le principali che la nostra società si trova ad affrontare: sistema pensionistico, sanità e costi a essi connessi, ma anche una grande domanda socio-culturale, cioè come attribuire valore a una fase della vita che è sempre più lunga e deve essere per questo progettata.
In linea generale, mi ha sempre colpito un fatto che considero contraddittorio: oggi, in Italia, si considera preferibile invecchiare e poi morire nella propria casa. La “casa di riposo” (e nell’Italia ebraica ce ne sono per fortuna di eccellenti) è ritenuta un’extrema ratio, motivata con esigenze famigliari, sanitarie o economiche. Non è così dappertutto: mi è capitato di visitare negli USA delle vere e proprie città per anziani, con tanto di ristoranti, cinema, quartieri ecc. Questa percezione nostrana produce una stortura: più si è ricchi, nell’Italia di oggi, più si muore da soli. Si assume una badante (sommando così solitudine a solitudine), e progressivamente si esce sempre meno di casa, mentre paradossalmente chi non è in condizione di pagare una persona è più tentato di uscire, incontrare, frequentare un centro anziani. Ecco, io penso che ogni proposta in questo ambito sia da discutere, purché basata sul principio che la vecchiaia è un momento fondamentale dell’esistenza, e che quindi non può prescindere dall’incontro coi propri coetanei e anche con i più giovani.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Me too, messaggio utile

Da Moked.it – 21 agosto 2018

La vicenda di Asia Argento si presta ovviamente a ogni sorta di frizzi e lazzi. Dopo aver avviato la pubblica gogna del potentissimo produttore Harvey Weinstein, e con questa il movimento globale del “Me too”, l’attrice italiana si è vista costretta a risarcire con 380 mila dollari un giovane attore americano con cui ha avuto rapporti sessuali mentre questi era ancora minorenne. Per la precisione, diciasettenne. All’inevitabile reazione del “chi la fa l’aspetti” all’accusa di ipocrisia allo sberleffo del ragazzo che si sente soggiogato in grande ritardo e comunque in età non proprio tenerissima. Vittorio Feltri su Libero utilizza un titolo ammiccante e volgare.
Ora, l’ironia fa bene anche in questa estate terribile. Ma, come si suol dire, bisogna evitare di buttare il bambino con l’acqua sporca. Può anche darsi che Asia Argento non sia il testimonial ideale e cristallino di una campagna decollata negli ultimi mesi contro le molestie alle donne; e può anche essere che il giovane violentato sia soltanto un approfittatore scaltro, che ha colto il potenziale dirompente che le sue rivelazioni avrebbero avuto sull’opinione pubblica e sul portafoglio di Asia. Rimane il fatto che il messaggio del “Me Too” è assolutamente utile e attuale.
In moltissimi contesti, nei paesi occidentali come negli altri (altroché), le donne sono oggetto di discriminazioni e violenze profonde o sottili, esplicite o subdole, dirette o indirette. Dagli sguardi indiscreti alle disparità di reddito fino alle battute volgari, sono mille e ancora mille gli atteggiamenti che noi uomini adottiamo in buona e cattiva fede per mettere l’altro sesso a disagio. E poiché spesso il potere è azzurro e non rosa, tali comportamenti assumono il carattere della violenza vera e propria, perché non può esserci avance o flirt innocente quando si è consapevoli del rapporto di dipendenza del(la) concupito/a.
Se dunque assumiamo il potere come fattore discriminante, persino lo scoop di ieri appare meno bizzarro e faceto. È più raro, ma esistono casi in cui il potere è della donna e quindi, per quanto possa sembrare estremo, la figura debole è quella del giovane maschio. In ogni caso – battute a parte – su tutto ciò c’è ben poco da scherzare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La Germania, nel bene e nel male

Da Moked.it – 7 agosto 2018

La lettura dei giornali è un rituale che in vacanza va celebrato lentamente. Si scoprono piccole notizie nascoste, si leggono lunghe inchieste da paesi esotici. Negli ultimi tre giorni, mi colpiscono due articoli dalla Germania, nel bene o nel male cuore d’Europa: prima, una lunga inchiesta sui “centri di ancoraggio”, strutture progettate dal governo bavarese ma in qualche modo approvate dal governo federale. Vi si tengono i richiedenti asilo in attesa di rimpatrio, per tempi indefiniti e senza alcuna attività: devono essere espulsi, perché mai tenerli occupati? Si trovano in zone industriali abbandonate, lontane dai centri urbani, perché reti metalliche e fili spinati, con tanto di sicurezza privata, a pochi chilometri dalle più ricche città tedesche, beh è comunque una scena che in Germania fa ancora qualche effetto. Con esseri umani che rimangono magari bloccati per anni. In ogni caso l’impressione non deve essere così terribile, se è vera anche la seconda notiziola: il governo federale dimezza il contributo statale per i sopravvissuti alla Shoah che entrano in casa di riposo, probabilmente sovvenzionata con altri strumenti di welfare. Una misura di buonsenso, si direbbe, un razionalizzare le spese che rende a noi italiani così invidiabile il sistema tedesco. Eppure, chissà perché, anche una nota stonata. Qualcosa che ci racconta, tra le pieghe asettiche della burocrazia impeccabile, di un vento che sta cambiando, e che sembra spirare in direzione contraria al Dopoguerra che abbiamo conosciuto.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Clara Sereni

Da Moked.it – 31 luglio 2018

Il 25 luglio è morta Clara Sereni, una grande scrittrice italiana. Figlia di Emilio e nipote di Enzo, figure di spicco del comunismo e del sionismo italiano (i due fratelli non si parlavano, e David Bidussa mi spiegò una volta che la storia ebraica è essenzialmente storia di vicende famigliari). Una donna ebrea, sebbene nelle straordinarie ricette di “Casalinghitudine” facciano spesso capolino prosciutto e salame. Una vincitrice del Premio Strega – “Il gioco dei regni”, 1993 – con un libro tutto sulle origini ebraiche della sua famiglia, e sui rapporti complessi tra appartenenza religiosa e politica, tra pubblico e privato. Stranamente, almeno così mi è parso, un’artista che nell’immaginario collettivo non viene oggi considerata ebrea, dove la tradizione religiosa sfuma in altri aspetti (donna, di sinistra, madre di un figlio portatore di handicap, scrittrice, militante e dirigente politica). Nelle stesse ore un giornalista dal cognome ebraico, Marcello Foa, è stato designato per la presidenza della Rai. Per quanto sono riuscito a capire non è ebreo, né parente di illustri portatori del suo cognome, a cominciare dal compianto sindacalista Vittorio. Eppure, da quanto leggo in rete, sono in molti a ritenere che lo sia. Indipendentemente dal fatto che non sarei dispiaciuto se alla fine gli saltasse la poltrona, mi pare che la dinamica sia comunque interessante. Ci dicono, questi due episodi settimanali, che la nostra identità personale è frutto di scelte e percorsi individuali, come per esempio osservare o no i precetti religiosi; ma la nostra identità pubblica, che in qualche modo influenza anche ciò che noi siamo, è frutto dello sguardo, spesso distorto e ormai digitale, che gli altri posano su di noi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi