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Un nuovo protagonismo municipale

da domusweb.it – 18 giugno 2019

Ci si chiede se le città siano un fenomeno globale o locale. La domanda si pone nel momento in cui molti esperti di relazioni internazionali, o istituti, si occupano di questo tema. In prima battuta, si potrebbe rispondere che lo sviluppo urbano è un fatto geopolitico innanzitutto per via dei numeri: nelle metropoli e negli altri centri si concentra il 54% della popolazione globale e il 70% del Pil; allo stesso tempo, vi si consuma il 75% dell’energia e produce il 60% dei gas inquinanti. Non c’è sfida globale, dal cambiamento climatico allo sviluppo economico alla gestione dei migranti, che sia risolvibile senza un approccio che muova dalla dimensione urbana. Ma tale considerazione sarebbe incompleta: sebbene permangano aree di esclusiva competenza nazionale, le città reclamano autonomia e lottano per assumere una centralità politica. Si organizzano in reti e associazioni internazionali, spingono per partecipare al dibattito multilaterale, elaborano agende di sviluppo sostenibile che si affiancano a quelle dell’ONU e a quelle regionali. Si oppongono persino alle decisioni assunte a livello statale, come accade negli USA rispetto alle scelte di Donald Trump in materia di ambiente o immigrazione. Credono, come scriveva Benjamin Barber, che il mondo si salverà solo a patto che “siano i sindaci a governarlo”.

L’urban planner. Se analizziamo una platea di studiosi del fenomeno urbano, scopriamo che in maggioranza sono laureati in architettura. Quasi nessuno, tuttavia, pratica il mestiere dell’architetto. La riflessione urbanistica si è dunque separata, nei percorsi professionali come nelle esperienze di vita, dall’attività tradizionale. Lo statuto della nuova materia, però, si mostra ancora incerto, come testimonia la confluenza di figure differenti: antropologi, scienziati della politica, militanti e attivisti, costruttori e immobiliaristi, ingegneri ambientali e ingegneri in generale, economisti e filosofi, dirigenti politici e amministratori locali. Una pletora di estrazioni che con voce ottimistica definiamo “inter-disciplina”. Non vi è dubbio che la materia urbana si presti, e anzi richieda, un approccio poliedrico. La città è progetto e vita quotidiana, natura e costruito, denaro e immondizia, mobilità e memoria, ingiustizia e innovazione. Dimensioni sovrapposte e miscelate che contribuiscono al composto magmatico dove si orienta e convive la maggioranza del genere umano. Ma un tema così frequentato corre dei rischi: dispersione e improvvisazione. Se vogliamo davvero affrontare una delle sfide decisive del secolo XXI, non possiamo accontentarci di discorsi banali e occasioni conviviali. Occorrono studio e capacità di visione.

Il pensiero sulla città deve tendere a un fondamentale obiettivo: migliorare l’esistenza quotidiana di chi vi risiede. Siano benvenuti dunque gli studi sulla mobilità sostenibile e sul ciclo dei rifiuti e sulla progettazione partecipata. Si declini il nostro sostantivo, auspicando la città sostenibile, e anche smart e poi circolare, flessibile, resiliente e naturalmente globale. A ben vedere, però, l’ambizione del moderno studioso è più elevata ancora, e assolutamente necessaria: se, come abbiamo visto, dalle aree urbane dipende la gran parte della ricchezza prodotta sul pianeta, come pure delle emissioni inquinanti, e del resto alle aree urbane tendono i migranti in fuga dai mali del mondo, il compito del nostro esperto si trasforma e cresce. Studiando le città che conosce meglio, egli deve individuare le soluzioni che – replicate sulla base di un paradigma sempre più onnicomprensivo – possano salvare la Terra: un insediamento umano sostenibile sul piano ambientale, una globalizzazione che non calpesti gli ultimi, una partecipazione allo spazio pubblico che consenta alla democrazia di rinnovarsi nell’epoca della sua contestazione. Le città sono laboratori: dei conflitti (cioè della politica), delle contraddizioni, delle minacce e delle opportunità del tempo che viviamo.

Per Italo Calvino, le città continue ingannano il viaggiatore che, incapace di rintracciare l’ultimo confine urbano, resta da quest’ultimo in qualche modo irrimediabilmente intrappolato. Con la dote profetica degli scrittori, Calvino descriveva i fenomeni dello sprawl urbano che in profondità hanno trasformato porzioni rilevanti del pianeta, in Nord America più che in Europa e oggi moltissimo in Africa, Asia e Sud America. La sfida non è soltanto quella di rammendare un tessuto urbano così slabbrato. Come rileva papa Francesco, le periferie sono innanzitutto umane, sociali e culturali. E dunque il lavoro dell’urbanista non ha confini, perché il suo sforzo tende a un creativo e difficilissimo lavoro di pianificazione del territorio. Non può funzionare un mondo in cui tutti i sapiens si accalcano nelle aree urbane costiere. Non può esistere un progetto di progresso in cui i valori della città vengono contrapposti a quelli rurali, giudicando questi ultimi con malcelato sussiego. Occorre plasmare una nuova narrazione della globalizzazione e del futuro che non escluda nessuno, dentro e fuori i confini della città, attribuendo la massima considerazione a chi si prende cura dei vasti territori extra-urbani e grazie a questi garantisce il cibo a ognuno di noi.

L’Istituto per gli Studi di Politica internazionale (ISPI) di Milano, che quest’anno celebra il suo ottantacinquesimo anniversario e da sempre si dedica allo studio delle dinamiche internazionali con un approccio che coniuga l’analisi geopolitica con quella socio-economica, è molto lieto di partecipare alla seconda edizione di domusforum in qualità di knowledge partner. ISPI porterà un contributo di riflessione e spunti per il dibattito attraverso il lavoro di ricerca del proprio Desk sulle Global Cities, focalizzato sul ruolo che alcuni grandi centri urbani svolgono oggi – anche nella loro interazione con gli stati e gli altri attori internazionali – per affrontare le sfide globali.

The new path of African urbanization

da ispionline.it – 31 maggio 2019 (insieme a Giovanni Carbone)

Pliny the Elder wrote it first and it is still confirmed today: something new always comes from Africa (ex Africa semper aliquid novi). Looking at the extensive urbanization process that crosses the continent, at least three elements seem indeed unprecedented: 1) urbanization is not a consequence of industrialization, but runs parallel to it; 2) urbanization occurs regardless of the creation of infrastructures, which on the contrary remain rather lacking; 3) technological innovation in the urban areas does not follow a gradual pattern, as occured in the Western world, but proceeds by jumps: for example, bytes do not transit through the landline telephone network, which is lacking, but directly through mobile phones and broadband submarine communication cables.

The Global Cities Desk, launched by ISPI in September 2018, publishes its first dossier with a territorial focus and, significantly, decides to begin exactly with Africa. An area to which ISPI dedicates constant attention, as it is shown by the report “A Vision for Africa’s Future”, a wide overview of the main transformations occurring in the sub-Saharan region and of expected scenarios. A concern that can also be observed in the greater consideration of this topic by many opinion leaders within Italian society, from institutions to non-governmental organizations to companies and even media.

This dossier is the outcome of collaboration with the African Center for Cities (ACC) of the University of Cape Town, which is a reason for satisfaction: in any area, no progress in relations with Africa can be achieved without an effective partnership with the increasingly dynamic energies that are active on the other shore of the Mediterranean Sea.

Data is macroscopic and essentially well acknowledged: if the African continent will, as it seems, double its population from now to 2050, growing from the current 1.2 billion people to around 2.5 (approximately a quarter of the world’s population), the urban component in 2030 will already exceed a billion people (currently it accounts for a little less than 500 million), overtaking the rural. However, as an example, Gabon is already around 87% “metropolitan”. As is known, in 1900 the ten biggest cities around the world were in Europe (eight) and in North America (New York and Philadelphia); instead, in 2030, the same ranking will be entirely located in Asia and Africa, with at least six African cities having more than ten million people (Cairo, Lagos, Kinshasa, Luanda, Dar es Salaam and Johannesburg). The problem is that currently the inhabitants of “informal” contexts, such as slums and shanty towns, account for more than half of the total (at a global level, they represent one in every seven people): this amount is expected to increase – in percentages or in absolute data – in the coming decades.

These slums, inhabited by very poor and young people, are at the same time the effect and the cause of urbanization: the effect, since people abandoning the countryside and lacking resources go to these urban areas searching for better living conditions; the cause, since the sprawl further worsens territorial conditions, increasing desertification and climate emergencies, and producing a vicious circle that multiplies migrants and climate migrants, threatened by dangerous environmental conditions (already today the World Bank estimates that 40 billion euros worth of real estate assets are at flood risk in Dakar, an amount approximately twice Senegal’s GDP). Certainly, the enormous differences between countries, regions and cities are not to be ignored: keeping them in mind can help us predict some of the migration flows inside the continent and prevent possible conflicts.

Therefore, going back to the initial argument, the urban development of Africa needs to be planned in a creative way, so that this phenomenon does not become traumatic and deleterious for the whole planet but instead contributes to the growth of a continent that has shown enviable development rates for several years. First of all, urbanization without industrialization poses an enormous employment challenge. While in Charles Dickens’ novels the omnivorous factory exploited non-urbanized farmers as if they were parts of a machine, in the African case, the cities risk “ignoring” millions of unemployed young people with large families, even without an exploitative master. To mitigate the consequences of this type of situation, enormous investments in human capital and training are needed, in demonstration that Goal 11 of the Sustainable Development Goals (which directly deals with urban settlements) cannot be achieved without a holistic prospective, which should concern societies’ and people’s development. An explosion of social conflicts seems inevitable without such an effort: industrialization in Western cities caused exploitation, but also demands for rights and social liberation; in a non-industrialized but very urbanized context, we do not know the characteristics that possible collective conflicts might have – perhaps the so-called “Arab Spring” can partly anticipate them.

Regarding infrastructures, all of the research shows that they are essential to achieve growth both in an urban and at a general level. Africa is still very lacking in infrastructure, even though in recent years global players such as China have intervened in this sector, led more by the logic of investment and no longer by that of aid. The regional consortia, as well as the “corridor” projects, can virtuously influence infrastructure projects, provided that we do not lose sight of the other side of the coin. To be sustainable, future African cities will also have to deal with the social and environmental costs produced by urbanization and infrastructure: for example, the enormous difficulty in accessing proper accommodation or obtaining credit, the obstacles in mobility and the challenge of energy supply (in this dossier Marco Alberti discusses this, explaining the need for a new model based on renewable and decentralized sources).

Lastly, technological innovation. Two economists, Jonas Hjort and Jonas Poulsen, have recently demonstrated a direct correlation between the arrival of submarine cables, and therefore broadband, and an increase in employment (skilled and less skilled), in productivity and in the exports of the urban areas where cables arrive and in their interior regions. As has been said, Africa is skipping some steps compared to the West: if in 2000 broadband all over Africa was less than that of Luxembourg alone, in 2017 78% of Africans owned or had access to a mobile phone/smartphone, which is radically transforming some sectors such as financial services, personal services and transportation. Like in the West, many areas are directly served by airports, subordinating railway construction, so that in Africa technology has become immediately intangible, bypassing the previous step. The consequences that this will have on urban economies are yet to be discovered.

In conclusion, this dossier is about asking questions rather than providing answers. What the development model of African cities will have to be from now to 2063 – the horizon on which, six years ago, the African Union proposed scenarios and outlined development goals for the continent – is a very interesting matter that requires intelligent and innovative devising and planning. What is certain is that Europe, and Italy in particular, can make valuable contributions: from an economic prospective, by enhancing the growth of small and medium enterprises, and districts, which can positively influence the business model in the expanding African economy; from an urban prospective, by proposing the reticular paradigm of European cities, rich in tradition, as a benchmark, not to be completely reproduced (which would be impossible anyway), but as a source of  inspiration in order to have more sustainable urbanization.

Sentenze

Da Moked.it – 12 marzo 2019

Chi si lamenta del Me too, chi profetizza esagerazioni, chi rimpiange i bei tempi andati della goliardia libera e spensierata. Poi la Cassazione annulla una sentenza di secondo grado, emanata da un tribunale italiano nei mesi scorsi e non tre secoli fa. I giudici di Ancona, di fronte a una ragazza di 22 anni che denuncia uno stupro, pensano bene di stabilire il seguente concetto: poiché la ragazza era troppo mascolina e poco avvenente, è improbabile che sia stata stuprata. Del resto, la “scaltra peruviana” (sic!) avrebbe una personalità volitiva e appunto mascolina “come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. Di fronte all’accusa di stupro così concludono i magistrati: “In definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata “goliardica”, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida”.
Ce ne sarebbe già abbastanza per mettersi le mani nei capelli e domandarsi cosa possa spingere più giuristi, che si confrontano in una stanza, di fronte a tomi e citazioni, a vergare simili perle senza essere sfiorati dal dubbio. E per fortuna che dal Ministero hanno già (?) inviato gli ispettori. Ma non basta: la corte, si scopre, è composta in questo caso da tre… donne! Mascoline anche loro, verrebbe da dire. Nel senso della scemenza che troppo spesso colpisce noi maschietti quando abbiamo a che fare con l’altra metà del cielo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
Twitter @tobiazevi

La minaccia dell’ultradestra

Da Moked.it – 5 marzo 2019

Molti in queste ore vedono la seconda stagione di “Suburra”, a mio modesto avviso inferiore alla prima. E se qualcuno di questi ha letto la recente relazione dei servizi di informazione italiani (cioè i servizi segreti), avrà provato una sensazione di straniante sovrapposizione. Affermano testualmente i nostri 007: “Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra (…) Caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni ‘egemoniche’ e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla ‘base’, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere (…) Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale)”
A parlare sono i responsabili della sicurezza della Repubblica, non pericolosi sovversivi di un centro sociale.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La minaccia antisemita

Da Moked.it – 19 febbraio 2019

Non mi sono mai divertito a parlare troppo di antisemitismo. Forse, non lo ho mai ritenuto utile neanche alla causa di noi ebrei. Semmai, ho sempre cercato di allargare il discorso e discutere di tolleranza, integrazione, diritti. Da due o tre settimane, però, mi trovo a scrivere di episodi e atti inquietanti e antisemiti su queste colonne. Siccome anche oggi non saprei cosa menzionare, se non Alain Finkielkraut e Luciana Berger, dimissionaria dal partito laburista inglese per via dell’antisemitismo interno, preferisco tacere. Ci vediamo tra sette giorni.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Lapsus indicativi

Da Moked.it – 12 febbraio 2019

Quando si maneggia la Memoria, è sempre difficile tracciare confini netti. Se prendiamo le parole di Matteo Salvini, ministro dell’Interno, davanti alla foiba di Basovizza e in occasione della Giornata del Ricordo, facciamo fatica a prendere posizione. Da un lato, è giusto ribadire come la tragedia degli italiani in Istria, Giulia e Dalmazia sia parte dell’identità nazionale, dopo decenni di colpevole esclusione e marginalizzazione. Dall’altro, non ci sarebbe nessun bisogno del paragone con la Shoah: non occorre innescare sempre la competizione a chi è più vittima di chi. I fenomeni, le tragedie, sono diverse, la Shoah è qualitativamente e quantitativamente un unicum.
Vabbè, si tratta di un’imprecisione, una sgrammaticatura involontaria nell’epoca dell’iper-comunicazione, di post in post come fai a cavartela senza sbavature?
E probabilmente è davvero così. Il che però pone un problema: voce dal sen fuggita è più o meno rivelatrice, più o meno inquietante?
Alcuni episodi delle ultime ore inducono a riflettere. A Sainte-Geneviève-des-Bois, Francia, sono stati profanati ieri mattina gli alberi piantati in memoria di Ilan Halimi, il ragazzo ebreo lì rapito, torturato e ammazzato 13 anni fa. L’anniversario ricorre non casualmente proprio domani. Nelle stesse ore, e sempre in Francia, il ritratto di Simone Veil, sopravvissuta alla Shoah e prima presidente del parlamento europeo, è stato sfregiato con una svastica. E come se non bastasse, nessun giornale ha parlato dell’omicidio della giovanissima Ori Ansbacher, violata e trucidata in Israele da palestinesi.
Insomma, il lapsus rimanda a un clima e il clima favorisce il lapsus, in un brutto circolo vizioso. Speriamo bene.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Il ruolo del sanpietrino

Da Moked.it – 5 febbraio 2019

Si può dubitare di troppo successo? Sembra un paradosso. Prendete le “Pietre d’inciampo”, ormai note a tutti. Ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig (il nome originario è: Stolpersteine), sono state importate in Italia alcuni anni fa da Adachiara Zevi. Com’è noto, l’intuizione consiste nell’incastonare un piccolo sanpietrino bronzeo di fronte ai portoni che videro la deportazione di ebrei, oppositori, omosessuali e altri gruppi perseguitati dai nazifascisti. Il senso è fondamentalmente duplice: da un lato, restituire l’identità alla vittima rimasta senza volto e spesso senza sepoltura, proprio nel luogo in cui viveva; dall’altro, sorprendere il passante comune, insieme all’abitante della casa medesima, che per l’appunto si troverà a “inciampare” in questa vicenda singola e collettiva, senza poter deviare o girare lo sguardo.
Se giudichiamo dagli atti di vandalismo, l’idea è vincente: nel corso degli anni sono state divelte pietre per mano di anonimi e di vicini di casa, disturbati dall’ingombrante minuscolo segno urbano. Demnig, nel frattempo, continua a girare l’Europa per conficcare personalmente i sanpietrini incisi col nome, professione, data e luogo di nascita, data e luogo di morte della vittima, tanto da aver raggiunto la strabiliante cifra di oltre 70 mila pietre fissate in oltre 25 anni. La sua ricerca ossessiva ed eroica è momento decisivo della stessa opera d’arte: dietro ogni sanpietrino c’è l’indagine dei famigliari, la mobilitazione delle associazioni che si occupano di Memoria, l’attivarsi della burocrazia locale, il sudore dell’artista che si piega con la sua ginocchiera da pallavolista e il cappellone sempre in testa.
Due episodi recenti mi hanno colpito: in una scuola di Roma, la “Macinghi Strozzi” alla Garbatella, gli studenti hanno apposto nei giorni scorsi 24 pietre d’inciampo in memoria di altrettanti migranti naufragati in mare, scegliendo i nomi tra i repertori tragicamente a disposizione. Analogamente – come ci ha raccontato su “Internazionale” il celebre maestro Franco Lorenzoni – si sono mossi in una scuola di Pagani, provincia di Salerno, dove solo una pietra è stata apposta per ricordare la vicenda straziante e recente del giovane ragazzo annegato proteggendo la sua pagella scolastica. Chi conosce il mondo della scuola sa quanto le iniziative possano propagarvisi in modo veloce e pervasivo.
La domanda, davvero non retorica, suona più o meno così: tutto ciò, è cosa buona e giusta? Al di là del paragone implicito tra la terrificante strage dei migranti nel Mediterraneo – secondo alcune statistiche, sei o sette al giorno da oltre venti anni – e la Shoah, la questione riguarda specificamente le pietre d’inciampo: possono guadagnare una vita autonoma dall’artista? Sopravvivergli? Possono essere “autogestite” da scuole, comunità o singoli senza una verifica centralizzata e dell’altro? Possono perdere il legame coi luoghi, che ne era essenza costitutiva, senza risultarne snaturate? Se ci pensate, il dubbio sulle pietre d’inciampo si incrocia con quello cruciale della sopravvivenza ai testimoni diretti della Shoah, con il ragionamento sul futuro della Memoria.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Beyond the Smart City: the Sustainable city

Da ispionline.it – 22 gennaio 2019

While investments in the West fluctuate due to economic uncertainties, a strong urbanization trend is consolidating worldwide, and this requires a clear vision of necessary works and interventions in various sectors: transportation, both urban and extra-urban, civil and commercial; energy; connectivity and communication networks; housing and building. Thanks to technological innovation, services to citizens improve, the economy grows, environmental impact and social inequalities decrease. “Smart cities” is the mantra proposed by think tanks, universities, consulting firms, industries and, of course, by software and hardware companies. However, this concept is no longer satisfactory: recent research questions the positive evaluation of the Smart City, since this paradigm is likely to prove weak in improving individuals’ living conditions and, at the same time, it is problematic from a democratic point of view: people could gradually be divested of their sensitive data, which are then exploited by huge companies to derive a profit.

In order to “go beyond” the concept of Smart City, we asked different stakeholders to share their thoughts with us: intellectuals, representatives of International organizations, consulting firms, large industrial groups active in the field of infrastructure. We challenged them to articulate their ideas on urban development in a more pertinent, original, and helpful way. Their opinions are collected in this dossier, full of examples and data, which surprises for the wide range of adjectives applied to the city. If cities are at the forefront, as statistics have shown us for years, we must select for them characteristics that can positively shape their future: here it comes the “resilient”, “flexible”, “circular” city. Each of these terms emphasizes a distinct and fundamental aspect, never forgetting, anyway, that many of the challenges we face are connected and complementary.

Resilience gained the attention of the United Nations, which launched the “Making Cities Resilient” campaign (MCR) through the United Nation Office for Disaster Risk Reduction (UNISDR). The effort focuses above all on the risks that cities run because of climate change and related traumatic events. In order to reduce often devastating impacts, mitigation and adaptation strategies are adopted, and technology is used to develop prevention tools. The MCR has designed a web platform that allows local administrations to assess themselves, defining their weaknesses, organizational limits, and sectors in which the public-private partnership is crucial.

Salini Impregilo, an Italian construction company active on all continents, focuses on “flexibility” as the capacity of new infrastructure to adapt to the mutable needs of populations. Considering the city as a living organism, with what we refer to as an “urban metabolism”, different examples are shown: buildings that do not disperse water thanks to an efficient distinction between rain, drinking, and waste/recycled water; means of transportation able to forecast people’s flows; even cultural spaces whose internal structure changes based on the event they are about to host. As we can see, flexibility can be seen as an environmental protection strategy as well as a way of taking care of individual needs.

The circular economy concept is fundamental in the vision of an International organization such as the OECD, but also in the strategy of an innovative and growing multinational company like ENEL. The city becomes “circular”, a fascinating expression that refers to three distinct dimensions. First, it refers to the economic cycle per se, which aims to the progressive limitation of waste and the reuse of materials, at the same time creating new industrial and job opportunities. Secondly, it refers to the competition among global cities, which incorporate economic and technological innovations into a virtuous circle of constant race for the top spot. Finally, it refers to the holistic (circular) perspective, which highlights the interdependence between environmental, economic, and social plans, precisely within the framework of a circular economy. This vision was also at the core of Pope Francis’ encyclical “Laudato si’”, where he coined the formula of “Social Ecology”.

Therefore, since each of these nuances brings with it a significant element of truth, we believe that the most all-encompassing solution is to speak of “sustainable cities”, also in the wake of the UN’s debate in this area. It is not only no. 11 of the Sustainable Development Goals, which for the first time has included cities among the key players of sustainable development, but the relationship of this with other goals, i.e., obtaining a quality education, promoting inclusive and sustainable economic growth, employment and decent work for all, and building resilient infrastructure, promoting sustainable industrialization and fostering innovation. 

Finally, two more questions: are these local issues or global ones – and therefore geo-political matters? Which role do people play?

Without winning the battle for an ecological (and social) transition of cities, the effort against climate change – tackled a few weeks ago in the Cop 24 conference in Katowice – risks becoming useless. After all, three quarters of planetary greenhouse gas emissions comes from urban areas. Nothing more global, then, or, as we used to say some years ago, “glocal”. And there is more: local administrations are gaining increasing political weight, thanks to their international networks and brave mayors’ activism; all this reverberates, for example, in the measures that American cities are taking against Donald Trump’s environmental policies, to the point of opposing these policies in the name of Paris’ objectives. However, there is not yet a significant redistribution of power and resources: even on the front line, cities do not have the means to control a vast territory, influence resources’ allocation, and direct policies. This is a question, therefore, that concerns global governance.

As for the second question, Pietro Garau explains in his contribution how the Smart City – or better, the “sustainable city” – can only depend on “Smart Citizens”, i.e., on the choices that each of us makes. Because of the limited power of local administrations, a top-down process cannot be imagined without a bottom-up revolution, which hinges on the awareness and participation of communities and individuals. The geopolitical influence of Citizens can be the maximum: this new “Civis” can influence global trends – unfortunately, also in a negative sense – which he/she inspires. The destiny of the planet depends on them, even beyond urban borders.

La violazione di Auschwitz

Da Moked.it – 29 gennaio 2019

Da oggi, nulla sarà come prima. Ci sono attimi, nella storia, in cui questa espressione un po’ trita assume un significato pregnante, si consolida in un simbolo. Temo che così sarà per la violazione di Auschwitz tentata domenica scorsa da un piccolo gruppo di nazionalisti polacchi. Di per sé, nulla di preoccupante. Ma, per l’appunto, un simbolo, che non a caso prende forma nell’epoca pericolosa che viviamo. Un gesto minoritario che si presta a emulazioni e che soprattutto rischia di rendere contestabile l’incontestabile. Non contano le motivazioni addotte, chiaramente pretestuose. Conta che si possa mettere in discussione la memoria di Auschwitz proprio il 27 di gennaio, pure imperniato su moltissime e meritevoli iniziative. Dobbiamo prepararci, io credo, a una nuova fase di Memoria della Shoah: da patrimonio collettivo, al massimo recante sintomi di banalizzazione, a battaglia aperta, da combattere per il passato e nel presente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La Capitale

Da Moked.it – 15 gennaio 2019

Nel romanzo La Capitale di Robert Menasse, vincitore della Fiera di Francoforte un paio di anni fa, il filo profondo della trama si snoda tra Bruxelles e Auschwitz. La capitale effettiva e quella morale dell’Europa, il senso fondativo e quello quotidiano dell’Unione. Tra pochi giorni verrà celebrata la Giornata della Memoria 2019, anno di elezioni e rinnovo delle istituzioni comunitarie. È sorprendente, mi pare, quanto i due appuntamenti siano necessariamente scollegati, si ignorino ed evitino di mettersi in dialogo.
Come giustificare, altrimenti, che proprio le elezioni europee sanciranno l’affermazione dei movimenti identitari, populisti, nazionalisti? Come spiegare che proprio il contrasto al processo di integrazione europea accomuna partiti politici che altrimenti sarebbero strutturalmente in antitesi, proteggendo ognuno i propri presunti confini nazionali? Come comprendere innaturali alleanze tra governi ex-comunisti, partiti di estrema destra e fiumi di denaro europeo che da Ovest è andato a Est negli ultimi anni?
Si tratta di un problema tutto emotivo e culturale, che purtroppo non può essere risolto con la descrizione puntuale dei benefici dell’integrazione europea. Ma la storia talvolta ci consegna dei segnali: ancora Danzica al centro del palcoscenico, come nel 1939 e nel 1980. Pawel Adamowicz, riposa in pace.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Occasione perse al Sud

Da Moked.it – 18 dicembre 2018

Dal 28 agosto – quando ne scrissi su queste colonne – la proposta di spostare i pensionati al Sud ha fatto qualche passo avanti nella Manovra di Bilancio. Rispetto ad allora, però, sembra esserci un cambiamento decisivo: il testo prevede un’aliquota fissa al 7% per i pensionati stranieri che si trasferiscono nel Mezzogiorno e comprano una casa dal valore di almeno cento mila euro. Il cosiddetto “modello Portogallo”. Si era prima parlato dei pensionati italiani, ora si fa riferimento ai “ricchi” pensionati stranieri.
Come scrissi al tempo, citando Romano Prodi, l’idea mi pare difficile ma interessante: ampie aree del Sud soffrono di spopolamento e impoverimento, e favorire un’immigrazione intra-nazionale non sarebbe affatto scandaloso. Purché, lo ripetiamo, i traslochi siano veri e non truffaldini, i servizi per gli anziani efficienti e non si aggravi la misura di ulteriori obiettivi (per esempio quello di ripopolare i borghi o piccoli Comuni, che oggettivamente possono essere poco adatti alla terza età).
Ma visto che parliamo di Sud, due vicende della scorsa settimana. Innanzitutto, il parlamento ha fatto fallire il progetto di istituire una seconda sede della Normale (di Pisa) a Napoli. Vincenzo Barone (pregasi evitare ironie!) aveva pensato questa iniziativa per aumentare il numero dei borsisti, nell’ottica di una rete di scuole di eccellenza universitaria da arricchire in futuro con altre città. Non l’avesse mai fatto: dal sindaco leghista di Pisa ai politici toscani, tutti contrari al furto della Scuola. Col risultato che la Scuola rimane tale e quale, come del resto sarebbe stato in ogni caso, mentre l’Italia e Napoli hanno perso un’occasione.
E qui devo una confessione personale. Un conflitto d’interesse. Nel 2002 fui il primo degli esclusi al concorso ordinario per la Scuola Normale di Pisa (posto 25, su 24 ammessi). Forse è per questo che le due notizie mi hanno indignato: fosse oggi, e ci fosse la seconda sede, me ne sarei stato quattro anni a studiare sotto lo sguardo bonariamente torvo del Vesuvio. Un’ipotesi del terzo tipo, ovviamente.
Ma c’è di più: in settimana la Cassazione ha anche assolto il professor Aldo Schiavone, accusato a Firenze di aver distratto fondi pubblici nella gestione del SUM (Istituto di Scienze Umane), negli anni in cui ne era rettore. Un’iniziativa post-laurea che garantiva borse di studio in materie umanistiche agli studenti e ricercatori più dotati. Dove? Sempre a Napoli. Tra gelosie accademiche e miserie umane, alla fine tutti vengono assolti ma nel frattempo il SUM non esiste più. Un’altra occasione persa per l’Italia e Napoli.
Insomma, del Sud tutti parlano, ma appena si tratta di fare qualcosa, viene più facile distruggere che costruire.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Oltre la città. Per uno sviluppo sostenibile del territorio nazionale

Da Newsletter ASviS – 13 dicembre 2018
La parola chiave per interloquire con il nuovo Governo deve essere “territorio”. Tra le proposte per salvaguardarlo: recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni, azzerare il consumo di suolo, favorire azioni di mitigazione e adattamento ambientale e combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane.
Dicembre 2018

Negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente il fenomeno del camminare. Esito, certo, di una richiesta sempre più diffusa e pressante di turismo diverso, eco-compatibile e slow. Ma anche di una consapevolezza rinnovata: non è solo un cambio di ritmo, un fatto quantitativo; se si lascia l’automobile e ci si muove a piedi si compie uno scarto qualitativo, si assume un punto di vista radicalmente diverso. Immaginiamo dunque di partire una mattina dalla piazza di un medio centro italiano, e di percorrere il raggio cittadino verso l’esterno. Innanzitutto, ecco le eleganti vie del centro, pulite e in parte pedonalizzate; le facciate dei palazzi sono state ridipinte di recente e i negozi recano insegne di grandi gruppi e catene internazionali, o per altro verso rimandano alle esigenze del turismo di massa. Proseguendo, si raggiunge quell’anello un po’ più largo composto dalle propaggini della città storica e dall’insediamento ottocentesco, potremmo dire la “città borghese”. L’atmosfera è un po’ meno patinata ma sempre viva, compaiono alcuni spazi verdi pubblici e non mancano testimonianze commerciali e urbane di una popolazione sempre più multietnica. Attraversiamo quest’area e piombiamo – talvolta dopo aver superato i relitti dell’antica cinta muraria – nella città novecentesca, a sua volta degradante tra quella dei decenni Trenta-Cinquanta, più simile come morfologia al tessuto storico e non priva di spazi collettivi, a quella ancora intensa dei decenni successivi, dove fanno capolino forme tipiche dell’Italia del Dopoguerra quali villette, palazzine, giardini famigliari o condominiali recintati. Sulla strada a scorrimento veloce che scegliamo di seguire si alternano in misura diversa luoghi periferici del commercio – officine, benzinai, supermercati – e alcuni edifici destinati a funzioni pubbliche quali caserme dei Carabinieri, carceri o uffici distaccati, e parecchi residui dell’industria novecentesca in massima parte abbandonati. In termini comparativi e spaziali, il panorama “tradizionale” del centro storico è infinitamente più breve, per il viaggiatore, di quello slabbrato ed esteso che cominciamo a intravvedere. Il verde si insinua tra una proprietà e l’altra, o anche all’interno delle stesse proprietà, del tutto autonomo e imprevisto, slegato da qualunque progettazione umana e difficilmente fruibile dalle persone. Il cartello che segnala il confine comunale ci coglie impreparati: non riusciamo a distinguere alcuna frattura significativa nel paesaggio che stiamo fendendo, e l’eventuale amministrazione pubblica successiva non ci pare che una ripetizione del territorio periurbano che ci siamo appena lasciati alle spalle. Semmai, aumentano le dimensioni di alcune emergenze commerciali: venditori di pneumatici su scala industriale, ipermercati e poli della logistica con enormi camion attaccati per il retro a un enorme parallelepipedo d’acciaio, pieno di mammelle disposte a intervalli regolari. Andando avanti – senza incontrare ormai nessun viandante e facendo attenzione a non essere investiti dalle auto che corrono sempre più veloci – incontriamo brandelli un po’ più cospicui di verde, quasi piccole campagne talvolta adibite a orti sub-urbani o a micro-allevamenti di pollame. Dopo aver superato un paio di agglomerati con queste caratteristiche si intensifica di nuovo la segnaletica stradale, questa volta dai colori grigio e giallo: ci avviciniamo a una zona industriale, puntellata però da enormi centri commerciali e cinema multisala di ultima generazione. Il traffico si fa nuovamente congestionato e camminare in sicurezza è quasi impossibile, mentre dai parcheggi sotterranei sbucano migliaia di persone che si accingono a trascorrere varie ore della giornata nel chiuso dell’edificio, i cui ingressi sono sorvegliati da vigilantes privati che tutelano la proprietà da intrusioni indesiderate.

Gli ultimi due/tre anni sono stati assai significativi per il dibattito globale e multilaterale a proposito di città. Dapprima, la definizione dell’Agenda 2030 con i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile ha certificato l’esistenza di una specifica dimensione urbana nella riflessione sul futuro del pianeta: il Goal 11 prescrive infatti “città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”, con il corollario di una decina di target che si occupano di diritto all’alloggio, diseguaglianze, mitigazione e adattamento climatico, qualità dell’aria e gestione degli scarti, sistemi di trasporto efficienti ed eco-compatibili. Rispetto all’anno 2000, ai “Millennium Development Goals”, che non attribuivano alle città una dignità autonoma, un cambiamento decisivo nel riconoscere queste ultime come attori fondamentali e ineludibili sulla via internazionale verso la sostenibilità. Del resto, i semplici dati sono più che eloquenti: già oggi in contesti urbani risiede il 55% della popolazione mondiale, viene prodotto il 70% del Pil terrestre e si consuma il 75% dell’energia globale. Se si guarda al 2030, tali percentuali sono destinate a crescere spaventosamente.

Circa un anno dopo, nell’autunno 2016, viene approvata nel corso della conferenza internazionale “Habitat III”, a Quito, la “New Urban Agenda” (Nua), un approfondimento dell’Agenda 2030 che si concentra però sulle città (e preceduta a livello europeo dal cosiddetto “Patto di Amsterdam”, un’agenda urbana continentale). L’implementazione della Nua verrà verificata tra dieci anni – la conferenza “Habitat IV” è prevista per il 2036 -, mentre l’“universalità” ne costituisce il baricentro concettuale: per raggiungere l’obiettivo inderogabile di un mondo sostenibile occorre parlare alle megalopoli dei Paesi in via di sviluppo come pure alle capitali di servizi finanziarizzati del Nord del pianeta, contrastando tutti i fenomeni connessi all’esclusione sociale e all’eccessivo consumo di risorse ambientali. Anche in questo caso, un bel viaggio rispetto ai primi output emersi nel 1976 a seguito della conferenza fondativa “Habitat I”, a Vancouver.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, pure le città italiane si sono mosse in una direzione giusta, almeno fino all’inizio del 2018. Al di là delle numerosissime best practice amministrative, è di notevole momento l’approvazione della “Carta di Bologna per l’Ambiente. Le Città Metropolitane per lo sviluppo sostenibile” (8 giugno 2017), che risente certamente del dibattito sviluppatosi attorno all’elaborazione de “L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile”: uno sforzo promosso da ASviS e Urban@it, che costituisce una vera e propria bussola per le Amministrazioni locali italiane rispetto agli orizzonti dell’Agenda 2030. Evidentemente comincia a dare frutti quel lavorio di moral suasion esercitato dal terzo settore sui sindaci italiani, in principio assai reticenti a investire nei network internazionali e a parteciparvi attivamente. La recente elezione di Dario Nardella, sindaco di Firenze, alla vicepresidenza della rete “Eurocity”, o il protagonismo in vari fori del Comune di Milano, sono segnali importanti, ma non si deve dimenticare quanto la capacità “diplomatica” delle città italiane sia ancora assai inferiore a quella delle colleghe europee, soprattutto in ambito comunitario: per denaro investito e capitale umano esempi quali Barcellona, Amburgo, Rotterdam, Vienna, Stoccolma paiono ancora oggi irrimediabilmente distanti, con un conseguente svantaggio nella possibilità di ottenere i fondi disponibili sulle linee di finanziamento multilaterali, e ancor più di condizionarne preventivamente l’indirizzo.

Nel biennio 2016-2018, peraltro, il Governo italiano ha accompagnato tale evoluzione con una misura concreta, il cosiddetto “Piano periferie”; un nugolo di progetti di rigenerazione urbana dalle finalità varie, immaginato all’indomani degli attentati di Parigi come risposta olistica ai fenomeni di radicalizzazione violenta, nello spirito comunque dell’Agenda 2030 e della Nua.

Ho voluto tuttavia anteporre al presente articolo un prologo per così dire immaginario, in modo da mettere in luce una specificità italiana che non può essere del tutto ricondotta al dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile di città e metropoli. Il nostro modello d’insediamento ha forgiato nei secoli una tradizione originale, feconda e vitale, composta in sintesi da tre elementi: le “Cento città” e i “Mille campanili”, e cioè un diffuso policentrismo urbano e poi economico, politico e culturale; una cura estrema per il paesaggio agricolo, che ha consentito la tutela del territorio nel corso di una vicenda plurimillenaria; un’enorme capacità creativa, che dal talento artigianale si è evoluta nella forza dei distretti produttivi e oggi nel successo delle “multinazionali tascabili”, che esportano nei mercati i prodotti raffinati del “Made in Italy”. Una Storia simile fatica a distinguere tra città e contado, e ha invece nel territorio, inteso in un’accezione assai complessa, la sua delizia e la sua croce. Croce, perché il territorio nazionale è stato in larga parte distrutto nel Dopoguerra dall’urbanizzazione diffusa, dall’abbandono delle aree interne agricole e dal conseguente riaffermarsi del bosco, dal consumo di suolo e dal dissesto idrogeologico, dall’inquinamento di falde e fiumi fino alla distruzione di coste e piane. Delizia, perché nonostante tutto ciò permangono straordinarie identità e patrimoni locali, e si mantiene una tendenza al policentrismo nei vettori di mobilità intra-regionali, intra-nazionali e persino internazionali: basti pensare, a mo’ di esempio, alla diffusione eccezionale che la presenza straniera degli ultimi trenta anni ha avuto lungo tutto lo Stivale, ben prima che il sistema Sprar codificasse tutto ciò in un sistema di accoglienza complessiva.

Se dunque ci si muove in questa ottica, la parola chiave per interloquire con il nuovo Governo dovrà essere “territorio”, da considerarsi in tutte le articolazioni cui si è accennato. Recuperare le aree interne e salvare borghi e piccoli Comuni – oltre il 60% del totale -, recentemente oggetto di una legge ad hoc; favorire il trasferimento nelle zone spopolate anche incentivando l’agricoltura, la ricollocazione dei migranti e persino di altre categorie (il Governo ha ipotizzato una misura in tal senso in favore dei pensionati); arginare il depauperamento del nostro territorio azzerando il consumo di suolo e favorendo azioni di mitigazione e adattamento ambientale; combattere l’esclusione sociale nelle periferie urbane come pure alcune specifiche piaghe nazionali (si pensi allo scandalo della dispersione idrica, soprattutto nel Mezzogiorno). Per conseguire questi macro-obiettivi è giusto innanzitutto chiedere al Governo di non abbandonare le iniziative già esistenti, spesso concepite in seguito alle tragiche emergenze dei terremoti: piani per l’edilizia anti-sismica, per il dissesto idrogeologico, per i piccoli Comuni e per le periferie. Sono programmi che possono dare, e in parte hanno già dato, frutti preziosi. E poi occorre favorire una programmazione sovra-comunale, sovra-regionale e nazionale, in una parola, ancora una volta, “territoriale”: nella già citata “Agenda urbana per lo Sviluppo Sostenibile” si fa riferimento all’istituzione di una Commissione Bicamerale, alla riattivazione del Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu), a un “Piano strategico per le città italiane” e all’individuazione di una figura apposita nel quadro dell’Amministrazione centrale. Sono proposte assolutamente ragionevoli, purché si riesca a verificarne l’efficacia e si evitino quelle sovrapposizioni e duplicazioni che di solito caratterizzano le trasformazioni delle istituzioni nazionali (si pensi soltanto all’abolizione delle Province).

L’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi) ha recentemente inaugurato un Desk sulle Global Cities, che mira ad analizzare le città del mondo sul piano delle relazioni internazionali e commerciali, delle policy globali e delle reti sovra-nazionali. Nel quadro di questo lavoro, tuttavia, il Desk potrà fornire alla riflessione sullo sviluppo sostenibile delle città italiane un confronto con quanto accade all’estero, e in particolare negli altri Paesi europei, e una bussola rispetto alle più significative iniziative intraprese dalle città straniere e dai network organizzati.

George H. W. Bush

Da Moked.it – 4 dicembre 2018

Quando comandava George H. W. Bush, lo contestavamo (io ero ancora un po’ piccolino, ma così, per dire). Poi è arrivato suo figlio George W. Bush, e nel contestarlo cominciammo un po’ a rimpiangere suo padre George H. Poi è stato eletto Donald J. Trump, e a quel punto abbiamo iniziato a rimpiangere il figlio George W. e ancor di più a glorificare il padre George H. W. Ora io mi chiedo: in che momento abbiamo preso a sbagliare, l’altro ieri, ieri o oggi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La scelta di Silvia

Da Moked.it – 27 novembre 2018

Molti sapranno della polemica che ha investito Massimo Gramellini sul web. In un articolo scritto la settimana scorsa a proposito del rapimento in Kenya di Silvia Romano – speriamo che sia presto liberata! –, la firma prestigiosissima del “Corriere” si soffermava sul sentimento diffuso e sempre più ostentato di chi dice: se l’è cercata, se proprio voleva fare del bene, che lo facesse alla mensa della Caritas sotto casa sua invece di fare l’eroe. Gramellini ha spiegato poi di essere stato frainteso, che proprio rappresentando quell’atteggiamento egli intendeva ridicolizzarlo. Io stesso confesso di non aver compreso in prima battuta, e di essermi indignato, ma in questi casi rimane sempre il dubbio se la colpa sia di chi legge (troppo velocemente) o di chi scrive (poco chiaramente). In ogni caso chiarimento accettato, e il “Caffè” rimarrà la mia prima lettura mattutina.
L’argomento è però interessante, se non declinato in chiave gretta (“Fatte li c… tua”, avrebbe sintetizzato l’ineffabile Antonio Razzi). Secondo la norma ebraica vige nelle opere di bene (“Zedaqà”, che in ebraico significa piuttosto “giustizia sociale”) un principio di prossimità: si deve aiutare prima di tutto il proprio parente, poi il proprio vicino, poi la propria comunità e così via. Molte interpretazioni si possono dare e sono state date di tale procedere: personalmente, ho sempre ritenuto che la ratio profonda del concetto sia che bisogna lasciarsi coinvolgere personalmente, e profondamente, dalle difficoltà altrui. Aiutare il proprio prossimo non può ridursi spedire dei soldi all’estero per poi continuare nel proprio tran tran quotidiano. Occorre mischiarsi, trasformarsi, com-patire (nel senso etimologico di “soffrire insieme”).
Se questo è il senso, dunque, che rimprovero potrebbe essere mosso alla giovanissima Silvia Romano? Certo non quello di non essersi “sporcata le mani” (che brutta espressione, ma letterale in questo caso). Al massimo, se le indagini lo dimostrassero, quello di essere stata imprudente, ma ciò sarebbe un fatto accidentale rispetto ai milioni di persone che nel mondo si spostano di continente in continente, animate esclusivamente dalla voglia di fare del bene. E poi, nel mondo globale in cui viviamo, chi possiamo sinceramente considerare non prossimo, alieno? Secondo me il principio rimane valido: tanto di cappello a chi si mette in viaggio e rischia in proprio, per conoscere il mondo e aiutare altre persone; nessun interesse per quanti, e sono molti, in attesa di risolvere il problema della povertà nel mondo non conoscono il nome del clochard che ogni giorno siede davanti al loro portone.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Moschee in divenire

Da Moked.it – 6 novembre 2018

Si può essere contemporaneamente guardie e ladri, controllato e controllore, venditore e compratore, cornuto e mazziato? Se lo saranno chiesti forse alla Regione Lombardia, in attesa che “Striscia la notizia” recapiti un quanto mai azzeccato tapiro. I fatti: la Regione mette in vendita, attraverso una società controllata (“Infrastrutture lombarde”), la chiesa attigua agli ospedali Riuniti, a Bergamo, lambita ma non toccata da una più ampia operazione immobiliare. L’edificio è al momento concesso in comodato d’uso alla comunità romena, di rito ortodosso, che vorrebbe tenerlo dopo l’asta. Ma all’incanto prende parte anche un’associazione musulmana, che vince proponendo un rialzo dell’otto per cento.
Scandalo in città: la chiesa si trasforma in moschea. Proprio in Lombardia, nella patria della Lega e di Matteo Salvini. Proprio nelle valli che da almeno un quindicennio vedono sorgere una variopinta giurisprudenza dal basso, che tende a discriminare stranieri e musulmani con misure amministrative che spesso si rivelano incostituzionali. La Curia spiega che il fatto desta preoccupazione tra i fedeli, mentre il presidente Attilio Fontana – quello della “razza bianca” – tranquillizza tutti spiegando che il suo ente eserciterà il diritto di prelazione, con una metamorfosi da appunto venditore ad acquirente.
Risate a parte, facciamo in modo di rasserenare gli animi. Ma non sarebbe forse il caso di riprendere in mano il dossier scottante delle moschee, di cui non si parla più dal famoso “codice Minniti”? Se un musulmano vuole pregare e nessuno gli affitta un locale, e non può costruire nulla, e non può adibire un suo spazio senza autorizzazione, che altro gli rimane da fare se non partecipare a un’asta prima di rifugiarsi nell’abuso, senza alcun controllo?
Non arrivano primi, comunque, i bergamaschi. Tanti luoghi di culto hanno cambiato, nel corso della Storia, fede di appartenenza: citiamo solo, a mo’ di esempio, la cattedrale di Siviglia, che fu in precedenza moschea, e Haga Sophia, a Istanbul, che da chiesa divenne moschea. Capolavori assoluti, ma di questo non è il momento di parlare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi