La nostra insufficienza

Da Moked.it – 22 dicembre 2015

Quando una persona sceglie di morire c’è un’unica reazione sensata: tacere. Di fronte all’immensità del mistero, infatti, ogni parola suona superflua, ridondante, inadeguata. Ed è questa la sensazione che si prova ascoltando la voce registrata di Dominique Velati, una donna malata che si è fatta praticare l’eutanasia, in Svizzera, sette giorni fa; mentre i militanti Radicali che l’hanno aiutata in questa impresa prendono questa storia e ne fanno una battaglia politica e culturale.
Hanno molte ragioni: dopo anni in cui il Parlamento ha omesso di varare una norma complessiva sul fine-vita, è necessario aumentare gli sforzi e la mobilitazione. Il che avviene di frequente, in casi come questo, grazie a vicende individuali e dolorose. Pensiamo a Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Tanto più che i protagonisti di queste lotte si rivelano persone straordinarie, animate da una determinazione mite che lascia sbigottiti. Da ultima la signora Dominique Velati, che non soltanto si esprime con una compostezza impressionante, ma che vuole salutare gli amici prima di partire per il Viaggio, proprio come nel vecchio e bellissimo film Le invasioni barbariche.
Sarà che il treno tra Milano e la Svizzera rievoca in me i viaggi del bisnonno Giuseppe Calabi, che in quelle carrozze mise in salvo la famiglia nel 1938-39, ma quell’immagine di Dominique sola sul treno verso l’ospedale è fissa nella mia testa. E penso che dobbiamo essere grati a persone come lei, che hanno la forza di usare la loro stessa vita per delle cause in cui credono. Al tempo stesso dobbiamo però avvertire la nostra insufficienza: dopo molti anni, continuiamo a commuoverci solo in reazione a questi eroi tragici; non onoriamo il loro appello estremo a definire una legge seria, sistematica, rispettosa di tutte le sensibilità e contraddizioni, su un tema cruciale come il fine-vita; e infine, profaniamo quel silenzio che, di fronte alla Morte, dovremmo osservare dignitosamente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter: @tobiazevi

Al sicuro

Da Moked.it – 15 dicembre 2015

Tra i dati del Rapporto annuale dell’Agenzia ONU per lo Sviluppo (UNDP), presentato oggi a Roma, ce n’è uno che spicca: nel 2014 gli italiani che si sentivano “al sicuro” erano il 58% degli intervistati. In un paese, ad esempio, con il tasso di omicidi tra i più bassi al mondo. Al contrario, si percepivano sicuri il 70% dei francesi (prima degli attentati di quest’anno), il 73% degli americani, l’80% dei tedeschi e addirittura l’85% degli spagnoli. E soprattutto – fa davvero impressione! – il 77% degli israeliani. Della serie: il mondo in cui viviamo non ha molto a che vedere con quello che costruiamo nella nostra testa.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Dalla parte degli urtisti

Da Moked.it – 8 dicembre 2015

Il decoro è un patrimonio, un’esigenza e una sfida per Roma e i romani. Ed è per questo che gli amministratori locali, negli ultimi mesi, hanno affrontato la questione con determinazione.
Turisti e cittadini hanno potuto finalmente apprezzare monumenti meravigliosi e celebri in tutto il mondo senza ostacoli e ingombri.
Tutto bene, dunque? Purtroppo no.
Come può accadere nelle battaglie giuste, si verificano effetti collaterali sbagliati. Nel caso di specie, per spostare i camion bar sono stati cacciati anche gli urtisti, i venditori di souvenir presenti nel centro di Roma da oltre due secoli. Circa cento famiglie si trovano in mezzo a una strada da alcuni mesi, senza aver mai realmente danneggiato il decoro o lo spazio pubblico della città. Questa professione ha anzi una lunga tradizione e, con i dovuti controlli e la possibile regolamentazione, rappresenta una ricchezza per l’Urbe. Un patrimonio che non può essere disperso per lasciare il campo all’abusivismo, assai più negativo nella percezione di turisti e romani.
Negli ultimi giorni la situazione si è ulteriormente aggravata per il divieto alla categoria di presidiare piazza S. Pietro, minacciata dal rischio di attentati terroristici. Anche qui, è comprensibile il problema, ma drammatica la condizione di tante famiglie: senza Colosseo e senza S. Pietro, i lavoratori perdono di fatto le principali fonti di reddito. Padri di famiglia, molti di religione ebraica, si sono presentati davanti al Vaticano urlando la loro esasperazione in modo straziante.
Si dirà, ma che sono cento urtisti in rapporto all’intera città? A parte il fatto che ogni persona che soffre è un problema per tutta la Comunità, c’è una ragione più profonda: riaprire il tavolo con loro, ragionare senza pregiudizi su questa categoria e sulle sue prospettive, sarebbe un segnale di saggezza e rafforzerebbe la sacrosanta battaglia per il decoro della città. Se uno scopo giusto produce un danno inutile rischia invece di perdere la sua ragione d’essere.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il buon senso

Da Moked.it – 1 dicembre 2015

“Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”, scriveva Alessandro Manzoni a proposito della psicosi da peste a Milano. Ci ho ripensato in questi giorni, leggendo notizie e commenti provenienti da Rozzano, provincia di Milano.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Dalla sfida sull’ambiente dipendono gli equilibri geo-politici

Da “l’Unità” 7 dicembre 2015

Mi trovo a Parigi per partecipare alla XXI Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, il cui acronimo è COP21. La coincidenza è molto significativa: proprio dove decine di donne, uomini e giovani sono stati uccisi dal nichilismo fondamentalista, i Grandi della Terra si riuniscono nel tentativo di costruire un mondo sostenibile ed equilibrato per le generazioni future. Pur nelle liturgie imponenti delle istituzioni internazionali, si tratta di una risposta potente tutta orientata alla vita.
Parlando del terrorismo, occorre rifuggire ogni scorciatoia retorica. Da un lato, le responsabilità dell’Occidente non vanno eccessivamente dilatate, come fa chi legge l’odio integralista in quanto reazione alle nostre colpe; dall’altro, non si può immaginare che un fenomeno così terribile sia impermeabile a dinamiche sociali, economiche, politiche di cui tutti siamo parte integrante.
Se assumiamo dunque questa prospettiva, non sarà difficile cogliere nell’ambiente una delle sfide essenziali dei prossimi decenni. Innanzitutto da un punto di vista geo-politico: non dimentichiamo, infatti, che molte delle rivolte scoppiate nel Mediterraneo – ciò che fu chiamato “primavera araba” – ebbero origine in una lunga carestia che colpì l’area tra 2006 e 2009. La stessa guerra siriana fu innescata anche dalla cronica mancanza d’acqua e cibo di quegli anni.
Ma sono moltissimi, in tutto il mondo, i conflitti deflagrati a causa della carenza di risorse dovuta al riscaldamento globale, mentre vaste aree del pianeta rischiano di generare nuove tensioni in seguito a deforestazioni, estrazione incontrollata delle materie prime, riscaldamento climatico, innalzamento del livello dei mari. Stiamo parlando di eventualità molto concrete, persino prossime, cui la comunità internazionale sembra finalmente pronta a reagire.
L’obiettivo che ci si è prefissi è contenere il riscaldamento globale fino a un massimo di due gradi centigradi da qui al 2100. Senza interventi immediati, le stime prevedono un aumento di 4,3 gradi, le cui conseguenze sono difficilmente immaginabili (isole sommerse, tra cui Venezia, parti del mondo desertificate, esodi di massa). Per paradosso i più realisti – in questo scenario – sono stati quei registi di Hollywood che hanno messo in scena simili esiti apocalittici. Mentre un colosso del nostro tempo, papa Francesco, ha dedicato a questo tema l’enciclica “Laudato si’”, un testo dalla profondità straordinaria ma anche di grande concretezza.
Archiviate le prese di posizione strumentali – chi affermava che il problema non sussistesse o non fosse prodotto dall’Uomo – si sono suddivise le misure necessarie in due categorie fondamentali, “mitigazione” e “adattamento”. Alcuni intellettuali hanno osservato che, dal punto di vista semantico, i due termini fanno già riferimento a un destino ineludibile, a una sconfitta cui andiamo incontro. Mi pare invece che un’altra lettura sia possibile. Le due parole rimandano ai concetti di “flessibilità” e “resilienza”, essenziali per raggiungere questo traguardo. Non basteranno soluzioni teoriche, astratte o pre-costituite: servirà una grande alleanza tra nazioni, cittadini, imprese, in parte anticipata dall’esperienza di Expo; servirà quel meccanismo di solidarietà internazionale messo a punto a Copenaghen nel 2009, per cui gli Stati più ricchi si fanno carico della conversione energetica di quelli più poveri; e servirà, soprattutto, essere creativi nel cercare soluzioni. Non a caso, nello schema di COP21 ogni Stato, sviluppato o in via di sviluppo, ha progettato propri specifici target di miglioramento, ed è evidente che questa flessibilità potrà rivelarsi virtuosa solo in presenza di sistemi di valutazione, monitoraggio e controllo che vanno definiti in queste ore.
In un’epoca così difficile per l’Europa, la lotta al cambiamento climatico è un punto di forza per il nostro continente: fin dal protocollo di Kyoto, infatti, l’Ue è stata alla testa di questo processo, centrando nel periodo 2008-2012 tutti gli obiettivi previsti dal trattato con ogni Stato membro. Nel 2013 l’Italia ha ridotto del 6,7% le emissioni di gas serra rispetto all’anno precedente, e rispetto all’anno base 1990, la riduzione è stata del 16,1%, mentre i dati successivi ci confermano il trend positivo. Tutto ciò deve indurci a riflettere sui limiti che l’integrazione europea ha sperimentato in questi anni: quando l’Europa è unita e fa l’Europa, il mondo intero la segue su sentieri virtuosi, come dimostrano anche i tanti progetti della Cooperazione italiana ed europea in questo settore.
Infine, vorrei sottolineare l’importanza di questo tema sotto il profilo morale. Una categoria che nella sfera politica va sempre adoperata con parsimonia e cautela. Di fronte alla minaccia ambientale, tuttavia, vale la pena ricordare la massima del filosofo tedesco Hans Jonas, autore de “Il Principio Responsabilità”: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”. È cioè compito nostro impegnarci per consentire alle generazioni future di vivere una vita degna di essere vissuta. E questa è la posta in gioco nella Conferenza di Parigi.

Il proprio lavoro

Da Moked.it – 24 novembre 2015

Qualche anno fa, Roberto Saviano affermò che nulla è più rivoluzionario che far bene il proprio lavoro. In un mondo così privo di un ‘senso’ condiviso, impegnarsi può essere decisivo. Del resto, fu Primo Levi a spiegarci quanto le opere umane siano essenziali alla nostra stessa esistenza: perché gli ebrei non si ribellarono nei Lager e addirittura si fecero sfruttare dai loro oppressori? Secondo Levi, perché l’istinto a svolgere il proprio compito con diligenza è intrinseco all’essere umano e fondamentale per percepire un senso nelle nostre vite. Persino in una cava nel campo di sterminio, guardando in faccia la morte violenta.
Ho ripensato a questo negli ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi e la scia di atti terroristici in Israele. Dover convivere con la paura. Una sensazione che gli israeliani conoscono benissimo e che noi europei cominciamo tristemente ad assaporare. Tranne gli europei di religione ebraica: le nostre scuole e sinagoghe sono da sempre fasciate in reti metalliche e protette da uomini armati. Ma per il continente questa è la terribile novità. Ci si affanna a ripetere che non bisogna dargliela vinta e cambiare la propria vita, ma nessuno può reprimere un alito di paura dentro di sé.
Com’è noto, la paura può indossare vari abiti. C’è quella produttiva, che ci spinge a concentrarci di più e superare i nostri limiti; c’è quella che paralizza, che rende incapaci di svolgere azioni che sappiamo fare; e poi c’è questa nuova paura, che a mio avviso induce un atteggiamento depressivo, anemico. Vado avanti, sto persino più allerta in attesa di un pericolo, ma ciò che mi sta intorno sbiadisce, perde consistenza. I colori si riducono di intensità. A questo punto, ritengo che l’unica vera risposta sia quella di Saviano: impegnarsi e amare i propri cari. Sembra un ripiegamento, ma non è detto.
Se dovessi rappresentarlo con un’immagine, citerei questa: nell’ufficio dove lavoro, in un palazzo immenso, ogni stanza ha una pianta. Una sola persona, un giardiniere del centro-America, si prende cura di oltre 700 piante. Parte il lunedì mattina dall’ultimo piano e, scala per scala, stanza per stanza, innaffia e fertilizza ogni singolo vaso. D’inverno si presenta nel mio ufficio il venerdì all’ora di pranzo. D’estate, quando è caldo, anche più volte alla settimana. Con attenzione, puntualità, serietà. In questi tempi terribili, non so perché, mi viene da pensare a lui.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter: @tobiazevi

Il campo musulmano

Da Moked.it – 17 novembre 2015

Così scrivevo, su queste colonne, il 13 gennaio 2015, all’indomani degli attentati di Parigi. Dopo la tragedia di venerdì; dopo mesi in cui si è aggravata la crisi in Siria e ingrossato il flusso dei profughi; nelle ore in cui sul web vengono linciati esponenti musulmani per il solo fatto di esserlo, mi pare che queste parole siano ancora attuali, anche se rileggendole cambierei alcuni accenti. Spero che i lettori mi scusino per l’autocitazione:
“Oggi la palla è nel campo musulmano. (…) È la umma a dover reagire. Una comunità vasta e in maggioranza tollerante, che però deve recidere il cordone ombelicale con i ‘fratelli che sbagliano’. Intendiamoci. L’Occidente ha molto da fare, ma sono obiettivi di facile elencazione: coordinamento sulla prevenzione e sulla sicurezza; investimenti per l’integrazione; tutela dei diritti e delle libertà fondamentali; indirizzi chiari sui propri valori democratici, come abbiamo ammirato domenica a Parigi. Senza cadere nella trappola dello scontro tra civiltà. Rispetto alle Torri Gemelle la prospettiva mi pare differente. Nel 2001 l’attacco fu condotto da terroristi venuti da lontano e imponeva al mondo libero una risposta visibile. Che fu sbagliata, certo, ma che non poteva latitare. Gli attentati terribili di questi giorni sono perpetrati dalle seconde o terze generazioni, da francesi, da europei. Da schegge impazzite eppure integrate, come i cosiddetti foreign fighters. Dunque, se è giusto chiedere ai governi democratici di non discriminare i musulmani in quanto tali e non generalizzare, occorre sottolineare che quanto accaduto è un problema della comunità islamica. Di quella europea, stanziale, anche di quella secolarizzata. È il momento per i musulmani coraggiosi e credibili di fare il primo passo. Senza subire esami del Dna, ma senza sconti. Dicano con chiarezza quali sono le regole di convivenza civile in grado di tutelare i loro diritti e al tempo stesso garantire la sicurezza delle nostre società. Concentriamoci sull’Italia. Si vogliono costruire delle moschee? È un diritto rispettabile. Ma come le si rende case di vetro e non focolai di odio e violenza? Come si formano gli imam, vincolandoli al sistema dei valori democratici? Come si controllano i flussi di denaro dall’estero, evitando pericolosi condizionamenti esterni? Come si garantisce una rappresentatività vera ai leader della comunità islamica? Sono questioni complesse, e la mossa spetta ai dirigenti musulmani. Quelli coraggiosi, con cui magari si dovrà dissentire. Ma che sono gli unici a poter svolgere una mediazione oltre la quale c’è solo il buio”.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Yitzhak Rabin

Da Moked.it – 10 novembre 2015

A sinistra, l’anniversario della morte di Yitzhak Rabin è servito a commuoversi, certamente, ma anche a mettere sul banco degli imputati Benjamin Netanyahu. In molte delle commemorazioni, infatti, a Bibi è stato imputato il clima di odio in cui maturò l’omicidio e, inoltre, il suo scarso impegno successivo a promuovere il processo di pace.
A destra, queste affermazioni hanno destato costernazione e scandalo: quell’atto efferato non sarebbe riconducibile a nessuna dialettica politica, per quanto aspra, e la colpa del conflitto a bassa intensità sarebbe tutta dei palestinesi.
Questa divaricazione è stata forte in Israele ma ne abbiamo avuto sentore anche dagli interventi pubblicati su questo giornale, spesso polemici tra loro. Può sembrare un segnale di debolezza, che nemmeno di fronte a un enorme dolore si riesca a recuperare l’unità. Ma io penso che non sia così, se i toni si mantengono civili. La tradizione ebraica ci insegna che il modo migliore per onorare qualcuno è studiare, prendere a pretesto il passato per costruire un futuro migliore. Oggi rendere omaggio a Rabin significa dunque analizzare i cambiamenti prodottisi, ciò che è stato e sarebbe potuto essere, i se e i ma, le responsabilità e gli errori, i fallimenti e le prospettive.
Va da sé che non saremo d’accordo. Ma tra una discussione appassionata e un silenzio gravido di rassegnazione scelgo la prima. Ragioniamo quindi sul futuro di Israele, a cui tutti teniamo, provando a scorgere nella parabola epica di Rabin un orizzonte che possa nuovamente unirci. Se lo troveremo – pur se attraverso uno scontro – dovremo ringraziare per l’ennesima volta un grande uomo ammazzato venti anni fa.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Perché faccio politica (nel mio piccolo) a Roma anche se non mi conviene

Dal mio blog su “Huffington Post Italia” – 19 ottobre 2015

I miei genitori, i parenti e persino amici e colleghi. Tutti, in questi giorni, mi ripetono la stessa cosa: “Ma ti conviene fare politica a Roma?”. L’immagine della città travolta dagli scandali, dai ladri e dai cialtroni spinge giustamente chi ti vuole bene a metterti in guardia. Perché – è inutile negarlo – oggi la politica è guardata con disprezzo, da chi la pratica; e con diffidenza, da chi non la frequenta ma ne percepisce le logiche perverse. In tutto ciò, Roma – la mia città – sembra essere l’epicentro dello squallore, dell’incapacità di visione e di impegno, la patria degli intrallazzoni, proprio mentre a livello nazionale la politica recupera con Matteo Renzi la sua centralità e una vocazione “egemonica”.

Provo così a rispondere alla domanda che mi viene posta.

Innanzitutto, chi fa politica a Roma lo fa perché gli piace. Non si può spiegare diversamente la scelta di infilarsi ogni giorno nel traffico, subire gli effetti delle buche quando si va in motorino o della frustrazione quando si riscontrano i tanti fallimenti. Se ci penso, non riesco a immaginare un altro tipo di impegno. Perché è vero che ci sono tutte queste difficoltà. Ma è anche vero che non esiste niente di comparabile alla ricchezza di incontrare una persona con un problema serio e alla soddisfazione che si prova se, per caso, quella persona riesci ad aiutarla. Fare politica di “prossimità” è in assoluto una delle cose più belle che si possono fare nella vita.

Poi c’è la responsabilità. Come si fa ad accettare l’idea che questo sfacelo sia ineluttabile? Sarà pure vero che Roma è così fin dai tempi di Giulio Cesare, che il ventre molle della città sopporta meglio la melma che non un cambiamento doloroso e repentino. Ma è pur vero che, al di là dei nostri difetti di romani, la città mostra lacerazioni nel suo tessuto sociale ed economico che meritano di essere affrontate: uno sviluppo costruito sul mattone, sul commercio e sul settore pubblico è stato consumato dalla crisi (irreversibile?) di questi tre settori. E se non facciamo uno sforzo per immaginare un futuro migliore – oltre allo sfruttamento del turismo di bassa qualità -, se non proviamo a costruire qualcosa di diverso, come speriamo che Roma smetta di andare a picco e addirittura inverta la tendenza?

Infine, c’è un problema di “chi”, di classe dirigente. Roma non ne produce da molto tempo, anche perché sono spariti i luoghi dove queste possono formarsi. Il Pd – l’unico partito realmente esistente, l’unico ad avere coraggiosamente affrontato le conseguenze di “Mafia Capitale” – sceglie di non convocare un’assemblea per ragionare sulle dimissioni di Ignazio Marino: scelta sulla quale varrebbe la pena di riflettere – come ha ricordato Roberto Morassut. Senza dimenticare poi di come il Partito Democratico fu costretto a ricorrere, nel 2008, alla candidatura di Francesco Rutelli, esattamente 15 anni dopo la sua prima vittoriosa campagna elettorale. E anche oggi, nella città che abbiamo governato per 17 degli ultimi 22 anni, non sappiamo chi candidare alla guida dopo il disastro dell’amministrazione-Marino. Esiste, certo, una nuova generazione di amministratori locali coraggiosi e onesti, ma il sentimento che prevale tra loro è quello della solitudine, di essere stati abbandonati.

Ma non è solo un problema del Pd. Quale rapporto esiste tra le università romane e la città? Chi ricorda anche un solo scritto davvero illuminante sulle trasformazioni di Roma? Un’analisi sociologica, antropologica, urbanistica sull’Urbe che abbia fornito coordinate imprescindibili? Un testo che abbia saputo “fare” pensiero, coscienza, impegno civico? E del resto, ritengo che il medesimo scadimento nella qualità delle classi dirigenti sia riscontrabile anche tra gli imprenditori e tra i burocrati. Ha ragione allora Francesco Rutelli a rivendicare la sua stagione al governo di Roma come una fucina di leader. È altrettanto vero, però, che quella stagione era evidentemente non più propulsiva già nel 2008.

Insomma, la mia risposta è: fare politica a Roma può essere bellissimo, persino oggi; bisogna alzare lo sguardo per immaginare un altro futuro per la città; per guidare una realtà complicatissima bisogna avere però l’ambizione di essere classe dirigente, nel senso più nobile del termine. E quindi, per prima cosa, studiare. Studiare come espressione d’interesse e come atto d’amore (perché i romani, nonostante tutto, Roma la amano davvero). E solo dopo – in senso positivo – sporcarsi le mani affrontando i problemi.

Baracche

Da Moked.it – 3 novembre 2015

Da anni, su queste colonne, scrivo di Rom e romeni.
Affermando che i primi sono gli ‘ultimi’ della nostra società, mentre i secondi vengono sfruttati di tanto in tanto dalla propaganda politica come emblema di categorie abiette, in primis lo stupratore e poi anche del rapinatore. Ancora poche settimane fa – soprattutto per merito di Matteo Salvini – sembrava che l’Italia fosse preda di un’orda di zingari e che la principale sfida nazionale fosse quella di ripulire i campi rom a mezzo ruspa. Poi per fortuna siamo stati invasi dai topi d’appartamento e da un po’ ci siamo dimenticati di Rom e romeni.
Domenica scorsa ho incontrato un mio parente, la persona più mite del mondo. Da un paio d’anni ha comprato una bella casa che affaccia sul Tevere, in una zona non elegante ma in grande sviluppo. Poco dopo il suo trasferimento un gruppetto di nomadi (il significato è letterale) ha deciso di stabilirsi sul greto del fiume, proprio sotto alle sue finestre. Da poche unità si è passati rapidamente a un paio di centinaia. E, tralasciando i piccoli reati contro il patrimonio, si sono aggiunti roghi notturni e generatori elettrici rumorosi.
I cittadini hanno guardato a tutto ciò con crescente apprensione, invocando l’intervento dei vigili e poi della polizia. Senza essere ascoltati. Finalmente, qualche giorno fa, lo sgombero. A dimostrazione che la crisi del Campidoglio non interrompe l’attività ordinaria, arrivano polizia, polizia municipale, netturbini e camion. I poveracci se ne vanno – speriamo che per loro fosse immaginata qualche forma di assistenza sociale, almeno per i bambini… – e le macchine si riempiono con tonnellate di materiali.
Tutto è bene quel che finisce niente? “Manco pe’ gnente!”. La sera stessa tornano al fiume le prime avanguardie e cominciano a dar di martello. In pochi giorni le baracche sono di nuovo lì, secondo alcuni più solide di prima perché in legno anziché in lamiera. E giù di nuovo con denunce, esposti e frustrazioni. Perché nessuno ha pensato di mandare – lo stesso giorno! – una pattuglia a controllare, un poliziotto a sconsigliare. Se non altro per rispetto dei soldi pubblici appena spesi per lo sgombro.
In tutti questi mesi, nessun abitante si è lasciato andare ad atti violenti, razzistici, intolleranti. Ma nessuno può giurare che duri all’infinito. E lo stesso dicasi per tanti altri episodi di ordinaria maturità dei cittadini in giro per l’Italia. Di chi sarà la colpa al primo incidente?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter: @tobiazevi

La lezione dell’Expo

Da Moked.it – 27 ottobre 2015

La scorsa settimana ho finalmente visitato l’Expo di Milano. La giornata splendida ha mitigato la fatica delle file, e poi una manifestazione di questa importanza non poteva essere del tutto ignorata. Scartata subito l’ipotesi di affrontare i padiglioni più gettonati – in particolare, Kazakistan e Giappone – ho concentrato gli sforzi su Italia e Israele. E ce l’ho fatta.
Il padiglione israeliano è tra quelli più aderenti all’idea originaria di Expo, quella di “nutrire il pianeta”. Com’è noto, molta parte di quell’intuizione è andata perduta nel corso degli anni, vuoi per via della malagestione, vuoi per via dei molti interessi di segno inevitabilmente opposto. Si è passati dagli orti a una schiera fitta di padiglioni in muratura, acciaio e vetro, la cui destinazione finale è oggi al centro del dibattito pubblico.
Israele ha invece potuto mettere sul piatto i suoi successi in campo agricolo; lo sviluppo di tecniche agricole in condizioni climatiche difficili, utili in altri contesti come, per esempio, l’Africa; l’epopea sionista dei pionieri, e anche una splendida Moran Atias in versione Virgilio-digitale (con alcune cadute di stile un po’ troppo didascaliche). Le persone che erano con me sembravano sinceramente incuriosite, interessate, stupite.
Di Israele avevano fino ad allora sentito parlare solo nella chiave del conflitto israelo-palestinese. All’uscita ho incontrato gli amici che hanno gestito la comunicazione del padiglione. Mi hanno fornito un dato scioccante: dall’inizio di Expo sono più di due milioni coloro, italiani e stranieri, che hanno attraversato la galleria racchiusa per scelta degli architetti tra un prato verticale e una rete metallica. Due milioni!
Altro che propaganda. Se di Israele parliamo solo quando ci sono i morti – indipendentemente da come la si pensi e dalle posizioni politiche – abbiamo già perso. È così che si fa conoscere la grande ricchezza della società e della cultura israeliane. Con due, dieci, cento Expo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter: @tobiazevi

Cosa è cambiato

Da Moked.it – 20 ottobre 2015

Due mesi fa, il 20 agosto, a quest’ora stavo terminando il mio test settimanale all’Ulpan (scuola intensiva di ebraico) dell’Università di Tel Aviv. Il pomeriggio – in agenda non ho segnato nulla – credo di essere andato al mare, poi essere passato per il mercato comprando qualcosa e infine aver preso un aperitivo in omaggio al weekend incipiente. Oggi non sarebbe stato lo stesso. Alla fermata del 13, il mio autobus di riferimento, non si può essere stralunati come chi si è svegliato troppo presto: bisogna fare molta attenzione a chi si avvicina, nel timore che nasconda un coltello in tasca. E poi si scrutano gli altri passeggeri, immaginando chi di loro può essere armato e reagire nell’emergenza. Con questi moti dell’animo si viaggia oggi in Israele, avvolti da una diffidenza surreale e mefitica, che cresce in proporzione alla vicinanza con un villaggio o un quartiere arabo. In poche settimane tutto è di nuovo irrimediabilmente cambiato. In Medioriente funziona così: la fiducia negli altri, e il benessere, fioriscono lentamente. Il disastro invece arriva di corsa. Ricordo i volti di chi prendeva il 13 tutte le mattine – una signora elegantissima e indolente, l’ultimo giorno le ho fatto i complimenti – e penso a quanto il terrorismo sconvolga le loro esistenze. E a quanto tutto ciò sia difficile da comprendere per chi sta altrove, magari a sputare sentenze. Che D-o ci, e li, protegga.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Gli altri

Da “Moked.it” – 13 ottobre 2015

Nel suo discorso per la chiusura del Kippur, la più solenne festività ebraica, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni scriveva così: “Deve cambiare il nostro rapporto con gli altri. Se le discussioni sono necessarie e vitali, la mancanza di rispetto nei confronti del prossimo è devastante e i danni che possiamo compiere con le nostre parole, o gli interventi sui social networks sono gravi e moltiplicati. Prima di parlare e fare guerra, di distruggere l’avversario, pensiamo anche ai danni collaterali su noi stessi e la nostra dignità e sugli innocenti che vengono coinvolti”.
Ho recentemente ripensato a queste parole ascoltando un seminario tenuto da Gianni Riotta, giornalista ed esperto di nuovi media e ‘big data’. Spiegava un fatto tecnico dai risvolti antropologici e culturali: i dati su internet tendono ad aggregarsi per logiche commerciali. Se, per esempio, cerchiamo un volo per la Tunisia, sul nostro pc cominceranno a comparire offerte di alberghi, escursioni ed eventi in quel paese. Il computer seleziona per noi una ‘visione del mondo’, accomunandoci agli altri appassionati di quella destinazione, e dunque ci distilla un punto di vista specifico.
A questa componente passiva se ne aggiunge una attiva: aderiamo ai gruppi e alle chat affini ai nostri interessi, confrontandoci con coloro che dunque già li condividono. In terzo luogo, la rete spinge verso l’individualità. L’incontro con gli altri è mediato dal monitor e privato di un contesto reale. Il combinato disposto di questi tre fattori produce conseguenze rischiose: siamo meno portati a interagire dal vivo, mentre nel virtuale ‘frequentiamo’ solo i nostri simili, col risultato che non siamo capaci di parlare a chi ha idee diverse dalle nostre, che i toni si accendono e deflagrano in scontri ‘interni’, che il rumore e la volgarità tendono a farsi assordanti senza spostare di una virgola le opinioni ‘esterne’.
Sono fenomeni che notiamo anche nei piccoli gruppi. Spesso ci parliamo addosso, ci ringhiamo e ci aggrediamo, raramente ci preoccupiamo delle conseguenze delle nostre parole (pressoché nulle sul piano ‘politico’, devastanti su quello umano). Nello specifico degli ebrei italiani, questa dinamica non aiuta l’attività di informazione su Israele (‘Hasbarà’) e di contestazione dei pregiudizi negativi che lo circondano. Il web è una straordinaria opportunità in tutti i campi, ma può produrre un imbarbarimento che ci vede al tempo stesso vittime e carnefici.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter: @tobiazevi

La Storia è cambiata

Da Moked.it – 8 settembre 2015

Quando cadde l’Impero romano, nell’anno 476 dell’era volgare, nessuno se ne rese conto. Allo stesso modo, né Cristoforo Colombo né i contemporanei seppero di aver scoperto l’America e di aver così cambiato il corso della Storia. E pochi anni prima, gli abitanti di Bisanzio non pensarono che l’Impero d’Oriente fosse effettivamente crollato. In altre parole, furono gli storici a individuare queste “fratture” (Walter Benjamin) nella sequenza degli avvenimenti, ad annodare il filo della storia in date divenute convenzionali.
È stato detto che nella contemporaneità, invece, la percezione della rottura è netta, dovuta in primo luogo all’evidenza delle immagini. L’11 settembre 2001 ognuno comprese che qualcosa stava cambiando, che il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Non ne ho memoria precisa, ma presumo che altrettanto accadde con la caduta del muro di Berlino, che non a caso ispirò la “fine della storia”. Vale lo stesso per la foto del piccolo Aylan sollevato esanime dalla spiaggia di Bodrum?
Tutto è stato scritto su quegli scatti. C’è chi ha affermato che il nostro sgomento è merito dei vestiti del bimbo, eleganti e curati, e della sua carnagione: ci è parso più simile di un bimbo di colore coperto di stracci. Rimane un dato di fatto. Da trent’anni circa muoiono nel mar Mediterraneo sei/sette persone al giorno nel tentativo di raggiungere l’Europa (senza contare quelli che sfuggono alle statistiche); abbiamo guardato senza impazzire corpi asfissiati nelle stive e nei cassoni dei camion; le salme di adulti e bambini estratti dall’acqua; uomini schiacciati dalle ruote dei tir a cui erano appesi o bruciati tra i motori che li avevano nascosti.
Quando però sembrava che il peccato dell’indifferenza fosse endemico, ecco l’imprevedibile. Quella foto – ma forse è solo una coincidenza – rivoluziona il corso della Storia. L’indignazione vera e tardiva delle persone comuni scuote i governanti ciechi e li spinge ad agire. La parola ‘profugo’ sbaraglia la concorrenza subdola e perniciosa di ‘clandestino’ (cui pateticamente si attacca Salvini). Le colonne di automobili guidate da austriaci e tedeschi sospingono la politica a riscattarsi e scacciano via una memoria sinistra fatta di ‘quote’, mentre un vero e proprio Esodo si staglia all’orizzonte (seicento mila i figli d’Israele che uscirono dall’Egitto, ottocento mila in un anno i profughi accolti da Angela Merkel).
La Storia è cambiata e non sarà un pranzo di gala. Nessuno ci assicura che non assisteremo a violenza e barbarie ancora miracolosamente assenti. A noi la responsabilità gigantesca di essere all’altezza.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Non vivere alla giornata

Da Moked.it – 1 settembre 2015

Quante volte abbiamo ripetuto di voler “vivere alla giornata”? Coi partner in amore che reclamavano maggiore impegno, coi colleghi che ci chiedevano un programma dettagliato, coi genitori che ci esortavano alla responsabilità e alla lungimiranza. Ci siamo trincerati nel day by day per pigrizia o per paura, oppure solo per goderci quella leggerezza così rara che rende la vita bella e sostenibile.
​Fatto sta che la lingua ebraica non ce lo consente. Tanto nella sua versione biblica che in quella moderna, programmata, “artificiale” di Eliezer Ben Yehuda. In ebraico, infatti, il verbo “essere” non esiste al presente. C’è il “fu” e non manca il “sarà”, ma l’“è” non è pervenuto. Come è mai possibile?
​Mi sovvengono due interpretazioni, tenuto conto che la lingua “santa”, anche per il valore che la tradizione attribuisce al Verbo, non può essere casuale.
La prima, più indulgente, è che l’esistenza è tutta movimento, mutamento, divenire. Noi siamo il prodotto di ciò che fummo e di ciò che saremo, ma senza poterci fermare. La catena è incessante e inarrestabile, l’inerzia stessa nella vita si fa dinamica. Non fare significa comunque fare. Non muoversi vuol dire far muovere qualcosa altro.
​La seconda, più severa, è l’antitesi del “vivere alla giornata”: se non ricordiamo da dove siamo partiti per programmare e riprogrammare continuamente il futuro, se ci fermiamo in sospensione, semplicemente cessiamo di esistere. Non a caso a Rosh HaShanah, il capodanno ebraico, ripartiamo dalla creazione del mondo per programmare virtuosamente l’anno che inizia. La massima contrazione all’indietro è necessaria per la proiezione più avanzata. Non ha senso fermarsi a festeggiare il momento del passaggio.
​Infine, in ebraico non esiste neanche il verbo “avere”. Né passato, né presente e né futuro. Di questo parleremo prossimamente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi