Luce a Napoli

da Moked.it – 27 dicembre 2016

Accendere la Chanukkiah a Napoli, immersi nell’atmosfera più natalizia che si può. Recitare la prima benedizione la stessa sera della Vigilia. Sentirsi diversi, piacevolmente. Guardare con curiosità, divertimento, interesse le tradizioni altrui, della maggioranza. Stupirsi per un presepe, una chiesa affollata e un organista famoso o per un dolce di Natale. Che sia questa la condizione dell’ebreo nella Diaspora?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La democrazia del guardaroba

da Moked.it – 20 dicembre 2016

Grande polemica in Israele sulla minigonna in Parlamento: il caso esplode la settimana scorsa, quando un’assistente parlamentare viene bloccata all’ingresso per via dell’abbigliamento non decoroso. Immediata la reazione di molti colleghi e anche parecchi eletti: sit in di protesta e sfoggio abbondante di mîses ovviamente imbarazzanti. Deputati a torso nudo, collaboratori in ciabatte, minigonne esibite da maschi oltre che da femmine, sopra e sotto i pantaloni.
La battaglia, di per sé comica, ha dei risvolti che vanno al di là della bizzarra rivendicazione: l’esclusione della ragazza è stata interpretata come l’ennesima vittoria dei religiosi nella società e nelle istituzioni, oltre che un episodio di sessismo.
Da osservatore esterno, sono un po’ combattuto: capisco le preoccupazioni, ma trovo giusto mostrare un rispetto anche formale per le istituzioni e per i cittadini che vi sono rappresentati. Mio nonno Guido mi raccontava che quando era ragazzo non era consentito salire sull’autobus senza la giacca. Una prescrizione oggi inimmaginabile e forse eccessiva, sebbene non sia piacevole trovarsi a luglio, nelle ore calde, vicino a qualcuno in canottiera. In Israele il rifiuto della formalità è da sempre un elemento costitutivo dell’identità nazionale, di un popolo che si considera forte, pragmatico, giovane e sano, senza paura di mostrare il proprio corpo. E decisamente non mancano gli eccessi girando per le città israeliane.
Tutto sommato, però, una piccola eccezione per il Parlamento – nell’epoca dell’antipolitica globale – si può anche fare: c’è proprio bisogno di andare a lavorare in Aula con le infradito?

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Toscanini e la Filarmonica

da Moked.it – 13 dicembre 2016

Leggo che oggi Riccardo Muti dirigerà in Israele un concerto in memoria di Arturo Toscanini. Il programma sarà lo stesso del 1936, quando il Maestro diresse la neonata orchestra di Palestina. Vengono dunque celebrati gli ottanta anni dell’Orchestra filarmonica di Israele, istituita appunto in quella occasione e oggi gloria del paese. Mi viene in mente un aneddoto famigliare. Fu proprio Toscanini, nel 1938, a dare la spinta decisiva al mio bisnonno Giuseppe Calabi, che dopo le leggi razziste del 1938 meditava di lasciare l’Italia. Come mi raccontò mia nonna, all’amico che domandava rispose in dialetto milanese: “Pepin, ti te fan fare la fine del topo”. Se siamo qui, un po’ lo dobbiamo anche a lui.

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L’indifferenza che uccide

da Moked.it – 6 dicembre 2016

Come è possibile che un’infermiera e un medico anestesista, divenuti amanti, riescano a uccidere cinque pazienti e forse persino sette (per gli eventuali ultimi delitti non è scattata la custodia cautelare)? Come è possibile che una donna ammazzi il marito a colpi di insulina per un diabete immaginario, la madre, lasciandola agonizzare un paio d’ore prima di chiamare l’ambulanza, e persino un cugino lontano (si è salvato) “reo” di farsi mantenere dalla moglie?
Posta come premessa che ogni accusa andrà vagliata dalla magistratura e che tutti sono innocenti fino a prova contraria, ci sono due piani di risposta. Il primo – che può essere andar bene anche per tragici precedenti analoghi, pare incredibile ma ci sono! – attiene alla follia insondabile dell’animo umano, ciò che in taluni frangenti conduce genitori a uccidere i figli, uomini a colpire le loro donne, giovani a compiere stragi in scuole o università con armi recuperate su internet.
Ma nella vicenda dell’ospedale di Saronno, ora all’attenzione dei magistrati, c’è un dolo persino più preoccupante in quanto meno scandaloso: quello della burocrazia cieca e assassina che, per sciatteria e omertà, decide di non intervenire. L’apposita commissione, istituita nel 2013 per indagare sugli episodi denunciati da alcuni colleghi, non si riunisce neanche una volta in tre anni: di fronte a fatti così marginali – cosa sarà mai qualche omicidio in corsia? – i commissari ritengono che sia sufficiente uno scambio di email; e nessuno si premura di verificare come mai ci siano continui ammanchi di farmaci – anche questi denunciati -, quegli stessi farmaci che servivano alla coppia per i loro omicidi.
È proprio vero: chi si volta dall’altra parte può essere più pericoloso di chi uccide.

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Herzl a Basilea

da Moked.it – 22 novembre 2016

La settimana scorsa ero a Basilea per una conferenza del Congresso ebraico mondiale. Insieme a me, dall’Italia, Margherita Sacerdoti, Daniel Citone e Rafi Korn. Ogni volta che mi trovo in quella città provo un’emozione profonda al pensiero che da lì, poco più di un secolo fa, prese le mosse il grande progetto sionista, che cinquanta anni dopo – attraverso la tragedia della Shoah – avrebbe condotto alla nascita dello Stato d’Israele.
Tutti conosciamo la frase scritta da Theodor Herzl nel suo diario (“Oggi ho fondato lo Stato ebraico. Se dicessi questo susciterei adesso una risata generale. Ma forse tra cinque anni, e certamente tra cinquanta, saranno tutti d’accordo”), ma la storia del giornalista austriaco è ricca di dettagli incredibili e drammatici assai meno noti: morto a soli 44 anni per lo stress di un impegno infaticabile, Herzl ebbe tre figli tutti segnati da una fine tragica: Pauline morì per un’overdose di morfina; il fratello Hans si recò al suo funerale per poi suicidarsi due giorni dopo con un colpo di pistola; quanto a Trude, la terza sorella, anch’essa vittima di gravi problemi psichici, fu deportata dai nazisti e morì in campo di concentramento.
Questo il tributo gigantesco che un solo uomo – peraltro benestante e di successo – pagò al suo popolo per assicurarne il futuro.
Ma ci sono altri elementi che colpiscono e aiutano a comprendere la genialità del sognatore che si trasforma in realizzatore: nel corso del congresso nel 1897 – svoltosi a Basilea e non a Zurigo per evitare che la polizia zarista identificasse i delegati orientali, tutti in incognito – pare che Herzl pretendesse la massima eleganza dei partecipanti, fino ad allontanare dalla sala chi non vestiva in modo impeccabile. Per rendere credibile la temeraria assurdità del progetto sionista occorreva che i delegati sembrassero veri parlamentari, decorosi, austeri e scintillanti.

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Trasformazioni pericolose

da Moked.it – 8 novembre 2016

Nei giorni scorsi abbiamo letto due notizie sugli ebrei della Diaspora: secondo la prima, molti correligionari inglesi di origine germanica, in seguito alla Brexit, avrebbero iniziato le pratiche per ottenere la cittadinanza tedesca; d’altra parte sembra che parecchi ebrei americani, tradizionalmente democratici, abbiano intenzione di votare quest’oggi per Donald Trump. I due fatti andranno naturalmente verificati con attenzione alla luce dei dati, sebbene l’ambasciata tedesca a Londra abbia effettivamente confermato un’impennata nelle richieste.
Da queste ipotesi possiamo trarre alcune indicazioni utili a comprendere la natura della presenza ebraica nelle società occidentali e nel mondo: innanzitutto noi ebrei facciamo parte delle società in cui viviamo, pur mantenendo un forte legame con la tradizione religiosa e con lo Stato d’Israele. Ciò significa che partecipiamo dei sentimenti, delle paure, delle tendenze, spesso (ma non sempre) mostrando una sensibilità più acuta – frutto di una storia drammatica – contro i rigurgiti di intolleranza, razzismo, imbarbarimento civile e violenza. Non siamo statici, siamo anzi di frequente pronti a cambiare strada, a cogliere nuove opportunità e orizzonti. La tradizionale erranza del nostro popolo assume oggi la sfumatura della resilienza, categoria molto apprezzata dai sociologi e che possiamo tradurre in una notevole capacità di adattamento e trasformazione.
L’eventuale ritorno degli ebrei di origine tedesca in Germania – favorita da una legge che garantisce accoglienza e indennizzi agli eredi dei perseguitati dal nazismo – ci indica inoltre un’autonomia di giudizio: perché oggi non dovrebbero trasferirsi in Germania gli ebrei inglesi, in un paese che mostra vitalità economica, solidità democratica nella gestione dei profughi siriani, consapevolezza storica diffusa dopo decenni di lavoro sulla memoria della Shoah?
Infine, la scelta di Trump da parte di una percentuale di ebrei americani ci mostra un rischio che corriamo e che dobbiamo cercare di sventare. Sentirsi vulnerabili come minoranza e come popolo storicamente perseguitato non deve impedirci di osservare le trasformazioni sociali con lungimiranza e sguardo lontano: se ad esempio l’immigrazione massiccia ci preoccupa legittimamente per la difficile integrazione e il pericolo del radicalismo, pensiamo davvero che noi ebrei, sul lungo periodo, potremmo sentirci più sicuri in un mondo pieno di muri, ghetti e diffidenza verso il prossimo?

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Sprazzi di identità

da Moked.it – 11 ottobre 2016

A diecimila metri di altitudine, sorvolando l’Asia centrale, parlo con il mio vicino di posto, un informatico francese con famiglia al seguito che il Judo ha reso decisamente prestante. Mi spiega di aver fatto scalo da Parigi su Roma per la scelta di volare con Alitalia. “Volevo volare con una compagnia europea”. Perché, gli domando io? “Perché io sono europeo!”. Sprazzi di identità continentale sincera, confusa e inaspettata a migliaia di chilometri da casa e a qualche migliaia di metri dal suolo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La sofferenza nei mattatoi

Da Moked.it – 20 settembre 2016

La Commissione d’inchiesta parlamentare che in Francia ha indagato sulle condizioni degli animali nei mattatoi, istituita in seguito alle orribili immagini video catturate da alcune associazioni ambientaliste, è approdata in conclusione a 65 proposte. Si rileva l’insufficienza di controlli e trasparenza, e si suggerisce di installare telecamere nelle zone più sensibili e a rischio delle strutture. Mi sembra una proposta di buon senso, si direbbe l’uovo di Colombo. Avanzo tre idee per l’Italia: perché il Parlamento non istituisce analoga commissione anche qui? Perché non installare subito le telecamere nei mattatoi? E perché non disporle anche negli allevamenti? Non sarebbero misure punitive, anzi varrebbero a garanzia degli operatori onesti e rispettosi delle leggi.
Alcuni anni fa, presentando in giro per l’Italia il volume Gli animali e la sofferenza. La questione della shechità, curato da Laura Mincer e dal sottoscritto, giungemmo tra le altre proposte a quella di un “macello sostenibile”, un luogo cioè dove gli animali venissero uccisi minimizzando sofferenze inutili, spostamenti e attese defatiganti, e altrettanto le violazioni dei diritti dei lavoratori (spesso foriere di abusi gratuiti). Si tratta ovviamente di quella concezione – certamente discutibile – per cui ridurre il male è di per sé un successo politico, anche se non determina il raggiungimento dell’obiettivo ideale. In altre parole, sarebbe bello se tutti fossimo vegetariani, ma nel frattempo cerchiamo di ridurre la sofferenza per gli animali, per noi stessi e per l’ambiente in cui viviamo.
Voltaire scriveva che il livello di civiltà di un popolo si misura dalle condizioni delle sue carceri. Al tempo nostro dovremmo aggiungere: e dei suoi allevamenti e dei suoi macelli.

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Il decalogo del terremotato

Da Moked.it – 6 settembre 2016

Nei giorni in cui – giustamente – tutti parlano del terremoto, ho recuperato sul web un documento interessante, solo in parte indebolito dal tono barricadero e antagonista che non rende giustizia completa al grande lavoro dei soccorritori. Si tratta del “decalogo del terremotato e della terremotata consapevole”, elaborato a suo tempo dal Collettivo 3,32 L’Aquila, in occasione dunque della tragedia del 2009. Lo riporto integralmente, con l’avvertenza di cui sopra, come memento efficace e spunto di riflessione nell’inevitabile mare di banalità post-sisma: “1) Non disperdetevi come comunità e non fatevi mettere gli uni contro gli altri; 2) Restate in sicurezza, ma non lasciatevi allontanare dalle vostre case e dalle vostre proprietà; 3) Non fatevi rinchiudere in campi recintati con la scusa di essere protetti; 4) Mantenete la vostra consapevolezza e autonomia; 5) Vi convinceranno che non siete autosufficienti e proveranno a ospedalizzarvi: non lo permette! Ogni gesto quotidiano deve restare vostro; 6) Non fatevi raccontare dai media quello che vi succede, siate protagonisti dell’informazione e diffondetela voi, i mezzi non mancano; 7) Chiedete da subito controllo e trasparenza sulla gestione di tutto quello che vi riguarda: solidarietà, aiuti, fondi ecc. 8) Fate che l’emergenza non diventi lungodegenza: ai commissari fa comodo, alla vostra comunità no; 9) Pretendete di partecipare da subito a ogni scelta sul vostro futuro; 10) Non lasciate devastare il vostro territorio con la scusa della ricostruzione. Insomma, nonostante tutto quello che vi diranno sulla solidarietà, ricordatevi che per qualcuno il terremotato è da spolpare: occhio a sciacalli e avvoltoi!”.

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Noi, Ventotene e il segno dell’identità

Da Moked.it – 23 agosto 2016

Fino a che punto, e in che modo, è giusto associare l’origine di una persona con la sua eredità intellettuale? Se io nasco ebreo, e magari vengo sommariamente educato secondo i principi della tradizione, penserò effettivamente da ebreo? Ci ho riflettuto nei giorni che hanno messo Ventotene al centro della scena: Eugenio Colorni, sua moglie Ursula Hirschman, e poi gli altri detenuti ebrei sull’isola di Santo Stefano, tra i quali Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente. Oppure i fratelli Carlo e Nello Rosselli, emigrati e poi trucidati in Francia. Nel sogno federalista di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e dello stesso Colorni, possiamo rintracciare una matrice culturale anche ebraica oppure questa genesi deve prima essere certificata dalla lettera del Manifesto?

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Maschio e femmina Dio li creò

Da Moked.it – 16 agosto 2016

Mi sono reso conto di non averne mai parlato in oltre sei anni di collaborazione. Dalla primavera 2010, infatti, scrivo ogni settimana per moked.it, cercando di ridurre al minimo defezioni e castronerie. In tutto questo tempo – a spanne stiamo parlando di circa 300 articoli, e capita a volte di non avere alcuna ispirazione – nel mio piccolo mi sono occupato tante volte dei diritti degli “ultimi”: immigrati, profughi, carcerati, rom, omosessuali.
Ma mai, in un intervallo così lungo, ritengo di aver scritto di violenza sulle donne, di sessismo e femminicidio, di subcultura maschilista e dei molti casi di cronaca nera che purtroppo vedono vittima l’altra metà del cielo.
Mi sono interrogato sul perché di questa strana circostanza.
Una prima ipotesi, è che il sottoscritto sia parte del problema: che cioè la mia scarsa sensibilità sia sintomatica di una cattiva cultura, quella appunto maschilista, pervasiva al di là della nostra stessa autopercezione.
Una possibilità ulteriore è che abbia pesato una considerazione ragionevole, e però del tutto inutile, che cioè non sia aumentato il numero degli episodi di violenza, ma che semplicemente la società sia divenuta più ricettiva rispetto a questo dramma e dunque più pronta ad amplificare simili notizie scioccanti.
Una terza opzione è che non avessi nulla di interessante da scrivere. E in effetti pare sempre assai arduo esprimere qualche idea che non sappia di banalità di fronte a donne ammazzate dai mariti, dagli ex, dai parenti o anche di fronte alle polemiche politico-giornalistiche in fatto di sessismo che inevitabilmente sanno di piccineria.
Infine, può essere che la ragione sia “filosofica”: che cosa si può scrivere della follia dell’essere umano (maschile), che non solo gonfia di botte sua moglie ma che poi ci si siede tranquillamente a cena accanto o magari ci parte per una vacanza assieme?
Tutto ciò per dire che siamo di fronte a un problema enorme, anche nelle coscienze individuali. E che non servono polemiche contro il politicamente corretto, uno dei pochi strumenti di cui disponiamo, per provare a combattere una piaga nella nostra società e ancor più nei paesi meno sviluppati. Le indagini ci informano peraltro che ogni ipotesi di sviluppo sociale ed economico, in qualunque parte del mondo, è legato alla capacità di coinvolgere attivamente le donne, spesso in posizione trainante rispetto all’uomo. Come a dire, non è solo un’opera buona…
Alcuni mesi fa rav Riccardo Di Segni mi regalò “Maschio e femmina Dio li creò: la donna nell’ebraismo” (ed Sovera). Può essere, non solo per noi ebrei, un’utile lettura estiva.

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Noi e l’Islam italiano

Da Moked.it – 9 agosto 2016

Proviamo a essere concreti, ovvero proviamo ad avanzare una piccola proposta. Parlando dell’Islam italiano, per essere concreti occorre partire da alcuni assunti di fondo: è urgente definire un modello che garantisca la libertà di culto e allo stesso tempo fornisca garanzie sulla trasparenza dei finanziamenti alle moschee e sulla formazione degli Imam; le comunità musulmane devono mettere in atto e rendere visibili tutte le misure possibili per isolare gli estremisti e i violenti, cose che oggi non sempre fanno; Al momento non ci sono le condizioni politiche per siglare un’Intesa con l’Islam italiano: mancano interlocutori riconosciuti da tutte le comunità, i più rumorosi sono spesso i più impresentabili (uno su tutti, Hamza Roberto Picardo) e comunque il dibattito pubblico difficilmente può consentire allo Stato di finanziare le moschee attraverso lo strumento dell’Otto per Mille; rimane irrisolta una domanda: se non si vuole che i soldi arrivino da Stati stranieri, come finanziare le moschee e le comunità? È giusto pretendere alcuni comportamenti virtuosi, come ad esempio la predica in italiano, non è invece accettabile che ogni qual volta si voglia costruire una moschea si inneschi un dibattito incivile contro la struttura sotto casa, salvo poi lamentarsi dei fedeli che il venerdì si riuniscono nei garage.
Come tenere insieme tutto questo?
Se ho ben capito, un esempio positivo, ancorché mai realizzato, risale alla Francia dell’epoca Sarkozy. L’idea sarebbe quella di costituire una Fondazione per l’Islam italiano, presieduta (questa è la mia proposta) non da musulmani ma da personalità riconosciute del panorama culturale e politico nazionale, che naturalmente dovranno interagire con le varie comunità musulmane. In questa Fondazione confluiranno le donazioni dei fedeli che intendono costruire una moschea, i finanziamenti degli Stati stranieri, eventuali ulteriori risorse derivanti da bandi pubblici, comunitari o da progetti approvati in ambito privato. In questo modo sarebbe garantita la trasparenza assoluta sul piano amministrativo, sarebbero mitigati gli effetti della litigiosità intra-islamica e lo Stato manterrebbe un controllo de facto su quanto accade, senza però assumersi responsabilità dirette di fronte a eventuali negligenze o inefficienze. Inoltre, questo sarebbe un metodo efficace per mettere alla prova i musulmani: chi collabora, è realmente intenzionato a integrarsi e a pregare, chi non lo fa, agisce con un’agenda diversa e forse inconfessabile.
È solo uno spunto agostano, ma forse ci si può lavorare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Italiani, la migrazione ci unisce

da Moked.it – 2 agosto 2016

Con la sua penna meravigliosamente corrosiva, Gian Antonio Stella ha raccontato, la settimana scorsa, la vicenda grottesca del Museo dell’emigrazione italiana: un’esposizione collocata tra 2009 e 2015 nel complesso del Vittoriano, a Roma, sede di mostre anche prestigiose e di numerose inaugurazioni, appuntamenti istituzionali, eventi pubblici. Fino alla chiusura definitiva nel 2015 e al comico epilogo del sito internet (www.museonazionaleemigrazione.it) che rimanda a portali pornografici (nel frattempo, immaginiamo, rimossi).
La vita breve ma intensa dello spazio si intreccia con quella del Museo del Mare di Genova che, al contrario della struttura romana, non è mai stato provvisorio e ha dunque potuto avvalersi di una progettazione intelligente e qualificata. Quindi, tutto è bene quel che finisce bene? Abbandonato lo sciatto esperimento romano, valorizziamo il polo genovese, sorto a pochi metri dai moli che videro salpare milioni di italiani?
Non proprio. Innanzitutto, perché la capitale d’Italia ha ovviamente un prestigio diverso rispetto a una città pur importantissima come Genova; in secondo luogo, perché questa esistenza accidentata illumina bene i limiti del Vittoriano che – al di là del giudizio architettonico – dovrebbe rappresentare fisicamente l’unità nazionale e la patria; infine, perché l’intera querelle testimonia una difficoltà tutta italiana, quella di costruire una narrazione efficace e fondativa sull’epopea dell’emigrazione otto-novecentesca, una delle pagine più drammatiche e decisive della storia nazionale.
In un’epoca di così grandi incertezze, poche cose possono unire gli italiani quanto il ricordo degli antenati che presero il mare, dal Nord e dal Sud, per cercare un destino più favorevole. Milioni di persone che affrontarono prove durissime e ottennero in molti casi straordinario successo, spesso pagando un presso elevato. Pochissimi giovani di oggi saprebbero rispondere a una domanda su Marcinelle o descrivere le condizioni in cui vissero i connazionali nel Nord Europa, eppure questi ricordi potrebbero essere dei potenti volani per forgiare un’identità condivisa.
Da questo punto di vista, la sfida di un Museo nazionale dell’emigrazione andrebbe forse rilanciata, proprio da Roma. Magari scegliendo un luogo migliore del Vittoriano, oppure aprendo una riflessione seria su un complesso edilizio privo di personalità in una piazza altrettanto priva di personalità. Una sfida – quella del Museo – quanto mai attuale, se pensiamo che, nel frattempo, alla centralità che la questione dell’immigrazione ha assunto nella vita dei cittadini italiani ed europei, e che questo fenomeno epocale non può essere affrontato solo sul piano operativo, trascurando la dimensione culturale.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Vuoi più bene al PD o alla riforma costituzionale?

da “Huffington Post Italia” – 27 luglio 2016

Noi militanti del Pd siamo in piena crisi d’identità. Non tanto e non solo per il cattivo risultato delle amministrative, che per carità non ci fa piacere (se poi sei romano…); piuttosto perché siamo schiacciati da un dilemma un po’ autoreferenziale che recita così: vuoi più bene al partito o alla riforma costituzionale?

Nel primo caso sei più di sinistra, più militante, magari un po’ più anziano e di questi tempi vai a mangiare alla festa dell’Unità (se c’è). Altrimenti sei tutto jobs act e riforma della Pa, al circolo Pd preferisci facebook e per cena tutta la vita carpaccio, altro che la salamella dei compagni.

È davvero così? Io, per esempio, ritengo che un partito che funzioni meglio servirebbe moltissimo, ma credo pure che la riforma della costituzione sia un’opportunità straordinaria per il nostro paese. E, se devo dirla tutta, non disprezzo né il carpaccio né la magnata alla festa dell’Unità (pasta e calcio balilla, che la salamella non è kasher, cioè consentitami in quanto ebreo).

Come la mettiamo? La mia sensazione è che – caricature a parte – la campagna elettorale per il referendum possa essere un’occasione decisiva. Per l’affermazione del “sì” e anche per il Pd. Mi spiego: anziché starci a lambiccare corrucciati per giorni e giorni sull’eterna questione “forma-partito” (concetto oscuro alla totalità dei cittadini nonché alla maggioranza degli iscritti), non sarà che i comitati referendari potrebbero essere la risposta pratica all’oziosa perplessità teorica?

Intendiamoci, sto parlando di comitati veri, con persone in carne e ossa, non di realtà aumentate confinate su internet. Se ci lamentiamo che il partito così com’è fatica a interagire con le persone, che non promuove partecipazione e che agisce sulla base di linguaggi e liturgie vetusti, quale migliore occasione dei comitati “Basta un sì”? Non potrebbe essere questo l’embrione di una nuova modalità organizzativa, più fresca e più innovativa, capace di superare il recinto degli iscritti ma anche radicata e militante? E non sarà forse questa la chiave per riprendere a fare politica nei grandi centri urbani, quelli dove fatichiamo di più?

Certo, mi direte, l’argomento non è proprio di immediata comprensione. E non sempre quando si parla di divisione tra poteri dello Stato si prova un senso di ebrezza. Eppure è evidente che il voto di novembre non sarà soltanto sugli articoli della costituzione. Ci sarà molta politica. E io, che voglio bene al Pd per averlo fondato e credo in questa riforma, da settembre mi impegnerò a fondo. Perché è giusto. E anche divertente. E perché questa riforma serve a ridare slancio all’Italia.

Serve una politica

da Moked.it – 19 luglio 2016

La domanda – cinica e forse insensata – è questa: come mai i terroristi islamici non hanno ancora attaccato l’Italia? Al contrario di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio, teatri di attentati efferati nel corso degli ultimi quindici anni. Insensata, dicevo, poiché nelle cose della vita esiste anche il Caso, e dunque potremmo confidare nella fortuna che per ora ci ha protetto.
In alternativa, c’è chi attribuisce l’incolumità alla presenza del Vaticano, sebbene a leggere i proclami di Daesh questa parrebbe più un incentivo che un deterrente. Altri, poi, sottolineano come l’Italia sia un paese di recente immigrazione, con meno presenze e praticamente nessuna dinamica pluri-generazionale (in Francia, ad esempio, sono spesso i nativi francese a essere più a rischio). Da questo punto di vista, la distanza con la Germania è enorme: lì vivono da decenni milioni di turchi e centinaia di migliaia di persone di altra provenienza, generalmente bene integrate.
E qui veniamo al punto. Se non vogliamo limitarci a raccomandare il nostro destino a D-o, occorre tenere conto di alcuni elementi: l’Italia è diventata un paese di destinazione e non di transito, dal momento che i nostri confini settentrionali sono sempre più chiusi a causa del cambiamento politico in atto nel Nord Europa. Dunque – esodo o non esodo – le presenze straniere aumenteranno nei prossimi anni per via del mondo sempre più caotico e del nostro sistema industriale (siamo comunque il terzo paese manifatturiero al mondo!) che ha bisogno di nuova manodopera.
Se questo è il quadro, noi cosa stiamo facendo? In sintesi, salviamo eroicamente moltissime persone che attraversano il Mediterraneo su mezzi di fortuna – e di questo dobbiamo essere orgogliosi – ma non facciamo praticamente nulla dallo sbarco in poi. Non abbiamo una legge organica sul diritto d’asilo, non abbiamo ancora riformato la legge vetusta sulla cittadinanza, non abbiamo progetti nazionali sull’integrazione (linguistica, culturale, economica) dei migranti, anche se non mancano buone pratiche locali. Offriamo l’assistenza sanitaria gratuita universale e la scuola pubblica, e soprattutto quest’ultima è un potente volano di integrazione. Ma, ovviamente, riguarda solo i minori e non i moltissimi giovani che arrivano.
La Germania, in tutto ciò, ha appena stanziato 90 miliardi di euro sull’integrazione dei nuovi migranti, creando di fatto un nuovo settore economico che nei prossimi anni farà perno sull’assistenza, sulla formazione, sull’educazione e su nuove professionalità. Nessuno ovviamente può prevedere cosa faranno questi maledetti terroristi, né ci illudiamo che politiche più serie possano impedire a chi uccide in nome di un’ideologia infernale di agire, però un po’ di buon senso e lungimiranza non possono certo guastare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi