Perché la scuola ha a che fare con Brexit? Una buona pratica

da “Huffington Post Italia” – 1 luglio 2016

Il recente referendum sulla Brexit testimonia una volta di più quanto le nostre società siano lacerate: tra città e campagne, tra giovani e anziani, tra ricchi e poveri. Questa geografia così netta intacca i principi stessi delle nostre democrazie: è giusto consultare con più frequenza i cittadini se a vincere sono le paure, gli slogan, i populismi? Non aiutano, in questo senso, i nuovi strumenti di comunicazione di massa, a partire dai social network, che ci vincolano a forme di dialogo rapide, faziose e spesso conflittuali.

A ben vedere, tra i pochi strumenti che ancora unificano la compagine sociale si trovano due vecchi arnesi novecenteschi, la televisione e la scuola. Con la differenza che questa ultima – se funziona – favorisce l’ascensore sociale, quel meccanismo virtuoso per cui gli alunni più poveri possono, se studiano, avere accesso a opportunità migliori dei loro genitori, mentre la tv fornisce sì codici e linguaggi condivisi (furono fondamentali, ad esempio, per diffondere l’idioma nazionale) ma non strumenti di emancipazione collettiva.

In altre parole, il cittadino si forma a scuola. E dunque, se si vuole evitare che il voto democratico si trasformi in una serie di shock ripetuti, in cui metà del corpo sociale rimane attonita a scoprire ciò che pensa l’altra parte, dalla scuola occorre ripartire, come del resto Matteo Renzi ha sostenuto fin dal principio della sua esperienza di governo. Molto utile, in questa ottica, un libretto di alcuni mesi fa: “Quale scuola? Le proposte dei Lincei per l’italiano, la matematica e le scienze”, a cura di Francesco Clementi e Luca Serianni.

Il volume prende le mosse dal progetto “Una nuova didattica per la scuola: una rete nazionale”, promosso dall’Accademia nazionale dei Lincei. In sostanza, un vasto piano di formazione degli insegnanti dalla scuola elementare a quella superiore in tre ambiti distinti: lingua italiana, logica e matematica, scienze naturali. Grazie alla creazione di poli regionali, con il contributo delle varie università e del sistema scolastico locale, gli insegnanti partecipano a percorsi di formazione laboratoriali, confrontandosi con altre esperienze e definendo nuove e più efficaci modalità della didattica.

Questa iniziativa, certamente all’avanguardia, ci consente di individuare alcuni difetti storici del nostro paese quando si parla di scuola: un certo sussiego nei confronti di quei “men of little showing” (cioè i docenti) che con il loro impegno oscuro consentono al grande scienziato di divenire tale, come pure al “cervello in fuga” di avere qualcosa da esportare; la separazione tradizionale tra materie umanistiche e quelle scientifiche, dove le seconde sono ancelle delle prime e poco considerate; la tentazione “disciplinare” della scuola a scapito dello sviluppo di competenze: non ha senso pensare all’apprendimento dei ragazzi se si prescinde dal contesto famigliare e sociale, e non serve ammannire Alessandro Manzoni (per carità…) se il discente non è in grado di comprendere un articolo di giornale; la difficoltà a immaginare percorsi “verticali”, che cioè mettano al centro il giovane e considerino la sua crescita come un’unica evoluzione, anziché tracciare uno sviluppo fatto di ostacoli (esami) e ripetizioni (a livello di contenuto).

Il libro raccoglie vari saggi distribuiti sui tre ambiti, alcuni dei quali presentano interessanti interferenze (ad esempio, quello di Laura Catastini sul rapporto tra matematica e musica nella dinamica di apprendimento). Inoltre, il testo è impreziosito da un corposo saggio introduttivo di Tullio De Mauro – linguista e già Ministro dell’Istruzione – sulla scuola italiana, un’analisi retrospettiva di ampio respiro che parte con l’Unità d’Italia e giunge ai giorni nostri, fermandosi però prima della “Buona scuola”.

Se volessimo usare una metafora urbana, potremmo affermare che la scuola italiana descritta da De Mauro assomiglia a una città dal centro ben tenuto e dalla periferia degradata. Nel centro si trovano la scuola materna e quella elementare: frequenza praticamente universale da parte delle classi anagrafiche interessate, dispersione molto bassa, rendimento degli studenti più alto rispetto agli altri paesi Ocse, modelli didattici aggiornati alle più recenti impostazioni culturali. Allontanandosi verso i primi sobborghi si incontrano, ai due estremi anagrafici, asili-nido e scuole medie, che oggi si chiamano “secondarie di primo grado”: per i nidi, il problema fondamentale è la disponibilità dei posti, che colloca l’Italia al vertice basso della classifica rispetto ai paesi sviluppati, pregiudicando le donne nel loro accesso al lavoro; nel caso della vecchia media, invece, le competenze dei ragazzi rimangono accettabili nei test internazionali, ma manca una definizione chiara sul ruolo di questo passaggio in rapporto al precedente e in previsione di quello successivo.

Infine, nella periferia più estrema – quella che di sera bisogna frequentare con circospezione – troviamo la scuola superiore: fatte salve le ovvie differenze tra singoli istituti, aree del paese, tipologie di scuola, generi (le ragazze sono più brave), ecco il punto debole del nostro sistema: dispersione elevatissima e scarso sviluppo di competenze da parte dei maturati. Addirittura, secondo alcune indagini, un giovane che completa il proprio percorso di studi secondari mostra un plafond di competenze più o meno analogo a quello che possedeva al termine delle medie!

Intendiamoci, non è giusto e non è utile essere disfattisti. La scuola italiana ha molte eccellenze e all’estero non ridono come talvolta ci piace credere; in più, occorre ricordare che è grazie alla scuola, soprattutto elementare, che il nostro capitale umano è cresciuto nel dopoguerra più che in qualunque altro paese al mondo a parte la Corea del Sud, passando da una condizione di sottosviluppo a una avanzata. E tuttavia, se vogliamo crescere in futuro cittadini consapevoli in un mondo sempre più complesso, della scuola occorre continuare a occuparsi, tornare a discutere. Con uno sguardo di lungo periodo.

Schegge di razionalità

da Moked.it – 28 giugno 2016

A Roma, nella giornata di ieri, Turchia e Israele hanno trovato un accordo dopo sei anni di scontri e strali. Risarcimento alle vittime della Mavi Marmara, immunità per i soldati che avevano condotto l’assalto, aiuti per Gaza, riconoscimento “velato” per Hamas che potrà avere degli uffici ad Ankara. Sullo sfondo, il conflitto interno al mondo arabo tra sunniti e sciiti, e la comune volontà – che avvicina anche Egitto e Arabia Saudita – di limitare l’ascesa iraniana nella zona. In un mondo che pare sempre più una maionese impazzita, schegge di razionalità. E forse non è del tutto casuale che si manifestino a Roma, sotto gli auspici della diplomazia nazionale e internazionale.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Cinque parole per tornare a vincere a Roma

Da “Huffington Post Italia” – 27 giugno 2016

La sconfitta elettorale di domenica scorsa, in particolare quella di Roma, pone interrogativi cruciali a una nuova generazione di militanti e dirigenti del centro-sinistra. Non possiamo limitarci ad accusare chi ci ha preceduto, dobbiamo comprendere cosa sia effettivamente successo. Sono pensieri dolorosi, che cominciano ringraziando Roberto Giachetti, dirigente politico generoso, per lo sforzo compiuto in prima persona. Nel mio piccolo, scelgo cinque parole per ripartire: a Roma, nel centro-sinistra, in futuro.

PROGETTO
Da molti anni le classi dirigenti romane non esprimono un progetto a medio-lungo termine. A ben vedere, la storia della città nel dopoguerra è caratterizzata da questa difficoltà a crescere organicamente: sul piano urbanistico, con il proliferare di borgate e quartieri spontanei, su quello amministrativo, con una macchina capitolina ipertrofica e inefficiente. Oggi, la crisi in cui la città è precipitata non può essere affrontata senza un’idea chiara, ragionata, condivisa. E proprio a questo dovrebbe servire un partito, tanto più quando la dimensione del consenso gli consente di rappresentare – almeno apparentemente – classi sociali e mondi trasversali. Su questa questione dobbiamo essere impietosi: il dibattito nel partito democratico, direi fin dalla sua nascita, è di una modestia disarmante.
Si tratta di una constatazione pre-politica, che cioè prescinde dalle valutazioni su persone, correnti o opzioni politiche. Chiunque abbia assistito a un’assemblea del Pd Roma – guidato in ordine cronologico da: Riccardo Milana, Marco Miccoli, Lionello Cosentino, Matteo Orfini – si è reso conto di quanto il livello della discussione fosse scadente nonostante un capitale umano anche ricco; in generale, l’attenzione non era indirizzata verso i problemi della città né le esperienze esterne più virtuose (con alcune eccezioni: ad esempio la conferenza programmatica organizzata da Cosentino nel dicembre 2014), ma ci si accaniva senza sosta sulle tattiche di piccolo cabotaggio. Né sono sufficienti gli sforzi dei singoli – penso innanzitutto ai contributi scritti da Roberto Morassut e Walter Tocci – fondati sulle esperienze delle passate amministrazioni: serve un luogo di discussione vero e il coinvolgimento di persone e realtà che in città provano con fatica a riflettere e a promuovere partecipazione. Senza rendite di posizione neanche dal punto di vista intellettuale: un’idea buona non rimane necessariamente tale se ripetuta all’infinito, perché quell’insistenza denuncia una pigrizia; chi ha governato per molti anni, inoltre, deve spiegare perché non è stato possibile tradurre quell’idea in pratica. Insomma: occorre un processo partecipato verso un progetto condiviso e una visione del futuro di Roma.

Proposta: sul modello di “180 secondi per Roma”, promossa dall’associazione “Roma! Puoi dirlo forte” in gennaio, organizzare a settembre 2016 un grande appuntamento cittadino che coinvolga militanti politici, associazioni, professioni e categorie sociali che vogliono esporre problemi e avanzare proposte per la città, sfidando così il movimento 5 stelle e il suo “non-programma”. Ma basta con le liturgie classiche del convegno sull’universo-mondo!

VISIONE
Occorre partire da un assunto: la buona amministrazione non coincide con la buona politica, neanche nel caso del governo di una città. Sappiamo bene quanto sarebbe necessario un salto di qualità nella gestione della cosa pubblica capitolina, basato su trasparenza, legalità ed efficienza. Ma non è sufficiente. La politica è nobilitata dalla visione (“lo statista guarda alle prossime generazioni…”) e soprattutto dai valori (termine che bisogna adoperare con parsimonia). Nel caso di Roma, la prima sfida che abbiamo di fronte è quella di ricucire un tessuto urbano e sociale lacerato: è persino banale constatare quanto un Pd che vince al centro e perde in periferia ponga un problema di blocco sociale di riferimento.
Ma il dato inaccettabile è che nella capitale d’Italia vi siano aspettative di vita differenti tra un municipio e l’altro, tassi di scolarità e competenze (tra gli adulti) incomparabili, divario economico crescente, reti di relazione sempre più lasche. Pertanto, la bussola che deve guidare il nostro orizzonte nei prossimi anni non può essere che questa: una città più giusta, cioè con meno diseguaglianze. In questa cornice ideologica (perché no?) ragioneremo di mobilità sostenibile, di ambiente, di politiche della cultura, di riforme istituzionali, di beni comuni, di incentivi economici, di sharing economy, di innovazione tecnologica e di Olimpiadi. E a proposito di queste ultime: i giochi sono uno strumento (utile), non un fine. Parleremo cioè dei cardini di un programma di governo per la città, con l’obiettivo però di ridurre la distanza tra un cittadino e l’altro, e tra i vari quartieri, con pragmatismo e serietà.

Proposta: riaprire il dialogo con tutte le forze, anche politiche, che si riconoscono nella giustizia sociale, nella centralità del lavoro, nello sviluppo sostenibile, per superare divisioni e tatticismi e andare al di là del Pd che, da solo e isolato dagli altri soggetti politici, partiti e non, rischia di non essere efficace.< SQUADRA Il grande alibi della politica, e anche del Pd, sta qui. Non si intravvede, certo, una classe dirigente degna di questo nome nel partito - con l'eccezione forse di una nuova generazione di amministratori locali - ma una percezione analoga si riscontra scandagliando le altre categorie. Negli anni, è mancato il contributo elaborativo degli intellettuali, che in molti casi scelgono di occuparsi di tutto fuorché di Roma; né si scorgono all'orizzonte le figure dei grandi burocrati che - bene o male - nella Capitale hanno sviluppato le istituzioni cittadine e nazionali; né, infine, si avverte la spinta al cambiamento e all'innovazione coraggiosa da parte di un'imprenditoria romana che si è spesso distinta per scarsa propensione all'investimento e allo stimolo virtuoso nei confronti della pubblica amministrazione. Appare fin troppo evidente che a difettare non sono solo le "frattocchie", dove si allevavano i futuri leader, ma anche i centri studi istituzionali, le grandi aziende che promuovono la ricerca, gli enti pubblico-privati che investono sulle nuove leve e che hanno funzionato per decenni nel dopoguerra. Senza percorsi di formazione, in altre parole, non nascono leader e si blocca l'ascensore sociale. In questo quadro desolante, i partiti politici non rappresentano che l'iceberg della crisi, ben evidenziata dalla difficoltà a selezionare il proprio candidato a sindaco: lasciamo perdere la destra, che non sembra interessata a questa riflessione nonostante sia reduce dall'ennesima sconfitta e pessima prova di sé. Nel 2008, all'indomani delle dimissioni di Walter Veltroni, il centrosinistra non osò investire sull'unico giovane spendibile, Nicola Zingaretti, e ricorse a Francesco Rutelli a quindici anni esatti dalla sua prima elezione. Alle regionali del 2010, tutti pensarono di nuovo a Zingaretti, nel frattempo presidente della provincia, che però scelse di rispettare l'impegno preso con gli elettori; ecco quindi Emma Bonino, figura stimatissima da tutti ma totalmente estranea e disinteressata alla politica locale e alle sue dinamiche, che perse contro Renata Polverini nonostante l'harakiri della lista Pdl. Nel 2012 tutto sembrava pronto per la fatale discesa in campo del solito Zingaretti, sempre l'unico, che però alla fine si candidò alla Regione. Si andò dunque alle primarie tra Paolo Gentiloni, David Sassoli e Ignazio Marino, dove quest'ultimo vinse grazie alla sua dimensione "marziana" (copyright Gianni Alemanno), oltreché all'appoggio della componente allora più potente nel partito. Sappiamo come è finita. Arriviamo quindi al 2016, con la generosa candidatura di Roberto Giachetti. Giustamente, pronto a rivendicare la sua esperienza e competenza, percepito però come testimone di un'esperienza passata - quella della Giunta Rutelli - questa volta a 23 anni di distanza! Negli ultimi otto anni il Pd di Roma non ha solo macinato fallimenti politici, ma ha anche mancato il compito più proprio di un partito: la formazione e la selezione dei quadri e dei suoi dirigenti. Se per ipotesi del terzo tipo si rivotasse oggi, ricominceremmo con i casting: un candidato giornalista? Un intellettuale? O - perché no? - Federica Pellegrini in odore di medaglia a Rio? Per governare Roma servono decine di persone competenti. Se non si parte da qui, qualunque progetto di riscossa futura è votato al fallimento doloroso. Del resto, nelle vittorie di Virginia Raggi e Chiara Appendino, molti hanno rintracciato - in una sorta di contrappasso dantesco - la vittoria "culturale" della rottamazione renziana: i cittadini sono ormai talmente ansiosi del cambiamento e del ricambio generazionale, che lo premiano indipendentemente dagli argomenti che caratterizzano chi lo propone e dalle effettive responsabilità di chi viene "rottamato". Proposta: collaborazione leale nella generazione dei trenta-quarantenni. Militanti politici e sindacali, ricercatori, imprenditori, professionisti, lavoratori dipendenti, operatori del terzo settore. Per dire la nostra senza arroganza e senza timidezza. Non abbiamo alibi: se il ruolo non ce lo danno, proviamo a prendercelo, e quando sarà il momento discuteremo tra di noi per scegliere il più bravo. Una nuova classe dirigente può formarsi all'opposizione con più tempra e rigore che non al governo. VOCAZIONE Walter Tocci sostiene, nel suo ultimo libro, che la crescita economica cittadina negli anni del cosiddetto "Modello Roma" fu un "bagliore nel tramonto". In altre parole, quei dati col segno più, sbandierati con entusiasmo a ogni occasione, erano intaccati da un baco terribile: facevano perno su settori economici in crisi strutturale, che potevano beneficiare di una congiuntura favorevole o di un investimento pubblico straordinario, ma non avevano più alcuna capacità espansiva nel lungo periodo. Si tratta dell'edilizia tradizionale, del settore bancario-assicurativo e del pubblico impiego col relativo indotto. Ambiti travolti dalla crisi economica globale, dalle delocalizzazioni verso Milano o altri paesi, dall'esiguità delle risorse statali. Di fronte a tutto questo, - fermo restando che non si sarebbe trattato di un compito di poco momento - la politica e le élite romane non hanno saputo individuare nuove direttrici di sviluppo. Grazie al lavoro che abbiamo condotto negli ultimi mesi come "Roma! Puoi dirlo forte" abbiamo avanzato alcune ipotesi da studiare e discutere: un grande piano di rigenerazione urbana, che riguardi l'edilizia pubblica e privata, in modo da ridare fiato al comparto e al tempo stesso migliorare il metabolismo urbano della nostra città; un forte investimento nella salute umana, intesa come poli ospedalieri, policlinici universitari, aziende farmaceutiche, centri di ricerca e turismo sanitario; un ragionamento complessivo sul settore dei servizi avanzati, ovvero un'area dai confini incerti che comprende digitale, software, sistemistica, informatica, e che produce alto contenuto tecnologico e capacità di contaminazione virtuosa (a partire dagli spazi per il co-working). Senza dimenticare una crescita del turismo di qualità. In ogni caso - augurandoci che Virginia Raggi sappia fare bene - la nostra opposizione in città non può prescindere da questo: un dibattito pubblico, serio e approfondito, su quale possa essere il futuro sviluppo di Roma. Proposta: elaborare un piano strategico, dove analizzare punti di forza e debolezza del tessuto economico romano e disegnare la traiettoria economica in un orizzonte temporale di almeno dieci anni. All'elaborazione di questo progetto dovrebbero concorrere le forze produttive, imprenditoriali, professionali e sociali dell'area metropolitana di Roma, oltre ai soggetti coinvolti nella gestione di aree e infrastrutture strategiche per lo sviluppo (porti, aeroporti, rete di trasporti, sistema fieristico, ecc.), che nel piano strategico dovrebbero trovare un coordinamento. POLITICA Si è già detto della geografia impietosa del voto per il Pd e della sua totale inadeguatezza nel formare classi dirigenti. Dobbiamo però sottolineare un altro dato numerico: allo stato attuale il Pd conta a Roma circa cinque mila iscritti. Cioè - comparando questo dato alla dimensione dei problemi - quasi nulla. Ed è questo elemento a rendere un po' surreali le prime discussioni all'indomani della sconfitta: valutiamo pure se e quando convocare un congresso, purché ci si renda conto che questo tema ha ben poco a che fare con la crisi della città e con la nostra crisi nella città. Analizziamo due questioni complementari: la fine della Giunta guidata da Ignazio Marino e la riorganizzazione del Pd. Confesso fin da subito che personalmente nutrivo grandi dubbi sulla capacità di Marino a governare. L'aver intaccato interessi e incrostazioni, fatto certamente meritevole, non giustifica l'elevato tasso di conflittualità gratuita e di supponenza nei comportamenti. Detto ciò, su Marino il Pd ha oscillato troppo. Prima Orfini lo ha difeso (gennaio-giugno 2015), poi Matteo Renzi lo ha attaccato e Orfini lo ha difeso (luglio 2015), poi lo hanno attaccato tutti ed è stato dimesso dal notaio (ottobre 2015). Nessuna discussione pubblica, naturalmente, neanche con gli iscritti del Pd. Ora, se Marino non era in grado di fare il sindaco - e probabilmente non lo era - questa valutazione sarebbe dovuta passare per un dibattito tra militanti e quadri, condivisa e infine esplicitata politicamente in Campidoglio. L'aver negato ai romani, prima ancora che a Marino, un confronto pubblico in aula - e aver preferito la fila dei consiglieri comunali dal notaio - è una macchia che rimarrà sulla nostra storia. Aggravata ulteriormente dall'assenza di qualunque riflessione ex-post, un residuo di dignità che poteva essere concessa ai cittadini e ai militanti sconcertati, e che meritavano almeno una spiegazione sulle ragioni di scelte tanto drammatiche. Sul piano della riorganizzazione del Pd, il lavoro di Orfini è ritenuto generoso. L'aver coinvolto un dirigente esperto (ma non di partito) come Fabrizio Barca e adottato criteri scientifici nella valutazione dell'organizzazione è sembrata una scelta dolorosa e coraggiosa. Il Pd era stato infiltrato da Mafia-Capitale, a causa della pratica consociativa di sue componenti negli anni di Alemanno, e bene ha fatto il commissario a optare per la trasparenza anche a scapito della convenienza elettorale. Ok, dunque, la chiusura dei circoli fasulli (chi scrive ha avuto modo di "apprezzarli" nel 2013, quando mi candidai alla segreteria romana nel nome di Matteo Renzi), l'accorpamento delle strutture su base razionale, le regole del tesseramento più rigide, molto più rigide. Ma tutto ciò non basta. Il problema del Pd a Roma è molto più strutturale e in questo senso nazionale. Poniamo per un attimo che il partito si trasformi di incanto in una struttura sana: immaginiamo un numero congruo di iscritti (30 mila?), altrettanto per i circoli (un centinaio veramente attivi?), regole chiare e un'effettiva contendibilità degli organismi, feste dell'Unità nei quartieri. Avremmo risolto il nostro problema di insediamento nella città? A mio giudizio, no. Perché questo tema attiene alla concezione stessa del fare politica, dei metodi e delle liturgie - su questo, la diagnosi lucida fu di Veltroni, poi semplificata nel "partito leggero". Mi è capitato di chiedere al segretario di un circolo del Pd, un ragazzo serio e onesto: se non avessi ereditato questa sede che non hai comprato né affittato né scelto, e questo simbolo che non hai creato, faresti politica allo stesso modo? Se disponessi di un gruppo di persone impegnate e un piccolo gruzzolo per fare iniziative, organizzeresti la tua attività nel quartiere come fai oggi? Non mi ha saputo rispondere. E la verità è che la bonifica dal malaffare è necessaria ma non sufficiente: se vogliamo sconfiggere le correnti, evitando che per reazione si irrigidiscano a difesa dello scarso risultato ottenuto nell'ultimo voto e recuperino terreno - vincere contro le filiere organizzate è difficile ma non impossibile, come dimostrano alcuni risultati nei municipi e alcuni exploit al consiglio comunale, per esempio il mio amico Giovanni Zannola - non basta protestare contro le consorterie, serve un grande sforzo culturale e sociale per ridefinire il perimetro di azione di un partito politico 3.0. A fronte delle poche centinaia di iscritti al Pd, esistono in città migliaia di associazioni, comitati, gruppi dalle attività le più diverse. Con questi mondi non abbiamo saputo parlare, con loro i grillini hanno costruito un insediamento sociale vero ancorché precario. Dall'opposizione, ora tocca (può toccare, deve toccare) a noi. Proposta: proseguire nel lavoro di riorganizzazione del Pd Roma a favore della trasparenza e della legalità, riducendo al contempo l'estensione dei suoi compiti. Censire quanti - già impegnati su singole battaglie - non hanno la minima intenzione di iscriversi a un partito, di candidarsi o di entrare in un circolo, e costituire con costoro, nei quartieri, altre forme di aggregazione che sappiano coinvolgere giovani e meno giovani. Un nuovo modo di fare politica fondato sulla passione, sulla competenza e sulla partecipazione.

Dipende da noi

Da Moked.it – 21 giugno 2016

E poi, qualcuno lo fa veramente. Prende pistola e coltello e ammazza Jo Cox, una donna, una madre, una dirigente politica. Una persona da sempre impegnata – in Gran Bretagna – per la causa degli esseri umani più deboli e indifesi. Chi afferra la pistola è sempre l’anello debole della catena, quello più disposto a spezzarsi. Eppure, non è inesorabile che l’anello ceda: dipende anche da noi, da quella frase pronunciata senza pensarci, dal post su Facebook pieno di rabbia, da quando per strada ci siamo voltati dall’altra parte, dal politico che incita all’odio per raggranellare qualche voto…

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Senza bisogno di dire “Je suis”

Da Moked.it – 14 giugno 2016

Abbiamo notato, con rammarico, che il dolore tributato alle vittime del terrorismo non abbia sempre la stessa intensità. Che quel meccanismo di identificazione fittizia che portò il mondo a coniare lo slogan globale “Je suis Charlie” – pare incredibile, ma è solo un anno fa, e nel frattempo quanto sangue! – non scatti se a essere assassinati sono gli ebrei nel Museo ebraico di Bruxelles o nell’ipermercato alle porte di Parigi.
Personalmente, non mi ritrovo in quello slogan. C’è qualcosa di offensivo nel farsi vittima di una strage che non si è subita. Penso a chi piange un parente ammazzato, e ci vuole un bel coraggio a dichiarare un cordoglio analogo dal divano di casa propria. Ma capisco l’intento solidale e l’afflato positivo. Politicamente, ho le stesse perplessità sull’atteggiamento di chi si “fa” povero, escluso, oppresso senza esserlo (celebre a questo proposito un discorso memorabile di Fausto Bertinotti): non c’è bisogno di condividere il destino dell’Altro per battersi in favore dei suoi diritti. Anzi. Si combatte per i suoi diritti non per affetto, o condivisione, ma per giustizia. E c’è una bella differenza.
Tutta questa lunga premessa per constatare che – identificazione o no – nessuno, all’indomani della strage di Orlando, ha esibito lo slogan “Io sono gay”. E ciò sembra sintomo eloquente di un pregiudizio radicato anche dentro noi stessi e i nostri cari.
Peraltro, nei giorni scorsi è stata pubblicata una ricerca sul pregiudizio online condotta da Vox – Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con le università statali di Milano, Bari e Sapienza di Roma. Su 2,6 milioni di tweet, rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, considerando 76 termini sensibili riferiti a sei categorie di persone (donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani), 412.716 avevano un contenuto “negativo”. Tra questi ultimi, il 63% conteneva termini a dir poco “offensivi” verso le donne, il 10% verso i migranti, il 10,8% verso gli omosessuali, seguiti da quelli verso gli islamici (6,6%), le persone con disabilità (6,4%) e gli ebrei (2,2%). Le più colpite – e di gran lunga – sono le donne. Nel 2016.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Non ci prendiamo in giro sulla distribuzione del Mein Kampf

Dal mio blog su “Huffington Post Italia” – 11 giugno 2016

Ciò che colpisce, nella trovata geniale di diffondere oggi il Mein Kampf come allegato a “Il Giornale”, è la povertà culturale, il dilettantismo ostentato ed elevato a modello. Come può, altrimenti, mostrarsi stupito Alessandro Sallusti, direttore della testata, che secondo alcuni cronisti avrebbe dichiarato: “Non lo avessi mai fatto!”? Davvero un’operazione del genere può essere messa in cantiere, nell’Italia del 2016, senza quel minimo di prudenza che ci accompagna quando, ad esempio, afferriamo uno scatolone contrassegnato dalla scritta “Fragile”?
Si sottolinea giustamente che l’introduzione al volume è stata affidata a Francesco Perfetti, uno studioso serio; e di questo non possiamo che rallegrarcene. Allo stesso tempo, c’è chi ipotizza l’aggravante della strumentalità politica: questa diffusione gratuita e improvvisata servirebbe a galvanizzare le frange della destra estrema milanese, utile alla battaglia elettorale di Stefano Parisi (peraltro, da quanto si è visto, un galantuomo).
Il buon Sallusti si difende citando il precedente della Germania, dove il pamphlet hitleriano ha appena goduto di un’edizione critica autorizzata. Siccome però le bugie hanno le gambe corte, e anche l’intelligenza dei lettori va rispettata, vediamo bene che cosa è accaduto nel caso tedesco: il volume in questione, curato dall’Istituto di Storia di Monaco, ha visto la luce alla fine del 2015 e le copie in circolazione sono andate esaurite in poche ore. 2000 pagine e 3600 note al testo rispetto alle poche decine vergate dal capo nazista: un testo scientifico ponderoso progettato per la ricerca e per evitare strumentalizzazioni. L’iniziativa – da subito molto criticata – si era resa necessaria poiché da quest’anno i diritti del libro sono liberi (finora appartenevano allo Stato di Baviera). In altre parole, chiunque può pubblicare il testo in Germania a meno che una nuova legge lo vieti.
Le organizzazioni ebraiche si sono immediatamente dichiarate contrarie, e Ronald Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, affermò che il Mein Kampf andrebbe lasciato dove merita di stare, nel “gabinetto della storia”. Chi ha difeso l’operazione, invece, non lo ha fatto per condividere le tesi del libro, che rimangono ripugnanti, ma sostenendo che la diffusione clandestina sia più rischiosa di quella controllata e che l’edizione commentata possa essere utile sul piano pedagogico più dell’oblio auspicato.
Se vogliamo, questa riflessione ricorda quella sull’opportunità di istituire il reato di negazionismo, cosa che l’Italia ha fatto proprio la settimana scorsa. Perché è vero che i gruppi neo-nazisti e antisemiti sono ben felici di proliferare nei “gabinetti della storia” schermati dalla retorica dei “vincitori che scrivono la Storia”, e che il divieto acuisce il desiderio. Personalmente, nutro comunque grandi perplessità anche sulla scelta tedesca.
Resta forse un ragionamento da fare, alla base di tutto: nella Germania nel 2016 quattro mila persone corrono in libreria ad acquistare la nuova edizione al prezzo di 59 euro, e altrettanto faranno con le prossime ristampe; pare che alcune copie siano già state rivendute su Ebay per dieci mila euro; nel 2005, in Turchia, una unica edizione fu un enorme successo editoriale; un sacco di copie vengono vendute in Iran, nei paesi arabi, persino in Brasile, e c’è da dubitare che si tratti di legioni di studiosi attenti…
Di fronte a questi dati impressionanti, decine di migliaia di copie distribuite a caso, senza nessuna pedagogia introduttiva, non sembrano proprio un grande contributo culturale allo studio della storia e alla creazione di una memoria condivisa.

Ps: a giudicare dall’apporto che a Roma hanno fornito le candidature di Alessandra Mussolini e Francesco Storace, c’è da dubitare che la pubblicazione porti voti: e questa è, in fondo, una nota di speranza.

La politica senza emozioni

Da Moked.it – 7 giugno 2016

Intervistato da Bruno Vespa, Luigi Di Maio si è trovato a rispondere sul caso-Parma e sull’espulsione del sindaco Federico Pizzarotti. A un certo punto il giornalista lo incalza con una domanda insidiosa e banale: “Umanamente, le dispiace per Pizzarotti? Ammettiamo che abbia sbagliato, è triste che un suo vecchio compagno abbia imboccato una strada scorretta?”. La replica di Di Maio, astro nascente (obiettivamente molto capace, il padre era un dirigente DC) del Movimento 5 Stelle, mi ha fatto impressione: “Sono noto per essere uno che non mette in mostra i propri sentimenti”. Ora, che male c’è a riconoscere un dolore così naturale? Un amico che sbaglia, un compagno che devia, non è forse normale e persino saggio dolersene?
La concezione che sta passando nella società è che la politica sia tutta regolamenti, trasparenza, meccanismi. Intendiamoci: siamo tutti esausti della continua sequenza di corruttele, scandali piccoli e grandi e lordure varie. Ma la politica non può essere ridotta a buona amministrazione – più che necessaria – né prescindere dai valori. E, fatto ancor più rilevante, non può dimenticarsi delle persone, delle singole storie delle donne e degli uomini. E se si rifiuta programmaticamente, come fosse un merito, un’emozione sana come la delusione per una persona cara, oppure se di fronte alla sofferenza di qualcuno si reagisce sbandierando una regola, a mio parere non è un progresso. Da questo punto di vista – anche se non va molto di moda – mi riconosco di più nella definizione dell’attività politica fornita, citando Paolo VI, da papa Francesco: la più alta forma di carità umana. Così, almeno, dovrebbe essere.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Nelle città

Da Moked.it – 31 maggio 2016

Da “Jewish and the city” a “Jewish in the city”. Cambia il nome del festival ebraico milanese, giunto ormai alla terza edizione. C’è chi lamenta un’edizione in tono minore, meno coinvolgente di quelle passate, funestata peraltro da un’ondata di maltempo assai poco primaverile. Il nome, però, è più giusto. Aver rinunciato all’assonanza con il titolo della celeberrima sitcom americana assicura una precisione maggiore: gli ebrei, e le comunità, sono “nelle” città e non al fianco delle città. Specie nella tradizione italiana, anche attraverso la dolorosa storia dei ghetti. Ne sono parte costitutiva e integrante, non periferica e tangente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Resistenza

Da Moked.it – 24 maggio 2016

Qualche anno fa mi fu chiesto di iscrivermi, poi addirittura di coordinare l’Anpi nel mio quartiere. Rifiutai, senza pensarci troppo, preso dalle troppe cose da fare. A voler esser bonario nei miei riguardi, potrei affermare – ma sarei forse troppo indulgente – che mi sembrava una scelta da non prendere a cuor leggero. Far parte dell’associazione dei partigiani, assumervi addirittura un ruolo (infimo) di dirigente, ecco una decisione da ponderare con prudenza reverenziale!
E poi, che diritto ne avevo? Tutte le persone che stimo e che frequento sono – non ho dubbi in proposito – consapevoli dei valore assoluto e fondativo delle Resistenza. Quelli più avvertiti intellettualmente sono in grado di formulare una lettura più articolata: contraddizioni, episodi di violenza, guerra civile, errori criminali. Tutto ciò, senza ovviamente indulgere in nessuna forma di revisionismo velato o implicito (la “verità dei vincitori”). Ma allora, dovremmo tutti iscriverci all’Anpi? Oppure per farlo occorre una vocazione più alta e più estesa a questo tipo di militanza?
Se non vogliamo arenarci sulla polemica innescata dalle parole di Maria Elena Boschi, e se vogliamo sottrarre la Resistenza ai retroscena della pagina politica, proviamo a chiarirci le idee: l’Anpi ha tutto il diritto di esprimersi sul referendum costituzionale – e ci mancherebbe… Sono i partigiani che col loro sangue hanno consentito l’elaborazione della Carta. Personalmente, non demonizzo neanche la scelta di sanzionare i dissenzienti: un’organizzazione può scegliere di essere più verticistica, meno aperta al pluralismo interno.
Eppure, una riflessione è necessaria. Qual è il compito dell’Anpi oggi, una realtà con centoventi mila iscritti di cui solo 5000 hanno effettivamente preso la via della montagna? Quali le sue finalità, i suoi confini, mentre nel dibattito pubblico si torna a discutere di una via intitolata a Giorgio Almirante o sui presunti meriti di Benito Mussolini urbanista? Ha senso, ad esempio, che i suoi militanti siano in prima fila ogni 25 aprile, a Roma, con le bandiere palestinesi? O che i vessilli partigiani partecipino a sit in rumorosi e talvolta violenti? E d’altra parte, quali sono le opere intraprese in questi anni (ricerca, tutela della memoria, produzione culturale) più degne di nota e di pubblico riconoscimento e divulgazione?
Voglio essere chiaro. Le mie domande non sono retoriche. L’Anpi è un patrimonio di tutti. Anche di chi, come il sottoscritto, finora non si è sentito degno di iscriversi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Ora di scegliere

Da Moked.it – 10 maggio 2016

Sadiq Kahn è il nuovo sindaco di Londra. Figlio di immigrati pakistani, è il primo musulmano ad accedere, in Europa, a una carica così importante. Votato da molti ebrei londinesi, aveva per avversario un correligionario conservatore, che non ha rinunciato, senza successo, a giocare la carta della minaccia islamica. Il nostro mondo sta cambiando velocemente, occorre scegliere la parte giusta. Anche per influenzarla.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La qualità che serve a vincere

Da Moked.it – 3 maggio 2016

Il Governo ha approvato un piano di investimenti da un miliardo di euro sulla cultura. Tra questi, 25 milioni sono destinati al completamento del Museo dell’ebraismo di Ferrara (MEIS), una grande soddisfazione per tutti gli ebrei italiani. Più in generale, questo provvedimento testimonia la forte volontà dell’esecutivo di puntare sull’educazione e sulla formazione: una scelta non scontata in un’epoca di crisi economica e preoccupazione dovuta alle migrazioni e al terrorismo internazionale.
A proposito di cultura, l’argomento tocca da vicino la comunità ebraica italiana, che si fonda sulla propria tradizione – all’interno – e sulla propria reputazione – all’esterno. Anni fa, ricordo, si ragionava di reti tra le comunità, con l’intento di creare delle economie di scala ed evitare sovrapposizioni inutili tra centri grandi e piccoli. Bene, al di là delle geometrie istituzionali mi pare che questa idea di fondo si stia concretizzando.
L’ebraismo italiano si sta sempre più concentrando attorno ad alcuni poli culturali di portata nazionale, in grado di convogliare, senza fagocitare, la ricchezza delle 21 comunità: il Museo di Ferrara, il nascituro Museo nazionale della Shoah di Roma (anch’esso interamente finanziato da questo Governo), il progetto Talmud, alcuni eventi come il “Jewish and the City” a Milano (da quest’anno “Jewish in the City”) senza dimenticare il Mezzogiorno con i suoi affascinanti e imprevedibili segnali. Naturalmente, questo elenco non è esaustivo e omette importanti istituzioni, monumenti, musei, centri di ricerca o manifestazioni.
Questa lista sommaria ci aiuta però a comprendere alcuni lineamenti futuri dell’ebraismo italiano. La qualità sarà fondamentale: ebrei e non ebrei saranno sempre più selettivi nelle proprie scelte; le iniziative rivolte anche all’esterno garantiranno le risorse, materiali e immateriali, per sostenere la vita ebraica delle comunità (sinagoghe, collegi rabbinici, servizi sociali); il confine tra dentro e fuori ridefinito volta per volta, considerando il fatto che la platea dei simpatizzanti (gli italiani che danno il proprio Otto per Mille all’Ucei o che comprano i volumi del Talmud) è assai più ampia di quella degli iscritti alle comunità.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Che cosa li spinge

Da Moked.it – 26 aprile 2016

La settimana scorsa sono stati identificati e denunciati i due tifosi dello Sparta Praga che il 17 marzo scorso urinarono sopra una donna che chiedeva l’elemosina a Ponte S. Angelo, a due passi dal Vaticano, a Roma. Hanno 30 e 24 anni e i reati contestati sono “atti di discriminazione razziale” e “atti osceni in luogo pubblico”, oltre a rischiare un Daspo della Questura di Roma, il provvedimento che impedisce di entrare in qualunque stadio per alcuni anni.
Quelle immagini fecero il giro del mondo e mi colpirono molto. Più o meno negli stessi giorni, a Madrid, altri buontemponi in attesa della partita pensarono bene di farsi immortalare mentre tiravano monetine a una donna che, praticamente strisciando, si affrettava a raccoglierle tra i lazzi di tifosi e passanti. Alcuni anni fa ho litigato personalmente con dei turisti spagnoli che, in piazza di Spagna, sempre a Roma, di fronte all’immagine tragica di una donna-fagotto rincantucciata per il freddo, non trovarono di meglio che fotografarla oscenamente con divertimento e senza un minimo di imbarazzo, senso di colpa, umana pietas.
Spero che i due tifosi siano puniti severamente nel loro paese, così come chiunque umilia il povero, il fragile, l’escluso. Ma credo che dovremmo anche fare uno sforzo di comprensione, per quanto tutto ciò rimanga insondabile. Che cosa spinge due giovani tifosi, probabilmente ubriachi, a fermarsi di fronte a una mendicante – dell’età della loro madre – e a decidere di urinare in mezzo a decine di altre persone (tra l’altro su un ponte dalla bellezza struggente)? È discriminazione razziale, è il cupo nichilismo del nostro tempo o è invece il più intangibile lato oscuro di ogni essere umano?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

In memoria di Paolo Rossi, lo studente ucciso dai fascisti

Dal mio blog su “Huffington Post Italia” – 19 aprile 2016

C’è una targa, sulla scala di Lettere e Filosofia. Come tutti gli studenti, l’ho osservata tante volte nel corso dei miei studi universitari: distrattamente, tra un esame e l’altro. Eppure a Roma, nel cuore della “Sapienza”, la più grande università d’Europa, cinquanta anni fa si poteva morire per aver distribuito un volantino. Paolo Rossi, studente di Architettura che aveva 19 anni, è il primo morto per mano fascista nel Dopoguerra, due anni prima della rivolta studentesca. Ed è significativo che la targa alla sua memoria fu apposta solamente nel 1993, molti anni dopo l’omicidio: per sette anni, ogni 27 aprile, qualcuno vi deponeva un fiore. Dal 2000, di nuovo l’oblio.
Per non dimenticare quel giovane studente democratico e la vicenda complessa della democrazia italiana, alcuni amici di Paolo, insieme a sua sorella Orietta, hanno scritto un testo estremamente asciutto, convocando un presidio silenzioso per il prossimo 27 aprile, cinquantesimo anniversario di quella violenza. Recita così:

“Il 27 aprile 1966 Paolo Rossi, studente di architettura di 19 anni, veniva aggredito e picchiato brutalmente da un gruppo di fascisti davanti alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma mentre distribuiva volantini in occasione delle elezioni per il rinnovo degli organismi rappresentativi studenteschi. Le operazioni di voto si stavano svolgendo tra tensioni e incidenti perché le organizzazioni democratiche come Ugi e Intesa cercavano di contendere alla destra il governo dell’Università romana. Qui dominava un clima di intimidazioni e di violenze perpetrate contro studenti e docenti democratici in un Ateneo tradizionalmente feudo delle destre. L’azione squadristica contro Paolo Rossi avviene sotto lo sguardo indifferente e complice della polizia, autorizzata dal Rettore ad entrare nella città universitaria; il giovane studente, stordito dalle percosse, cade dal muretto della scalinata e muore all’ospedale. La sera stessa, quando si diffonde la notizia della sua morte, la Facoltà di Lettere viene occupata spontaneamente dagli studenti, che hanno la solidarietà di molti docenti: la polizia interviene però subito sgombrando l’Ateneo. L’assemblea che si svolge il giorno dopo vede l’adesione di molti deputati della sinistra e di significative personalità dell’antifascismo italiano. Nasce da qui una nuova occupazione che ha come obiettivo le dimissioni del Rettore Ugo Papi e lo scioglimento delle organizzazioni parafasciste di studenti universitari. Nonostante i tentativi di sviare le indagini attribuendo la morte di Paolo a precarie condizioni di salute, due anni dopo, grazie alla tenacia dei famigliari, degli avvocati, dei periti di parte civile e della straordinaria partecipazione di massa, si giunse alla sentenza di “omicidio preterintenzionale contro ignoti. La partecipazione ai suoi funerali il 30 aprile è enorme e in tutto il paese cresce un grande movimento di protesta che si estende anche a giovani fino ad allora estranei alla politica. Il 1966, l’anno della morte di Paolo Rossi e dell’occupazione dell’Università di Roma, rappresenta il vero prologo della rivolta studentesca del 1968. Oggi, a 50 anni di distanza, il rischio di dimenticare e di perdere la consapevolezza della nostra storia, rende necessario ricordare non solo quel giovane studente di Architettura ucciso dai fascisti ma anche il percorso difficile della democrazia italiana”.

Ha ancora senso occuparsi di vicende che paiono così lontane, di categorie che oggi rischiano di apparire sbiadite? A poche ore dalla Festa della Liberazione – spesso preda di strumentalizzazioni e semplificazioni – ci pare importante ribadire il ruolo della Memoria in una società sempre più frenetica, meno usa a ragionare sulla propria identità collettiva. Non c’è futuro senza la consapevolezza della propria storia; e anche se le ingiustizie non si ripetono mai uguali a se stesse, è difficile immaginare che senza memoria si possa costruire una società più giusta, più democratica, più capace di reagire alle ingiustizie.

L’appello prosegue dunque con la convocazione mercoledì 27 aprile 2016 dalle ore 14:
“I suoi amici di allora e di oggi invitano quanti credono nei valori intramontabili della democrazia e dell’antifascismo a un presidio silenzioso intorno alla scalinata della Facolatà di Lettere e a un incontro all’interno della stessa facoltà. Filmati, fotografie e canzoni accompagneranno le testimonianze e gli interventi storico-critici di due generazioni a confronto: quella che ha condiviso quella storia e quella che riflette oggi in una situazione politica completamente diversa. Fino al 2000, ogni 27 aprile qualcuno deponeva un fiore davanti alla targa che ricorda Paolo Rossi. Da allora è subentrato il silenzio e l’oblio. Invitiamo ognuno a portare un fiore al presidio per trasformare un luogo negletto e inconsapevole in un tripudio di solidarietà, partecipazione e affetto”.

È importante esserci.

Cultura e tecnologia

Da Moked.it – 19 aprile 2016

La settimana scorsa ho partecipato a una presentazione della nuova edizione italiana del Talmud. Sono intervenuti Rav Riccardo Di Segni, la professoressa Clelia Piperno e Rav Gianfranco Di Segni, che in ruoli diversi sono stati motori dell’iniziativa. Un concerto di traduttori, redattori, revisori ed esperti che lavora con impegno da circa cinque anni e che, dopo aver dato la luce al primo dei quaranta trattati, conta di sfornarne un’altra decina nei prossimi mesi. Un impegno davvero straordinario reso possibile dalla lungimiranza delle istituzioni italiane, che hanno stanziato cinque milioni di euro e confermato il finanziamento tra un governo e l’altro, della visione di Clelia Piperno che per prima ha creduto nel progetto, e infine da una rete di rabbini e studiosi di tradizione italiana dislocati tra Italia, Stati Uniti e Israele.
Insomma, qualcosa di cui essere orgogliosi come ebrei e come italiani. A volte non riesco quasi a crederci, che nella nostra rissosa Comunità siamo riusciti a produrre un monumento così significativo.
Da sottolineare due aspetti culturali e organizzativi. Per tradurre un testo complesso come il Talmud (il libro più perseguitato nella Storia) occorrono tre competenze che difficilmente si sommano: conoscenza dell’ebraico/aramaico e della tradizione; padronanza dell’italiano; capacità informatica per interagire con il sistema di traduzione messo a punto dal centro CNR di Pisa. Una miscela quasi impossibile da trovare, che immagino abbia creato notevole stress, ma che certamente ha costituito una formidabile occasione di formazione per i quasi cento studiosi di ogni età e grado coinvolti. Infine, il software “Traduco”, messo a punto dai ricercatori del CNR. In sostanza, una piattaforma unica dove operano i traduttori, redattori e revisori, in grado non soltanto di mettere a sistema il lavoro dei singoli, ma soprattutto di velocizzare le operazioni, grazie alla capacità di riconoscere le formule tipiche del Talmud e i pezzi di testo già tradotti. Quando “Traduco” riconosce un gruppo di parole o una frase, suggerisce immediatamente la possibile traduzione, che lo studioso può naturalmente accettare, rifiutare, emendare, raffinare. In questa interazione tra cultura e tecnologia trovo che ci sia molto di ebraico e – banalmente – molto di talmudico.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Carnivori e vegetariani

Da Moked.it – 12 aprile 2016

La crescita della consapevolezza. Ovvero, l’educazione sentimentale di un vegetariano non sempre praticante: nel marzo 2010 chiesi a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, nel corso di un incontro pubblico, cosa pensasse del dibattito sulla macellazione ebraica. Mi rispose – con la severità che a volte mi riserva – che chi poneva questa domanda non poteva assumere posizioni di leadership in ambito ebraico. Siccome però sono testardo, un anno dopo pubblicai su queste colonne il primo di una lunga serie di interventi sul tema. Lo spunto colse evidentemente nel segno, perché pochi mesi dopo riuscimmo addirittura a organizzare un convegno dal titolo “Gli animali e la sofferenza. La questione della shechità”, promosso dal Collegio rabbinico italiano, dalla Rassegna mensile di Israel e dall’Associazione Hans Jonas.
Gli atti di quel convegno – ampliati con altri scritti – furono poi raccolti in un apposito volume della Rassegna (2012), curata da Laura Mincer e dal sottoscritto, che reca lo stesso titolo e che è stata presentata a Firenze, Napoli, Roma. Recentemente, mi hanno invitato ancora a parlarne a Milano. Per me assume un significato particolare la presenza tra i contributori di Rav Di Segni, a dimostrazione che un confronto su questa materia era possibile abbandonando pregiudizi da una parte o dall’altra.

A distanza di sei anni, dunque, da quel primo tentativo, mi pare di poter affermare che l’argomento è diventato di assoluta attualità. Sebbene posto spesso in modo assurdo – carnivori contro vegetariani! – il dibattito è sempre più ineludibile: chi si professa convinto carnivoro, del tutto privo sensi di colpa, rischia di apparire una caricatura di fronte alle trasmissioni televisive che ormai quotidianamente proiettano immagini terribili dai macelli, dagli allevamenti e dalle stazioni di trasporto. Intendiamoci, non fanno bella figura neanche gli animalisti o i vegani fondamentalisti, quelli che aggrediscono chi non la pensa allo stesso modo e non possono fare a meno di paragonare l’orrore degli allevamenti intensivi (come se non bastasse!) ai lager nazisti.
In ogni caso, il tema è esploso, nonostante i tentativi dell’industria alimentare di rimuoverlo o di travestirlo con campagne pubblicitarie delicate quanto false. Ed è davvero notevole che questa esplosione non abbia avuto bisogno di un fatto di cronaca – chessò? Un camion di animali morti precipitati per caso nel mezzo di un’autostrada – ma sia avvenuta per inerzia, semplicemente perché il dibattito è ormai maturo e il lavoro di diffusione delle associazioni animaliste ormai strutturato. Da vegetariano convinto e talvolta peccatore, ormai dal 2008, mi sono ormai abituato all’idea che l’evoluzione verso la civiltà – non tutti vegetariani, ma un consumo sostenibile e responsabile di animali! – non sarà sostenuta dalle regioni sacrosante del benessere (malessere) di altri esseri viventi, né da quelle ambientali; e persino le conseguenze nocive per la nostra salute della carne e del pesce che mangiamo saranno marginali rispetto alla vera chiave di volta: il consumo di animali (almeno quello di matrice industriale) diminuirà per via del senso comune, perché sarà sempre più socialmente inaccettabile cibarsi di un alimento malsano, incivile e inquinante. Il che – alla lunga – potrebbe rivelarsi positivo anche per l’industria alimentare.
In questo contesto noi ebrei italiani possiamo giocarci una parte della sfida. Grazie a un dibattito che abbiamo già intavolato e all’innovazione prodotta dal marchio casher “K.it”, possiamo metterci alla testa di un processo che fa della sicurezza alimentare, dell’etica e della sostenibilità ambientale i cardini del proprio futuro.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi