ALL’OPEL L’ASTRA E’ CADENTE

Da “Avvenimenti” novembre 2004

Le abbiamo sentite risuonare tante volte, da Cassino a Melfi, da Termini Imerese a Mirafiori: parole urlate con rabbia, slogan scanditi con la forza della paura. E come sempre a impressionare sono, più che le grida delle prime file, le facce preoccupate e sgomente dei familiari alle loro spalle. E’dai loro volti silenziosi che trapela la paura più semplice, in definitiva: quella di perdere tutto.
Solo che non si tratta dell’ennesima crisi Fiat, sempre un po’ preannunciata, ma il possibile crollo del gigante americano General Motors, che secondo molti parametri può considerarsi il più grande gruppo industriale al mondo: con 323 mila operai nelle oltre 40 fabbriche sparse su tutto il globo, nel 2003 Gm ha prodotto 8,6 milioni di auto, pari a circa il 15% dell’intero mercato mondiale. E allora che cosa succede?
Succede che i vertici americani dell’azienda, a Detroit, stanchi dei passivi dal vecchio continente, e hanno incaricato i colleghi europei di provvedere. E le perdite si riducono innanzi tutto tagliando, nonostante la rigida, seppur scontata, opposizione dei sindacati. Spiega molto chiaramente Fritz Henderson, direttore di Gm Europa: “Dobbiamo ridurre le perdite per un totale di 500/600 milioni di euro all’anno, altrimenti si rischia di chiudere”. Il che, tradotto in parole povere, significa la perdita del posto di lavoro per circa 12 mila operai europei.
A colpire è però la geografia di questi tagli: ben 10 mila esuberi si trovano in Germania, soprattutto nelle due fabbriche del distretto industriale della Ruhr, Bochum e Russelheim. E se per Bochum, dove ogni giorno vengono prodotte circa mille tra Astra e Zafira, si può forse parlare di un ammodernamento necessario della struttura non più nuovissima, altrettanto non si può dire per Russelheim, come ci spiega il coordinatore locale SPD: <<Questo impianto è stato costruito solo tre anni fa, come il più moderno d’Europa, è possibile che sia diventato inutile in tre anni?>>. La differenza risiede in effetti nel fatto che a Russelheim si trovano i reparti tecnologicamente più avanzati, quelli di sviluppo e ricerca, colpiti anch’essi pesantemente dai tagli.
E questi numeri così drammatici hanno gettato gli operai e le loro famiglie nel panico. Stanno da giorni davanti ai cancelli, da quando hanno deciso di interrompere il lavoro e far sentire la loro voce. Ma quando parlano, dietro gli slogan: <<Quest’anno niente vacanze, mobili e regali di compleanno, salta tutto. Volevamo un altro bambino, ma così non si può>> dice una donna di 34 anni, operaia a Bochum. Gli fa eco un operaio del reparto assemblaggio: <<Con moglie e due figli, come devo fare?>>. Tra la folla spiccano le figure dei capi dei consigli di fabbrica, ormai assolutamente stravolti: <<Il nostro obiettivo irrinunciabile è che nessun impianto europeo chiuda. Per impedirlo siamo pronti a lottare ad oltranza, così come siamo pronti a riprendere i turni già da domani mattina, se ci forniranno delle garanzie. Martedì sono previste manifestazioni di solidarietà in tutti gli altri stabilimenti GM in Europa, vicini a Russelheim e Bochum nella preoccupazione>> ci dice Hemmerling, capo del consiglio di fabbrica e coordinatore dei consigli di fabbrica GM in europa. Fino ad adesso l’unica offerta che è pervenuta ai capi sindacali è la garanzia di due anni di stipendio.
Sorprendente la solidarietà della gente della città ma anche dei borghi circostanti: costante il rifornimento di panini, dolci, acqua e bevande calde per gli scioperanti più assiderati che intirizziti: al di là dell’umana comprensione e dell’affetto, qui la preoccupazione è di tutti. In Germania, statistiche alla mano, circa un lavoratore su sette è impiegato, direttamente o nell’indotto, nel settore auto. Ma questa cifra è niente se paragonata ai numeri di queste zone, in cui si parla addirittura di tre lavoratori su quattro. Se ne discute nei negozi e nei bar; tutti dicono che se la OPEL chiude, è la fine per tutta la città, non solo per gli operai. E se a Russelheim, data la vicinanza con l’aeroporto di Francoforte, c’è qualche speranza in più, a Bochum gli abitanti non nutrono grandi aspettative: <<Mio padre e mio fratello sono entrambi operai OPEL, quindi la OPEL è parte della famiglia, oramai>> ci dice la commessa di un negozio. Qui gran parte delle altre aziende si regge, direttamente o indirettamente, sulla OPEL.
Lo shock è dunque triplice: la drammatica vicenda delle famiglie che rischiano di perdere la loro fonte di reddito; la crisi di un gigante industriale a scala mondiale; le difficoltà di un paese come la Germania, motore industriale europeo, che ha tradizionalmente avuto nell’auto uno dei suoi settori trainanti. A guardar bene però la crisi di GM Europa non sembra frutto del caso: cinque avvicendamenti al vertice in sei anni; un ritardo notevole negli investimenti in settori trainanti come il diesel o in segmenti dal trend commerciale particolarmente positivo; previsioni largamente ottimistiche e sbagliate: nel complesso una strategia industriale molto discutibile. Non nega gli errori fatti Carl Peter Forster, il vice di GM Europa, ma insiste sulla necessità di guardare avanti e di cercare una soluzione comune. Sulla base delle necessità aziendali.
Più complessa l’analisi sulla questione tedesca: sebbene fonti governative si affrettino a negare che la Germania sia in crisi nel settore auto, citando il caso di varie altre aziende floride (come Mercedes, BMW, Audi), il caso OPEL pone delle domande sul futuro di questo paese e dell’Europa intera. Con l’entrata dei Dieci la Germania assume sempre di più, anche geograficamente, una posizione centrale nello scenario europeo; contemporaneamente però l’allargamento dell’Unione aumenta la concorrenza, favorendo i paesi dove la manodopera è a basso costo e dove le norme a tutela dei lavoratori sono meno sviluppate (e rispetto alla Germania non sono solo i paesi dell’ex blocco sovietico, ma anche Svezia e Spagna). Il mercato è talvolta, in altre parole, più forte della politica.
D’altro canto la dura opposizione di Schroder alla guerra irachena, gli ha alienato le simpatie dell’amministrazione americana, decisa già da tempo a spostare le basi militari americane dal suolo tedesco in paesi dell’Europa orientale, in posizione oggi più strategica. Gelosa del suo patrimonio a livello di stato sociale, la Germania rischia però di trovarsi presa tra due fuochi: da un lato i paesi est-europei, lanciati economicamente dai costi più bassi e alleati militarmente con gli Stati Uniti, dall’altro le grandi multinazionali d’oltreoceano, decise a mantenere alti i loro profitti e consapevoli della protezione di cui godono nella classe dirigente americana. La risposta non può essere che una solida, chiara e decisa politica europea: in questo senso proprio non si capisce l’insistenza dell’attuale governo tedesco nel tentare di strappare un seggio tedesco nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a scapito naturalmente di un seggio europeo.

                                                                                                                      TOBIA ZEVI    

NORVEGIA, LE PAGINE CORRONO SULL’ACQUA

Da “Avvenimenti” agosto 2004

“Ricordatevi di coprirvi bene, che lassù sentirete freddo”, ci ammonisce il portiere d’albergo mentre aspettiamo il taxi che ci condurrà all’imbarco. E’italiano d’origine, ma i suoi si sono trasferiti in Norvegia quando lui era ancora piccolo, ed i suoi ricordi dell’Italia sono certamente antichi, probabilmente anche un po’ confusi. Se il suo aspetto tradisce inequivocabilmente la sua origine latina, il suo comportamento denota chiaramente uno spiccato orgoglio per quelli che sono i costumi e i vanti del suo popolo d’adozione. E’una caratteristica che mi è sembrato di riscontrare in tutti gli immigrati che ho incontrato in Norvegia: pochi numericamente, sono tutti estremamente legati alla loro nuova patria, e sembrano voler mostrare ai norvegesi di essere più nordici di loro proprio nella resistenza al freddo e alle intemperie, ovvero dove la “nordicità” appare immediatamente.
Il taxi ci porta al molo 2 di Bergen, conosciuto peraltro da tutti gli abitanti della cittadina, dove ci imbarcheremo sulla Kong Harald II, gloriosa nave della flotta di sua maestà; trasformata in nave da crociera per turisti stranieri (tedeschi, francesi e olandesi su tutti), mantiene la sua primaria funzione di nave postale, e con essa la rotta piena di soste in porti cui fanno capo altrettante cittadine cui porteremo posta e materiali vari che giacciono nella stiva e che a noi turisti sono il più possibile, anche se non in maniera ossessiva, occultati.
La reception è al terzo piano della nave, ma è in realtà a circa quattro metri dal livello del molo, sopra ci sono altri quattro piani: in tutto la nave è dunque a sette ponti, più il ponte scoperto superiore. Sbrigate le prime formalità ognuno si alloggia nella propria cabina (la nostra è al secondo piano, ovvero al piano più basso destinato ai passeggeri) e poi va a prenotare il tavolo nella sala da pranzo dove mangerà per il resto della crociera. Scegliamo il nostro tavolo rotondo proprio al centro del salone e ci diamo all’esplorazione della nave: i posti salienti sono il terzo ponte con la reception, che sarà il nostro uscio verso il mondo esterno per tutto il tempo che saremo sulla nave; il quarto con i suoi spazi comuni (sala da pranzo, caffetteria, sala da thè e sala Tv) e il settimo con i suoi due saloni panoramici, quello a prua per i non fumatori e quella a poppa per i fumatori. Gli altri ponti sono interamente occupati da cabine; gli accessi ai ponti esterni sono dal quinto piano in su, fino al ponte superiore, cui si accede dal settimo ma a cui si arriva salendo delle scalette in ferro che corrono lungo la ciminiera abbastanza silenziosa.
La prima cosa che si fa è mangiare, e mangiare è la principale occupazione della giornata del crocerista. Ci sediamo a tavola che sono oramai le nove, e all’esterno la luce è quella di un mezzo pomeriggio estivo. Il sole è ancora altissimo nel cielo e le sue venature dorate sul mare annunciano che il tramonto è ancora lontano. Il salmone affumicato e marinato, le aringhe e i pesci di acqua fredda crudi e cotti, che nel corso della vacanza ci verranno più che a noia, ci colgono invece affamati nella prima sera piena di aspettative e di entusiasmo. Mangiamo di gusto mentre fuori la sagoma di Bergen, che si trova in uno dei fiordi più profondi della Norvegia, si fa sempre meno chiara: la natura rigogliosa, ancora assolutamente boschiva e lussureggiante nelle sue tonalità scure e nei suoi paesaggi protetti da vincoli ambientali, prende il sopravvento. In realtà lungo tutta la costa la compenetrazione tra natura e abitato umano è continua e sempre volta, attraverso studi sulla preservazione del territorio, a non danneggiare gli stupendi panorami con le abitazione che si inerpicano dal mare.
Dopo mangiato le possibilità non sono moltissime: la sala tv, normalmente poco affollata visto lo scarso appeal delle incomprensibili trasmissioni norvegesi, è invece quest’anno particolarmente affollata per le partite trasmesse dal lontano (lontanissimo dal punto di vista climatico) Portogallo; poi ci sono le varie sale panoramiche: quelle al quarto piano, meno attraente, è anche meno affollata, mentre le due al settimo piano sono abbastanza piene, perché in questa prima sera sono tutti curiosi e interessati al panorama ancora sconosciuto.
Prendiamo qualche poltrona e ci sediamo anche noi a prua: le vetrate circondano la sala a trecentosessanta gradi e l’ambiente è tutto inondato dal sole che nel frattempo, pur avendo mutato la sua posizione, è però ancora alto nel cielo. Tutti cominciano ad essere pervasi dal ritmo lento della nave, uno scorrere del tempo assolutamente diverso da quello che si respira a terra: un punto all’orizzonte, prima lontano, comincia ad avvicinarsi lentamente e sempre alla stessa velocità si staglia sempre più nitido, consentendo allo spettatore un punto di vista sempre più definito e particolareggiato, che non può essere in alcun modo accelerato o selezionato dalle esigenze che il ritmo della vita terrestre impone sulla terraferma. Proprio in questo la sua bellezza e la sua armonia indolente.
Man mano che il tempo passa la gente comincia a tirar fuori i libri che nel corso del viaggio diventeranno compagni sempre più fidati e fedeli, mentre i più intraprendenti tirano fuori carte e soprattutto scacchiere, strumenti di gioco più adatti alla lentezza del mare e dei fiordi.
Verso le due di notte, dopo una chiacchierata al quarto piano, risalgo al settimo per dare un’occhiata in giro: le due sale sono decisamente meno affollate, ma qualcuno c’è ancora. A prua inguaribili romantici apprezzatori del paesaggio probabilmente con problemi di sonno; a poppa, nella sala fumatori, già agisce un più forte collante: le persone, per lo più nordici, sono in gran parte brilli o ubriachi (il bar del resto è solo a poppa), e tra una “bionda” e l’altra scrosciano fragorose risate e sorde pacche sulle spalle. Devo dire che per quello che ho visto sulla nave i fumatori sembrano decisamente sapersi godere la vita di più. Vado a dormire.
Il secondo giorno si passa oltre capo Ovest, e da qui possiamo pensare che non ci sono ostacoli fra noi e la costa settentrionale dell’America: di per sé la cosa non mi emoziona più di tanto, ma si riscontra per la rinnovata e assolutamente diversa consistenza delle onde marine, che non sono più moderate dalla protezione dei fiordi. Sarà questa una costante di tutto il viaggio: quando ci troveremo in mare aperto lo si potrà sempre capire dallo stomaco e dai giramenti di testa (in particolare il momento più drammatico sarà durante la partita Italia-Danimarca, con noi tifosi che sembravamo un vero e proprio lazzeretto).
Oltrepassata la punta di capo Ovest ci immergiamo nel fiordo di Geiranger, il secondo più grande di tutta la Norvegia, che affonda per quasi duecento chilometri in terra norvegese. Vale la pena ricordare che i fiordi furono prodotti dal ritrarsi di immensi ghiacciai prima a picco sul mare che avevano prodotto nel frattempo profondi solchi vallivi nella terra. Ritirandosi i ghiacciai lasciarono in mare detriti pietrosi che ancora oggi costituiscono una barriera protettiva per quel braccio di terra detto fiordo, impedendone la glaciazione e favorendo l’insediamento umano e la coltivazione sulle parete montane che vi si affacciano.
A navigarci in mezzo tuttavia il fiordo non appare così chiaramente definito come la cartina potrebbe far pensare: il continuo susseguirsi di isole, isolotti e promontori rende il panorama così frastagliato e confuso da far facilmente perdere l’orientamento a chi non è esperto della zona o a chi non è in possesso di una bussola.
Le testimonianze della presenza umana sono altrettanto frastagliate e continue: se escludiamo le città (paesoni in realtà) principali la maggior parte dei norvegesi, almeno lungo tutto il tratto costiero, vive in agglomerati di qualche casa, spesso raggiungibili per mare e per terra, ma talvolta raggiungibili solo dal mare; l’isolamento è dunque pressoché totale, interrotto solamente dalle navi e imbarcazioni che garantiscono rifornimenti e che vengono dunque attese con ansia, come il nostro postale (che tuttavia attracca solo nei porti principali).
“L’Italia e la Spagna sono bellissime, ma io in quel caos non saprei proprio viverci” mi confessa candidamente Hanne, una studentessa di psicologia che per pagarsi gli studi fa la cameriera sulle navi da crociera norvegesi. Questa solitudine che a noi parrebbe assolutamente intollerabile, specialmente pensando ai mesi invernali, quando alle tante ore di luce estive si sostituisce un buio quasi ininterrotto, sono viste dai locali come qualcosa di assolutamente normale ed insostituibile.
“Ma che fate qui tutto il tempo?” Mi scappa di chiederle. “Soprattutto leggiamo…”. E mi spiega che qui la lettura è una cosa seria: alle normali biblioteche di ogni paese ( qui paese si intendono anche 6 case) si aggiunge la biblioteca nazionale itinerante, che spostandosi continuamente a  bordo di imbarcazioni garantisce il continuo approvvigionamento di cultura a questo popolo così assetato di letture e di svago, oltre che forse, specie nei mesi invernali, di immaginazione.
La terza mattina si sbarca per qualche ora a Trondheim, la più antica capitale norvegese e celebre per il duomo gotico di Nidaros, oltre che per il museo delle musica. La città, di circa duecento mila abitanti, è effettivamente molto carina, e ci accoglie con un bel sole estivo (si fa per dire!), che a tratti ci fa aprire le giacche a vento e indossare gli occhiali da sole: le costruzioni basse e colorate si affacciano sui corsi d’acqua e le arterie commerciali comunque molto tranquille, e i bistrot molto curati sono frequentati da studenti universitari e uomini d’affari, che per godere di qualche raggio di sole in questa bella giornata si siedono ai tavolini all’esterno, naturalmente provvisti di coperta di lana per le gambe che i camerieri si affrettano a portare insieme al menù.
Passeggiamo per un paio d’ore, prendiamo un carissimo caffè in un locale molto carino e poi di corsa, in mezzo ad un vento che ci rallenta il cammino, raggiungiamo con qualche difficoltà il molo giusto – “…non quello abituale..”, ci spiegano – uno più protetto dal forte vento che complica l’attracco.
La notte seguente si decide di non dormire per attendere la linea del circolo polare artico, che dovremmo oltrepassare all’alba: da vedere c’è ben poco, dal momento che la linea del tutto immaginaria serve solo a segnalare la zona influenzata da una serie di fenomeni naturali (sole di mezzanotte l’estate, aurora boreale d’inverno). Noto invece che l’umanità che popola il salone è molto cambiata dalla prima notte: ai turisti ormai insonnoliti dalla crociera e dai continui lautissimi pasti si sostituiscono i norvegesi che si servono del postale come di un vero e proprio mezzo di trasporto, salendo in un porto e sbarcando qualche fermata dopo. Di età mediamente più giovane, si distinguono per il bagaglio più leggero, preferibilmente convogliato in zainoni, le grandi quantità di birra consumate e per la sistemazione alla buona non nelle cabine ma sulle poltrone delle sale comuni. Le chiacchere e l’odore del tabacco misto a quello del luppolo non disturbano per niente mentre si osserva il panorama oramai sempre illuminato dal sole di mezza notte. In pratica dal primo giugno al dodici luglio non vi saranno momenti di buio a nord di questo punto che stiamo sorpassando, e se si è fortunati si possono ammirare in rapida successione tramonto ed alba sul mare senza muoversi dalla sedia  e senza aver finito lo stesso bicchiere.
Il giorno successivo il programma prevede la visita allo Svartisen, il secondo ghiacciaio più grande della Norvegia, cui si giunge a bordo di un’imbarcazione più piccola che meglio s’incunea attraverso le strette gole dei fiordi. Il tempo purtroppo non è troppo benevolo, e una leggera pioggia ci accompagnerà per tutta la durata dell’escursione. Dopo la visita alle pendici del ghiacciaio si prosegue in pullman lungo  strade strettissime che ci condurranno a Bodæ. Tutta la carreggiata è continuamente allagata da cascate naturali che terminano la loro corsa sull’asfalto della strada, provocate dalla pioggia e dallo sciogliersi dei ghiacciai: lo spettacolo è comunque impressionante.
Dopo tre ore di viaggio, con due soste e un’infinità di ponti attraversati e tunnel mozzafiato percorsi giungiamo a Bodæ, una città di circa quaranta mila abitanti che non abbiamo il tempo per visitare a piedi ma di cui ci fanno ammirare le moderne strutture universitarie e l’efficienza dei servizi sociali, vero vanto di tutte le guide norvegesi che incontriamo. E’questa per me fonte di vera sorpresa, perché, pur conoscendo la proverbiale qualità dei servizi pubblici dei paesi del nord, non immaginavo che questi potessero creare un così forte senso d’identificazione con lo stato anche in ragazzi di età così giovane e per cui queste comodità dovrebbero apparire assolutamente normali.
Tornato sulla nave mi addormento come un sasso per svegliarmi solo quando raggiungiamo le isole Lovoten, dove peraltro la soste è assai breve, caratterizzate dalle forme particolarmente definite e spigolose e dalle capanne in legno su palafitte dei pescatori, oggi affittate anche dai turisti, ovviamente nel periodo estivo.
La serata è una delle più belle: il cielo è limpido mentre avviciniamo il fiordo detto dei “Troll” (folletti locali), e il panorama è davvero incantevole, oltre al fatto che questa sera finalmente potremo ammirare il completo sole di mezza notte: con un po’ di pazienza, pur essendo il disco solare coperto all’orizzonte dalle montagne, riesco affettivamente a scorgere le luci dell’alba che lentamente, ma senza alcuna soluzione di continuità, si sostituiscono a quelle più calde del tramonto.
Proseguendo verso nord due sono le tappe importanti che ci rimangono: Tromsæ, la “Parigi del nord”, e Capo Nord, il punto più a nord d’Europa. L’ultimo tratto della crociera ci condurrà invece a Kirkenes, al confine con la Russia, da cui un aereo ci riporterà ad Oslo. Questo confine, oggi abbastanza privo di interesse, era invece un tempo, per chi ci è stato, un posto davvero unico: un confine netto e ravvicinato tra due emisferi socio-politico-culturali completamente diversi, che proprio dalla loro vicinanza traevano la forza per guardarsi con diffidenza ancora maggiorata.
A Tromso ci accoglie un clima da lupi che di fatto ci impedisce di goderci fino in fondo la cittadina cui fa capo tutta la regione delle Norvegia settentrionale. Da vedere il museo del Polo, la funivia che porta in quota (ma che visto il tempo preferiamo trascurare) e la chiesa ecumenica che con la sua forma triangolare campeggia alta dall’altra parte del fiordo, oltre agli enormi stabilimenti per la produzione della birra norvegese, che invadono con i loro odori l’intera città.
L’ultimo giorno sulla nave di solito trova i passeggeri un po’ stanchi, come mi testimonia anche Nina, una ragazza norvegese sposatasi con un russo e solita compiere questo percorso con una certa regolarità. Con lei c’è sua figlia, avrà cinque anni e quindici in meno di sua madre: è molto carina, ma il confronto tra un’apprensiva coppia di coniugi italiani e il tranquillo distacco di sua madre sembra dar ragione del suo sguardo un po’triste.
La penultima mattina si parte in pullman per capo Nord: l’ultima gita sarà, con mia grande sorpresa, la più bella. Un paesaggio ormai completamente lunare ha sostituito a questa latitudine qualsiasi tipo di vegetazione, e neanche la corrente del golfo, qui considerata una vera e propria alma mater, può far ormai germogliare nulla con il freddo che avvolge queste terre d’inverno. Enorme è la distanza dal punto di vista della vegetazione da quello che si vedeva a Bergen: durante l’intero percorso della nave abbiamo potuto ammirare i cambiamenti della vegetazione dovuti all’irrigidirsi del clima, con una natura sempre più rada e bassa andando verso nord.
 I panorami dell’isola di Capo Nord sono mozzafiato, con strapiombi sul mare da un lato e un continuo inseguirsi di laghetti di diverse forme e dimensioni dall’altro, quello del paesaggio lunare; gli spazi riservati ai turisti sono invece decisamente poco interessanti, se si eccettua un filmato penta-schermo di un giovane regista italo-norvegese che avevamo già avuto modo di apprezzare a Tromso.
La mattina seguente giungiamo invece al termine del nostro viaggio, che si è snodato in sei giorni per oltre duemila chilometri lungo tutta la lunghissima e frastagliata costa norvegese; incuneandoci continuamente nelle sue profondità abbiamo potuto conoscere i segreti di questa terra così meravigliosa eppure così discreta, e abbiamo potuto solo intuire, nonostante i parecchi giorni che ci hanno visto vicini, il carattere di questa gente così fiera delle proprie tradizioni e del proprio modo di vivere; partiti da Bergen, al sud , siamo ormai arrivati a Kirkenes, al confine russo, avendo oltrepassato il punto più a nord d’Europa.

TORNA LA DDR, IN AUTO

Da “Avvenimenti” dicembre 2004

Rumorose, scomode, scassate. Eppure tanto trendy. Sono auto e motorini che col loro fascino un po’ anziano mandano in delirio giovani e meno giovani.
Un gruppo di parlamentari bipartisan ha recentemente proposto di far transitare la vecchia 500 nei centri storici, nonostante contravvenga alle norme europee sull’inquinamento. L’idea è stata però accantonata per la ferma opposizione degli ambientalisti.
Ma perché questa fissazione per la vecchia piccola Fiat? Evidentemente alcune automobili sono rimaste nel cuore fino a diventare “simboli”: la 500, il Maggiolone, la vecchia Mini, tanto per fare degli esempi. Chi le ha amate non è disposto a riconoscere ai nuovi modelli la stessa dignità.
E così è anche in Germania, dove le rumorose macchinette Trabant e le sgangherate motorette Simson, prodotte nella ex Repubblica democratica, sono oggi considerate oggetti cult.
La Trabant  (ribattezzata Trabi) è quasi l’emblema della DDR: mezzo di trasporto per milioni di tedeschi (che all’Est avevano difficoltà persino a procurarsi la russa LADA), prodotta in molti modelli, ha un po’ dell’utilitaria anni ’60 e un po’ della 313 di Paperino. La sua meccanica è semplicissima: niente valvole, coppa o pompa dell’olio, pompa dell’acqua o radiatore, niente cinghia o catena di distribuzione. Nel complesso un piccolo gioiello della tecnica, capace di raggiungere i quasi 100 chilometri orari grazie alla carrozzeria in Duroplast. Nel 1989 fu l’immagine della caduta del muro: migliaia di queste buffe vetturette attraversarono un confine ritenuto invalicabile, riunendo milioni di famiglie. Non potendo resistere però al dilagare di vetture occidentali, la produzione fu interrotta nel 1991.
Trabant in tedesco vuol dire “satellite”, ma in ungherese “compagno” o “servo”. E tale fu la Trabi: un po’ compagna e un po’ serva, come tanti cittadini della ex Germania orientale.
Analoga la vicenda delle motorette Simson, e in particolare del fortunato modello “Schwalbe”, che in tedesco significa “rondine”. Tra il 1964 e il 1985 nello stabilimento Simson in Turingia ne fu prodotto più di un milione di esemplari. Dotate di un motore bicilindrico a due tempi di piccola cilindrata, le KR-50 (questo il nome ufficiale) sono oggi diventate il mezzo di trasporto più ambito dagli studenti, attratti dal fascino old style e dal consumo bassissimo. “Oggi fa tendenza possedere questa motocicletta – commenta meravigliato Dietmar Uhlig, Direttore del Museo dei mezzi di trasporto di Suhl -, e pensare che prima non era che un mezzo di lavoro, un modello tra tanti! ”. Mezzo di lavoro o oggetto di tendenza, comunque questo motorino è un concentrato di storia tedesca: la fabbrica Simson era infatti di proprietà di un’omonima famiglia ebraica, costretta ad emigrare dal nazismo. Trasformata durante la seconda guerra mondiale  in impianto bellico, fu restituita alle sue funzioni nel dopoguerra e chiusa definitivamente poco dopo la riunificazione.
Oggi i proprietari di questi due “gioielli” oggi fanno a gara a personalizzarli: colorare la carrozzeria o sostituire la tappezzeria, come minimo, ma c’è anche chi applica adesivi sgargianti e chi guarnisce con i materiali più disparati. Tutti si iscrivono ai club, per essere aggiornati sui raduni e su tutte le manifestazioni itineranti. Ma soprattutto per farsi vedere in giro, e per stupire.
Tutto questo è moda, ma a Lipsia, all’ingresso del Museo della Stasi, il famigerato servizio segreto della DDR, un cartello appeso sopra un cumulo di chincaglieria socialista oggi considerata vintage  ci ricorda: “quello che ora è solo curiosità, fu anche una tremenda dittatura”.

                                            TOBIA ZEVI

IL MURO DEL SILENZIO DEGLI EBREI DI DRESDA

Da “Avvenimenti” dicembre 2004

E’ il signor Heinz Joachim Aris a spiegarmi l’incredibile vicenda di un pugno di Ebrei di Dresda miracolosamente sopravvissuti alla Shoà.
Aris è oggi tesoriere della Comunità e memoria vivente della vicenda, breve e pur densissima, di questa parte di mondo: “25 Ebrei erano rimasti a Dresda nel ’45; eravamo stati tutelati fino a quel momento perché componenti di famiglie miste. Mia madre era ariana, e aveva sposato mio padre nel ’33: da quell’unione eravamo nati io e mia sorella”. Sebbene costretti dalle più insopportabili limitazioni, esposti quotidianamente alle persecuzioni e alle tremende frustrazioni che causava la stella gialla sul cappotto, questi pochi fantasmi avevano potuto continuare a vivere in case “ebree” appositamente sigillate.
Ma non sarebbe andata avanti così: <<Arrivò a tutti una comunicazione, con l’ordine di presentarsi alla stazione centrale il giorno 14 febbraio, di portare con sé solo pochi oggetti personali>>. Il momento era giunto, non c’era più salvezza. Il nazionalsocialismo aveva permeato la società tedesca così in profondità da rendere inconcepibile qualunque forma di umana solidarietà verso le vittime.
E allora? Come  è possibile trovarsi oggi di fronte questo signore attempato ma così attivo?
Grazie appunto ad un terribile Deus ex machina della storia: il giorno prima del raduno davanti ai treni della morte, il 13 febbraio del 1945, la città di Dresda venne rasa al suolo (circa il 60% degli edifici distrutti) dalle bombe sganciate dagli americani, in uno degli episodi più tremendi dell’intera sanguinosissima seconda Guerra mondiale. Sebbene il giudizio morale su questo episodio sia stato ormai ampiamente espresso, questo eccidio, paradossalmente, a qualcosa servì: una delle bombe atterrò esattamente sull’ufficio del terribile Schmidt, alto ufficiale delle SS e comandante in capo della Gestapo di Dresda (rintracciato molto dopo e condannato all’ergastolo alla fine degli anni ’80). In un attimo solo furono eliminati tutti i documenti e disintegrate tutte le liste.
Nel caos successivo, con la città e la macchina nazista completamente in ginocchio, gli Ebrei rimasti riuscirono a mimetizzarsi, procurandosi documenti falsi. <<Sembra incredibile, eppure fu proprio così>> esclama Aris che, a distanza di 60 anni, sembra ancora non crederci.
<<Alla fine della guerra noi pochi sopravvissuti ci raggruppammo>> ci racconta ancora, <<in tutto eravamo circa 170: sopravvissuti dai campi, profughi da paesi est-europei, alcuni come me originari di Dresda. Eravamo pochi ma c’era una grande fraternità e voglia di ricominciare a vivere. Era  bello, anche se molti avevano deciso di emigrare in Israele, in America o all’Ovest. Per me poi ci fu un altro evento fondamentale: a 11 anni ho potuto per la prima volta andare a scuola!>>. In effetti il piccolo Heinz Aris come fosse fatto un  banco fino a quel momento aveva potuto solo immaginarlo: la scuola ebraica era stata chiusa nel 1940, quando lui aveva solo 6 anni, e le classi miste erano state rigorosamente vietate dal regime.
Dai circa 6000 Ebrei che la Comunità aveva prima della guerra, ecco che la città di Dresda si ritrovò con circa 170 Ebrei, pochi ma assai attivi. Tutelati dalla Germania socialista e  sempre più anziani, sopravvissero mantenendo sempre attiva questa istituzione: quando crollò il muro di Berlino, nel 1989, la comunità ebraica di Dresda, Comunità principale della DDR, contava 61 iscritti, la gran parte di età avanzata. Una comunità destinata a scomparire.
Eppure oggi, entrando nella nuovissima sinagoga,  riedificata nel 2001 dove era stata bruciata quella del 1838, o nell’altrettanto nuovo Centro della Comunità, non si ha affatto l’impressione di una Comunità in via d’estinzione.
Il perché ce lo dice la professoressa Eva Rietze di Amburgo, convertitasi all’Ebraismo da qualche anno: “In poco più di un decennio il numero degli iscritti si è quasi decuplicato (oggi sono 596) grazie agli immigrati dai paesi dell’ex blocco sovietico sbriciolatosi nel 1991”.
Ma come è possibile una così massiccia immigrazione in così poco tempo? <<Una legge promulgata nel 1990 dalla Germania appena riunificata consente a tutti gli Ebrei residenti in paesi ex-sovietici di emigrare in Germania, fino ad un massimo di 3000 l’anno, godendo di uno speciale statuto giuridico>> ci spiega la professoressa Nora Goldenbogen, Presidente della Comunità.
Pure essendo chiaro l’alto valore morale e il significato riparatorio di questa legge, va aggiunto che gli Ebrei sovietici non sono l’unica minoranza russofona privilegiata in Germania. Ad essi si aggiungono i cittadini dell’Est che, pur non essendo tedeschi, sono però coniugi o figli di tedeschi; e ancora i cosiddetti tedeschi-russi: i discendenti cioè di tedeschi emigrati nei vari paesi appartenenti all’Impero zarista spesso attratti dall’abbondanza di terra. Oggi hanno diritto di tornare: sono russi, parlano russo, e hanno quasi tutti cognomi tedeschi: l’osmosi stupefacente e continua che ha permeato queste terre di confine tra Est e Ovest nel corso della storia.
 <<É chiaro che unire così velocemente due gruppi così disomogenei dal punto di vista religioso e culturale non può essere facile>> racconta la signora Tanaeva, di S. Pietroburgo, oggi nel consiglio della Comunità e responsabile degli Affari Sociali <<in Russia durante il comunismo non era permesso andare in sinagoga e questo spiega perché le tradizioni ebraiche sono in gran parte perdute nei nuovi immigrati, mentre sono ancora ben vive nella comunità tedesca. Io stessa sono emigrata per l’antisemitismo imperante nel mondo slavo e per la paura di avere un figlio soldato ebreo in Cecenia.
Ma sebbene le differenze siano tante, e non manchino i motivi di contrasto, è chiaro a tutti che nessuno potrebbe esistere senza l’altro>>. Perché? <<Senza i nuovi immigrati la comunità di Dresda sarebbe ormai prossima alla scomparsa, e per i nuovi arrivati l’inserimento nella nuova società sarebbe impossibile senza l’aiuto dei correligionari tedeschi: da fare c’è tantissimo. Bisogna aiutare gli anziani a prendere appuntamento col medico e i giovani ad avere il permesso di lavoro, tradurre i formulari e spiegare i vari passaggi burocratici. Si devono organizzare corsi di lingua intensivi per chi apprende velocemente e corsi invece più blandi per chi, come gli anziani, ha più difficoltà ad imparare >>.L’età media è piuttosto alta: qui all’Est si rimane per ricevere l’aiuto economico statale, mentre i più giovani vanno spesso all’Ovest, nelle terre più ricche di lavoro. <<Fino a 45 anni c’è qualche speranza di trovare un posto, e la Comunità Europea finanzia corsi di lingua, passata quell’età, diventa tutto più difficile. Chi è più anziano, pur passando spesso qualche ora come volontario in Comunità, è spesso affetto da problemi di depressione. Per fortuna da quest’anno abbiamo una psicologa di S. Pietroburgo a darci una mano>>. Non sempre sicuro, il tedesco della Tanaeva diventa fluentissimo quando deve orientarsi nell’intricatissima nomenclatura della burocrazia tedesca.
“Ognuno ha il suo piccolo grande compito, e si sente un anello di una catena”, afferma orgoglioso Steffan Hietzig, altro perno fondamentale della Comunità.
Sebbene oggi i “russi” costituiscano il 90% degli iscritti a questa comunità, nelle elezioni svoltesi nel 2002 i seggi nel Consiglio della Comunità si sono divisi abbastanza equamente tra tedeschi e non. <<In fondo non ce lo aspettavamo neanche noi>> commenta la Rietze, <<evidentemente tutti sentono che la convivenza è un valore importante>>.
Certo impressiona questa massiccia immigrazione ebraica verso la Sassonia, dove nelle recenti consultazioni regionali il partito neonazista NPD ha raggiunto quasi il 9%!
<< In molti mi hanno chiesto se dovevamo nuovamente fare le valigie>> confida Tanaeva <<ma io penso di no>>.
Chiedo se ci siano giovani in questa Comunità. <<Certo che ci sono, e molto attivi>>. A parlare è Katia, ventenne studentessa di medicina a Dresda e immigrata 7 anni fa da Kiev, anima dei giovani ebrei di Dresda <<Tutte le domeniche ci si riunisce, divisi in due fasce d’età, per svolgere diverse attività. Con i più piccoli non c’è problema: vanno a scuola tedesca e parlano perfettamente la lingua in 6 mesi. Con gli adolescenti non va sempre bene. Se anche hanno facilità ad apprendere, spesso hanno nostalgia e la mancanza della terra natale li porta ad essere svogliati. Sono consapevole dell’importanza del mio lavoro, perché spesso l’educazione ebraica dei figli è una delle principali cause d’emigrazione: anche dopo il comunismo non è facile essere Ebrei in Russia. E noi cerchiamo di lavorare su due fronti: cercando di rinvigorire le tradizioni ebraiche e l’appartenenza alla nuova terra, non dimenticando però la nostra terra d’origine>>. Una volta al mese la discoteca russa, ogni domenica la proiezione di film russi e l’ascolto di musica russa. E la lingua ufficiale qui tra i giovani è una sola: il russo.
Un rabbino proprio questi Ebrei non lo hanno, ma solo uno in coabitazione: nato a Marrakesh e cresciuto in Israele, ha compiuto i suoi Studi rabbinici a Londra. Oggi vive a Berlino e si occupa a turno delle tre Comunità sassoni: Lipsia, Chemnitz e Dresda. Inutile chiedersi quante lingue parli.
In questa Comunità dunque così unita, eppure anche così spaccata, un personaggio riesce però a ricomporre le liti e a mettere tutti d’accordo. É Claudia Ginzborg, originaria di un paese a 300 km. da Kiev, dove era contabile in una grande azienda. Arrivata in Germania e trovatasi senza lavoro, si è messa a cucinare per la comunità le ricette di sua nonna, i piatti tipici della tradizione gastronomica ashkenazita: zuppe, arrosti, pesci, torte. Ricette pesantissime ma favolose, oggi raccolte in un libro. Per venire a gustare le sue specialità nei giorni di festa o nelle occasioni pubbliche (c’è anche chi le ordina a casa) si mettono da parte dissapori e incomprensioni e,  per una sera, si scordano le difficoltà della vita.                                                                                TOBIA ZEVI