IL RISTORANTE E’ BUIO PASTO

Da “Avvenimenti” luglio 2005

Scambi di coppie, lap dance, steape tease e topless bar. Questo mi immagino di trovare quando mi invitano all’Unsicht-bar di Colonia, un ristorante dove, mi dicono, tutto avviene assolutamente al buio. Il nome stesso del locale deriva da un intraducibile gioco di parole che evoca situazioni intriganti. “Ma non è niente di simile” ci spiega Axel Rudolph, manager e fondatore, un passato da mecenate di tendenza di mostre e spettacoli dark: “La nostra filosofia è  che nel mangiare, l’occhio non debba avere troppa importanza. Nell’oscurità si potenziano gli altri quattro sensi, e l’esteriorità del piatto non ha più il ruolo che ricopre nella  nouvelle cousine”.
All’ingresso c’è ancora luce, e ci si sente un po’ rassicurati. Ci prende in consegna Tim, un cameriere non vedente, come tutti quelli che lavorano qui. Senza scorgere assolutamente nulla ci guida sicuro tra i tavoli, segnalandoci  le porte e gli impedimenti. C’è una logica che a condurre siano solo i portatori di questo handicap: qua dentro si sovvertono le certezze e, almeno per una sera, dobbiamo abbandonare i nostri ruoli ben definiti.
Ancora sulla porta dell’“Antinferno” ci fanno lasciare il cellulare, per paura che si accenda, e gli orologi luminosi, perché persino una fioca lucina potrebbe rompere l’atmosfera magica e un po’ terrifica. “E’ veramente buio” sussurro tra il perplesso e il preoccupato al mio compagno “solo ora mi rendo conto di cosa significhi non vedere assolutamente nulla”. Gli occhi vagano cercando un punto qualsiasi su cui fissarsi; dopo un po’ desistono sconfitti e si chiudono, per chi riesce a rilassarsi. “Molti si sentono immediatamente a disagio” ci racconta Tim “e decidono di andarsene all’istante”. Non so perché, ma posso capirli.
Il menù lo si sceglie all’entrata: anche i nomi dei piatti, sempre da ordinare in una certa sequenza, ricordano un po’ le cene futuriste, da cui certamente l’intera esperienza ha preso spunto. E così un “formaggio di capra su letto di pomodori al gratin” diventa una “visita volante ad una fabbrica alpina di formaggio”, con una piccola sfida ermeneutica. In compenso le ricette sono assai semplici: “L’importante è conservare il sapore originale degli ingredienti, senza speziarli troppo o mischiarli eccessivamente tra loro. A quel punto, senza poter guardare il piatto e con accostamenti banali, si può apprezzare la vera cucina” ci descrive fiero Dieter Voigt, chef del ristorante.
Alcuni cibi, come spaghetti e piselli, sono davvero impraticabili,  e anche l’utilizzo di forchetta e coltello è tutt’altro che facile. Dopo però ci si abitua, e i movimenti si sciolgono un po’ come me; per saper cosa si pesca ai lati del piatto è disposto un quadrante fluorescente sulla falsa riga della marineria: insalata ad ore 3, pasta ad ore 12.
Si riesce persino a fare quattro chiacchere con i vicini, di cui si percepisce la posizione solo dalla voce che arriva. I tavoli sono spesso apparecchiati per più persone, visto che  la particolarità dell’esperienza aiuta a socializzare, un po’ come in viaggio.
All’uscita scopriamo che Unsicht-bar si trova anche a Berlino, e ci congratuliamo per l’ottima cucina. Tutto era molto gustoso e non troppo elaborato, anche se un po’ paradossale: per evitare gli eccessi decorativi e gli accostamenti arditi della nouvelle cousine, forse non c’era bisogno di nascondere completamente quello che si sta assaggiando.

                                                TOBIA ZEVI

LA SPOSA TURCA

Da “Avvenimenti” marzo 2005

Un libro e sei ragazze ammazzate negli ultimi quattro mesi fotografano la preoccupante situazione della comunità turca in Germania.
Necla Kelek, sociologa di Amburgo, descrive ne “La sposa straniera” l’esperienza frequente di giovani donne turche importate in terra tedesca per matrimoni combinati. La ragazza viene selezionata generalmente nel nucleo familiare allargato e in un piccolo centro; deve essere appena maggiorenne e non conoscere troppo il mondo. Quando i parenti già emigrati volano in Turchia, a trattare sono solamente i genitori, che con le buone o con le cattive convincono la prescelta. Una volta arrivata in Germania la porta si chiude alle sue spalle: costretta a convivere con un marito che conosce appena, quasi sempre un lontano cugino, è sottoposta all’autorità dei suoceri con cui vive e che la hanno comprata; le è interdetto l’esterno sia per lavorare sia per stringere amicizie; non imparerà mai la lingua e non sarà mai a conoscenza dei diritti che le spettano come donna e come residente (quando i congiunti le permetteranno di completare le pratiche).
In questo quadro senza via d’uscita non le è possibile scappare in caso di sopraffazioni o violenze, come nelle vicende narrate dal libro. Raccontare l’amarezza della vita dispiacerebbe i genitori e non servirebbe a nulla: il ritorno in Turchia equivarrebbe alla morte sociale.
Una storia tra le tante: famiglia turca da vent’anni in Germania, sussidio di disoccupazione; tutti e sei vivono in due stanze, e solo la giovane coppia ha diritto alla camera matrimoniale, mentre nonni e nipoti dormono in salotto. “Tutto è cominciato quando il primogenito cominciava ad essere grande” ci spiega la madre “e abbiamo deciso di rischiare, pur non avendo soldi. Abbiamo chiesto un prestito di diecimila marchi e siamo partiti, tutti insieme, per andare a trovargli moglie in Turchia. Dopo aver visitato gran parte del parentame eravamo rassegnati a tornare senza aver risolto niente, quando abbiamo incontrato mia nuora, cugina di terzo grado”. Un gioco da ragazzi. I marchi bastano a convincere il futuro suocero, seppure questi non creda alla Germania come “Lamerica” che i  parenti descrivono.
All’altro capo del problema. Sei giovani donne turche sono state uccise negli ultimi quattro mesi, con tutta probabilità dai loro stessi familiari; la colpa è sempre quella di infangare il nome della famiglia comportandosi da tedesche (che in famiglia è sinonimo di “puttana”). Vogliono lavorare, togliersi il velo, magari anche farsi amici che non siano turchi. Questo è inaccettabile, ed un membro della famiglia viene incaricato di punire la mela marcia: generalmente il fratello minorenne, la cui pena sarà più mite, e poco importa che per i maschi la regola sia diversa. Andare con una puttana tedesca non è certamente altrettanto infamante.
Il timore è che l’universo familiare turco sia una sacca impermeabile alla legge: se tutto dipenda dalle difficili condizioni sociali o dalla cultura della comunità – con l’insopportabile pregiudizio della civiltà superiore – è oggetto di aspre polemiche, rinfocolate anche dai gruppi xenofobi.
Una misura legislativa presa in esame sarebbe quella di punire a livello legale i matrimoni combinati, ma l’idea non è di facile attuazione. Serap Cileli, dopo aver vissuto la sua tremenda esperienza di sposa coatta, aiuta oggi altre giovani donne nelle stesse condizioni, e ci ammonisce: “Che ci piaccia o no, c’è un problema turco in Germania”.

                                                TOBIA ZEVI

LA CAPANNA DELLA PACE

Da “Confronti” dicembre 2005

É rara, negli ultimi mesi, una giornata di sole intenso, senza nuvole; ma forse ancor più insolita è l’iniziativa di domenica 28 ottobre scorso, a piazza delle Cinque Scole, nel cuore del quartiere ebraico di Roma. La “Sukkat shalom” – la capanna della pace – giunta alla seconda edizione, è un evento del tutto particolare: organizzata in collaborazione dal gruppo “Martin Buber – Ebrei per la pace”, dalla rivista “Confronti” e dal gruppo giovanile sionista “Kidmah”, propone una prospettiva di speranza e di impegno nell’ambito del dialogo interreligioso e nel confronto tra le culture. Persone di varie fedi intervengono sotto alla piccola volta di frasche issata in fretta e furia in mezzo a palazzi e sampietrini, e questa volta la sfida è ancora più grande, dal momento che l’intera giornata è pensata ed articolata in una serie fitta di dibattiti, intervalli gastronomici e momenti musicali.
Un’ atmosfera gioiosa che accompagna relatori e pubblico fin dalla mattina, in maniera del tutto armonica con lo spirito ebraico della festa di Sukkot, la festa delle capanne: il Rabbino Nachmann di Breslav, nipote del Baal Shem Tov fondatore del movimento hassidico, spiegava l’obbligo per la capanna di avere almeno due lati e mezzo costruiti con la forma di un braccio piegato nell’atto di abbracciare; e del resto uno degli altri nomi della ricorrenza, della durata di otto giorni, è proprio quello di “Festa della nostra gioia”.
Il tema di quest’anno, la “precarietà”, ben si presta ad un’analisi complessa e ad una notevole quantità di argomenti; dopo i saluti iniziali, ad opera di Mostafa El Ayoubi, Victor Magiar e chi vi scrive, Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma, interviene spiegando l’intricato rapporto tra gli ebrei e gli altri popoli della Terra che questa festa simboleggia; una relazione che trova la sua compiuta rappresentazione nel numero di capri che venivano sacrificati nel corso dei sette giorni della festività, quando ancora esisteva il Santuario: i settanta animali corrispondevano ai popoli della Terra, secondo la tradizione biblica, con i quali dunque la capanna instaura ogni anno una fitta rete di corrispondenze.
Dopo la lezione del rabbino la parola passa a Vanda Piccolomini e Shulim Vogelmann, che parlano rispettivamente della precarietà nelle letterature palestinese e israeliana: esperienze diverse ma con alcuni tratti certamente comuni, decisamente militanti, che conoscono oggi una fioritura davvero sorprendente se comparata alle due popolazioni. Momento dotto e di piacevole apprendimento per un tema che forse, soprattutto nel caso della letteratura palestinese, non è ancora noto al grande pubblico, ormai uso a maneggiare con frequenza i testi dei grandi scrittori israeliani. E momento preceduto da una gustosa degustazione di frutta sotto la Sukkà, disabitata momentaneamente dai suoi relatori sfrattati e invasa festosamente dagli astanti: la norma ebraica prescrive di sedere e mangiare nella capanna con piacere, quanto più tempo possibile nel corso degli otto giorni, ma con gioia. Come in questa domenica.
La pausa pranzo permette di farsi un giro per i molteplici ristoranti, paninerie e bistrot kasher che nel corso degli ultimi anni sono fioriti nel vecchio ghetto, in passato mai così vitale dal punto di vista ebraico, e frequentato dal 2003 dai bambini delle scuole ebraiche, prima site sull’altra sponda del fiume.
Il pomeriggio comincia con una tavola rotonda sul tema del giorno in vari ambiti, moderata da Clotilde Pontecorvo: Giada Valdannini, studiosa dei Rom, riferisce dell’instabilità assoluta che caratterizza la storia di questo popolo, e indaga le cause di questa diaspora prolungata nel corso dei secoli; Daniele Garrone, Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma, recita invece un “elogio della precarietà”, messa oggi in crisi dalla certezza granitica che si attribuisce alla divinità e che si riflette anche in come l’uomo pensa se stesso; da ultimo Nando Liuzzi, esperto di questioni sindacali, descrive la situazione attuale del mondo del lavoro, la mancanza di sicurezza che nasce dalla fine del concetto di “busta paga”, vera e propria garanzia sociale nei decenni del dopoguerra.
Saltato per una forzata assenza dell’artista il concerto di Evelina Meghnagi, la giornata si conclude con il concerto dei Taraf de Transilvania, gruppo di musica romanì, che allieta questo imbrunire autunnale con suoni sconosciuti, nei quali molti ascoltatori, contagiati dal clima di contaminazione culturale, ravvisano analogie con la musica Klezmer.
Proprio il programma di questa iniziativa consente di tracciare due costruttive ipotesi di lavoro per il futuro: da un lato come proseguire nel dialogo interreligioso, dall’altro come giungere, o almeno come avvicinarsi, nelle varie parti del mondo, alla pace. In primo luogo è da encomiare che dopo molti anni il confronto sia ravvivato attivamente da gruppi di giovani, impegnati politicamente e socialmente, e riesca finalmente a divenire patrimonio non solo di eccellenti cenacoli intellettuali, ma di piazze riempite; in secondo luogo quest’iniziativa mostra una delle strade che il dialogo tra fedi diverse deve percorrere: quella che conduce ad una saldatura tra tematiche propriamente religiose e questioni politiche e della società civile. Solo in questo modo la sensibilità confessionale potrà costituire un apporto efficace nella costruzione di un mondo migliore, con più pace.  Una prospettiva dunque difficile, ma che non possiamo non seguire. Con impegno. Precariamente.

                                            TOBIA ZEVI

SE OGNUNO ASCOLTASSE LE RAGIONI DELL’ALTRO

Da “la Repubblica” 24 maggio 2005

Caro Augias,

in un recente articolo su questo giornale, Francis Fukuyama rileggeva Weber alla luce degli sviluppi della nostra società: la religione, destinata, secondo il celebre sociologo tedesco, ad implodere su se stessa dopo aver favorito l’ascesa del capitalismo, conosce oggi secondo Fukuyama una nuova stagione di vitalità; l’elezione di Bush sulla base di una campagna elettorale imperniata sui valori religiosi; l’ingerenza delle istituzioni religiose nelle politiche nazionali; il terrorismo internazionale di matrice islamica.
Limitandoci all’Italia, ci troviamo di fronte all’acceso contrasto tra laici e cattolici; una separazione tra stato e chiesa spesso dimenticata, secondo i fautori del “sì”; dal canto loro i sostenitori del “no” ritengono doveroso combattere ciò che considerano un dilagante relativismo.
Come proporre una prospettiva di maggiore tolleranza, senza cancellare differenze e contrasti? Forse attraverso ciò che definirei “relativismo positivo”. Quando si discusse se lasciare o no il crocefisso nelle aule scolastiche, emersero due proposte, trasversali agli schieramenti politici: alcuni sostennero l’eliminazione di ogni richiamo religioso dai luoghi pubblici (modello francese); altri suggerirono di apporre, accanto al crocefisso, i simboli di altre religioni.
La seconda ipotesi può forse costituire una traccia preziosa per l’attuale discussione: cerchiamo di capire le ragioni dell’altro, estendiamo il dialogo; ognuno mantenga se crede la propria idea, sempre però considerandola “relativa” rispetto ad altre non meno degne di rispetto . In questa direzione va un’iniziativa dell’associazione dell’Unione dei giovani ebrei d’Italia, che martedì 24 maggio ha invitato a dibattere sulla fecondazione assistita Rav Laras (rabbino capo di Milano), Padre Bartolomeo Sorge (direttore “Aggiornamenti sociali”) e Daniele Capezzone (Segretario Radicali italiani), a Milano. E’ un modo per allargare un confronto che domani potrà coinvolgere musulmani, buddisti ed esponenti di altre fedi rappresentate nel nostro paese.

TOBIA ZEVI
Presidente Unione giovani ebrei d’Italia

Risposta di Augias:

Discutere va senz’altro bene, ma discutere come? Ci sono vari modi di discutere sul tema dell’ormai imminente referendum. A me piacerebbe che si parlasse non di “animazione”, di flusso della vita, di valori supremi, di cose ultime.
Vorrei che si parlasse in concreto della legge sulla procreazione, stringendo il fuoco su certi suoi aspetti che, in nome di supremi principi etici, fanno a pugni con l’umanità. Chi dice che non si può decidere sulla vita e sulla morte per referendum ha ragione. Ma il 12 e 13 giugno noi voteremo su alcuni specifici articoli di una legge fatta ignorando necessità elementari e vieppiù complicata da un duro intervento del cardinale Ruini che ha trasformato quel voto in una consultazione sul potere della Chiesa in Italia. Vorrei che a Milano si parlasse di che cosa significa per una donna subire una stimolazione ovarica; se siamo consapevoli dell’angoscia di una madre costretta a farsi impiantare un embrione gravemente malato con la prospettiva di dover abortire poco dopo.
Su cose come queste decideremo fra tre settimane, di questo dovrebbe parlare la tv che invece, colpevolmente, tace. Ben venga dunque la discussione organizzata dai giovani ebrei.

RELAZIONE DA PRESIDENTE AL CONGRESSO AL CONGRESSO DELL’UNIONE DEI GIOVANI EBREI D’ITALIA – Roma nove

<<Nulla si crea, nulla si distrugge>>. Con queste parole, più di duecento anni fa, il chimico Antoine Lavoisier rivoluzionava per sempre la scienza dell’epoca, grazie al principio di conservazione. E con queste stesse parole voglio cominciare oggi, nel mio piccolo, ringraziando chi mi ha preceduto: nessuna istituzione o realtà associativa, infatti, può evitare di scaturire da ciò che le sta alle spalle; e allo stesso modo l’opera di un presidente, di un consiglio o di qualunque organo non può essere giudicata adeguatamente prima che ne sia conosciuta l’eredità. Ciò che il gruppo di persone, di amici, da me presieduto ha compiuto nei pochi mesi che ha avuto a disposizione, dunque, non potrà essere considerato fino in fondo se non quando sapremo ciò che abbiamo lasciato a chi verrà dopo di noi. Oggi, o tra un anno, o quando sarà.
Prima e dopo di, dunque. Ma mi piace iniziare salutando due miei predecessori, entrambi qui oggi: Gadiel Liscia, amico fraterno e presidente nel 2004, e Michael Sorani, che si è incaricato di traghettare l’UGEI nel momento più difficile, fino al Congresso di Milano di aprile; senza pretendere poi nulla in cambio. Li ringrazio entrambi, non solo per l’impegno costante e l’assoluta abnegazione, ma anche per ciò che mi hanno insegnato: due persone disinteressate, che davvero hanno faticato, ognuno a modo suo, ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti, solo ed esclusivamente per il bene della loro comunità e per il bene dell’ebraismo giovanile italiano. Grazie.
Per quel che riguarda Michael, poi, ne ho potuto apprezzare anche l’efficienza in qualità di vicepresidente, ottimamente coadiuvato da Deborah Cesana, che parlerà dopo di me, e naturalmente da tutto il Consiglio.
E dopo questa premessa, voglio però dirVi che molto è cambiato e che, se me lo consentite, qualcosa abbiamo creato e distrutto.

Chi come me è stato ultimo nell’appello per tutta la vita, può ben decidere, al momento di ordinare l’esperienza di vari mesi, di iniziare dalla fine: cioè da tutti voi, qui oggi, e da questo congresso romano che il mio discorso sta aprendo. Una scelta, quella di Roma, sofferta, non facile; una scelta che ha trovato la benevolissima accoglienza delle istituzioni comunitarie e la partecipazione attiva di quelle politiche; sono grato al Sindaco Veltroni per il Suo importante saluto, in apertura dei lavori.
Il consiglio esecutivo 2005, che su molte questioni ha deciso all’unanimità, si è trovato spaccato, pochi mesi orsono, sulla città che avrebbe dovuto ospitare il congresso. Da un lato chi, come me, sosteneva la necessità di essere a Roma, dall’altro chi, con altrettanto buone ragioni, riteneva più importante organizzare il congresso in una piccola comunità, in una di quelle realtà che non possono giovarsi del fermento culturale costante di un centro come quello romano, il più grande d’Italia. Una scelta, dunque, difficile, presa a maggioranza in una riunione tenutasi in una Firenze caldissima, non solo per il clima. Una decisione, mi sento di affermarlo oggi con forza, di fronte a questa numerosa platea, giusta, forse inevitabile.
L’Ugei si è trovato per anni in una situazione di grande difficoltà, che si manifestava soprattutto nella scarsa partecipazione dei ragazzi delle grandi comunità, Roma e Milano. A gennaio questa era stata la ratio nell’andare in un’ altra sede contestata e discussa, quella di Milano. Un’ associazione, la nostra, che negli anni era andata rafforzandosi nelle piccole realtà, perdendo di fatto la base nei due grandi bacini dell’ebraismo italiano. Una condizione che non poteva protrarsi, che non potevamo accettare passivamente e che abbiamo deciso di affrontare nel modo più rischioso possibile, ovvero con la scelta della capitale. Col rischio di un flop, e la possibilità di un successo. A voi lascio il giudizio.
Nella città che fu, tra gli altri, di Menenio Agrippa, mi sembra di poter sfruttare, sempre con la dovuta modestia, la stessa metafora: se per il celebre patrizio romano la plebe rappresentava le braccia, mentre lo stomaco simboleggiava la classe patrizia, nel nostro caso gli stessi elementi devono rammentarci l’inscindibilità e l’assoluta interdipendenza tra le grandi città e le piccole, tra le realtà numerose e quelle meno, tra i ragazzi di Roma e Milano e quelli di Firenze, Torino, Livorno, Genova, e tutti gli altri. Nessun attività, neanche la più divertente e la più riuscita, nessun evento a cui non prendano parte i giovani delle grandi comunità, può dirsi realmente giunto al traguardo. Le braccia del nostro universo giovanile ebraico non possono fare a meno della pancia romana, oggi copiosamente rappresentata, allo stesso modo in cui il centro, geografico e numerico, non deve dimenticarsi delle sue braccia nelle varie città; dal mio punto di vista, ritengo alla stessa maniera che ogni iniziativa tenuta a Roma e Milano, e che abbia ambizioni nazionali, non possa dirsi di successo se non vi prendano parte, e parte attiva, i gruppi di tutte le piccole città. E il rilancio, amici, non poteva che partire da qui. Da dove eravamo più deboli, e dove il nostro silenzio appariva più assordante.
Se però oggi mi chiedessero quali sono i primi obiettivi per il prossimo anno, nel caso in cui venissi rieletto, citerei questo da subito: nel 2005 abbiamo dato inizio ad un nuovo corso che decolla da Milano e da Roma; ma da oggi dobbiamo fare sì che ogni passo in avanti sia riscontrato anche nelle piccole Comunità.
In questo senso, qualcosa abbiamo fatto: in pochi mesi abbiamo organizzato attività a Venezia, in occasione di Shavuoth, a Ferrara, in occasione di Lag Baomer; iniziative che non hanno avuto enorme impatto numerico ma che sono state di buona qualità, che hanno lasciato una buona sensazione in chi vi ha preso parte. Anche quest’anno abbiamo “adottato” una piccola comunità il 4 settembre, per la giornata della Cultura ebraica: la nostra presenza a Vercelli ha lasciato un ottima impressione, corroborata in noi dalla sensazione di essere utili ad una manifestazione che, anno dopo anno, sorprende per vitalità e la capacità di attrarre.
Si può fare di più e di meglio, si deve fare di più e di meglio, ma chi ben comincia…

Voglio però ripartire da quanto scrissi alcuni mesi fa su “Hakeillà”, il giornale della Comunità ebraica di Torino. Dissi allora che l’errore, comprensibile e assolutamente giustificabile, dell’UGEI, era stato negli ultimi anni quello di non scegliere una linea di gestione. I giovani romani e milanesi, che di un’ istituzione nazionale sembravano non avere alcun bisogno, e che anzi tendevano sempre di più a discostarsene, da una parte; e i ragazzi di Bologna e di Padova, per esempio, che cercavano situazioni accoglienti in cui poter conoscere altre esperienze ebraiche, da condividere con serenità e voglia di conoscersi, dall’altra . Non a tutti vanno bene i raduni stile Ring, per capirci, che nella mia romanità ho enormemente apprezzato: spesso andavano cercate soluzioni alternative. Nel tentare di dare retta a tutti, si finiva frequentemente con lo scontentare l’uno e l’altro, il cerchio e la botte.
E’ per questo che abbiamo deciso di percorrere l’unica strada plausibile che ci si è presentata: abbiamo provato in ogni modo a rinnovare la rete locale, risvegliando i gruppi giovanili nelle piccole realtà e appoggiandoci ai grandi gruppi organizzati nelle grandi comunità. E’ un percorso tortuoso, irto di difficoltà e che certamente richiede un tempo più lungo dei sei mesi che abbiamo avuto a disposizione. Ma è l’unico. Unico, certamente unico.
Stanno rinascendo uffici giovani in alcune comunità, e io stesso ho incontrato, per quanto fosse possibile, molti responsabili giovanili, li ho ascoltati, ho capito quali fossero le loro esigenze e le loro proposte, confrontandomi sui problemi e sulle tematiche specifiche. Di nuovo: non è facile.
A Roma e Milano la realtà si presenta invece nelle forme di una proficua sovrapproduzione: eventi di ogni genere quasi quotidiani, talvolta più che quotidiani, gruppi e gruppuscoli che nascono e si sciolgono, risorgono e rimuoiono, uguali e diversi. Unendosi, scontrandosi, dentro e fuori dalle istituzioni.
Riunioni e incontri, brain stormings; talvolta scontri, ci hanno garantito un rapporto solido e duraturo con quasi tutte le associazioni locali, anche con quelle che un anno fa si dichiaravano fieramente extraistituzionali; tutti devono rimanere indipendenti e specifici nella loro diversità, ma lo scopo, non dimentichiamolo, è uguale per tutti, e le contrapposizioni vanno in ogni modo evitate. Questo lavoro, io credo, rimarrà. Ed è proprio questa rinnovata collaborazione che ci consente di interpretare le diverse esigenze, di impegnarci seguendo  l’ottica giusta e conseguentemente di ribadire il ruolo originario e centrale dell’Unione dei giovani ebrei d’Italia, oggi nuovamente riconosciuto, io credo, per la prima volta dopo molti anni. La responsabilità di un’ associazione che costituisce il cappello per tutte le altre, che ne deve rappresentare le istanze presso le istituzioni, e che per questo, vale la pena ripeterlo, riceve finanziamenti dall’Unione delle Comunità; un’ associazione che è, in definitiva, uno strumento nelle mani di tutti noi. Spuntato, forse, in passato, ma che evidentemente serve a noi tutti, se oggi siamo qua e se in buon numero presenziavamo a Milano, in condizioni assai più precarie dal punto di vista organizzativo e, per così dire, ricreativo.
Permettetemi un ulteriore ringraziamento a chi mi ha preceduto sul palco, ad Hamos Guetta, assessore ai giovani della Comunità ebraica di Roma, grazie alla cui esperienza, qui a Roma, siamo riusciti a costituirci in gruppo, divertendoci e imparando a costruire un evento pezzo per pezzo, problema per problema, ritardo per ritardo. Il suo aiuto è la dimostrazione evidente di come, quando lo si cerca, si trova l’appoggio di tutti, dalle istituzioni nazionali a quelle locali fino ad ogni persona che ha prestato volontariamente il suo contributo, per il piacere di aiutare degli amici, per la voglia di lavorare assieme, per l’interesse e il bene della propria comunità. E permettetemi altri due ringraziamenti, tra i molti che dovrei fare a tutte quelle persone, numerose, senza il cui aiuto non potremmo essere qui oggi, senza l’aiuto delle quali in questi tre giorni non avremmo un programma così ricco, articolato ed intenso, senza l’aiuto delle quali non ce l’avrei fatta. Grazie Carol, grazie Alan. Senza di voi davvero non ce l’avrei fatta.

Nell’articolo che ho citato prima consideravo le esperienze di Lesson Party e Kidmah, come due gruppi che, fortemente caratterizzati, riescono a trarre la loro forza proprio da una scelta programmatica e da una gestione precisa, con diversi obiettivi ma con la medesima motivazione e la stessa voglia. Credo ancora  che questo pensiero sia valido, e anzi ne sono forse ancora più convinto. Il mondo giovanile di oggi ci dimostra che ci si deve qualificare in modo determinato, in un senso o nell’altro, che bisogna avere coraggio e percorrere una strada che si sceglie, e non farsi portare dalla corrente. Queste considerazioni, questo ragionare sulle esigenze sociali e culturali dei giovani ebrei, ci hanno portato ad impegnarci maggiormente sul terreno politico, civile e culturale; ci hanno condotto a tentare di colmare una lacuna che solo noi potevamo riempire, noi che rappresentiamo politicamente i giovani ebrei d’Italia, noi che per questo veniamo votati ed eletti. E i mesi che ci stanno alle spalle sono stati ricchi di avvenimenti, a livello nazionale e a livello internazionale.
Abbiamo provato, nel nostro piccolo, a dire la nostra, scontrandoci su terreni scivolosi e conflittuali e su altri più pacifici, ma non per questo meno drammatici. Mi riferisco ai nostri inviti ad andare a votare per il referendum sull’abolizione della legge 40, in un appello che ci vedeva accomunati a personalità del mondo islamico e di altre confessioni religiose. Mi riferisco ai nostri comunicati di condanna degli attentati di Londra, redatti congiuntamente con i nostri colleghi musulmani e cristiani. E mi riferisco naturalmente agli episodi di antisemitismo che nel terzo millennio emergono ancora prepotentemente da alcune coscienze, infestando non solo società a noi lontane. Per rimanere in ambito italiano, gli incresciosi episodi di Torino, la triste vicenda della professoressa Santus, le polemiche che sugli organi di stampa ci hanno visto protagonisti, in questo come in altri casi; abbiamo fatto sentire la nostra voce quando sui giornali sono comparse interviste e dichiarazioni che apparivano inaccettabili. Nelle cartelline che avete in mano trovate alcuni dei documenti di cui sto parlando, molti altri non li abbiamo inseriti.
Mi sembra opportuno ricordare la tavola rotonda tenutasi a Milano il 24 maggio scorso, nella quale abbiamo discusso di fecondazione assistita in compagnia di Rav Laras, di Bartolomeo Sorge e di Daniele Capezzone, con la conduzione di Daniele Nahum. Un’ iniziativa di qualità che ribadiva il senso del nostro operare, volto a rafforzare l’identità multiculturale e multietnica del nostro paese, anche nel merito di grandi temi, dove più aspra è la lotta e dove più divergono le posizioni.
Ma è una vera e propria svolta politica, che in questo anno di lavoro abbiamo impresso: abbiamo ritenuto che nessuno, oggi, nella nostra società, possa pensarsi solo in sé, possa viversi in un compartimento stagno, possa non sentirsi parte di un tutto che comprende chi ci sta intorno; e in primo luogo chi, standoci intorno, soffre. Le altre minoranze dunque: gli immigrati, o gli omosessuali, o tanti altri. Per questo siamo stati all’avanguardia, davvero per la prima volta, in alcune battaglie che con altri stiamo conducendo: quella per l’estensione del diritto di cittadinanza, per esempio, o quella per la presenza delle nuove generazioni negli organi di rappresentanza, all’attenzione del Forum nazionale dei giovani; il tema del dibattito di domani. Proprio la nostra partecipazione alle attività del Forum, il cui portavoce, Cristian Carrara, sarà qui con noi, costituisce un esempio lampante del protagonismo che ci ha caratterizzato; io stesso, come presidente, faccio parte di due tra le sue commissioni più attive, quella degli affari esteri e quella degli affari istituzionali.

Questa battaglia sul tema della cittadinanza ci ha visto spesso accanto ai nostri colleghi musulmani, all’amico Osama Al Saghir, che sarà qui martedì per portare il suo saluto; un cammino, quello che ci vede accanto ai giovani musulmani, che ha compiuto ormai qualche primavera. Che oggi si muove più sicuro, reso forte dalle esperienze comuni condivise nel corso di questi anni, anche prima del nostro 2005. E’ una relazione, quella con i giovani musulmani – moderati -, a cui credo che in futuro dovremo tenere sempre di più. Un terreno costellato di ostacoli e difficoltà: quelle che derivano dalle incomprensioni tra culture diverse, ma anche quelle che derivano dalle nostre reciproche diffidenze. Un impegno che è dunque prima di tutto culturale, che deve riguardare noi in prima persona. In un bellissimo libro Desmond Tutu, arcivescovo di Città del Capo e premio Nobel per la pace, racconta un aneddoto a lui personalmente accaduto; trovandosi una volta a sorvolare il Mozambico, una forte turbolenza lo rese nervoso e preoccupato a tal punto che lui, nero di pelle, si trovò ad imprecare in cuor suo contro il pilota, e a rammaricarsi del fatto che a pilotare non ci fosse un bianco. Il razzismo, e tutte le forme di discriminazione sono prima di tutto atteggiamenti subdoli dentro di noi, che ognuno di noi ha il dovere di combattere. E noi giovani in particolar modo, perché la società in cui viviamo, già adesso ma ancor di più tra qualche decennio, sarà veramente multiculturale e multietnica. De facto, e non per auspicio di questa o di quella ideologia. Tra qualche decennio, dunque, ma la sfida si gioca ora, e credo che la nostra parte la stiamo facendo.
Tanto per entrare, solo brevemente, nello specifico, in questo quadro vorrei segnalare le iniziative comuni a cui abbiamo preso parte: ho presentato in qualità di presidente il libro di Khaled Chaouki “Salaam, Italia”, in Campidoglio, e ho partecipato a dibattiti in compagnia di Osama in vari luoghi d’Italia. Mi sono recato alla presentazione del libro di Livia Turco sull’immigrazione nella grande Moschea, meritandomi, si fa per dire, una citazione degli stessi relatori. E’ una strada che non possiamo rinunciare a percorrere, ma che va percorsa con saggezza, un passo dopo l’altro. Uno degli errori più grandi che si possono commettere, nel tentativo di implementare il dialogo tra le culture e il dialogo tra le religioni è quello di provocare delle fratture al nostro interno; non dobbiamo mai perdere di vista la base, le persone che ci hanno eletto e che possono avere posizioni diverse dalle nostre, magari più moderate o addirittura opposte. Il nostro ruolo deve essere quello di procedere lentamente, attenti alle esigenze e anche alle diffidenze, alle paure di tutti, perché solo così possiamo veramente renderci utili. Che funzione potremmo avere, del resto, se sbilanciati a favore del dialogo tra le culture, venissimo a dimenticarci, proprio nel tentativo di abbracciarle tutte, la nostra?
Voglio raccontarvi a questo proposito un episodio di questi giorni, che in qualche modo riguarda voi tutti: qualche settimana fa, al momento di redigere e mettere a punto il programma di questa tre giorni, avevo chiesto al consiglio l’autorizzazione ad invitare il presidente dei giovani musulmani, per salutarci ufficialmente in questa assise. La reazione fu compattamente, e anche, devo dire, sorprendentemente, affermativa. Ma discutendo poi con varie persone, molte delle quali davvero insospettabili di reazionarismo o razzismo, ho avuto la sensazione che ciò potesse essere vissuto come una forzatura, come un passo poco metabolizzato; che potesse addirittura risultare controproducente. Non dimentichiamoci, infatti, che mai nella storia un musulmano ha non soltanto parlato, ma neanche presenziato ad un raduno di ebrei. Ho telefonato ad Osama e gli ho detto che non mi appariva opportuno farlo comparire nel programma, nonostante fossi stato io stesso ad invitarlo. Non so se abbia potuto capirmi, ma sono convinto di questa mia dolorosa scelta. Sarà l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Non dobbiamo compromettere uno scopo inevitabile e fondamentale per la troppa fretta. Non dobbiamo e non possiamo. Ultimo punto a tal riguardo, voglio ricordarvi che nelle prossime settimane organizzeremo una tavola rotonda sui temi dell’antisemitismo e dell’islamofobia, con ospiti davvero quotati; un’ ulteriore dimostrazione della nostra pervicace intenzione di proseguire sulla strada del dialogo, dello scambio tra le culture e della pace, consapevoli della responsabilità che abbiamo come minoranza antica nel nostro paese nei confronti delle nuove realtà sociali, sempre più numerose.

Un capitolo a parte merita il nostro rapporto con le istituzioni ebraiche, nazionali ed internazionali. L’Unione delle Comunità ebraiche italiane, della quale l’UGEI è costola giovanile, ci ha quest’anno fornito tutta la collaborazione di cui avevamo bisogno; i fondi che negli ultimi anni ci erano stati ridotti o addirittura ritirati ci sono stati nuovamente concessi; ma non benevolmente: abbiamo dovuto presentare dei programmi dettagliati e precisi, sulla base dei quali i nostri progetti sono stati valutati e, finalmente, finanziati. Un modo nuovo di intendere il rapporto tra giovani e seniores, che ha certamente degli svantaggi, dal momento che i programmi vengono giudicati sulla base di criteri che non sempre rispondono alle nostre esigenze, ma che certamente ha anche dei pregi, perché vincola ad una maggiore qualità e ad una maggiore attenzione. Non ricordo occasioni di scontro, e devo anzi pubblicamente ringraziare il nostro referente nel consiglio dell’Unione, che sarà con noi martedì, per la sua indefessa dedizione. In questi mesi il costante contatto con Claudia Debenedetti ci ha permesso non solo di ridefinire e di reinstaurare un proficuo rapporto con l’Unione, ma anche di riconsiderare una volta per tutte il rapporto con l’Ufficio giovani nazionale; e consentitemi di salutare in questo senso Cesare Moscati, il responsabile dell’Ufficio, che non ha mai smesso di farci sentire il suo appoggio e del quale non posso che ammirare la professionalità e la competenza da un lato, e i solidi principi dall’altro.
Ma è anche a livello europeo che l’UGEI ha messo a segno un colpo importante: come tutti voi sapete la delegazione italiana è da anni la più numerosa alla “Summer university”, il più grande evento giovanile ebraico europeo; un essere presenti e numerosi che non trovava riscontro nella rappresentanza istituzionale, dal momento che da anni non avevamo un italiano nel consiglio degli studenti ebrei d’Europa. Abbiamo deciso di investire su questo, puntando su un candidato forte, a noi vicino, conosciuto in Europa, Simone Mortara. Nel Congresso di agosto, in un’ isola croata, abbiamo gestito politicamente questa candidatura in maniera decisa, e dopo vari anni un giovane italiano è riuscito a sedere nuovamente nel Presidium, grazie anche alla preziosa opera di tessitura di Gad Lazarov; questa presenza, unita ad una serie di incontri internazionali – io stesso ho partecipato, mandato dall’Unione delle Comunità, al meeting dell’European Council of jewish Communities -, ci garantirà, io spero, una collaborazione proficua e continuata con le istituzioni europee, con benefici evidenti per tutti noi: gli eventi internazionali sono da sempre, nella nostra esperienza, i più interessanti e i più divertenti, quelli a cui tutti noi partecipiamo più volentieri. A questo proposito colgo l’occasione per ricordarVi a questo proposito il Campeggio invernale, appuntamento fisso anche quest’anno dal 22 al 29 ottobre, in compagnia dei nostri colleghi tedeschi. Una seconda edizione che segue il successo, per quel che mi riguarda davvero sorprendente, della prima.
Ma c’è di più: in questo senso potrei citare molte persone autorevoli, esponenti politici ed intellettuali; ne citerò solo una, che riassume in sé tutte queste prerogative; e che non a caso è il nostro leader e Presidente. Amos Luzzatto, in tutti i suoi interventi, ci ha sempre rammentato che non possiamo prescindere da una vocazione fieramente europeista; se questo vale per Amos, certamente deve essere per noi un insegnamento ancor più determinante: l’Europa, che ci piaccia o no, è il nostro futuro, e proprio per migliorarla dobbiamo puntare su di essa. La EUJS, l’Unione europea degli studenti ebrei, con ufficio permanente presso la Comunità europea, continua in ogni momento ad indignarsi quando questo o quell’organo continentale assume atteggiamenti scorretti e ingiusti nei confronti di Israele o dà il suo appoggio ad episodi tacciabili di antisemitismo. Ma non smette in ogni caso di credere nelle istituzioni europee, di impegnarsi al loro interno, di cercare di migliorarle, mai di abbandonarle. E’ un impegno che dobbiamo cercare di portare avanti, per quello che possiamo, perché anche lì, come ho già detto, sta il nostro futuro.

Prima di concludere vorrei essere chiaro su un punto. Non è così frequente che una relazione consuntiva sia così incondizionatamente positiva: ma non dovete neanche pensare ad una valutazione, per così dire, propagandistica ed elettorale. Quello su cui si deve ragionare, piuttosto, è sul tempo che abbiamo avuto. Sei mesi sono un periodo angusto, e tante cose rimangono da fare; ma tante cose sono state messe in cantiere e sono state avviate, e meritano di essere proseguite. Dacché ho memoria nei congressi UGEI si discute di una riforma del sistema elettorale; in particolare si ragiona sul possibile prolungamento della durata della carica dei consiglieri esecutivi. Un cambiamento che appare assolutamente logico e che sembrerebbe in sintonia con qualunque altra associazione; un’ innovazione che non è mai stata apportata solo ed esclusivamente per una ragione: perché nessuno aveva intenzione di impegnarsi per due anni consecutivi, e perché non si sarebbe comunque riusciti ad evitare la girandola dei consiglieri. Bene, questa situazione per certi versi deprimente, che ci poneva di fronte alla dura realtà delle cose, appare oggi alle nostre spalle: la gran parte dei consiglieri da me presieduti ha intenzione di ricandidarsi, pensando che sia giusto ed importante impegnarsi ancora, dedicando altro tempo e lavoro a quegli scopi che insieme ci siamo prefissati e che insieme vogliamo continuare a portare avanti. Nel ringraziare tutti loro per gli sforzi fatti in comune, vi chiedo di premiare, martedì, al momento di votare, questa voglia di impegnarsi: pensiamo sempre che si lavora volontariamente, animati solo dalla volontà di costruire qualcosa per tutti.
In ugual maniera Vi prego di accogliere col mio stesso entusiasmo tutti coloro che, magari più giovani di noi, decideranno di candidarsi. Quando fui eletto, affermai solennemente che se fossi stato battuto ad un anno di distanza, anche questa sarebbe stata una prova, per absurdum, della validità del nostro lavoro. La vitalità di un’ associazione si misura anche dalla competizione che si scatena per rinnovarne i vertici; e tutti noi ricordiamo le passate assemblee, quando spesso il numero dei candidati necessari non riusciva ad essere raggiunto. Augurandomi naturalmente di non venir mandato a casa, e di lavorare ancora a lungo con le stesse persone, auspico tuttavia che numerosi siano i candidati, numerosi coloro che votano, numerosi i congressisti dei prossimi anni. Concludo veramente, ringraziandovi di nuovo. Grazie di essere venuti qui, grazie di aver creduto in questo progetto. Ancora. A tutti voi. Grazie.

MEDIORIENTE, PARLIAMONE INSIEME

Da “L’Unità” 12 maggio 2005

I recenti fatti di Torino, con la professoressa Daniela Ruth Santus cui è stato impedito di svolgere regolarmente la sua lezione, sono stati al centro della cronaca per un paio di giorni. I responsabili dell’ebraismo italiano, al pari di molte autorità politiche e di molti organi di stampa, hanno fortemente condannato l’accaduto. Anche noi, giovani ebrei, lo facciamo. Siamo impressionati non solo dalla gravità del fatto, che si ripete ormai per la terza o quarta volta, ma anche dalla sensazione di paura e sgomento che emerge dalle parole della professoressa e di alcuni studenti intervistati sui fatti. Si devono fare a questo punto due tipi di operazione: analizzare e rimuovere le cause che hanno potuto condurre ad una situazione simile, e cercare di trovare, se non dei rimedi, almeno delle costruttive ipotesi di azione.
Quanto al primo punto di vista la questione è ampiamente nota, ma talvolta giova ripetersi: è inaccettabile e singolare che proprio nel contesto accademico debbano verificarsi episodi di questo genere; in un ambiente nel quale la serietà scientifica dovrebbe impedire l’affermazione di slogan di rara rozzezza politica; in una società intellettuale che dovrebbe creare modelli di comportamento anziché esempi di intolleranza. Nessuno sostiene che la politica israeliana non possa essere contestata, anche in maniera assai aspra, ma a condizione che due punti siano tenuti fermi: non si può mettere in discussione l’esistenza dello Stato d’Israele, e si deve ribadire il fatto che, con tutte le sue possibili imperfezioni, la democrazia israeliana è l’unica dell’area, possibile modello di sviluppo liberale per altri paesi della zona. Ciò naturalmente a patto che si mantenga sempre presente la distinzione, troppo spesso ignorata, tra Israele ed ebraismo.
E’ però a partire dal nostro possibile contributo che vorrei provare a tracciare una ipotetica, seppur complessa, prospettiva di azione: propongo agli studenti torinesi (ma non solo) legati ad associazioni filopalestinesi, a chi ha impedito di parlare al viceambasciatore israeliano, di incontrarci e confrontarci su un tema che, evidentemente, ha ancora enorme bisogno di essere studiato. La questione mediorientale.
Questo intendimento potrebbe, uscendo per un attimo dal problema specifico, assolvere un’ altra importante funzione: aiuterebbe ad estendere il numero di coloro che all’interno delle università si occupano, in varia maniera, di politica.
Nell’università in cui studio, la più grande d’Europa (“La Sapienza”), si tengono oggi le elezioni degli organi studenteschi: la partecipazione alle urne prevista oscilla tra il 5 e il 10%. Il quadro giovanile all’interno dell’università ci appare dunque come diviso tra un minoritario estremismo che sa di oscurantismo, e una generale indifferenza per la politica. Questo senza naturalmente dimenticare quel numero rilevante di studenti che, pur non essendo attivi nelle istituzioni accademiche, si impegna proficuamente nel sociale, nella politica extrauniversitaria, nelle ONG.
Incontrandoci dunque, giovani ebrei e studenti filopalestinesi, e riuscendo veramente a parlare, proporremmo un modello d’azione dal duplice significato: ribadiremmo il ruolo prima di tutto culturale dell’università, evitando manifestazioni d’odio e di inciviltà che sono prima di tutto figlie dell’ignoranza; potremmo inoltre liberare la politica universitaria dalle piccolissime enclaves in cui si muove ora, facili preda di estremismi di varia natura, per sviluppare un confronto che, oltre ad essere più equo, sia anche più interessante per tutti.
So bene che da entrambe le parti vi sarà un’ opposizione interna che, anche con delle ragioni, si opporrà a questa idea. Per noi ebrei certamente non è facile discutere con chi ha augurato alla Professoressa Santus di “saltare in aria su un autobus”; ma è una sfida, e credo che ne valga la pena.

TOBIA ZEVI
Presidente Unione giovani ebrei d’Italia
presidente@ugei.it

KASIMIERZ, DA GHETTO A QUARTIERE TRENDY

Da “l’Unità” 21 agosto 2005
Di Tobia Zevi

Lukasz è l’immagine del giovane polacco. Non solo per i lineamenti del viso, ma anche per la sua storia: nato a Kathovice, una città industriale a 250 km da Cracovia, viene da una famiglia della piccola borghesia postcomunista. I genitori lavorano in un’impresa edile di proprietà dello zio, consentendo a lui e a suo fratello di studiare. Riceve una borsa di studio per merito, e un credito bancario che dovrà cominciare a restituire cinque anni dopo la fine dell’università.
Studente di legge, appassionatissimo di storia, è avido di notizie e di fonti dirette, precluse in epoca comunista, e rispecchia le tendenze ideologiche dei suoi coetanei; è un accanito sostenitore di un liberalismo spinto fino alle estreme implicazioni sociali, e altrettanto convinto della politica estera dell’amministrazione Bush. Trovandosi grazie all’Erasmus un anno in Germania, si dice davvero sorpreso, oltre che infastidito, dall’ “ossessione” antiamericana che traspare dalle colonne dei quotidiani tedeschi.
Andando a zonzo con lui per le strade di Cracovia, la città dove vive, mi porta con particolare soddisfazione a visitare il quartiere di Kasimierz, il vecchio quartiere ebraico. Quest’area, fino al 1939 vera anima del giudaismo polacco, è oggi nuovamente assai vitale, grazie al fiorire di ristoranti e pub, e al ricco turismo da Israele e Stati Uniti. I discendenti delle vittime dei nazisti, eredi dei possibili amici del giovane Wojtyla, tornando trovano un quartiere pieno di ristoranti kosher, di sinagoghe e di pupazzi raffiguranti hassidim. L’unica cosa che manca sono gli ebrei, oggi solo 150 tra gli ottocento mila che in questi giorni piangono il loro più illustre concittadino.
Al di là dell’aspetto economico, mi racconta il clima di rinascita che si respira in questa zona: “La cosa più interessante di questa nuova primavera, dopo decenni di abbandono” mi spiega “è che è stata interamente spontanea. Mentre dopo il 1990 il centro di Cracovia è stato restaurato dall’amministrazione, Kasimierz è risorto grazie all’iniziativa di imprenditori che hanno creato locali notturni, attrattive turistiche e ritrovi per studenti; ma sono nate anche pubblicazioni amatoriali, e manifestazioni culturali come il popolarissimo festival della cultura ebraica, sui cui naturalmente, ora che girano i soldi, tutti hanno messo le mani.”
Kasimierz è dunque così trendy, ma anche così amato, perché ha rappresentato la possibilità per i privati di inventare e creare senza dipendere dallo stato. E’ certamente per questo che Lukasz, contrario a qualunque intervento statale in economia, trova significativa questa riqualificazione urbana. Una controeredità culturale comunista.
“Un altro aspetto per cui vale la pena analizzare questo quartiere” prosegue “è che esso testimonia una secolare convivenza: mentre oggi la società polacca è composta al 98% da cattolici, ed è quindi assolutamente omogenea, nella storia non è mai stato così. Prima della seconda guerra mondiale le minoranze ebraiche, ucraine e bielorusse costituivano una parte considerevole del nostro tessuto sociale.”
La storia del quartiere risponde dunque a due esigenze della Polonia post-comunista: il riappropriarsi della storia ebraica significa recuperare un pezzo di storia nazionale polacca, che per decenni il regime ha osteggiato; vuol dire inoltre scagliarsi in modo indiretto contro la fama di antisemitismo che i polacchi si sono meritati. Lukasz si scalda: “Io sinceramente questa fama, gran parte di matrice ebraica, proprio non la capisco. I nazisti furono contro gli ebrei! In Polonia questi sono sempre vissuti tra alti e bassi, come dappertutto. L’episodio più recente di intolleranza qui  risale ai primi anni del comunismo: molti odiavano i pochi sopravvissuti ai campi perché militavano nelle file del partito. ” Alla mia domanda sui ripetuti pogrom nel corso dei secoli si mostra poco informato; quando gli chiedo se tutta la ristrutturazione di Kasimierz non fosse per caso una semplice strategia commerciale per attirare turisti ebrei, mi spiega: “Verrebbero comunque a visitare le tombe dei loro familiari. Lo fanno già in molte altre località della Polonia o della Repubblica Ceca che non vivono questa nuova stagione. Il rinascimento di Kasimierz rispondeva invece alla profonda esigenza degli abitanti di sperimentare la propria abilità imprenditoriale.”
E comincia a raccontarmi la storia di queste strade: edificato a partire dalla metà del XIV sec., il quartiere reca il nome del re Casimiro, l’unico sovrano polacco ad essersi conquistato l’epiteto di grande. Il monarca decise di realizzare creare questo polo a breve distanza da Cracovia, con cui non fu mai particolarmente benevolo; la costruzione di chiese, monasteri, strade e soprattutto dell’università doveva di fatto rendere questo il centro del regno. La zona non era pensata per gli ebrei, che tuttavia hanno sempre ricordato il sovrano con rispetto ed ammirazione. Particolarmente convinto dei vantaggi di una presenza ebraica, Casimiro ne fu promotore. “La leggenda insinua però” sogghigna Lukasz “che a renderlo così non fu la ragion di stato, ma un’ amante ebrea”. Nulla di nuovo sotto il sole: già nella Bibbia Ester, la bella ebrea moglie del re di Persia,  convinse il marito a risparmiare il  suo popolo.
Gli ebrei in ogni caso si stabilirono a Kasimierz nel corso del tempo, generalmente scappando dalle persecuzioni nella vicina Cracovia, ma anche da quelle compiute a Praga, in Boemia e persino in Italia. Il periodo d’oro del quartiere risale ai secoli XVI e inizio XVII: di pari passo allo straordinario sviluppo artistico della parte cristiana grazie all’opera di celebri architetti europei, sorsero anche nella parte ebraica  ben sette sinagoghe e pregevoli edifici pubblici. Prosperità economica e sociale. E’ in quest’epoca che il direttore della scuola talmudica di Kasimierz (yeshivà), noto come Remuh, postillò il principale libro di norme dell’ebraismo sefardita, adattandolo agli usi delle comunità ashkenazite; un libro ancora oggi di enorme valore per la dottrina ebraica.
La comunità era imperniata su alcune figure di riferimento: il rabbino capo, il consiglio della comunità (Kahal), il direttore della scuola talmudica e il macellaio. La parte ebraica rimaneva aperta, anche se c’era la possibilità di serrarsi per sicurezza; in alcuni settori della vita quotidiana vigeva il diritto ebraico. I colori dovevano essere luminosi, forti e decisi come le spezie che i mercanti ebrei riuscivano caparbiamente ad importare dall’oriente, per poi smistarli sulla scena europea.
Il declino del distretto comincia alla metà del XVII sec, per una serie di ragioni: il trasferimento della capitale a Varsavia, le invasioni degli svedesi, le pestilenze e le inondazioni. Per duecento anni non fu costruita alcuna sinagoga e i monumenti nell’area cristiana subirono pesanti danneggiamenti. Con l’anno 1880 cessa la storia di indipendenza di Kasimierz. Il quartiere venne annesso a Cracovia, sancendo in questo modo il fallimento del sogno di re Casimiro. Anche per gli ebrei di Kasimierz il secolo XIX fu un momento difficile: sebbene il governo austriaco concedesse loro la cittadinanza nel 1867, e si occupasse del risanamento di quest’area, la comunità non era unita. Tre diverse anime si stagliavano nell’ebraismo di Cracovia: quella ortodossa tradizionale, arricchita nel frattempo dell’esperienza hassidica; quella liberale che faceva riferimento all’illuminismo ebraico (Haskalà), e che gradualmente si allontana da Kasimierz; quella sionista, comparsa alla fine del secolo e che mirava all’emigrazione in Palestina. In ogni gruppo si parlava una lingua diversa: yiddish per gli ortodossi, polacco per i liberali ed ebraico per i sionisti.
Le tonalità non sono più sgargianti come nei secoli precedenti, ma più tenui: le prime foto raccontano la vita di un’ immensa comunità (la popolazione ebraica si manteneva stabilmente tra il 25 ed il 30 per cento di quella cittadina) che, sebbene fosse un importante centro culturale, non era più così prospera. Quelli che facevano fortuna, favoriti anche dall’atteggiamento liberale, abbandonavano Kasimierz per altre zone, attirandosi le ire dei rabbini che, per paura dell’assimilazione, arrivavano alla scomunica. Alla fine del secolo si stampavano, nelle tre lingue, 66 giornali ebraici, straordinaria testimonianza del fermento intellettuale.
L’Olocausto si abbattè inesorabilmente anche su questo angolo di mondo, annientandone la vita. Degna di nota, ancorché conosciutissima grazie al film di Spielberg, la storia di Schindler, l’industriale nazista che salvò circa 1100 lavoratori ebrei nella sua fabbrica. Della sua presenza a Cracovia oggi è rimasto poco, ma le guide si affrettano a mostrare tutti i luoghi dove il film è stato girato.
Dopo la guerra i pochi sopravvissuti non trovarono più le loro case, invase da sfollati o da gente comune. “Non furono occupate le case degli ebrei” si affretta a spiegarmi Lukasz “tutte le abitazioni private furono requisite dai comunisti”. Non cerco di contraddirlo. In ogni caso la vita culturale ebraica, esclusa quella della comunità, durò a Cracovia come nel resto della Polonia fino al 1968; quando il partito comunista, di cui gli ebrei erano stati sostenitori, ordinò l’epurazione di molti impiegati dagli uffici pubblici e da società statali, dando vita all’ultima massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti o Israele.
Mi capita di parlare con Fairlie, una giovane ebrea australiana, e le racconto di essere a Cracovia. “I miei nonni sono proprio di lì” racconta “Emigrati dopo la guerra, parlano della Polonia come di un posto orribile: ma com’è? Io non so se ci andrei…”.
Com’è? Il centro, interamente restaurato, è splendido. Rispetto ad altre città dell’ex bacino sovietico, colpisce che non sia tirata a lucido, ma conservi una patina leggermente decadente, ancorché estremamente attiva. Kasimierz ancora di più.
Finiamo la passeggiata, e andiamo a riscaldarci in un pub del tutto particolare: “Il primo aperto a Kasimierz dopo il comunismo” spiega fiero Laznia, il proprietario “quindici anni fa ho iniziato qui per ridare vita ad un posto che sembrava averla perduta per sempre. Ma ora è finito il mio compito, posso andar via e darmi da fare da qualche altra parte, come a Nova Huta (il degradato quartiere comunista).

TOBIA ZEVI

E WILL EISNER SVELO’ L’INGENNO IN UN FUMETTO

Da “L’Unità” 13 dicembre 2005
di Tobia Zevi

Finisce, in un certo senso, con “Il complotto” di Will Eisner (Einaudi, pagg. 135, 15 euro, introduzione di Umberto Eco), fumetto pubblicato appena dopo la morte dell’autore a gennaio di quest’anno, la parabola dei “Protocolli dei Savi di Sion”.
Stiamo parlando della Bibbia dell’antisemitismo novecentesco: presentato come un documento autentico, il libello è in realtà un falso, che descrive fantomatici “dirigenti dell’ebraismo mondiale” nell’atto di tramare perversamente la conquista del mondo intero. Nato in ambienti reazionari russi alla fine del XIX secolo, divenne uno strumento nelle mani della polizia segreta zarista, che combatteva le istanze modernizzatici spacciandole per un complotto giudaico.
Will Eisner, padre del romanzo a fumetti, ricostruisce nel suo ultimo graphic novel la genesi della grande diffamazione e ne delinea la diffusione capillare a partire dal 1920. Frutto di una ricerca ventennale, “Il Complotto” mostra tutta la consapevolezza storica e l’impegno civile dello scrittore: una voglia di occuparsi di questioni sociali che lo accomuna ad altri fumetti decisamente “seri” e per adulti come “Maus” di Art Spiegelmann.
Ma perché il grande disegnatore di racconti fantastici Eisner, nato a New York da immigrati ebrei, si cimenta con una vicenda storica recente e per di più drammatica? E’ lo stesso autore a rispondere: <<Per tutta la mia carriera ho raccontato storie; ora che il fumetto viene assimilato alla letteratura popolare, si presenta la possibilità di contrastare la propaganda dei “Protocolli” con un linguaggio più accessibile. La mia speranza è che questo lavoro possa contribuire a svelare questo inganno terrificante>>. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, che spiega la volontà di combattere la menzogna sul suo stesso terreno, quello del pregiudizio e della coscienza profonda, con un mezzo capace di raggiungere  le grandi masse.
Inabissatosi in Unione Sovietica, il libello riemerse prepotentemente nella Germania della Repubblica di Weimar, portato all’attenzione dello stesso Hitler da qualche fuoriuscito russo. I “Protocolli” furono una fonte decisiva della teoria antisemita nazista, tanto da meritare una citazione esplicita nel Mein Kampf. Dopo la fine della seconda Guerra mondiale il libercolo continuò a godere di ottima salute, con una serie di stampe e ristampe negli Stati Uniti, in America latina e in molti paesi europei. Né le varie sentenze di condanna dei giudici riuscirono ad impedire che la pubblicazione si insinuasse, strisciante e insidiosa, in vari settori della società, generalmente tra gli auspici degli ambienti antisemiti di estrema destra.
  Con una perfetta padronanza del medium il libro, che esclude necessariamente dal fumetto la ricostruzione del clima culturale in cui il falso nasce (l’Europa dell’Affaire Dreyfus e del I Congresso sionistico mondiale del 1897), si muove su due piani, concatenati indissolubilmente: su un livello narrativo-fumettistico, fatto di dialoghi serrati, di ambienti fumosi – quelli della corte zarista o della Costantinopoli immediatamente dopo il crollo dell’Impero ottomano – e di personaggi dalle tinte forti; su un piano quasi filologico, con la dimostrazione che i Protocolli sono stati copiati quasi per intero da un pamphlet satirico di Maurice Joly contro Napoleone III, sostituendo semplicemente all’imperatore i perfidi ebrei: frasi che coincidono parola per parola rivelano, come spiega Umberto Eco, la vera natura di un patchwork tratto da tutta una serie di testi politici e letterari.
Emblematica la fine del bellissimo fumetto, reso prezioso dalla qualità delle illustrazioni e dalla composizione grafica della pagina: <<La storia dei “Protocolli” è giunta alla conclusione>> dice Eisner, dopo l’ennesima misura di condanna da parte del Senato USA; per poi concludere, nell’ultima facciata, con una rassegna di atti antiebraici degli ultimi mesi. Gli stessi che indussero Simon Wiesenthal, anch’egli in prossimità della morte, a prendere la penna per scrivere ai grandi della Terra, proponendo un ampio confronto sulle cause e sulle prospettive del rinascente antisemitismo.  Come l’antisemitismo, del resto, questo “inganno terrificante” ha avuto la forza di risorgere ogni volta come una fenice, nonostante condanne e certificazioni di falsità, per continuare ad esercitare la sua influenza nefasta. Fino ad oggi. Fino al “Complotto” di Will Eisner. Sarà davvero finita?

                                                

IL MIO LAVORO DA UN EURO L’ORA

Da “Avvenimenti” febbraio 2005

Che nei paesi nordici lo stato sociale sia veramente sviluppato ed efficiente, lo abbiamo sentito dire mille volte. “Dalla culla, alla tomba”: un’ immagine del cittadino accompagnato nel corso della vita intera. Ma, al di là delle esagerazioni, c’è (o c’era) molto di vero, almeno nel caso della Germania, dove la struttura dello stato sociale rientra nei cinque principi base dell’ordinamento statale e si manifesta in aiuto a malati, invalidi, persone anziane e soprattutto nella tutela dei lavoratori.
Dal 3 gennaio scorso invece, data in cui la famigerata Harzt IV è entrata in vigore, il mercato del lavoro nella Repubblica Federale è destinato a cambiare. Per ironia della sorte è toccato proprio alla coalizione rosso-verde di Schröder ridimensionare in maniera così massiccia la struttura assistenziale e così un governo, eletto nel 2002 per la sua opposizione da “sinistra” alla guerra in Iraq, ha dovuto intaccare, per impellenze economiche, uno dei pilastri della politica socialdemocratica.
D’altra parte la grave crisi occupazionale tedesca costa allo stato circa 80 miliardi di euro l’anno. Per ovviare a questa enormità è stata nominata una commissione con l’incarico di proporre riforme capaci di garantire una svolta al paese. A presiedere questo gruppo di esperti, e a dare il nome alla legge, è non a caso il direttore del personale della Volkswagen.
Ma in cosa consiste la riforma? Due sono i cambiamenti fondamentali: un aggiustamento dei sussidi di disoccupazione (ovviamente verso il basso), e una serie di misure prese per favorire l’occupazione.
La storia di Maria fotografa perfettamentele differenze tra il prima e il dopo: 44 anni, con una figlia, Maria vive a Duisburg. Laureata in letteratura teatrale, ha svolto diversi lavori, passando dai settori tradizionali all’informatica e alla new economy. Nel 2003, quando ormai aveva raggiunto la posizione di responsabile finanziario nella sua azienda, viene improvvisamente licenziata. A quarantadue anni in mezzo alla strada. “Effettivamente non è stato un bel momento, ma almeno non avevo paura: i primi dodici mesi il sussidio di disoccupazione ammontava a 1500 euro e dopo un anno è sceso a 1300”. E questa cifra sarebbe rimasta tale per il resto dei suoi giorni: Maria avrebbe guadagnato per tutta la vita più di una commessa, per esempio, per il semplice fatto che prima di perdere il posto percepiva più soldi. Avrebbe conservato il suo appartamento (lo stato sociale copre qui tutte le sfere della vita, comprese casa e scuola), e avrebbe potuto continuare a cercare un impiego vita natural durante. “Da quest’anno però cambia tutto” ci spiega “perché il mio sussidio è sceso enormemente. Con quello che mi arriva non potrei mai rimanere nel quartiere dove abito, e sarò costretta ad accettare qualunque lavoro”.
Perchè? Secondo la Hartz IV non esisterà più differenza tra assegno di assistenza sociale e sussidio di disoccupazione e tutti i  lavoratori (che non abbia lavorato almeno 12 mesi negli ultimi due anni) riceveranno la somma che compete alle categorie svantaggiate. Abolite così le distinzioni basate sul precedente impiego,  qualunque disoccupato prenderà circa 350 euro al mese (invece, per esempio, dei 1300 euro di Maria).
Quanto al secondo nodo da risolvere, su come cioè aumentare i posti di lavoro, la commissione ha emanato direttive che prevedono, per i  disoccupati che non riescono ad  arrivare alla fine del mese, sostegni di vario tipo: per i giovani sotto i 25 anni un’ampia offerta formativa; per gli altri l’opportunità di lavorare nei cosiddetti “Ein-euro-Job”. Si viene assunti per un determinato numero di ore alla settimana, e si percepisce una paga di un euro all’ora, per un totale di circa 200 euro mensili. Le aziende ottengono incentivi per la creazione di questi posti. Ma la questione è che i lavoratori non possono rifiutare: per continuare a percepire il magro sussidio, si deve accettare qualunque offerta, anche se ritenuta insoddisfacente e dequalificante. Bisogna lavorare comunque per rimanere nel mercato.
E come sempre, a fare le spese delle piccole imperfezioni legislative è la povera gente: “Ho dovuto accettare il lavoro sottopagato (1 euro!), per continuare a ricevere il sussidio che mi serve per mandare avanti la baracca” ci racconta Hans esasperato “ma per andare da casa mia, in Turingia, al lavoro, devo prendere il treno mattina e sera. Poi devo comprarmi un panino per mangiare qualcosa alla pausa. A fine mese, se guardo nella mia busta paga, mi rendo conto di aver lavorato in perdita. Viene voglia di cercarsi qualcosa al nero”. E se lo dice un tedesco…
Di tutt’altro avviso sono, ovviamente, i vertici governativi: il Ministro dell’Economia e del Lavoro Wolfgang Clement, vero artefice politico della riforma insieme al Cancelliere, invita all’ottimismo: “Il mercato del lavoro può e deve cambiare. Lo stato sociale va rimodellato sulle esigenze della nuova società flessibile. Tutti devono avere la possibilità di lavorare e di essere indipendenti; è importante che tutti facciano il massimo. Le aziende devono credere in questo progetto e assumere, usufruendo degli incentivi statali”. Spiega poi, snocciolando cifre, che il numero dei disoccupati salirà nel 2005 solo in apparenza: la mancata distinzione tra i fruitori di sussidi farà sì che tutti saranno censiti come disoccupati. Il numero potrebbe superare la storica soglia dei 5 milioni, cifra che evoca spettri del passato.
Oltre alle organizzazioni sindacali e a varie associazioni di sinistra e destra, infatti, sono contrari alla riforma anche alcuni settori della società civile per  timore che, come dimostrato dalle regioni della ex Germania dell’Est, la precarietà e l’insicurezza possano favorire rigurgiti di estremismo, soprattutto a destra. Non è un caso che le formazioni politiche più o meno apertamente neonaziste abbiano la gran parte del loro elettorato nelle aree del disagio sociale.
Ma anche Wolfang, artigiano e proprietario di un piccolo stabilimento in Sassonia, ci esprime la sua preoccupazione: “Certo che mi fanno paura questi lavori da un euro. Se il nostro lavoro viene pagato a queste cifre è chiaro che dovrò licenziare degli operai. A fare le spese di questa nuova legge sono le piccole imprese”. In effetti a poter assumere in buon numero nuovi dipendenti, sfruttando gli incentivi, sono soprattutto le grandi imprese.
 Il futuro dirà chi ha ragione. La riforma ha il merito di affrontare un tema cruciale: come si può rimodellare una società prendendo atto dei mutamenti dell’economia globalizzata, senza infrangere del tutto le garanzie a sostegno di chi lavora. La legge propone delle soluzioni possibili: facendo affidamento su sussidi elevati e duraturi, infatti, si poteva rifiutare qualunque offerta di lavoro, quasi si fosse impiegati pubblici, rimanendo però in  un limbo dorato fuori dal mercato. Ora questo stato di cose viene aggredito e le persone sono stimolate a darsi da fare perché ciò che ricevono non basta più. D’altro canto appare già evidente come la legge contribuisca a creare un clima di precarietà e paura. Che le esperienze di “assunzione flessibile” – Co.Co.Co., contratti a progetto, contratti a tempo – possano essere anche una fregatura, soprattutto per i giovani, noi lo sappiamo bene.

                                                TOBIA ZEVI

LA POLITICA, UN GIOCO DA RAGAZZI

Da “Avvenimenti” 26 agosto 2005
di Tobia Zevi

Chi è un politico? O, meglio ancora, come si diventa un politico? La domanda, apparentemente banale, non è così scontata. Una semplice ricerca su internet è sufficiente per rendersi conto di quante scuole esistano oggi: si possono apprendere tutte le discipline, si può divenire operatori di pace, poliziotti di quartiere, ballerini di latino-americano e barman professionisti. E per ogni mestiere vi sono accademie, seminari, corsi e lezioni. Unica cosa che sembra non si debba imparare: la politica. Proprio negli ultimi anni, anzi, in corrispondenza di questo boom di specializzazione, abbiamo assistito al declino delle istituzioni che educavano i militanti; come se solo chi ha responsabilità pubbliche e gestisce risorse di tutti non avesse bisogno di alcuna preparazione.
L’epoca di crisi attraversata dai grandi partiti negli anni Novanta ha portato alla chiusura delle due scuole quadri per eccellenza, le “Frattocchie” e la “Camilluccia”. Per decenni i giovani leader rispettivamente del Partito Comunista Italiano e della Democrazia Cristiana si sono formati in questi due luoghi geograficamente definiti, apprendendo l’arte di amministrare e governare, la capacità di argomentare e la forza di discutere; assimilando, talvolta, i difetti di quei dirigenti che, in maniera semi-scolastica – Montanelli definì le Frattocchie “a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana” –  contribuivano a formarli. Ancora oggi si sente parlare, a sinistra, della “classe delle Frattocchie”, per indicare quella generazione di politici sulla cinquantina formatasi in quelle aule tra gli anni Sessanta e Settanta.
A questo impoverimento dell’offerta ha certamente contribuito il generale clima di sfiducia degli ultimi anni, quel senso comune che riteneva il politico generalmente meno affidabile del “tecnico”, più preparato e meno corrotto. Senso comune che oggi, per fortuna, sta cambiando.  
E da qualche tempo si è sentita nuovamente l’esigenza, a destra come a sinistra, di colmare questo vuoto; la prima è stata Alleanza Nazionale, che all’indomani del successo elettorale del 2001 ha costituito un Centro permanente di formazione per giovani e amministratori locali. Seguita, a breve distanza, da Forza Italia: <<Due sono le occasioni annuali di formazione per i giovani azzurri>> ci spiega Simone Baldelli, coordinatore dei giovani di Forza Italia <<la scuola di Gubbio, ideata da don Gianni Baget Bozzo, e il corso annuale di Arezzo, giunto alla IV edizione e rivolto a 250 ragazzi. I temi sono naturalmente diversi ogni anno, a seconda degli avvenimenti in corso e dalle esigenze del partito: competitività, sussidiarietà, solidarietà>>. E poi naturalmente terrorismo, Europa, immigrazione, fino ad argomenti più specificamente nostrani quali l’identità del “Partito unico”. <<Non bisogna inoltre dimenticare l’Osservatorio parlamentare che ruota attorno alla figura di Adolfo Urso>> prosegue Baldelli <<Tre giorni di seminario annuale e molte attività settimanali in sede. Le iniziative si rivolgono ai giovani del centro-destra, militanti e non. Nel complesso sono abbastanza soddisfatto di come il mio partito sta operando per i giovani, anche se bisognerebbe fare di più>>. La struttura fortemente centralizzata della coalizione di centro-destra ha dunque contribuito a ricreare modalità di formazioni tradizionali: seminari e corsi tenuti ed organizzati direttamente dai massimi dirigenti del partito.
Assai diverso è il discorso a sinistra: <<Non abbiamo alcuna intenzione di ricostruire Frattocchie>> ci racconta Stefano Fancelli, segretario nazionale della Sinistra Giovanile <<l’obiettivo è quello di creare delle sinergie di formazione a vari livelli. Bisogna appoggiarsi a quelle istituzioni che già funzionano, e funzionano bene, come per esempio la Fondazione Italianieuropei e la Fondazione Gramsci; e poi naturalmente promuovere quel mondo di associazioni che negli ultimi anni è andato positivamente crescendo. Il modello, se si vuole, è quello di un’ università politica, con una rete di corsi su varie materie, al di là delle aule e dei luoghi ben definiti. Selezionare delle tematiche più che mai attuali, e su quelle impostare una serie di discorsi portati avanti con prospettive molteplici: il riformismo, per esempio, o il tema della cittadinanza>>. Distinguendo sempre tra l’impegno nel sociale, il volontariato, la militanza, e la vera e propria formazione politica; che si configura dunque, a sinistra, come policentrica, decentralizzata e immateriale: emblematico in questo senso è il “Corso di formazione politica online” messo a punto dal Dipartimento Formazione dei DS, che integra di tutte le altre iniziative.
Sergio Fiorini è direttore di “Cominciamodacapo”, un’ associazione nata nel 1999 a Milano che si occupa di economia e riformismo <<Dopo esserci affiliati all’associazione “Nuova economia Nuova società”, di Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani, e dopo tutta una serie di iniziative locali, abbiamo deciso di provare ad organizzare un evento esclusivamente formativo, che fosse occasione di incontro e dibattito intergenerazionale tra i ragazzi e professionisti di vari settori. E così ha visto la luce la Summer School, per la prima volta nel 2004. Ci siamo rivolti ad un amplissimo spettro di organizzazioni giovanili, proprio perché la discussione fosse più complessa, arricchita da realtà e culture differenti>>. A chiarirci il significato di questa tre giorni di seminario il Professor Giulio Sapelli, ordinario di Storia Economica alla Statale di Milano e socio fondatore di Cominciamodacapo: <<Non esistendo più le tradizionali scuole di formazione quadri dei partiti, ben vengano occasioni come questa, in cui i partiti affidano ad associazioni il compito di preparare le future classi dirigenti. Negli ultimi anni, tra l’altro, non solo è venuta a mancare la componente politica nella crescita della nuova leadership, ma si sono ridotte le occasioni di apprendimento, per esempio in campo economico, fornite dalle grandi imprese quali l’ENI e l’Olivetti. E’ proprio per questo che è importate creare spazi di incontro non solo tra politici e militanti, ma anche tra ragazzi, componenti della società civile e del mondo produttivo>>. E alla Summer School 2005 erano in effetti presenti professori, politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti.
A ben vedere, dunque, una congerie di iniziative che scuote progressivamente il panorama immobile dei secondi anni Novanta; rimane tuttavia da chiarire quale rapporto debba instaurarsi tra questi momenti formativi e un’ altra entità importante, il Forum Nazionale dei Giovani, costituitosi all’inizio del 2004 e che oggi riunisce un gran numero di associazioni giovanili. Interessanti a questo proposito le osservazioni di Baldelli: <<Il Forum è certamente un’ iniziativa lodevole, ma che non risolve il problema della partecipazione giovanile. Io sono stato deputato regionale del Lazio, molti altri ragazzi si formano facendo l’assistente ai parlamentari; l’obiettivo non deve essere quello di perseguire una politica in favore dei giovani di tipo sindacale, ma di intensificare le opportunità di partecipazione alla Politica, quella vera. I movimenti giovanili vanno bene, perché danno la possibilità di lavorare sul campo e anche di commettere degli errori, ma bisogna, oggi, rifuggire da formule che andavano bene in passato: abbandoniamo la retorica movimentista, per esempio, o quella volontaristica>>.
La soluzione, come spesso accade, va probabilmente cercata nel mezzo: pur non rinunciando a forme di autoorganizzazione e a movimenti di pressione propri, quali il Forum, le nuove generazioni devono ambire ad occupare spicchi sempre più abbondanti nello spazio politico. Una combinazione di sforzi, dunque, che muovono da direzioni diverse e complementari: dall’alto, con le scuole quadri organizzate dai partiti sulla scorta della tradizione, come accade oggi nel centro-destra; di lato, con l’ausilio di una serie di associazioni che si occupano di temi specifici, come nella realtà attuale della sinistra; dal basso, con organi di pressione costituiti e gestiti esclusivamente dai giovani. Solo una volta che queste direttrici sapranno integrarsi, e solo se l’attuale classe dirigente sarà disposta a concedere alle nuove leve porzioni significative, la politica si arricchirà effettivamente di energie fresche: con beneficio di tutti, giovani e non.

                                                TOBIA ZEVI
                                            

I FORZATI DELLO STUDIO

Da “Avvenimenti” aprile 2005

Ma chi ha detto che l’università è un parcheggio, dove adolescenti cresciuti trascorrono gli anni che li separano dalla trentina? Chi ha detto che dopo le scuole superiori ci si perde in un marasma dove lo studente è lasciato a sé stesso?
Tutti coloro che lo affermano, evidentemente, non conoscono la storia di Adrian, studente sui generis della Scuola Superiore di Amministrazione della Sassonia di Meißen (una specie di università). Sui generis perché Adrian, mentre è iscritto all’università, è anche impiegato pubblico della regione. Percepisce un regolare stipendio di circa ottocento euro mensili più vari benefits quali l’alloggio universitario, i libri e l’assicurazione medica privata. Tutto ciò a patto che rispetti gli standard  richiesti che prevedono di essere in regola con gli esami, di conservare una media alta, di mantenersi aggiornato e di mostrarsi all’altezza dei vari stages proposti dalla Scuola.
Adrian costa alla regione  Sassonia circa 50 mila euro per i tre anni di studio. Come lui ce ne sono stati 250 dal 2001. Per questo l’esame d’ammissione è molto duro: vi si accede solo se invitati, grazie agli ottimi risultati scolastici e ad un buon voto di maturità; le prove riguardano la cultura generale e alcune materie più specifiche. “Chi non risponde a qualche domanda, nel test di calcolo, in dieci minuti, praticamente è già tagliato fuori” ci spiega fiera Christine Skokan, portavoce dell’Istituto. In media ne vengono accettati, dopo la prova di ammissione,  uno su sette.
Quello che sorprende semmai è che, nonostante le alte prestazioni richieste, sono pochi quelli che gettano la spugna, nell’arco dei tre anni di studio: sui 250 iniziali del 2001 si sono laureati lo scorso anno in 222, con solo nove ritiri volontari. Praticamente tutti già assunti. Ma è davvero così strano?
Le condizioni offerte agli studenti sono assolutamente ottimali: ognuno usufruisce di uno splendido alloggio, di biblioteche aggiornatissime e fornitissime, di un discreto stipendio e soprattutto della costante attenzione di professori e aziende, che attraverso stages tengono costantemente d’occhio questa fabbrica di cervelli. “Lo stress è tanto” ci racconta Adrian “ma mi rendo conto di avere una grande opportunità, quasi un’assicurazione sul futuro”.
Altro incentivo non da poco: Adrian è l’unico tra i suoi coetanei a potersi permettere una Hyunday Coupè full optional a 19 anni. “Guadagnando senza dover spendere nulla, è possibile fare un investimento così lussuoso” spiega sorridendo. E’ parcheggiata davanti alla residenza universitaria e nei rari momenti di riposo tra esami, studio e stages viene cavalcata verso la Repubblica Ceca o verso la Germania Ovest, sulle autostrade senza limite di velocità.
Le principali materie di studio – Diritto Tributario, Diritto Pubblico, Diritto Penale – rendono questi giovani funzionali ai ministeri e alle amministrazioni locali; se vengono però assunti a tempo indeterminato, dovranno restituire circa un cinquanta per cento dei soldi versati per la loro formazione. Qualcosa di simile avviene in molti altri paesi, dove gli studenti beneficiano di prestiti da restituire nel corso degli anni (USA, Norvegia, Svezia).
Discorso diverso invece per chi ottiene un posto in un’ azienda privata: questi esperti di diritto, amministrazione e fisco fanno gola a parecchie società, che non di rado telefonano direttamente alla segreteria dell’Istituto per seguire questo o quel pupillo, o per farsene indicare uno. Non lavorando nel pubblico la sicurezza nel futuro è inferiore, ma le possibilità di guadagnare sono ancora maggiori, e non si deve restituire un centesimo di quello che si è ricevuto per studiare.
 Chissà cosa deciderà Adrian, ma il mondo è grande quando si ha talento ed una buona preparazione, ed anche la Coupè non durerà in eterno.

                                                TOBIA ZEVI

                            

DRESDA, LA SINAGOGA PER CHI NON SA PREGARE

Da “l’Unità” 15 agosto 2005
Di Tobia Zevi

Basta prendere due autobus, il 326 e il 4, per attraversare gli ultimi 3 secoli dell’intensa storia di Dresda. D’inverno, partendo all’alba, si corre il rischio viaggiare in compagnia degli equipaggiatissimi sciatori di fondo, numerosi in una terra piatta come la Sassonia.
Con il 326 si raggiunge Moritzburg, residenza di caccia dell’imperatore Augusto II il Grande; viaggiando poi fino al capolinea del 4, si può ammirare il castello di Pillnitz, dimora estiva dello stesso monarca; il quale, oltre ad essere imperatore ed elettore di Sassonia, fu anche re, poco amato, della Polonia. E’ a lui che Dresda deve in gran parte la sua fama di “Firenze dell’Elba”: come già i suoi predecessori, egli fece convenire in città molti artisti da tutta Europa, soprattutto italiani, arricchendo il centro di meravigliose chiese e palazzi barocchi.  
Seguiamo dunque questa linea da ovest ad est, facendo la prima tappa obbligata nella Neustadt (città nuova), i quartieri costruiti sulla sponda nord dell’Elba. In questa zona ottocentesca si incontrano un gran numero di locali per studenti e gli ambitissimi WGs (appartamenti condivisi): qua si può trovare una stanza in affitto a 110 euro al mese, cifra impensabile per qualunque fuorisede in Italia e in molti paesi europei.
Attraversato il ponte di Augusto (tanto per cambiare!), eccoci nel cuore della Altstadt (città vecchia), il centro storico. Ci si rende subito conto che la parte antica è in realtà anche la più recente, riedificata dopo il tremendo bombardamento del 1945. Il centro appare ancora oggi, sessant’anni dopo la distruzione, assai frammentato: in mezzo ai ricostruiti palazzi barocchi e ai casermoni socialisti, affiorano immense voragini, ora adibite a parcheggi, ora circondate da attivissime gru.
In un caffè del centro incontriamo Heinz Joachim Aris, tesoriere della Comunità ebraica e decano degli ebrei della città, che guidandoci verso est ci racconta come si sia rocambolescamente salvato dal nazismo: “Nel 1945 avevo 11 anni, e non ero ancora mai andato a scuola. Quando compii sei anni, infatti, agli ebrei era già vietato frequentarla. La mia famiglia non era ancora stata deportata, quasi alla fine della guerra, perché eravamo dei “mezzi ebrei”: il fatto che mia madre fosse ariana sembrava potesse condurci alla salvezza. Ma si trattava di un’illusione!”. L’11 di febbraio il padre di Aris, insieme a circa 200 altri Mischjuden (ebrei misti), ricevette una convocazione da parte del comando della Gestapo di Dresda, con l’ordine di presentarsi il 16 febbraio alla stazione centrale. La destinazione del treno, tristemente nota. “Incredibile a dirsi, ma fu proprio il terribile bombardamento a salvarci. La città piombò in un tale stato di caos, che nemmeno gli ebrei interessavano più. La stessa sede della Gestapo, gestita dal feroce comandante Schimdt (processato e condannato anni in seguito), fu completamente distrutta, così come tutte le carte e i documenti relativi agli ebrei”. Mors tua, vita mea. “Questo tragico tempismo delle bombe significò la salvezza per circa 200 ebrei, che riuscirono a scappare e a nascondersi nei due mesi che mancavano alla sconfitta della Germania”. Decidiamo di proseguire la conversazione continuando verso est.
Gironzolando sulle panoramiche terrazze sull’Elba, giungiamo alla fermata del 4, con cui viaggeremo fino al capolinea: guardando alla nostra sinistra ammiriamo i prati che si stendono sulle due rive del fiume, immacolati in inverno per la spessa coltre di neve; ma pieni di vita, in estate, quando vi si affollano joggers e camminatori, innamorati e nudisti, sempre in compagnia degli immancabili adoratori del barbecue (con birra). Sull’altra sponda fanno mostra di sè le zone residenziali alte, gli elegantissimi Weisser Hirsch e Blasewitz. Luoghi molto verdi, abitati in gran parte dal ceto produttivo-impiegatizio trasferitosi dalla Germania Ovest dopo la riunificazione, dove gli studenti non capitano mai.
Prima di giungere a Pillnizt, incastonato nel suo faraonico parco, celebre per la gigantesca camelia, seguiamo il percorso curvo del fiume sulla sua riva meridionale, sfiorando splendide abitazioni ottocentesche . E’ in questa parte della città, sempre più verso Laubegast, che la nobiltà della corte sassone si costruì, a partire dal XVIII secolo, le sue ville sul fiume, estesesi poi progressivamente verso l’entroterra. Ancora oggi si ravvisa la tranquillità antica di queste strade, la loro dignitosa eleganza, quasi mai turbata dal passaggio di automobili e rumori molesti. Qui, più che nelle altre parti, si possono incontrare i veri abitanti di Dresda; non si lasciano scovare facilmente i nativi di questa città: sono i prolungati effetti collaterali della guerra, del bombardamento, della democrazia reale, dei traumi sociali della riunificazione.
Aris invece è nato qua, e riprende a raccontarmi la vicenda della sua comunità dopo la miracolosa salvezza; la comunità di Dresda, forte di 5000 iscritti prima della guerra, si ritrovò con circa 200 membri: sopravvissuti ai campi di sterminio, profughi, i pochissimi che erano riusciti a nascondersi. “Le difficoltà erano tante, ma la voglia di ricominciare rendeva tutto più leggero. E io andai per la prima volta a scuola.”. Ci spiega che suo padre fu per molti anni il responsabile delle comunità ebraiche della DDR, di cui Dresda era la più importante. “Nel 1989 tuttavia” prosegue Aris “eravamo rimasti in 81. Un gruppo che si avviava all’estinzione, spesso mal visto dal regime: nel 1953, mentre in Russia imperversava il processo ai medici ebrei, nella Repubblica Democratica venne ingiustamente condannato un alto dirigente ebreo del partito. Proprio quell’anno si registrò l’ultima importante migrazione ebraica dalla Germania dell’est (soprattutto verso l’America e Israele)”.
Torniamo verso il centro, ammirando da lontano il Blaue Wunder (Miracolo blu), un ponte in ferro ottocentesco, orgoglio dell’ingegneria dell’epoca, uno dei primi in cui le teste di ponte furono collocate esclusivamente sulle due sponde.
Il centro di Dresda ha tre anime distinte, costrette a convivere: Pizza Hut, Karstad e i centri commerciali rappresentano la nuova epoca dell’arrembante (e oggi arrancante) capitalismo tedesco nei Laender dell’Est; le enormi granitiche scatole dell’edilizia socialista ricordano i 45 anni della Repubblica Democratica, trovatasi a progettare sulle macerie; i palazzi barocchi settecenteschi, la cui nuova costruzione risale al massimo a quarant’anni fa, sono invece il vanto degli abitanti di Dresda e la ricchezza dell’industria turistica, oggi in grande sviluppo.
I recenti interventi urbanistici, che miravano a ridare una certa organicità al tessuto urbano, non riescono in realtà ad eludere questa triplice spaccatura, presente nelle menti e nei cuori della gente. E persino la nuova promenade commerciale, tributo all’ormai quindicennale sistema capitalistico, sembra un viale progettato per le parate militari e riadattato per lo shopping.
Entrando nella nuova sinagoga, situata nel luogo dove nel 1938 fu bruciata la precedente, capiamo che qualcosa deve essere cambiato negli ultimi 15 anni. “La comunità si è quasi decuplicata” mi spiega Elena Tanaeva, responsabile degli affari sociali, di S. Pietroburgo “grazie alla massiccia immigrazione dai paesi dell’ex unione sovietica. Oggi siamo circa 600 qui a Dresda”. Una legge del 1990, promulgata dalla Germania appena riunificatasi, consente infatti agli ebrei provenienti da molti paesi dell’ex blocco sovietico di immigrare in Germania, ottenere la cittadinanza e un particolare sussidio. A titolo di risarcimento, per la verità piuttosto originale, per i crimini commessi dai nazisti, soprattutto nei confronti degli ebrei dell’URSS. Fa un certo effetto trovarsi nella sinagoga, capolavoro di architettura moderna, di un’importante città teutonica, senza trovare nessuno che parli tedesco e che conosca il rito, poiché pregare non era permesso in epoca sovietica.
Una comunità inventata a tavolino, che oggi deve confrontarsi con i problemi dell’integrazione prima che con questioni religiose “Dobbiamo aiutare gli anziani a riempire i vari moduli, i giovani ad imparare la lingua per procurarsi un lavoro”. Ma non è strano che ci si sforzi tanto, proprio nella regione dove la NPD (partito neonazista) ha raggiunto il 9% alle ultime elezioni?
“Certo fa impressione” ci racconta Katia Novominsky, una giovane immigrata ucraina “molti di noi si sono chiesti se fosse il momento di ricominciare a preparare le valigie. Io, che per metà della mia vita sono cresciuta qui, non intendo andar via”.

                                                TOBIA ZEVI

L’EBREO E IL NAZISTA, STORIA DI SALVEZZE INCROCIATE SOTTO LE BOMBE DI DRESDA

Da “Il Foglio” 27 gennaio 2005
Il 13 febbraio del 1945, la città di Dresda, la “Firenze dell’Elba”, viene distrutta in tre attacchi consecutivi – dalle nove di sera alla mattina successiva – dai bombardieri inglesi e americani e ridotta a un cumulo di macerie.
Di questa immane tragedia, su cui il dibattito storiografico ha espresso opposti e controversi giudizi morali, vogliamo qui raccontare una microstoria che abbiamo scovato andando alla ricerca dei testimoni ancora in vita. Una vicenda in cui la morte dell’uno significa la salvezza dell’altro. Un episodio paradossale nel quale, inoltre, carnefici e vittime, nazisti ed ebrei, si salvano reciprocamente la vita, scambiandosi  rapidamente i ruoli, mentre gli eventi precipitano.
Incontriamo Heinz Joachim Aris, oggi tesoriere della Comunità ebraica di Dresda, in una calda mattinata invernale. All’epoca dei fatti, egli è un bambino di dieci anni, figlio di padre ebreo e di madre ariana. Proprio in quanto solo “mezzo  ebreo” non è stato ancora deportato nei campi e ha, anzi, la fortuna di vivere con la sua famiglia presso la nonna materna, “quella ariana”, come racconta lui. Nelle stesse condizioni ci sono a Dresda circa altre duecento persone, perlopiù rinchiuse  in case apposite, destinate a “mezzi ebrei”. Entrambi i genitori lavorano: la madre come impiegata, il padre precettato in diverse fabbriche come lavoratore coatto. In particolare, ciò che Aris ricorda come particolarmente penoso è la scarpinata dopo il lavoro: immediatamente riconoscibile dalla stella gialla sul petto, suo padre Helmut non può salire sui mezzi pubblici e, dal momento che lavora all’altro capo della città, è costretto a un’ora di cammino notturno.
In realtà quel 13 febbraio l’umore nero del capofamiglia è dovuto a ben altro, ma i suoi parenti non ne sono a conoscenza. Il giorno prima Helmut è stato convocato dall’autorità responsabile per gli ebrei e gli è stata consegnata un’ingiunzione: dopo tre giorni deve presentarsi con i due figli (la moglie ariana, no) alla stazione centrale, portando solo pochi effetti personali, nessun oggetto di valore e nessuna divisa straniera. A leggere tra le righe il messaggio risulta chiarissimo: sembra proprio giunta la fine, ma per adesso nessuno ne è informato.
Anche il piccolo Heinz, ignaro di tutto, il 13 febbraio è in un stato d’animo pessimo, ma per un’altra ragione: se anche abituato, ormai, a passare gran parte del tempo a casa, non potendo come ebreo frequentare parchi e scuole, non tutti i giorni fanno male allo stesso modo. E va bene non poter frequentare la scuola, va bene pure non poter giocare a pallone con i coetanei, ma martedì grasso… Dover guardare dalla finestra – anch’essa distinta dalla stella gialla sull’infisso –  gli altri bambini mascherati, è veramente troppo! Anche nel racconto di oggi, a distanza di sessanta anni esatti.
Giunge la sera, e a casa Aris tutto sembra normale, triste come sempre, e forse solo poco di più che nelle altre famiglie di Dresda: nella città sassone ci si sente ormai ad un tiro di schioppo dall’Armata Rossa, immaginata come un’orda barbarica alle porte. Tra i pochi ebrei rimasti, ovviamente, la percezione è radicalmente diversa: non si pensa a Stalin come a Gengis Kahn, ma come a un liberatore, e certo non per convinzioni politiche. L’intera città è invasa da profughi che giungono dalle regioni dell’Est, in particolare dalla Prussia orientale, e i racconti che portano non sono davvero incoraggianti. I tedeschi, poi, conoscono bene ciò che essi stessi hanno fatto durante l’avanzata nel cuore della Russia, e immaginano, dunque, che la vendetta degli Untermensch non potrà che essere tremenda. Ma questo, a casa Aris, oggi non interessa, e la lettera custodita nella fodera interna della giacca, ancora taciuta, pesa più di mille parole.
Alle nove e mezza il primo attacco, seguito a circa tre ore di distanza dal secondo: lo spettacolo è quello di una gigantesca Troia distrutta e data alle fiamme. Helmut Aris, salito in soffitta, osserva lo spettacolo e si rende conto che niente sarà più come prima. E peggio di prima, d’altronde, non può andare.  Tra i duecento ebrei rimasti a Dresda, circa la metà muore nel bombardamento: i sopravvissuti hanno quasi tutti la stessa impressione di Helmut Aris. La fuga e il nascondersi – ciò che prima sembrava impossibile – sono diventati un’ ipotesi ragionevole nel caos generale. Anche perché  una bomba ha centrato il quartier generale della Gestapo, disintegrando ogni cosa e disperdendo, tra l’altro, l’elenco egli ebrei della città.
La mattina seguente, nella città che ancora fuma, in attesa del terzo e definitivo attacco, i due genitori chiamano i bambini, Heinz e la sorellina minore, e tutti assieme si strappano la stella gialla. In un breve e concitato consulto notturno, il padre ha informato la moglie della minaccia che incombe sulla famiglia: la risoluzione comune è quella di tentare la via della Cecoslovacchia, dove sempre più velocemente avanzavano i sovietici, che hanno già liberato Auschwitz. Ma quella mattina, 14 febbraio, gli Aris  si rendono  conto che persino la più precipitosa delle fughe ha bisogno di una minima preparazione, e che, in ogni caso, nella propria casa non si può più rimanere. La signora Aris ha però un’ amica fidata, una compagna della giovinezza, una delle poche che non l’ha abbandonata nonostante la sua “incomprensibile decisione” di sposare un ebreo: la signora Müller, impiegata all’anagrafe, che ha già perso il marito in guerra. La famiglia è ora composta da lei e dai suoi due bambini e abita nel centro città. La famiglia Aris al completo si avvia, tra le macerie, nella direzione della sua abitazione. Quando finalmente giungono a destinazione, gli Aris non credono ai propri  occhi: l’intera strada semplicemente non esiste più. E come si fa, infatti, a riconoscere una via se non sta più in piedi neanche un palazzo a delinearne il lato, e non c’è un manto stradale degno di questo nome? Qualche domanda rivolta ai pochi fantasmi che si aggirano tra le rovine in cerca di qualcosa e una breve perlustrazione rendono chiaro il quadro della situazione: l’amica di infanzia e i due figli sono  morti sotto i bombardamenti. Un’ intera famiglia, come tantissime altre, cancellata in una notte. Ed è a questo punto che a Helmut Aris viene in mente un’ idea semplice ma geniale: anziché fuggire in Cecoslovacchia, cosa peraltro non facilissima, la famiglia Aris diventerà la famiglia Müller. Per comodità, e per evitare di tradirsi, ai due bambini viene consentito di tenere il loro primo nome. Ma per il resto, da questo momento la famiglia Aris non esiste più. Quello che bisogna procurarsi ora sono dei documenti. Certamente, il marasma totale in cui la città versa renderà la cosa più facile. Il caso vuole, infatti, che Helmut Aris conosca un funzionario di partito, un nazista a tutti gli effetti, che si è sempre mostrato piuttosto benevolo nei suoi confronti. Non si vedono da molto tempo, perché “non sta bene” frequentare ebrei e perché gli ebrei erano sottoposti a limitazioni assai fastidiose. Ve l’immaginate una serata in cui, durante una passeggiata, si debba continuamente cambiare strada? Vietato agli ebrei di qua, vietato agli ebrei di là. Una vera rottura. Quella mattina, comunque, Helmut decide che bisogna ad ogni costo fare quel tentativo. Con tutta la famiglia si reca da questo burocrate, che sa essere  in grado di produrre documenti falsi eppure assolutamente validi, per sincerarsi innanzitutto che sia ancora vivo. Arrivati a destinazione, scoprono che l’uomo vive ancora lì, con la sua famiglia. Ma lo shock è stato enorme anche per lui: la fine della guerra, la sconfitta della Grande Germania e il momento della resa dei conti sono ormai questione di mesi, forse di giorni. E, probabilmente, è proprio sotto l’effetto di questo clima  angoscioso, più che per un soprassalto di coscienza, che il ligio funzionario decide di aiutare questa nuova famiglia Müller. Non solo procura agli Aris i documenti di cui hanno bisogno, ma si offre di ospitarli a casa sua, spacciandoli per sfollati qualunque, per gente che ha perso tutto nella distruzione di Dresda.
I coniugi Aris decidono di accettare: nei pochi mesi che mancano alla fine della guerra, i due nuclei familiari convivono sotto lo stesso tetto. “Non è escluso che ci fosse una certa diffidenza”, racconta Heinz Aris, “ma il senso di sospensione di cui tutti ci sentivamo parte creava anche una certa solidarietà”. La città viene conquistata dai russi, e la famiglia Aris può finalmente tornare alla casa delle nonna materna, dai cui stipiti viene tolta la stella gialla. Sopravvissuta grazie ai bombardamenti e all’aiuto di un nazista, la famiglia Aris è miracolosamente scampata alle persecuzioni e alla guerra. Ma il destino aveva in mente un ultimo scherzo: i liberatori russi si comportavano nelle città conquistate come spesso fanno le truppe occupanti. Angherie e soprusi di vario genere, e soprattutto violenze sessuali alle donne, erano all’ordine del giorno. Con particolare accanimento i soldati infierivano, poi, su quelle persone che erano più chiaramente colluse col passato regime: funzionari di partito, dunque, o di corpi speciali dell’esercito, noti per la loro efferatezza. Ed  è così che, dopo qualche giorno, Helmut Aris, aprendo la porta di casa, si trova davanti lo stesso nazista, presso il quale ha vissuto con tutta la famiglia nei mesi precedenti. Spaventato dalle voci che circolano sulla crudeltà dei soldati sovietici, soprattutto preoccupato per la sorte della moglie, l’uomo chiede ora ospitalità e rifugio alle stesse persone che poco tempo prima aveva accolto nella propria casa.
Nei mesi successivi, prima che la situazione si stabilizzi con la fine delle ostilità, le due famiglie si ritrovano ancora sotto un unico tetto, in un altro quartiere della città spettrale. La stella gialla, non più sui cappotti e sulle porte, è inopinatamente diventata una sorta di lasciapassare: i russi vincitori, pur commettendo violenze e abusi, sentono di assolvere il loro compito morale proprio in quanto liberatori degli ebrei.
Guardando  all’intera vicenda sessant’anni dopo, non c’è alcuna morale da trarre.  E, tuttavia, senza banalizzare, tenendo ben presenti ruoli e responsabilità, ricordando chi sono le vittime e chi i carnefici, vengono in mente le parole del Manzoni su quell’incredibile guazzabuglio che è il mondo e chi lo abita.
 

MORIRE E’ UN ATTIMO

Da “Avvenimenti” ottobre 2005

<<E’ lungo una vita, il mio rapporto con il carcere>> a raccontarcelo, ironicamente, è Luigi Manconi, responsabile Diritti civili dei DS e garante dei Diritti dei detenuti presso il comune di Roma <<Io e le mie sorelle siamo nati all’Asinara, dove mio padre lavorava in qualità di medico della colonia penale, oggi non più in funzione. I miei ricordi di bambino sono costellati da queste presenze, dai detenuti che lavoravano come domestici o artigiani presso il personale. A quattordici anni, poi, tornai in vacanza sull’isola; viaggiai in traghetto con un detenuto ammanettato, col quale conversammo a lungo; ne rimasi profondamente impressionato: una volta a casa scrissi un articolo che fu pubblicato come elzeviro sulla “Nuova Sardegna”, dal titolo, se ricordo bene “Conversazione con detenuto”>>. Una vicenda biografica, dunque, che molto presto si salda con una forte militanza: <<A 22 anni fui recluso per sette mesi per reati politici; una permanenza in carcere dura, che mi condusse nelle prigioni di Torino, Piacenza e Firenze. A Torino organizzammo uno dei primi scioperi della fame, uno sciopero politico, e dopo una lunga trattativa fummo traditi dalla direzione. Fu, insomma, un’ esperienza decisiva a livello formativo, completata, in un certo senso, dall’ampia riflessione che molti di noi fecero col “sequestro Moro”: ragionai allora sul concetto di detenzione, di cella e di pena, approdando, per così dire, al garantismo>>.
Una storia particolare, diversa da quella di Franco Corleone, garante dei Diritti dei detenuti presso il comune di Firenze: <<Il mio interesse per questo tema nasce diversi decenni fa, a Milano, nell’area dei Radicali e dei Diritti civili, negli anni Settanta delle rivolte dei detenuti a S. Vittore. L’esperienza parlamentare, poi, mi ha naturalmente sensibilizzato ancor di più alla questione, soprattutto in qualità di sottosegretario con delega alla giustizia minorile e alle carceri. Ho sempre considerato le prigioni una spia della giustizia in generale, e sono convinto che oggi ci sia un’ urgente necessità di riforma del sistema penitenziario, afflitto dal sovraffollamento e sempre più congestionato da leggi criminogene, quali la “Fini” sulle droghe e la “Bossi-Fini” sull’immigrazione>>.
In questo quadro, può la figura del garante costituire una speranza? <<Certamente il garante può essere una risorsa>> afferma Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione “Antigone” <<purché il caso che viene creato localmente conduca all’istituzione di una organo di garanzia, con poteri, a livello nazionale: come ci viene del resto suggerito anche dagli organismi europei>>. Una proposta, quella di un Garante nazionale dei detenuti, da qualche tempo anche allo studio delle Camere.
<<Il carcere di Sollicciano, a Firenze, è una struttura complessa ed articolata>> ci spiega ancora Corleone <<Unica “Casa di cura e custodia femminile” in Italia. Purtroppo il numero troppo elevato di reclusi è in contraddizione con lo spirito originario, con la volontà di reinserire i detenuti che il progetto architettonico rispecchiava perfettamente>>. Una realtà, quella di Sollicciano, in cui ogni detenuto costa allo Stato, per tre pasti al giorno, un euro e ottantanove centesimi – un euro e ottantanove! -, quanto tre caffè. Una prigione nella quale i cani, solo per aver sentito l’odore del fumo, hanno involontariamente causato il trasferimento di venti detenuti, nessuno dei quali trovato in possesso di droghe. <<Stiamo lavorando alacremente per reperire gli ultimi fondi necessari a realizzare il “Giardino degli incontri”, area del comune progettata da Michelucci: uno spazio che aprirebbe il mondo chiuso del carcere alla poesia e all’arte, e farebbe rientrare l’amministrazione realmente in possesso di un territorio che le appartiene>> conclude Corleone.
Ma altrove la situazione non è migliore. “Antigone” nasce come luogo di riflessione politico-culturale sulle questioni del sistema penitenziario e della giustizia in generale, normalmente amministrata solo dalle corporazioni (avvocati e magistrati); in qualità di presidente dell’associazione, e prima di vicedirettore nelle carceri di Padova e Pisa, Gonnella di storie emblematiche ne ha viste tante: <<Me ne vengono in mente due, che ben rappresentano due grandi problemi di questa realtà, quelli della sanità e del trattamento dei detenuti, soprattutto degli immigrati: la vicenda di Mario Giuffreda, un ragazzo tossicodipendente e incensurato, che non riuscì ad arrivare in tempo all’ospedale. Al momento della crisi, infatti, mancava il personale che potesse occuparsi della traduzione: una morte, ovviamente e tragicamente, evitabile. La seconda è quella di un tunisino recluso nel carcere di Potenza, che qualche anno fa si arrampicò sui tetti, pretendendo di essere interrogato dal Procuratore perché vittima di percosse. La Magistratura fece partire un’ indagine a cui non venne fatto seguire alcun trasferimento: lascio immaginare quali potessero essere le condizioni dell’uomo a quel punto>>. Chi viene ingiustamente trasferito, a Firenze, chi “giustamente” non viene trasferito…
Talvolta, poi, un po’ di sfortuna acuisce il malfunzionamento del sistema: <<E’ il caso di un ragazzo immigrato, abbandonato e depresso>> ci racconta Laura Astarita, dell’ufficio del Garante presso il Comune di Roma <<Da tempo minacciava continuamente il suicidio. Una notte l’agente di guardia lo scopre già appeso ad un lenzuolo, ma non ha con sé le chiavi della cella: il regolamento del carcere impedisce al personale di poter aprire le serrature quando è buio; tornato precipitosamente indietro, il poliziotto non è in possesso di un coltellino con cui recidere il laccio mortale, e così passano altri minuti. Quando finalmente le guardie riescono a prendere l’uomo, caricarlo assai artigianalmente su un lenzuolo usato a mo’ di lettiga, bisogna ancora raggiungere l’infermeria centrale, perché quella del reparto è aperta solo di giorno>>. Venti minuti, mezz’oretta al massimo, tanto basta per morire in galera.
<<Si deve riformare una macchina pachidermia, burocratica, estremamente rallentata>> ci dice ancora Manconi <<A Rebibbia, per esempio, sono stati installati dei pannelli solari per il riscaldamento: un’ occasione di lavoro retribuito e di formazione tecnica per i detenuti; i fondi in bilancio già stanziati e una metà dei macchinari che dopo mesi continua a non funzionare>>. Ed è così che in carcere ci vogliono vari mesi per costruire un ponte di dieci centimetri, che permetta ai reclusi in carrozzella di godere dell’ora d’aria: <<Tanto ci è voluto, dopo che il mio Ufficio se ne è interessato, per far sì che un progetto già finanziato fosse portato a termine e l’architetto incaricato, designato dal dipartimento di amministrazione penitenziaria, procedesse al collaudo>>. Nel frattempo i ragazzi handicappati non uscivano mai dalla cella.
Sono tutte storie di ordinaria amministrazione, al fresco, che poco interessano, tutto sommato, a chi sta fuori: <<Il carcere è tornato ad essere un luogo di disciplinamento sociale>> conclude Manconi <<dove si controllano le classi ritenute pericolose: un terzo dei detenuti è straniero e un altro è composto da tossicomani. La società, grazie ad una serie di misure legislative, come la “ex Cirielli” e la legge sulla droga, punisce una serie di comportamenti e non di crimini>>.
Le categorie sociali ritenute a rischio e quelle più umili, quelle meno in vista per l’opinione pubblica, rinchiuse in centri sovraffollati; e sul fatto che sia proprio l’entità eccessiva della popolazione carceraria la prima piaga da debellare, sono proprio tutti d’accordo.

                                                TOBIA ZEVI

STEFAN, CHE SI è SCELTO STORIA ED ANTENATI

Da “l’Unità” 12 agosto 2005
di Tobia Zevi

Si viaggia non per conoscere il mondo, ma per scoprire se stessi, diceva Proust. E adesso sono in viaggio con Stefan verso la Repubblica Ceca; il nostro treno fa sognare, perché attraversa capitali, paesi, fiumi, lingue e culture diverse, vicine e distanti l’una dall’altra. Amburgo Berlino Dresda Praga Budapest. Noi siamo partiti da Dresda, e scenderemo appena dopo il confine ceco, a Usti, per proseguire col trasporto locale. Il panorama che ci accompagna dal cuore della Sassonia fino al confine è quello della valle dell’Elba, qui pomposamente ridefinita Svizzera sassone; una valle angusta, molto bella, che si stacca dall’alveo del fiume, puntellata da numerosi paesini. E’ in quest’area povera che il partito neonazista ha pescato più voti alle elezioni di settembre, in alcuni paesi le forze xenofobe hanno raggiunto addirittura il 25%. A maggio, in occasione di alcune ricorrenze popolari, sconsigliano di passeggiare per questi boschi non solo agli stranieri o alle persone di colore, ma persino alle donne non accompagnate.
Il treno si muove controcorrente, così come le molte chiatte che trasportano merci verso l’Est europeo. Mentre la gola si stringe, sembra che sulla nostra sponda rimanga spazio solo per il treno, mentre le case devono spostarsi tutte sull’altra riva. E in effetti, quando si scende ad una di queste stazioni, si è immediatamente costretti a salire sul battello e a guadare il corso d’acqua per trovarsi in mezzo alle abitazioni. Per un certo tratto l’Elba segna anche il confine naturale tra Germania e Repubblica Ceca, con tanto di controllo passaporti a bordo dell’imbarcazione: i doganieri tedeschi domandano senza tradurre, mentre gli agenti cechi, non parlando inglese, si sforzano di farsi comprendere. Gli abitanti di Dresda guidano spesso fino al confine, circa 60 chilometri, per motivazioni assai pratiche: fare il pieno in economia, gozzovigliare a pochi soldi, comprare merci di contrabbando o false (l’intero commercio è gestito, stranamente, da vietnamiti). Ma non solo: Dresda è l’unica grande città della Germania a non avere un bordello, proprio perché, nonostante le spese di trasporto, andare con le prostitute ceche è conveniente, forse anche meglio.
La nostra meta finale è Libochovice, piccolo paese boemo, dove si arriva con tre cambi di treno.  Si scende ad Usti, tipica città di frontiera, si prosegue poi fino a Decim; da lì finalmente fino a Libochovice, che si può raggiungere una volta al giorno, verso le sette di sera. Il treno è a misura dei pendolari, e una volta sopra sembra di essere di troppo, unici a non conoscersi dopo l’ennesima giornata di lavoro. Il buffo locomotore, vagone unico con panche di legno, non avrà meno di settant’anni.
Stefan, una volta sul trenino, mi racconta che su quelle stesse rotaie, non rimodernate, furono deportati gli ultimi ebrei di Libochovice nell’agosto 1942, estinguendo una comunità dalle origini quattrocentesche. Ma i miei “ricordi” spaziano ancora più indietro, alla storia della famiglia di mia madre. La mia bisnonna emigrò dal suo paese boemo agli inizi del secolo scorso, in seguito alle crescenti difficoltà per la popolazione ebraica; l’intera famiglia si trasferì in Italia, approdando a Roma o a Milano. L’unico a non abbandonare il villaggio natio, il nonno della mia bisnonna, il rabbino dello Stetl; non poteva abbandonare la sua gente, e “Nonna Olga” ha sempre raccontato di averlo salutato l’ultima volta, da lontano, seduta a cavalcioni sul carretto che la portava via. I binari del treno sembrano quindi condurmi verso una parte del mio passato.
Ma il più eccitato è sicuramente Stefan, che quasi non riesce a star fermo per la voglia di arrivare; la sua vicenda è un concentrato di storie interessanti avvolte su una trama particolare. 38 anni, di Dresda, non credo abbia mai conosciuto i veri genitori, fu allevato dalla nonna materna, vedova di guerra. A 18 anni, nel 1986, prestò il suo anno e mezzo di leva, fermandosi poi come volontario per altri 18 mesi: alti burocrati della DDR gli avevano fatto capire, che un semplice servizio militare non sarebbe bastato ad ottenere la valutazione necessaria per accedere alla facoltà di medicina, come nelle sue speranze. Solo per questo motivo un ragazzo sensibile e dolce come Stefan, lontano dalla mentalità di qualunque caserma, rimase fino all’agosto del 1989 con un’ uniforme indosso, attendendo soltanto di poterla sostituire con un camice. Nessuno però gli aveva detto, nel frattempo, nel chiuso delle camerate, delle “giornate di Lipsia”; Stefan non sapeva che le prime manifestazioni contro il regime dalla fine della guerra mondiale avrebbero sgretolato la mastodontica Repubblica Democratica in poche settimane.
Nessuna delle certezze per cui aveva duramente lavorato aveva più valore; un’ intera generazione dovette subire la drammaticità del rivolgimento epocale: <<Quelli come me hanno perso più di tutti nel cambio di regime: abbiamo dovuto rinunciare alla solida preparazione impartita nelle università socialiste, e contemporaneamente siamo invecchiati troppo in fretta per godere dei benefici delle nuove università libere e della società capitalista>>. Non si può non pensare alla diversa situazione di molte repubbliche ex sovietiche, dove è proprio la “classe Abramovich” ad aver accumulato le più inaudite fortune: la differenza sta nel fatto che, con tutte le sue inevitabili spaccature, la riunificazione tedesca ha impedito assurde speculazioni, paradossalmente a scapito di una (breve) generazione.
Senza certezze nel futuro, e senza disporre di un passato rassicurante, Stefan iniziò allora la sua ricerca: <<Da tempo sentivo un bisogno ed un richiamo. Quando ero ancora nell’esercito, una volta, entrai in una chiesa durante un turno di guardia. Il giorno dopo fui chiamato da un ufficiale della Stasi, che mi avrebbe dovuto punire, quanto meno redarguire pesantemente. Mi chiese perché lo avevo fatto. Risposi che avevo avuto voglia di ammirare l’edificio>>. E lui cosa fece? << “Si tolga almeno le mani dalle tasche, quando entra in una chiesa” mi disse freddamente. Fu una cosa incredibile, un ufficiale dei servizi segreti comunisti che mi invitava al rispetto per la religione. Lo interpretai come un indizio, come una spinta e proseguire nel mio cammino>>. E il viaggio spirituale di Stefan lo condusse in maniera sorprendente a cominciare la frequentazione con la comunità ebraica, a rispettare le prime regole e infine a convertirsi nel 1999, dopo anni di studio. “Non so dare una motivazione razionale all’esito del mio percorso, so soltanto che quando entrai la prima volta in sinagoga ebbi la sensazione di aver trovato ciò che da anni andavo cercando”.
Il cuore della Boemia è abbastanza pianeggiante; a differenza di Praga, però, arricchita dal turismo, permangono nel resto del paese grandi difficoltà economiche: aumento dei prezzi, disoccupazione alta, inquinamento pazzesco. Stefan mi spiega finalmente perché miriamo avventurosamente alla sconosciuta Libochovice. <<Nel paese si trova il quinto cimitero ebraico per antichità della Boemia. Giaceva abbandonato, ma da qualche anno, ormai, grazie ad un comitato misto tedesco-ceco, varie iniziative contribuiscono a sviluppare gli studi sulle lapidi e a ristrutturare il muro di cinta. Abbiamo organizzato concerti e mostre, donando ad un piccolo paese una visibilità ed un entusiasmo culturale addirittura internazionale>>. Una vicenda diversa, ma che ricorda il nuovo fervore delle vecchie comunità ebraiche dell’Est europeo, legato all’instancabile attività di molte organizzazioni internazionali: reimpiantare faticosamente le tradizioni in luoghi da cui il socialismo reale le aveva bandite, un’ impresa apparentemente proibitiva, ma oggi riscontrabile con una certa dose di stupore.
<<Ogni volta che vengo qui>> prosegue Stefan <<Ho l’occasione di far visita ai miei nonni, pensando che potrebbe essere l’ultima volta>>. Ma i tuoi nonni non sono morti da tempo? Gli chiedo. <<I miei nonni veri, si, ma la prima volta che approdai in questo villaggio ho conosciuto Anton ed Elena, e fu amore a prima vista>>.
E, sfiorando finalmente le lapidi inerpicate di un vecchio cimitero di provincia, si fa spazio una nuova consapevolezza, una nuova dimensione della memoria: a Stefan serviva un passato proprio, e se lo è semplicemente creato; Stefan si è scelto storia ed antenati. Questo gli ha consentito di guardare, nuovamente fiducioso, ad una vita che aveva smarrito ogni certezza. La nonna “adottata” (Babicka) e il cimitero ebraico rappresentano due facce complementari di uno stesso fenomeno, il recupero inventato di una memoria collettiva ed individuale. In molti suoi articoli, Adriano Sofri ha sostenuto che ormai, per il nostro mondo, il futuro non può che consistere nello scandagliare più in profondità il nostro passato, sviscerandone gli errori e scoprendone le soluzioni. Certamente Sofri non conosceva Stefan, ma credo che della sua memoria nuova, rivolta interamente al futuro, sarebbe contento.

                                                TOBIA ZEVI