TOBIA ZEVI RACCONTA PERCHE’, A VOLTE, NON RIESCE A METTERE LA KIPPAH

Da “Il Foglio” 20 marzo 2005
di Tobia Zevi

A tredici anni avere paura di essere diverso è normale, ed è per questo che la prima volta che mi recai in Germania mentii sulla mia identità religiosa. All’epoca frequentavo la scuola ebraica e, pur avendo molti amici non ebrei, ero abituato a frequentarli in piccole compagnie. Trovarmi in questo paese, conosciuto solo attraverso la sua drammatica storia, con una scolaresca romana doveva avermi condizionato. I coetanei provenivano da Prati o dai Parioli, e con alcuni di questi ero amico da lunghissimo tempo; pur essendo di “buona famiglia”, e nella sostanza bravissimi ragazzi, qualcuno doveva aver sentito allo stadio o da qualche fratello più grande qualche coro antisemita: il sentirlo nel pullman e il trovarmi immerso nella lingua tedesca mi bloccò ancora di più. Seppure non religioso, rispettavo già le regole alimentari ebraiche, che mi vietavano la carne che non fosse macellata secondo la norma. Raccontai di essere vegetariano e tutto andò liscio. Però a tredici anni non si calcola tutto: di fronte alla succulenta wienerschnietzel (cotoletta panata) non seppi trattenermi e ne divorai un paio. La professoressa che ci accompagnava mi chiese come potevo permettermi quello strappo alla regola (lei ovviamente aveva capito), preoccupata che i miei genitori potessero prendersela. Non ricordo quale balla ho inventato allora per uscirne fuori, ma so l’impressione che mi fece trovarmi, senza alcun motivo reale, balbettante, a nascondere ciò che sempre mi era parso assolutamente normale.
Credo che una sola volta prima di allora mi fosse pesata l’alterità dagli altri. Mi era successo all’asilo, avrò avuto circa quattro anni: costernato dallo scoprirmi un’eccezione, inseguivo per il giardino della materna un altro bambino, chiedendogli ossessivamente: “Ma tu sei ebreo? Ma tu sei ebreo?”. Quello, scocciatissimo, rispose: “Ahò, io so’ Jacopo”. Grande saggezza.
Fatto sta che l’essere ebreo non mi aveva mai creato problemi, nelle aule di musica come nelle piscine dove ero cresciuto. Ma a tredici anni la paura di essere diverso è normale.
Ma dopo aver viaggiato un po’ dentro e fuori l’Europa; aver frequentato corsi estivi e scuole pubbliche e avendo amici di tutte le razze e di tutte le religioni, ora non è più normale. Tre anni fa andai a Berlino per un corso di approfondimento di tedesco. Rivelai tranquillamente perché alcune pietanze (circa l’ottanta per cento della dieta tedesca) mi erano vietate e quale fosse il mio credo.
Ma Berlino è un po’ come New York: la differenza tra i costumi della capitale e quelli di gran parte del paese è notevole, come lo è quella tra la Grande Mela e un paesino del cotton belt. A Berlino omosessuali si baciano alle stazioni della metro (non proprio a tutte), e questo non si vede certo ovunque.
Non ebbi dunque alcun problema identitario, seppure non mancò un episodio spiacevole: una sera bevevo una birra ad Alexander Platz; era tardi, e incontrai un signore che doveva essere già decisamente brillo. Credo mi rivolse lui la parola. Finimmo a parlare del Museo ebraico di Berlino, considerando la modernità architettonica del progetto di Libeskind. Lui mi disse, senza scomporsi affatto, che il Museo non andava bene non perché ebraico, ma perché a progettarlo era stato un ebreo: “Wissen sie was, er ist ein Jude”. “Sa cosa c’è, è un ebreo”. Certamente i fonemi germanici contribuirono al mio senso di malessere: a colpirmi fu in effetti che secondo lui si potesse parlare degli ebrei nei campi, degli ebrei distrutti e annullati, ma che questi non potessero più realmente stare in Germania. Pensai che per un tedesco, al di là degli ammirevoli sforzi che la Repubblica ha compiuto per superare il suo passato, non poteva essere facile convivere con un ebreo: non si può stare con una persona alla quale si è fatto un simile torto e alla quale non si potrà mai chiedere abbastanza perdono. Non la si può amare. In un certo senso compresi le parole di questo tedesco alticcio, e lo sforzo di comprendere mi rese più accettabile il fastidio. Non penso di essere uno che si lasci intimorire o impressionare, ma fatto sta che fu l’unica volta in quel soggiorno in cui mi rifiutai di uscire allo scoperto. Non mi alzai dalla sedia inviperito e non urlai all’uomo che mi stava di fronte: “E con me come la mettiamo?”.
Ma oggi non è normale: negli ultimi anni, come esponente dell’unione dei giovani ebrei, ho partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche, ho parlato a pubblici diversi, orgoglioso della mia diversità e consapevole dell’importanza del compito; disponibile nel momento in cui rispondevo ad una domanda genuinamente curiosa come ad una di legittima faziosità politica (su Israele). In vari ambienti mai mi si è posto seriamente il problema di essere ebreo.
Senza esitazione ho scelto la destinazione che mi pareva più conveniente per i miei studi, al momento di scegliere un soggiorno di studio con l’Erasmus: sei mesi a Dresda erano una splendida occasione per arricchire il mio tedesco della terminologia scientifica, e la Germania dell’Est mi pareva una delle zone più entusiasmanti da scoprire.
Pochi giorni prima di partire però, ecco le elezioni regionali in Sassonia. La NPD (partito neonazista), di cui oggi si parla tanto, ottiene un traguardo largamente insperato e preoccupante, mentre le altre forze subiscono una battuta d’arresto. Il risultato non mi impressiona più di tanto: che sia un voto di protesta nelle aree del disagio sociale è cosa nota e risaputa; che già le prossime elezioni lo dimostreranno è cosa in realtà più che altro sperata. Quasi che il 9 per cento ai neonazisti fosse l’otto e mezzo per cento dei Radicali alle Europee del ’99!
Comunque mi guarderò attorno prima di dichiarare la mia religione: la condivisione di spazi diminuisce con l’età, e per quel che riguarda la mensa spiegherò di essere vegetariano; non mangiare animali è peraltro una cosa assai comune, oltre che apprezzabile, nei paesi del nord Europa. L’inizio è talmente agevole e privo di conseguenze, che decido, o non decido, di proseguire: frequento la comunità ebraica, ne racconto la storia in alcuni articoli, esco a cena con amici che vi conosco. Semplicemente, ometto questi momenti ai miei amici universitari, tedeschi e stranieri.
Il fatto di dover celare alcuni dettagli o appuntamenti mi dà a tratti un piacere puerile, sebbene abbia il rammarico di pormi con uno schermo nei confronti delle persone più care. Nelle vacanze invernali mi reco in Austria per la settimana bianca organizzata dai giovani ebrei europei: dico di andare a sciare con alcuni amici italiani e il gioco è fatto.
Man mano che il tempo avanza, però, i miei dubbi crescono. Cerco di indagare sotto la prima scorza cosa pensino degli ebrei i miei conoscenti; non sono tanto gli italiani ad incuriosirmi, o i greci e gli spagnoli, quanto piuttosto i ragazzi provenienti dall’Est europeo, e in particolare i russi e i polacchi. Infatti questi sono tristemente noti per i loro comportamenti nei confronti dei miei correligionari. Mai tradiscono, tuttavia, un’avversione o un pregiudizio: immagino che facciano attenzione non conoscendo l’interlocutore, ma  si mostrano altrettanto scevri da antisemitismo anche in episodi particolari. Un ragazzo messicano in classe dice che la colpa, sostanzialmente, dei mali nel mondo è di “quelli che vivono in Israele”, e poi, con una lieve precisazione geografica “degli ebrei degli Stati Uniti”. La professoressa tedesca lo zittisce e stigmatizza, noi facciamo altrettanto, ma nei commenti del dopolezione la loro condanna è fermissima. Mi sento un po’ in colpa: verso me stesso perché nascondo la mia origine; verso gli altri perché continuo a non fare i conti con la loro buona fede e lealtà.
Mi viene in mente una frase di Mitterand: “Sono stato educato con la filosofia, la musica e la poesia tedesca. Sapendo che avrei combattuto contro la Germania.” Avverto, nel mio piccolo, una certa analogia; ad una grande attrazione per la cultura germanica corrisponde in me un continuo senso di diffidenza e persino di repulsione.
Verso la fine intraprendiamo una serie di viaggi in piccolo gruppo. Per caso l’ultimo di questi ci conduce a Cracovia, dove a farci da ciceroni sono due amici polacchi, anche loro momentaneamente a Dresda. Tappa obbligata il quartiere ebraico nella città vecchia: della grande popolazione ebraica di Cracovia prima della guerra non rimangono oggi che un centinaio di persone, perlopiù anziane. Una di queste ci spiega, in polacco, alcuni riti ebraici nella sinagoga principale di Cracovia. Ascolto un po’ frastornato le delucidazioni, tradotteci dai compagni che conoscono la lingua, sulle tradizioni che ho vissuto fin da bambino. La guida se ne va, lasciandomi questa sensazione amara di rimanere nell’ombra nei luoghi dove si è consumata la tragedia del mio popolo.
Assisto un po’ annichilito al passaggio delle mie amiche sull’altare del tempio, allo sbirciare dentro all’Aron (armadio con i rotoli della Torà), al loro muoversi nei luoghi dove le donne non possono andare, neanche quando la preghiera è finita. Usciti dalla sinagoga cerco di abbreviare questo momento sgradevole, evitando la visita di tutte e sette le altre sinagoghe. Per fortuna in mio soccorso arriva lo Shabbat, che impedisce la visita ai turisti come noi; non posso evitare di pensare che potrei rivelarmi e magari andare dentro a pregare, ma non andandoci spesso neanche a casa…
 Tutti insieme visitiamo il Museo ebraico di Cracovia e poi mangiamo in uno dei tanti ristoranti ebraici del vecchio ghetto. Ad ogni angolo vendono pupazzi in legno raffiguranti ebrei ashkenaziti ortodossi che suonano. E’ incredibile quanti modi di fare soldi con gli ebrei si siano inventati da queste parti ora che gli ebrei non ci sono più.
A tavola una ragazza greca racconta che i suoi nonni durante la guerra hanno salvato gli averi di una famiglia ebraica a Salonicco. Dovrei uscire allo scoperto. Domani andremo ad Auschwitz e dovrei mettere la Kippah.

                                                TOBIA ZEVI

Da “Il Foglio” 20 marzo 2005

di Tobia Zevi

A tredici anni avere paura di essere diverso è normale, ed è per questo che la prima volta che mi recai in Germania mentii sulla mia identità religiosa. All’epoca frequentavo la scuola ebraica e, pur avendo molti amici non ebrei, ero abituato a frequentarli in piccole compagnie. Trovarmi in questo paese, conosciuto solo attraverso la sua drammatica storia, con una scolaresca romana doveva avermi condizionato. I coetanei provenivano da Prati o dai Parioli, e con alcuni di questi ero amico da lunghissimo tempo; pur essendo di “buona famiglia”, e nella sostanza bravissimi ragazzi, qualcuno doveva aver sentito allo stadio o da qualche fratello più grande qualche coro antisemita: il sentirlo nel pullman e il trovarmi immerso nella lingua tedesca mi bloccò ancora di più. Seppure non religioso, rispettavo già le regole alimentari ebraiche, che mi vietavano la carne che non fosse macellata secondo la norma. Raccontai di essere vegetariano e tutto andò liscio. Però a tredici anni non si calcola tutto: di fronte alla succulenta wienerschnietzel (cotoletta panata) non seppi trattenermi e ne divorai un paio. La professoressa che ci accompagnava mi chiese come potevo permettermi quello strappo alla regola (lei ovviamente aveva capito), preoccupata che i miei genitori potessero prendersela. Non ricordo quale balla ho inventato allora per uscirne fuori, ma so l’impressione che mi fece trovarmi, senza alcun motivo reale, balbettante, a nascondere ciò che sempre mi era parso assolutamente normale.
Credo che una sola volta prima di allora mi fosse pesata l’alterità dagli altri. Mi era successo all’asilo, avrò avuto circa quattro anni: costernato dallo scoprirmi un’eccezione, inseguivo per il giardino della materna un altro bambino, chiedendogli ossessivamente: “Ma tu sei ebreo? Ma tu sei ebreo?”. Quello, scocciatissimo, rispose: “Ahò, io so’ Jacopo”. Grande saggezza.
Fatto sta che l’essere ebreo non mi aveva mai creato problemi, nelle aule di musica come nelle piscine dove ero cresciuto. Ma a tredici anni la paura di essere diverso è normale.
Ma dopo aver viaggiato un po’ dentro e fuori l’Europa; aver frequentato corsi estivi e scuole pubbliche e avendo amici di tutte le razze e di tutte le religioni, ora non è più normale. Tre anni fa andai a Berlino per un corso di approfondimento di tedesco. Rivelai tranquillamente perché alcune pietanze (circa l’ottanta per cento della dieta tedesca) mi erano vietate e quale fosse il mio credo.
Ma Berlino è un po’ come New York: la differenza tra i costumi della capitale e quelli di gran parte del paese è notevole, come lo è quella tra la Grande Mela e un paesino del cotton belt. A Berlino omosessuali si baciano alle stazioni della metro (non proprio a tutte), e questo non si vede certo ovunque.
Non ebbi dunque alcun problema identitario, seppure non mancò un episodio spiacevole: una sera bevevo una birra ad Alexander Platz; era tardi, e incontrai un signore che doveva essere già decisamente brillo. Credo mi rivolse lui la parola. Finimmo a parlare del Museo ebraico di Berlino, considerando la modernità architettonica del progetto di Libeskind. Lui mi disse, senza scomporsi affatto, che il Museo non andava bene non perché ebraico, ma perché a progettarlo era stato un ebreo: “Wissen sie was, er ist ein Jude”. “Sa cosa c’è, è un ebreo”. Certamente i fonemi germanici contribuirono al mio senso di malessere: a colpirmi fu in effetti che secondo lui si potesse parlare degli ebrei nei campi, degli ebrei distrutti e annullati, ma che questi non potessero più realmente stare in Germania. Pensai che per un tedesco, al di là degli ammirevoli sforzi che la Repubblica ha compiuto per superare il suo passato, non poteva essere facile convivere con un ebreo: non si può stare con una persona alla quale si è fatto un simile torto e alla quale non si potrà mai chiedere abbastanza perdono. Non la si può amare. In un certo senso compresi le parole di questo tedesco alticcio, e lo sforzo di comprendere mi rese più accettabile il fastidio. Non penso di essere uno che si lasci intimorire o impressionare, ma fatto sta che fu l’unica volta in quel soggiorno in cui mi rifiutai di uscire allo scoperto. Non mi alzai dalla sedia inviperito e non urlai all’uomo che mi stava di fronte: “E con me come la mettiamo?”.
Ma oggi non è normale: negli ultimi anni, come esponente dell’unione dei giovani ebrei, ho partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche, ho parlato a pubblici diversi, orgoglioso della mia diversità e consapevole dell’importanza del compito; disponibile nel momento in cui rispondevo ad una domanda genuinamente curiosa come ad una di legittima faziosità politica (su Israele). In vari ambienti mai mi si è posto seriamente il problema di essere ebreo.
Senza esitazione ho scelto la destinazione che mi pareva più conveniente per i miei studi, al momento di scegliere un soggiorno di studio con l’Erasmus: sei mesi a Dresda erano una splendida occasione per arricchire il mio tedesco della terminologia scientifica, e la Germania dell’Est mi pareva una delle zone più entusiasmanti da scoprire.
Pochi giorni prima di partire però, ecco le elezioni regionali in Sassonia. La NPD (partito neonazista), di cui oggi si parla tanto, ottiene un traguardo largamente insperato e preoccupante, mentre le altre forze subiscono una battuta d’arresto. Il risultato non mi impressiona più di tanto: che sia un voto di protesta nelle aree del disagio sociale è cosa nota e risaputa; che già le prossime elezioni lo dimostreranno è cosa in realtà più che altro sperata. Quasi che il 9 per cento ai neonazisti fosse l’otto e mezzo per cento dei Radicali alle Europee del ’99!
Comunque mi guarderò attorno prima di dichiarare la mia religione: la condivisione di spazi diminuisce con l’età, e per quel che riguarda la mensa spiegherò di essere vegetariano; non mangiare animali è peraltro una cosa assai comune, oltre che apprezzabile, nei paesi del nord Europa. L’inizio è talmente agevole e privo di conseguenze, che decido, o non decido, di proseguire: frequento la comunità ebraica, ne racconto la storia in alcuni articoli, esco a cena con amici che vi conosco. Semplicemente, ometto questi momenti ai miei amici universitari, tedeschi e stranieri.
Il fatto di dover celare alcuni dettagli o appuntamenti mi dà a tratti un piacere puerile, sebbene abbia il rammarico di pormi con uno schermo nei confronti delle persone più care. Nelle vacanze invernali mi reco in Austria per la settimana bianca organizzata dai giovani ebrei europei: dico di andare a sciare con alcuni amici italiani e il gioco è fatto.
Man mano che il tempo avanza, però, i miei dubbi crescono. Cerco di indagare sotto la prima scorza cosa pensino degli ebrei i miei conoscenti; non sono tanto gli italiani ad incuriosirmi, o i greci e gli spagnoli, quanto piuttosto i ragazzi provenienti dall’Est europeo, e in particolare i russi e i polacchi. Infatti questi sono tristemente noti per i loro comportamenti nei confronti dei miei correligionari. Mai tradiscono, tuttavia, un’avversione o un pregiudizio: immagino che facciano attenzione non conoscendo l’interlocutore, ma  si mostrano altrettanto scevri da antisemitismo anche in episodi particolari. Un ragazzo messicano in classe dice che la colpa, sostanzialmente, dei mali nel mondo è di “quelli che vivono in Israele”, e poi, con una lieve precisazione geografica “degli ebrei degli Stati Uniti”. La professoressa tedesca lo zittisce e stigmatizza, noi facciamo altrettanto, ma nei commenti del dopolezione la loro condanna è fermissima. Mi sento un po’ in colpa: verso me stesso perché nascondo la mia origine; verso gli altri perché continuo a non fare i conti con la loro buona fede e lealtà.
Mi viene in mente una frase di Mitterand: “Sono stato educato con la filosofia, la musica e la poesia tedesca. Sapendo che avrei combattuto contro la Germania.” Avverto, nel mio piccolo, una certa analogia; ad una grande attrazione per la cultura germanica corrisponde in me un continuo senso di diffidenza e persino di repulsione.
Verso la fine intraprendiamo una serie di viaggi in piccolo gruppo. Per caso l’ultimo di questi ci conduce a Cracovia, dove a farci da ciceroni sono due amici polacchi, anche loro momentaneamente a Dresda. Tappa obbligata il quartiere ebraico nella città vecchia: della grande popolazione ebraica di Cracovia prima della guerra non rimangono oggi che un centinaio di persone, perlopiù anziane. Una di queste ci spiega, in polacco, alcuni riti ebraici nella sinagoga principale di Cracovia. Ascolto un po’ frastornato le delucidazioni, tradotteci dai compagni che conoscono la lingua, sulle tradizioni che ho vissuto fin da bambino. La guida se ne va, lasciandomi questa sensazione amara di rimanere nell’ombra nei luoghi dove si è consumata la tragedia del mio popolo.
Assisto un po’ annichilito al passaggio delle mie amiche sull’altare del tempio, allo sbirciare dentro all’Aron (armadio con i rotoli della Torà), al loro muoversi nei luoghi dove le donne non possono andare, neanche quando la preghiera è finita. Usciti dalla sinagoga cerco di abbreviare questo momento sgradevole, evitando la visita di tutte e sette le altre sinagoghe. Per fortuna in mio soccorso arriva lo Shabbat, che impedisce la visita ai turisti come noi; non posso evitare di pensare che potrei rivelarmi e magari andare dentro a pregare, ma non andandoci spesso neanche a casa…
 Tutti insieme visitiamo il Museo ebraico di Cracovia e poi mangiamo in uno dei tanti ristoranti ebraici del vecchio ghetto. Ad ogni angolo vendono pupazzi in legno raffiguranti ebrei ashkenaziti ortodossi che suonano. E’ incredibile quanti modi di fare soldi con gli ebrei si siano inventati da queste parti ora che gli ebrei non ci sono più.
A tavola una ragazza greca racconta che i suoi nonni durante la guerra hanno salvato gli averi di una famiglia ebraica a Salonicco. Dovrei uscire allo scoperto. Domani andremo ad Auschwitz e dovrei mettere la Kippah.

                                                TOBIA ZEVI

TRA MOSE’ RIVOLUZIONARIO E ARONNE MEDIATORE

Da “la Repubblica” 4 dicembre 2005

Il rivoluzionario e il mediatore, due figure opposte. Tradizionalmente esaltato dalla sinistra e dal “movimento”, il primo, mentre il secondo ha raramente goduto di estesi consensi: la disponibilità al compromesso, infatti, viene sovente disprezzata, ancor più in tempi di antipolitica.
Una celebre coppia di fratelli ci offre i due paradigmi e ci consegna delle indicazioni per il presente. Mosè, dirompente e rivoluzionario, guida il popolo fuori dall'Egitto, lasciando dietro di sé chi non sa rischiare per la libertà; e non ha paura di rompere le tavole della legge di fronte all’idolo costruito dalla congrega. Ma è Aronne, medium tra suo fratello balbuziente e il faraone, a ricucire con fatica i conflitti laceranti in seno al popolo, negoziando tra l’ira di Mosè e la rabbia della gente.
I due approcci simboleggiano due vie di leadership complementari: indispensabili entrambe per chi fa politica, ma soprattutto per chi opera come rappresentante di una minoranza, da mediatore culturale.
Recentemente noi giovani ebrei abbiamo invitato alla nostra assise Osama al Saghir, presidente dei giovani musulmani; una scelta accolta favorevolmente dal mondo ebraico e da molti ambienti islamici. E tuttavia dubbi tormentosi hanno accompagnato questo passo, in primis da parte mia. Titubanze che vanno, secondo me, lette positivamente, poiché solo scelte metabolizzate e gradualmente condivise dalle nostre comunità possono costituire solide fondamenta per il dialogo.
Mi hanno perciò sorpreso posizioni assunte da musulmani moderati a favore del crocefisso e della chiusura della scuola islamica di via Quaranta: se non altro perché queste opinioni sono difficili da digerire per la base musulmana. Bisogna essere Mosè, per esempio, nel momento di condannare il terrorismo e di difendere i diritti dello Stato d’Israele. Ma per altre questioni, forse, può ancora essere più utile Aronne.

                                            

Tra antisemitismo e islamofobia

Periodicamente, in coincidenza con l'aggiornamento dei principali dizionari d'italiano, spunta qualche pezzo di colore, tra le pagine dei giornali, che censisce i neologismi entrati a pieno titolo tra i lemmi della nostra lingua. Chissà se i prossimi aggiornamenti registreranno un ampio impiego di «islamofobia». Chissà se questa parola troverà, in futuro, ulteriore ragion d'essere: se la sua fonìa corrisponderà a una sostanza – un clima d'opinione, umori diffusi, atteggiamenti collettivi – di una certa consistenza: o se, auspicabilmente, la sua parabola si rivelerà breve e trascurabile.
Esiste, poi, un'altra parola, del cui corso e della cui continuità nel tempo, non si può – ahinoi – dubitare in alcun modo: e la cui corrispondenza a una realtà, tuttora attiva e drammatica, è agevolmente documentabile: l'«antisemitismo» è un tassello essenziale di quella nebulosa semantica che descrive il razzismo, le sue origini e le sue manifestazioni; ne interpreta i tratti più oscuri e ne esplicita la deriva paranoica; ne sostanzia, in sommo grado, le componenti più aggressive.
Da qui, una domanda: l'antisemitismo e l'slamofobia possono essere accostati e analizzati contestualmente? Senza salti mortali, senza equilibrismi dialettici e, tuttavia, con intelligenza e razionalità? Perchè si tratta, certo, di sostanze assai diverse: e, tuttavia, sostanze che – a fronte di una reciproca estraneità – risultano in qualche modo correlate e spesso sovrapposte. Se ne può ragionare, dunque, facendo riferimento alle dichiarazioni del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che vorrebbe cancellare Israele dalla carte geografiche, o affrontando i nodi irrisolti della questione israelo-palestinese.
Ma non è solo la «vicinanza» storica e geografica che consente un'analisi congiunta: essa spiega solo parzialmente la relazione tra i due fenomeni: e, infatti, Israele non è l'ebraismo e il pregiudizio antisemita preesiste alla sua fondazione come stato. È vero, altresì, che lo scenario internazionale, i conflitti armati in corso, la paura del terrorismo non sono i soli fattori che alimentano un clima di sospetto e, talvolta, di aperta ostilità nei confronti dell'Islam.
Esiste un elemento, dai confini incerti e dai contenuti cangianti, che accomuna intimamente – a livello psicologico e culturale, prima che politico o ideologico – antisemitismo e islamofobia: è il pregiudizio verso «nemici», che si avvertono come simili, nonostante tutto, e reciprocamente legati: oltre che per ragioni territoriali, per alcuni tratti «antropologici» particolarmente significativi (cosmopolitismo e nomadismo, sradicamento ed estraneità, presunta e comune tendenza alla vittimizzazione). E tali da farli apparire sospetti di «tradimento» o, comunque, di una «doppia lealtà». Antisemitismo e islamofobia si innervano, così, negli scontri in atto, li percorrono e li attraversano: ma con essi non coincidono. Corrispondono, piuttosto, a forme mutevoli di paura, d'insicurezza, di allarme. Il problema di fondo riguarda, evidentemente, la possibile legittimazion e istituzionalizzazione di quei sentimenti: il fatto, cioè, che – in presenza di ansie collettive collegabili all'Islam – le agenzie che producono la mentalità condivisa (gli organi dell'informazione e della formazione, in primo luogo) costruiscano stereotipi e sedimentino ostilità; e che le politiche pubblico-istituzionali traducano quei pregiudizi in procedure di discriminazione. È urgente, pertanto, affrontare il fenomeno. E l'antisemitismo, che in epoca moderna si è rivelato come la forma più acuta, matura e violenta di razzismo, può diventare un termine di paragone importante per analizzare e comprendere.
Per queste ragioni, A Buon Diritto. Associazione per le libertà e l'Unione dei giovani ebrei d'Italia promuovono un dibattito, dove un musulmano, Khaled Fouad Allam, propone il suo punto vista sull'antisemitismo e un ebreo, Gadi Luzzatto Voghera, fa altrettando a proposito di islamofobia. Ai loro interventi seguirà una discussione tra Piero Fassino e Gianfranco Fini. L'appuntamento è per il 14 dicembre, alle 17.00, presso la Sala delle Conferenze, a Roma, in piazza Montecitorio 123a.

Luigi Manconi            Andrea Boraschi         Tobia Zevi