INCENTIVIAMO GLI SCAMBI CON ISRAELE

Da “Left” luglio 2006

Due ebrei, tre partiti. Ci scherzano su, gli ebrei italiani riuniti a congresso per eleggere il futuro consiglio e il presidente dell’Unione delle Comunità (UCEI); e dunque, sollecitati con domande sulla politica estera del nuovo governo, esprimono posizioni assai differenti tra loro: «Andrebbe proseguita la politica del governo precedente» sostiene Giorgio Israel, della componente moderata «perché è sbagliato voler accarezzare Hamas, un movimento che prevede la distruzione d’Israele e il terrorismo. L’Italia deve fare un’enorme pressione sui palestinesi» prosegue il professore «mentre ad Israele si può forse chiedere una maggiore attenzione alle condizioni dei Territori. Del resto l’elezione democratica di Hamas, come quella di Hitler, non è una giustificazione: in Italia nessuno avrebbe permesso che si costituisse un partito delle Brigate Rosse». E di BR parla anche Tullio Levi, presidente della Comunità di Torino e storico esponente della sinistra ebraica, a proposito del concetto di “equivicinanza”: «Mi pare una formula ambigua, che ricorda il “né con lo Stato né con le BR”, e che respingo: in Israele abbiamo una democrazia, dall’altra parte no.» ci spiega «Io credo piuttosto che l’Italia dovrebbe coordinarsi strettamente con l’Europa, spingendo con forza Hamas ad assumere posizioni accettabili per la Comunità internazionale, e Israele ad usare fermezza ma anche ragionevolezza per non aggravare la situazione». Sull’equivicinanza è d’accordo anche Dario Calimani, presidente di Comunità a Venezia e appena riconfermato dal congresso consigliere dell’Unione: «Mi pare una questione terminologica, poiché in effetti su questo non può esistere un metro di giudizio reale; è naturale sentirsi più vicini affettivamente a chi patisce le maggiori sofferenze» prosegue «ma l’Italia dovrebbe stringere molto i rapporti con Israele e migliorare la sua conoscenza di questa società: occorre avere un quadro reale della situazione più che reazioni emotive, perché solo così si può apportare un contributo vero al processo di pace; senza per questo rinunciare ad essere emotivamente coinvolti dalla sofferenza del popolo palestinese». Sulla conoscenza punta anche lo storico David Bidussa, altro rappresentante del gruppo progressista: «Bisogna incentivare una politica di scambi con Israele, che non riguardi solo il mondo accademico ma anche i giovani e l’economia, per evitare che invece dei cittadini israeliani ci si immagini dei pupazzi. D’altra parte» continua «Italia ed Europa devono contribuire alla crescita economica dello stato palestinese, che altrimenti non sarà mai reale: con processi di formazione umana, professionale, economica, intellettuale; e non dando solamente soldi a pioggia». Sull’equivicinanza? «Può essere una formula per le politiche di sviluppo, non per quelle di governo: in quel caso servono una reciprocità e delle regole che solo una democrazia può garantire». Yasha Reibman è il portavoce della Comunità ebraica di Milano, neoeletto al consiglio UCEI nella lista, oggi in maggioranza, “di destra” (ma che non coincide con gli schieramenti politici italiani): «Occorre continuare la politica del governo Berlusconi, che è stata molto concreta. L’Italia deve mettersi in prima fila» ci spiega «per fare in modo che Israele faccia parte del gruppo europeo all’ONU e per avviare il processo di entrata nell’Unione europea; ciò vuol dire valorizzare l’unica democrazia del medioriente, con l’idea di operare per esportare la democrazia nel mondo arabo».

                                                TOBIA ZEVI    

Andiamo a Teheran per sostenere gli studenti

Da “Il Foglio” 14 dicembre 2006

Tra le pieghe dell’intricata vicenda iraniana, tra i proclami nefasti di Ahmadinejad ed il tragicomico convegno negazionista della Shoà organizzato dalla diplomazia persiana, due giorni fa abbiamo assistito – più o meno consapevoli – ad una straordinaria lezione; impartitaci, con grande coraggio, da un manciata di studenti della facoltà di ingegneria di Teheran non organizzati e non affiliati (a quanto si sa) a particolari associazioni o a più o meno clandestini partiti politici. Questi ragazzi, nel mezzo di un intervento del presidente della repubblica islamica nell’aula magna dell’ateneo, si sono alzati in piedi al grido di “morte al tiranno”, decidendo di far sentire la propria voce. Ad ogni costo. Ben consapevoli dei pericoli e dei rischi a cui andavano incontro. Sicuri di ricevere le tre stelle che nell’assurda classificazione oscurantista designano lo “studente sovversivo”.
Ci pare che da questo, imprevedibile, episodio, si possa trarre una considerazione – ottimistica – ed un monito: in ogni epoca, ma ancor di più nella società globalizzata, il dissenso non può essere rinchiuso in confini geografici; non può essere sepolto da un potere cieco e feroce, proprio perché tutti noi siamo, al di là delle distanze, sempre “connessi”. In ogni parte del mondo navighiamo in internet, recuperiamo immagini ed informazioni dagli stessi media, ci confrontiamo con posizioni ed esperienze estranee e diverse dalla nostra. E ciò, dunque, ci consente di sperare: che in quel contesto energie fresche e moderne, giovani e preparate, possano sfondare la terribile cortina della repressione teocratica per favorire un lento, forse lentissimo, processo di democratizzazione e trasformazione. Di una società già piena, peraltro, di molteplici ed interessanti fermenti.
Ma quanto accaduto ci impone una riflessione profonda. La impone a noi giovani, studenti, militanti di organizzazioni giovanili dei partiti politici, volontari in associazioni non governative, più o meno impegnati nella politica o nel mondo universitario. Da sempre abbiamo sostenuto, ognuno con le sue sensibilità, che bisogna incoraggiare i dissidenti nei paesi non democratici o in cui la libertà non esiste; da sempre abbiamo ritenuto di dover fornire il nostro appoggio a coloro che si impegnano per l’emancipazione nelle loro nazioni. E dunque, oggi noi lanciamo questo appello a tutti, giovani e studenti, portatori di diverse esperienze e culture, uniti e diversi, per fare quanto possiamo a vantaggio della causa degli studenti iraniani che hanno osato ribellarsi.
Intanto dobbiamo preoccuparci della loro incolumità fisica, oggettivamente messa a rischio in un sistema che non prevede e non tollera forme di dissenso e protesta. In secondo luogo dovremo mostrare tutta la solidarietà di cui siamo capaci, in forme che sapremo studiare nel tempo. Noi oggi proponiamo tre soluzioni: cominciamo con una giornata di discussione in un’ aula universitaria, magari alla presenza di alcuni dissidenti dall’Iran, parlando di Medioriente e di politica internazionale e interrogandoci soprattutto su quale possa essere il nostro ruolo; e restituiamo in questo modo l’università, spesso teatro di un triste “assenteismo dell’impegno”, al suo ruolo naturale di valvola di confronto e sapere.
Portiamo poi la nostra voce e la nostra protesta fin sotto all’ambasciata dell’Iran, come già fece “Il Foglio” in occasione delle prime terribili esternazioni di Ahmadinejad, esigendo delle rassicurazioni sulla tutela dei diritti civili, umani e politici dal regime. E proviamo infine – ci rendiamo conto delle difficoltà, forse insormontabili – a sfidare anche noi il tiranno, recandoci in prima persona nella Teheran dove le manifestazioni sono interdette, ma dove tutti i divieti non riescono ad arginare la forza d’urto delle idee di libertà e giustizia. Possiamo farlo. Potremo riuscire o no. Ma una battaglia come questa merita di essere combattuta, tutti assieme.

                    Tobia Zevi – Presidente Unione giovani ebrei d’Italia
                    Daniele Nahum – Resp. Politico Unione giovani ebrei

CONFRONTO DUE FIGURE ABU MAZEN E RUGOVA

Da “la Repubblica” 8 dicembre 2006
di Tobia Zevi, Unione giovani ebrei d’Italia

Uno spunto di riflessione sull’articolo di Sandro Viola di sabato scorso: vi si diceva, in sostanza, che la vittoria di Hamas è dovuta alla politica condotta in questi anni da Sharon e non invece, se non in minima parte, alla debolezza e inefficienza dell’Autorità nazionale palestinese. Certamente Israele ha delle responsabilità ma, sfogliando il quotidiano dello stesso giorno, mi sono imbattuto nel servizio sui funerali di Ibrahim Rugova, Presidente del Kosovo. Ho dunque messo a confronto due figure, Abu Mazen e Rugova, leaders di stati che non riescono a nascere, lacerati da conflitti interni – nel caso del Kosovo anche di natura etnico-religiosa -, foraggiati dalla Comunità internazionale. Entrambi spesso non hanno ricevuto l’aiuto degli Stati “amici” confinanti: Rugova per ben 7 anni ha rifiutato di metter piede in Albania, i palestinesi hanno subito a più riprese gravi colpi da parte di siriani, giordani ed egiziani. Entrambi sempre sul punto di iniziare negoziati di pace (quelli tra Serbia e Kosovo dovrebbero cominciare presto a Vienna). E naturalmente entrambi in conflitto con un vicino potente, Israele da una parte, Serbia e Montenegro dall’altro (i paragoni tra Israele e Serbia, ovviamente, si fermano qui). Ebbene: in un caso si piange la morte del “Ghandi dei Balcani” e si spera che il successore sappia muoversi alla stessa altezza; nell’altro, invece, una sconfitta subita attraverso elezioni democratiche a dispetto di un potentissimo sostegno politico ed economico internazionale (il più grande finanziamento pro capite della storia), sembra far precipitare nel caos l’intera area mediorientale. Sarà davvero tutta colpa di Israele? Non abbiamo a che fare, anche e soprattutto, con una classe politica palestinese corrotta che, da Arafat ad Abu Mazen, ha mancato tutte le pur preziose occasioni che la storia le ha offerto, precipitando nel totale discredito della propria gente, ridotta alla disperazione?

Relazione finale 2006

Livorno
3 novembre 2006
 
Non è semplice riassumere in poche pagine la ricchezza di un’esperienza durata quasi due anni, che ha occupato intensamente molte ore della giornata di undici ragazze e ragazzi che ho avuto la fortuna di coordinare; proprio a queste persone, che meriterebbero di essere menzionate una ad una, va il mio primo pensiero e il mio più sentito ringraziamento. Senza il contributo specifico di ogni consigliere non avremmo potuto produrre ciò che abbiamo prodotto, così come il mio sforzo personale non avrebbe avuto alcun senso. Grazie a loro ho imparato ad apprezzare la bellezza e l’utilità di operare in gruppo, di pensarsi come squadra, di non trovarsi d’accordo in lunghe telefonate notturne, e quindi la soddisfazione di raggiungere un compromesso tra posizioni differenti ma mirate ad uno stesso progetto.
E seppure questo resoconto deve necessariamente raccontare gli ultimi dodici mesi, cioè il mio secondo mandato come presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia, non è possibile prescindere dal lavoro iniziato nel 2005, sul quale ho riferito nell’ultimo congresso di Roma. Allo stesso modo, però, non ritengo si possano eludere le domande che riguardano i mesi che ci sono davanti, un periodo che dovrà tendere al rinnovamento ma anche affondare le radici in ciò che abbiamo seminato. Un valore centrale della nostra cultura è quello della continuità: secondo un celebre detto non è ebreo «chi ha la madre ebrea, ma chi ha i nipoti ebrei». É in questo spirito che chiedo a tutti voi, oggi e nel futuro, di continuare a fornire il vostro fondamentale apporto nel perseguire l’obiettivo centrale per chiunque abbia a cuore l’ebraismo italiano: sempre più dobbiamo riuscire ad avvicinare i tanti giovani ebrei che, soprattutto nelle piccole comunità ma anche nelle grandi, non vengono mai coinvolti nelle attività ebraiche, coloro che nell’ultimo congresso dell’Unione delle comunità ebraiche italiane sono stati definiti “ebrei invisibili”, nel nostro caso “giovani ebrei invisibili”. Questa è la sfida che si pone oggi a tutti noi, questo è l’unico scopo irrinunciabile: dobbiamo essere in grado di avvicinarli, di attrarli con la forza delle nostre proposte e con la capacità di far loro riscoprire l’importanza delle radici ebraiche. É l’unica speranza di superare le ben note difficoltà in cui si dibattono oggi le comunità: numeri in calo, aumento dei matrimoni misti, problemi logistici. Senza i nostri sforzi, la stessa sopravvivenza dell’ebraismo italiano nel medio periodo è in discussione.

In un meraviglioso discorso tenuto qualche anno fa a Roma, che ebbi il privilegio di ascoltare, Amos Oz sintetizzò, in una sola parola, l’oggetto del suo narrare: «famiglie». In due parole, aggiunse: «famiglie infelici». Bene, se tentassi di azzardare, si parva licet…, un’operazione analoga per il lavoro fatto nell’UGEI, la parola-chiave sarebbe, con una vena di rammarico, «gradualità». Tutti noi siamo subiamo la tentazione di pensare il nostro impegno con categorie altisonanti, con richiami ai brillanti risultati raggiunti. Questo era un po’ lo spirito, chi c’era forse lo ricorderà, che pervadeva la mia relazione nel 2005: leggere i gradini che avevamo salito come conquiste fondamentali ed irreversibili.
A due anni di distanza ho compreso il valore dei piccoli passi, dei piccoli miglioramenti ottenuti con fatica,  anche a prezzo di occasionali insuccessi, che però aiutano a crescere. I compiti che ci siamo dati, e che in gran parte sono ancora da svolgere, sono articolati e difficili, e come tali richiedono tempi più lunghi. A luglio, durante il congresso UCEI, me ne sono reso conto nel tratteggiare un quadro della gioventù ebraica italiana: un arcipelago di realtà molto diverse, tutte cariche di problemi, fra i quali l’enorme divario tra grandi e piccole comunità è certamente il maggiore.
A Roma, in particolare, il giudizio sulle attività giovanili all’interno della comunità è decisamente positivo. Gli attori impegnati si moltiplicano e le attività frutto di questa proliferazione sono variegate quanto le richieste di una generazione caratterizzata da disomogeneità sociali, culturali e anche geografiche. Non va tuttavia sottaciuto che, anche in un contesto vitale come quello romano, non mancano le ombre: molto larga permane la fascia di giovani che da questo fermento non viene toccata occasionalmente. Nelle riunioni, spesso estenuanti anche se quasi sempre feconde, con i vari gruppi giovanili romani, si corre talvolta il rischio di perdere di vista l’obiettivo centrale: far crescere il numero di coloro che si attivano e di coloro che posso essere raggiunti.
A fronte di quest’opera enorme, che non verrà mai proseguita ed incoraggiata abbastanza, penso si possa essere soddisfatti dell’opera di coordinamento che abbiamo portato avanti: sempre tesi ad incoraggiare l’indipendenza e la proficua autonomia dei vari gruppi, ma consapevoli anche di dover riaffermare il ruolo centrale dell’UGEI, sulla base di due considerazioni principali: l’Unione giovani ebrei d’Italia ha dimostrato, con alti e bassi, una forte capacità di rigenerarsi, di superare le fasi più difficili della sua pur breve storia, di sopravvivere al succedersi delle generazioni, e di saper essere ancora viva oggi, a meno di due anni da quel congresso straordinario di Milano sul quale aleggiava minacciosa l’ipotesi dello scioglimento.
Un risultato certo frutto anche del sostegno che, pur con qualche patema, ci viene garantito dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane (UCEI), di cui siamo ufficialmente la costola giovanile. Ma un risultato reso necessario dall’essere l’UGEI  l’unico attore impegnato nel difficile compito di favorire l’incontro e lo scambio tra ragazze e i ragazzi che vivono la loro esperienza ebraica, non lo si ripeterà mai abbastanza, in condizioni completamente differenti.
Nelle discussioni che hanno preparato il congresso UCEI, ci siamo sempre sforzati di ribadire l’imperativo categorico: se ci sta a cuore il futuro dell’ebraismo italiano non ci possiamo permettere di lasciare indietro nessuno. Nessuno può ritenersi soddisfatto fino a che un grande evento coinvolgerà solo giovani romani e milanesi – peraltro indispensabili alla riuscita di ogni iniziativa – e fintanto che tutte le comunità non saranno raggiunte dalle nostre attività. Nel maggio scorso, recandomi a Casale Monferrato per un dibattito, ho avuto la ventura di incontrare allora i due (!) giovani ebrei di quella città. Due fratelli che, senza un grande sforzo, sono destinati a non essere mai toccati da ciò che tanto ci appassiona. Ebbene, se non saremo capaci, come abbiamo cominciato ma con sempre maggiore energia dobbiamo continuare a fare, di gettare un ponte verso quei due fratelli, come verso i molti altri che si trovano nelle loro stesse condizioni, non potremo sentirci con la coscienza a posto.
Non mi sfuggono, d’altra parte, le difficoltà che non possiamo imputare ai nostri demeriti: un ragazzo che si trova in una piccola comunità e per il quale noi possiamo essere legittimamente preoccupati dal punto di vista ebraico, non ha tra le sue priorità necessariamente quella di essere coinvolto. Egli può, tranquillamente, non avere alcuna intenzione di partecipare e non sentire la sua “esclusione” dalla collettività religiosa come qualcosa di limitante. É, per certi versi, giusto e naturale che sia così. Ma proprio per questo, la nostra responsabilità si fa ancora più pressante, anche se complessa: a noi sta trovare il modo di invogliarlo con una festa, appassionarlo con un evento, coinvolgerlo in un’ iniziativa culturale o impegnarlo in una battaglia politica. Responsabilizzandolo nei confronti di chi è nella sua stessa condizione.
E come si fa, tutto questo, concretamente? Mi pare evidente che se si disponesse di una risposta univoca e soddisfacente il problema non esisterebbe più! Al tempo stesso, però, possiamo trarre utili insegnamenti da due esperienze di questi ultimi dodici mesi, concepite proprio con questa precisa intenzione: il congresso di Livorno che sta iniziando in questo momento, e il seminario di Purim organizzato a Torino nel marzo scorso.

L’organizzazione di questa tre giorni è infatti estremamente significativa: lo scorso anno il congresso di Roma votò una mozione in cui si chiedeva al consiglio esecutivo di preparare il successivo congresso in una media comunità e penso che nelle intenzioni dei congressisti di allora la scelta dovesse ricadere su Firenze; ragionandoci assieme, invece, abbiamo scelto Livorno essenzialmente per una ragione: perché ci sembrava, e i fatti lo hanno ampiamente dimostrato, che i ragazzi del posto fossero pronti ad aiutarci generosamente, responsabilizzati ed attratti dal grande compito che si assumevano. Sono loro che mi sento di dover ringraziare per questo congresso – in special modo i coordinatori Micol Novelli e Michele Di Segni -, perché con il loro lavoro ci consentiranno di partecipare nel migliore dei modi ad un confronto di grande importanza per il futuro dell’ebraismo italiano. Ma il mio auspicio è un altro, e guarda più lontano nel tempo: spero che la fatica di queste settimane precedenti l’evento, abbia rinsaldato i legami e l’amicizia tra i giovani ebrei livornesi, e quella tra loro e tutti quelli che hanno contribuito da altre parti d’Italia; ho fiducia che a partire proprio da queste relazioni qualcuno di loro avrà voglia di impegnarsi in prima persona, magari candidandosi per il prossimo consiglio consapevole del ruolo che si propone di avere nei confronti sì dei giovani ebrei italiani in generale, ma soprattutto degli amici nella sua comunità. É questa, a mio parere, l’unica strada oggi, dopo la scomparsa dei vari centri giovanili ebraici che, grazie alla diffusione sul territorio, avevano garantito la fortuna della FGEI. Si devono risvegliare le energie locali e ci si deve sforzare di ricostituire i gruppi nelle piccole comunità, e per fare ciò si deve assolutamente incrementare l’impegno diretto nelle varie realtà, fornendo supporto ma implementando e favorendo l’autonomia e la responsabilizzazione. In questo quadro non deve sfuggire il grande ruolo che hanno gli organi comunitari nelle città dove si sceglie di operare, in primo luogo il presidente della comunità e l’assessore ai giovani: senza il loro decisivo supporto nelle ultime settimane non sarebbe stato possibile approntare questa tre giorni, e perciò siamo grati alla comunità di Livorno.
Un discorso analogo vale per il weekend “Purim lives here”, che ha avuto luogo a Torino nel marzo scorso: anche in quell’occasione assistemmo con gioia alla vitalità dei giovani torinesi, peraltro da sempre assai attivi nell’UGEI, coordinati da Michael Sorani, e potemmo constatare con gratitudine che la comunità ci era solidamente a fianco. Da questa triplice sinergia, giovani delle organizzazioni nazionali, giovani della comunità, e comunità stessa, dipende a mio modo di vedere una buona parte delle prospettive dell’ebraismo giovanile italiano del futuro.
Un discorso a parte merita il caso di Milano, che consapevolmente non ho citato come d’abitudine accanto a Roma. L’impressione è che questa realtà, seconda in Italia per numero di iscritti e tra le altre cose assai ben rappresentata nel consiglio uscente, soffra oggi anche a livello giovanile di alcune spaccature nel tessuto comunitario: da poco tempo è stato rifondato un ufficio giovani, al quale ci rivolgiamo con grande speranza, consapevoli che, dopo un periodo di silenzio, Milano possa tornare ad essere un luogo centrale per le attività giovanili come era stata negli ultimi anni in grandi eventi quali Ghettout e Zooish. Ritengo che il prossimo consiglio dovrà adoperarsi per ciò in maniera specifica, sfruttando alcune delle migliori risorse umane di questa città, gravitanti da anni costantemente nell’orbita UGEI, e che proprio dai giovani possa originarsi un percorso di unità che vada oltre le divergenze.
Una postilla va fatta subito sulla nostra capacità di comunicare; non solo nella nostra società questo verbo ha assunto le molteplici forme di una serie di mestieri che conosciamo, ma esso è sempre più associato ad un articolato gruppo di professionalità. Negli ultimi due anni siamo riusciti a fare grandi passi in avanti, ma sono certo che nel futuro su questo tema ci si dovrà sempre più specializzare, soprattutto avendo a che fare con una generazione assai esperta nell’utilizzo dei media: uno dei primi obiettivi in tal senso, presente tra le mozioni del congresso UCEI, deve essere un investimento per un’ anagrafe telematica (vale a dire un archivio email), dei giovani ebrei italiani, in modo da renderli tutti immediatamente contattabili, senza tralasciare il progetto di sviluppare agenzie formative (quello che si sarebbe “chiamato scuola-quadri”) contenuto in una specifica mozione del congresso UCEI.
Proprio con queste mozioni, un importante risultato conquistato politicamente, vorrei concludere questa sezione. Nella commissione competente abbiamo svolto, in collaborazione con alcuni delegati e con rappresentanti degli altri gruppi giovanili, un ottimo lavoro sulle mozioni. Le sintesi a cui siamo giunti rappresentano un buon compromesso tra le esigenze dei vari soggetti giovanili e le istanze legittime dell’UGEI, e mi sempre opportuno ricordarle: a chi verrà dopo spetterà il compito di gestire queste risorse approvate unanimemente e trasversalmente, delle quali ritengo si possa essere decisamente fieri.
 
Mozione I

Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede che:
All’interno del Consiglio UCEI venga costituito un assessorato giovani autonomo e con budget proprio, che abbia competenza sulla fascia d’età 0 – 35 anni. Tale assessorato avrà il compito di supportare i vari movimenti giovanili che operano a livello nazionale, garantendone la piena autonomia e facendosi portatore delle loro istanze. L’Ufficio Giovani Nazionale del DEC resta comunque competente per le attività culturali ed educative rivolte a bambini ed adolescenti e per la formazione madrikhim.
     I fondi stanziati annualmente per i giovani siano cospicuamente aumentati, come più volte proposto nel corso del Congresso.
      Siano definiti criteri, tempi e modalità di approvazione dei progetti che dovranno essere su base nazionale, singoli o continuativi.
      Mozione II  
        Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede un impegno nel finanziamento della costruzione di un database giovanile nazionale per raggiungere e mettere in comunicazione i giovani ebrei in Italia.
Mozione III
Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede che l’assessore ai giovani istituisca una conferenza annuale di confronto e discussione fra i vari gruppi giovanili ebraici operanti sul territorio. In questo modo si intende tutelare la possibilità per le diverse realtà di far sentire la propria voce: ribadendo il ruolo rappresentativo dell’UGEI rispetto all’ebraismo giovanile italiano, la conferenza incaricherà un rappresentante di riferire in sede di Consiglio UCEI sull’esito dei lavori.

Mozione IV
Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede fermamente al Consiglio dell’UCEI di adoperarsi presso il Governo e le istituzioni locali in modo da rendere possibile nel migliore dei modi la realizzazione dei Giochi Europei Maccabi in programma a Roma nel luglio 2007.
Questa manifestazione riguarderà l’intero ebraismo italiano coinvolgendo dal punto di vista organizzativo, culturale e di aggregazione le più diverse realtà nazionali ed internazionali.

Mozione V
Il V congresso dell’UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede che vengano intensificate le attività dell’Ufficio Giovani Nazionale del DEC rivolte ai giovani dai 5 ai 17 anni delle piccole comunità con conseguente incremento dei fondi e delle risorse ad esso destinate.
Mozione VI
Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede che l’assessorato alla cultura offra ai giovani ebrei d’Italia una serie di occasioni di formazione culturale, professionale e di leadership comunitaria. Si individuano, tra l’altro, i seguenti temi di interesse:
•    Identità ebraica
•    Israele e hasbarà (antisemitismo e antisionismo)
•    Formazione quadri comunitari
 
Mozione VII
Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, chiede che le attività giovanili rivolte alla fascia d’età 18 – 35 anni abbiano, in sede UCEI, un supporto logistico che aiuti a risolvere gli aspetti organizzativi e di fund-raising istituzionale.
 Mozione VIII
Il V Congresso UCEI, riunito a Roma dal 2 al 4 luglio 2006, prendendo atto del disagio giovanile che si crea dalla coincidenza di festività religiose ebraiche e il diario degli esami e delle attività scolastiche, chiede al Consiglio di intervenire con maggior impegno e fermezza presso le competenti autorità scolastiche/universitarie così come stabilito dagli artt. 3 e 4 dell’Intesa tra la Repubblica Italiana e l’UCEI affinché si eviti preventivamente la sovrapposizione delle due occasioni.
 
Una particolare attenzione va prestata alle mozioni I e III: in riferimento all’assessorato segnalo che la nuova Giunta UCEI, appena costituitasi, ha attribuito la delega dei giovani a Claudio Morpurgo, vicepresidente UCEI, che tra poco porterà il suo saluto. Grazie al suo sforzo siamo riusciti in questo breve lasso di tempo ad ottenere importanti successi all’interno del consiglio UCEI, certificati dallo stanziamento straordinario ottenuto dalla Giunta in vista della Winter university. Quanto alla conferenza annuale, va detto che essa è stata il frutto di una lunga e, a mio modo di vedere, utile negoziazione tra l’UGEI e alcuni movimenti giovanili: credo che il compromesso raggiunto rappresenti un buon risultato, e che in futuro dovremo impegnarci, insieme alle istituzioni ebraiche, ad organizzare questo periodico e significativo momento di incontro. L’esigenza presa in considerazione dalla mozione VII appare fondamentale, poiché si è ormai raggiunta la consapevolezza di dover coadiuvare lo sforzo volontario dei consiglieri con delle figure professionali, in grado di esplicare precise e necessarie competenze. Di questo dovremo ragionare con grande attenzione insieme ai vertici UCEI, senza tralasciare la grande opportunità – indipendentemente dal giudizio che della legge si vuole dare dal punto di vista della laicità dello stato – fornita dalla legge sul servizio civile nazionale. Vorrei da ultimo fare presente un dato: nella campagna elettorale che ha preceduto l’ultimo congresso UCEI, i giovani sono stati al centro di una grande quantità di proposte e proclami. Di questo non possiamo che dirci piacevolmente colpiti. Allo stesso modo, tuttavia, non possiamo esimerci dal chiedere ai responsabili di oggi passi concreti che seguano le parole, passi che, va detto, nel breve periodo intercorso iniziano ad intravedersi.

Ma le conclusioni soddisfacenti cui siamo pervenuti nel congresso UCEI possono ritenersi un buon punto di partenza anche per la nostra assise: il lavoro in commissione conduce all’elaborazione delle mozioni, spesso schernite per la poca solerzia con la quale vengono applicate nel corso dell’anno; ma il confronto in commissione, in programma per domani pomeriggio e al quale vi invito calorosamente a partecipare, è anche il vero momento di dibattito sulle questioni che necessariamente non possono essere affrontate adeguatamente in plenaria. Vi prego in generale di prendere parte a tutto il weekend, con particolare cura alle votazioni di domenica, sulle mozioni prima e sui consiglieri poi. Non dimenticate che dalle vostre scelte dipenderà molto di ciò che il prossimo consiglio di impegnerà a fare.
Il Congresso è un rito dell’UGEI: quello allestito a Roma ci costò molto sforzo, e durante quei tre giorni la fatica fu solo parzialmente ripagata: da una parte gli eventi collaterali (festa e talk show), registrarono un’ampia partecipazione e un buon successo; dall’altra, però, coloro che presero parte fattivamente ai lavori del congresso furono molti meno di quelli che ci eravamo aspettati. Ad un anno di distanza, e di fronte ad una reazione significativa, credo si possa affermare che questa sarà la prospettiva futura: non sarà il congresso a registrare le presenze più numerosa, ma altri momenti. Esso si caratterizzerà invece sempre più come una seria occasione di discussione e confronto, nel quale possano dibattersi con profitto le tematiche che investono i giovani ebrei italiani.
Mi pare opportuno ricordare in questo contesto – sia per tutti noi di buon auspicio – che ci troviamo nella stessa città che ospitò, nel 1924, il primo congresso dei gruppi giovanili ebraici italiani: a quell’epoca parteciparono, dibattendo peraltro di argomenti che troveremmo sorprendentemente simili ai nostri, personaggi del calibro di Nello Rosselli, Enzo Sereni, Dante Lattes, che avremmo poi ritrovato in alcune delle pagine più belle dell’ebraismo italiano, della resistenza al nazifascismo e della storia repubblicana.

Un capitolo a parte spetta ad Hatikwà, il tradizionale organo di stampa dell’UGEI, che enorme interesse sembra sempre suscitare durante il congresso; lo scorso anno la questione fu lungamente dibattuta, e fu assunta come impegno essenziale dal consigliere che risultò più votato. Io stesso sono stato personalmente testimone degli sforzi che questa persona ha fatto nel tentativo di onorare questo suo impegno, che per ovvie ragioni non può essere portato a termine singolarmente. La difficoltà nel reperire persone disponibili a collaborare in redazione, a mandare pezzi e ad occuparsene praticamente ha di fatto reso impossibile la pubblicazione di anche solo un numero del giornale. Nella sua relazione finale del 2004 Gadiel Liscia ricordava ai delegati che l’impegno non può esaurirsi nello spazio di tre giorni, e sosteneva l’esigenza di supportare continuativamente il consiglio anche dall’esterno. Lo stesso discorso deve valere necessariamente, e a maggior ragione, per quel che riguarda HT: esso deve essere, per avere un senso, la voce dei giovani ebrei italiani, che devono innanzi tutto mostrare di voler essere ascoltati; esso può essere, stampato o telematico che sia, un importante risorsa per mantenere viva la comunicazione tra i ragazzi sparsi nelle varie comunità e per coinvolgerli attivamente nel mondo giovanile. Se però così non è, il giornale non può divenire lo strumento di espressione di alcuni consiglieri, che hanno dal canto loro molti e assai più potenti, oltre che decisamente meno costosi, mezzi per render note le proprie posizioni: neanche in questo caso possiamo dimenticare quel detto biblico che dice “tutto Israele è responsabile l’uno dell’altro”.
Una vera e propria rivoluzione ha investito invece, grazie alla professionalità di Marco Abbina, il sito Ugei.it, oggi in grado di interpretare le esigenze grafiche e tecniche dell’UGEI e degli organizzatori, e liberatosi di una serie di orpelli che ne rendevano problematici e poco funzionali la consultazione e l’utilizzo.            
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Tra una settimana sarò a Parigi per il Governing Board del World Jewish Congress, al quale presenzieranno il presidente UCEI Renzo Gattegna e Claudia Debenedetti, consigliere UCEI con delega alle relazioni internazionali, che molti di voi ricorderanno come nostro generoso supporto negli ultimi quattro anni. É la prima volta in assoluto che un gruppo di giovani da vari paesi – non solo me! – viene invitato ufficialmente nell’assemblea che rappresenta l’ebraismo mondiale con il diritto di votare. È, questo, un privilegio di cui vado particolarmente fiero e che mi pone di fronte ad un’importante responsabilità. Esso dà però anche la misura dell’attenzione crescente che le istituzioni ebraiche internazionali riservano alle nuove generazioni: come voi ben sapete, su questo terreno l’Italia non mostra, nella società in generale, una particolare brillantezza. Proprio questa progettualità che parte dai giovani, fornisce a noi delle straordinarie risorse, e deve abituarci a ragionare sempre in una prospettiva oltre i confini. In questi giorni ricorre il centenario della nascita di Altiero Spinelli, che nel Manifesto di Ventotene scriveva “la strada che dobbiamo fare” – quella dell’integrazione europea –  “non è facile né sicura, ma va fatta e si farà”. L’Europa è la dimensione imprescindibile dell’impegno di ognuno di noi in tutti i settori, dunque anche a livello ebraico. Avvalendoci perciò dell’infaticabile lavoro di Gad Lazarov, e della presenza di Simone Mortara nel Presidium della European Union of Jewish Students, abbiamo ritenuto di dover infondere alle nostre iniziative un carattere sempre più decisamente europeo. Il campeggio invernale dello scorso anno in compagnia dei nostri colleghi tedeschi ha rappresentato un momento importante e decisamente positivo, come credo possano confermare quelli tra di voi che vi presero parte: esso fu anche il segno di un’inversione di tendenza, col numero dei partecipanti che per la prima volta dopo vari anni risalì nel confronto con l’anno precedente. Ma la vera sfida è quella odierna, che ha il nome preciso di Winter University. Per la prima volta verrà organizzato in Italia un raduno invernale, esperienza unica in queste dimensioni anche nel resto del continente, per i giovani ebrei da tutto il mondo. Grazie alle ottime relazioni con le istituzioni, giovanili e non, internazionali questo evento evocherà nel nome l’evento ebraico di maggiore successo degli ultimi anni; nello stesso tempo, la Winter-U potrà usufruire del sostegno e della collaborazione della Danube Weiberg Region, un’ associazione affiliata al Joint Distribuition Committee, impegnata soprattutto con i giovani dell’Est Europa. È un’irrepetibile occasione; 260 ragazzi da tutta Europa a mostrare il credito e la fiducia di cui godiamo fuori dall’Italia, certificati dal fatto che la EUJS ci ha affidato il suo marchio più prestigioso. Lanceremo la campagna promozionale della Winter per l’Italia il 25 novembre in una festa a Roma.
Non credo debba essere taciuto, da ultimo, che proprio all’Italia è stato chiesto di organizzare la prossima Summer University, opportunità che stiamo ancora valutando.
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Come tutti voi sapete, l’Unione dei giovani ebrei d’Italia si è caratterizzata negli ultimi due anni per un grande impegno sul fronte esterno, in alcune battaglie civili e sociali, e si è segnalata per una presenza mediatica e politica superiore a quella registrata in passato. Proprio questo tipo di lavoro è risultato essere una potente valvola per recuperare un immagine dell’UGEI che si era andata affievolendo proprio al nostro interno. Le critiche mosseci in questi mesi non vanno solo ascoltate con attenzione per coglierne i possibili elementi di verità, ma vanno anche accettate di buon grado: esse testimoniano in primo luogo un calo nell’indifferenza che ci aveva colpito, e favoriscono un confronto che può essere aspro, ma sicuramente è proficuo.
 D’altra parte però, è bene dirlo chiaramente, questo sforzo muoveva da un’ esigenza diversa e complementare: nella mia ultima relazione dicevo che “nessuno, oggi, nella nostra società, può pensarsi solo in sé, può viversi in un compartimento stagno, può non sentirsi parte di un tutto che comprende chi ci sta intorno; e in primo luogo chi, standoci intorno, soffre”. É stato questo il motore che ha spinto le nostre iniziative che guardavano fuori dalla finestra, e che hanno spesso ottenuto un sorprendente successo.
In primo luogo il dialogo interreligioso, in particolare quello con i nostri colleghi musulmani. In questo campo abbiamo acquisito un’ esperienza che può essere considerata ormai importante, anche in virtù dei 5 anni che abbiamo ormai messo alle spalle, tra difficoltà e ottimi risultati. Siamo stati, in questo ambito, anche un utile pungolo per i “nostri adulti”, che comprensibilmente hanno avuto tempi più lunghi: molti di voi ricorderanno le parole pronunciate in questa sede un anno fa dal consigliere UCEI con delega ai giovani, che non si sentiva di rappresentare il suo consiglio su questo fronte. Negli ultimi mesi sono stati varati decisivi e importanti passi in avanti dalle comunità, in particolare  con la visita del Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni alla grande Moschea. Essere uno stimolo per spostare la linea dell’orizzonte sempre un po’ più avanti, è lo specifico compito che noi giovani abbiamo; con una metafora sportiva si direbbe “con il cuore oltre l’ostacolo”, ma anche con saggezza. Dobbiamo partire dai mutamenti interni alla società, dovuti in primo luogo alle grandi ondate migratorie: le nostre città sono ogni giorno più variegate al loro interno, ogni giorno vedremo più colori e annuseremo più odori, e a tutti noi spetta gestire con lungimiranza questa rivoluzione anch’essa graduale. Le varie comunità religiose hanno il diritto-dovere di praticare il principio dell’ingerenza reciproca: si devono affrontare questioni specifiche cooperando uno con l’altro non solo sul piano del dialogo, ma anche affrontando delle tematiche concrete: la riforma del diritto sulla cittadinanza, il problema dell’istruzione islamica in Italia, i problemi legati alla macellazione rituale ebraica e anche islamica, solo per fare alcuni esempi banali. Gli ebrei possono dunque aiutare i musulmani, in gran parte immigrati, in un processo di integrazione che per noi è durato molti secoli; e attraverso questo operare anche su temi che non riguardano direttamente la nostra comunità, potremo indignarci quando, in questa o in quella moschea, o all’interno della Consulta islamica istituita dal ministro Pisanu e confermata da Amato verranno proposte tesi inaccettabili. Ma potremo farlo proprio in virtù del contributo che abbiamo fornito su altre questioni, mostrandoci in grado di ingerire sia nel bene che nel male. É, la strada del confronto con le varie confessioni religiose, l’unica via che possiamo percorrere: a febbraio assistetti alla prolusione di Edgar Bronfman, presidente del World Jewish Congress, all’assemblea di Gerusalemme; rimasi molto impressionato che come primo argomento egli affrontasse il tema del dialogo con l’Islam moderato, considerandolo l’obiettivo centrale dell’ebraismo mondiale. Dopo aver costruito un rapporto solido, anche se non ancora immune da complicazioni, con le istituzioni ecclesiastiche, proprio questo è il tempo di muoversi con decisione in direzione dell’enorme comunità islamica, senza peraltro nascondersi le difficoltà assai serie. Anche qui, come si diceva all’inizio, dovremo saper essere assai graduali, e soprattutto dovremo essere disposti a posticipare il confronto sui temi che ci dividono, per cominciare invece da ciò che può unirci.
Un recente episodio mi pare possa renderci orgogliosi: siamo stati contattati dalla EUJS, che sta organizzando a Bruxelles una conferenza sul dialogo interreligioso, per contribuire come protagonisti di un’esperienza che non ha in questo momento, a livello giovanile, uguali in nessuna parte d’Europa. Abbiamo compiuto una piccola tappa comune in un mare di incomprensioni e di problemi. Ci rendiamo conto delle proporzioni. Ogni giorno si riscontra dolorosamente quanto stretto sia il crinale su cui camminiamo, quanta gente sia pronta a soffiare sul fuoco della diffidenza e dello scontro, quanto la comprensione possa essere fragile e quanto pericolose possano essere le conseguenze provocate inavvertitamente. E al tempo stesso, però, non si può prescindere da un impegno costante, prolungato, quotidiano su questa via. Ognuno di noi e a ogni livello. Le difficoltà sono enormi, non mi sfugge. Ma non possiamo rinunciare, alternando fermezza e pazienza, ad affrontarle. Ne va, in definitiva, del nostro futuro.
Proprio in questa direzione, nel diritto-dovere delle varie comunità religiose di occuparsi l’una dell’altra, va la Consulta interreligiosa dei giovani alla quale stiamo lavorando con il Ministro Giovanna Melandri, nel quadro delle iniziative che il suo ministero, appena costituitosi, sta promuovendo. Un tavolo di confronto e discussione che non ospiterà, ovviamente, dibattiti teologici, ma si interrogherà invece sui problemi, enormi, che l’Italia deve oggi affrontare. Un confronto dunque tra giovani delle varie religioni – e, mi auguro, non solo delle tre religioni monoteistiche – su temi sensibili dal punto di vista politico e civile; salvaguardando in questo modo anche un imprescindibile principio di laicità: proprio il fatto di non operare in un contesto dottrinario, ma in una cornice politica, consente infatti ai rappresentanti delle varie comunità religiose di negoziare, trattare e giungere a delle sintesi, senza che vengano lesi principi assunti come irrinunciabili da un punto di vista teologico. La laicità, si potrebbe riassumere con una formula, è un metodo e non un merito. Tenendo presenti le parole di Amartya Sen, che sottolinea come ciascuno di noi presenti un’ identità plurale.
Parleremo quindi di molte cose, alcune le citavo prima, e dovremo discutere, in primo luogo, di immigrazione, noi ebrei che in Italia non siamo immigrati ma cittadini italiani a tutti gli effetti. Una volta privato della propria autonomia statuale quasi due millenni fa, infatti, il popolo ebraico ha inventato una propria identità migrante: continuamente in movimento, i nostri antenati hanno alternato momenti di pacifica e feconda convivenza – generalmente brevi – a stagioni di persecuzione e sofferenza. Proprio le parentesi felici hanno evidenziato che una comunità ben accolta non solo cresce e prospera, ma costituisce una risorsa preziosa per il paese che la ospita, che ne risulta arricchito sotto tutti gli aspetti. Molti sono gli esempi che potrei fare, ma certamente va ricordato il felice e prolungato soggiorno degli ebrei nella Spagna medievale, ove la convivenza feconda e pacifica fra ebrei, cristiani e musulmani produsse una straordinaria fioritura di tutte e tre le culture. Questa storia tormentata e difficile oggi va messa anche al servizio di altri.
Un anno fa la presenza di Osama Al Saghir, presidente dei giovani musulmani d’Italia al nostro congresso, fece notizia sulla stampa e fu un segnale simbolicamente rilevante a due giorni dalla manifestazione indetta da “Il Foglio” sotto l’ambasciata iraniana in difesa dello stato d’Israele – era il primo degli inni alla distruzione dello stato ebraico da parte di Ahmadinejad, ai quali oggi ci siamo tristemente assuefatti -. Da allora si sono moltiplicate le occasioni di confronto con cattolici e musulmani a cui siamo chiamati in giro per l’Italia, e al quale cerchiamo sempre di aderire con profitto. Proprio in questi giorni stiamo lavorando congiuntamente ad un documento sul velo islamico, sui simboli religiosi e sulla libertà della donna; oggi però dobbiamo fare un ulteriore passo in avanti, a partire dalla grande conferenza organizzata nel dicembre scorso a Roma insieme all’associazione “A buon diritto” sull’antisemitismo e sull’islamofobia: allora chiamammo a discutere su questi due temi Gianfranco Fini, Piero Fassino, Luigi Manconi e Gennaro Malgieri. I loro interventi seguirono le due relazioni di Khaled Fouad Allam, che da musulmano parlò di antisemitismo, e di Gadi Luzzatto Voghera, che da ebreo parlò di islamofobia. A distanza di quasi un anno stiamo lavorando ad una seconda edizione di quell’evento, a partire da una ricerca che abbiamo commissionato ad una studiosa.
Credo infatti che uno dei nostri obiettivi futuri debba essere quello di affiancare ad iniziative simbolicamente forti e di grande impatto mediatico, una maggiore elaborazione culturale e politica sul tema del dialogo tra le religioni come soggetti di una società plurale.
Ma il nostro interesse per la società italiana in generale non si è esaurito solamente nel fondamentale campo del dialogo multiconfessionale: nell’aprile scorso a Roma organizzammo un talk show, insieme con il gruppo del Culture factory, con i giovani ebrei che avevano scelto la strada della politica attiva, in vista della elezioni, in vari partiti politici. Ci sembrò giusto allora dare una tribuna importante ad un fenomeno trasversale ed in grande crescita, che ha visto molti nostri giovani correligionari candidarsi nelle ultime elezioni, soprattutto amministrative.
Per terminare questa mia considerazione sulle nostre iniziative, vorrei tornare su una che è stata contestata, che allestimmo, grazie a Daniele Nahum, a Milano nel gennaio scorso in occasione della Giornata della Memoria, dal titolo “Affinché non accada mai più: memoria della Shoà e tragedie dimenticate”. In quel contesto ritenemmo che, parlando ad una folta platea di studenti di scuola superiore, fosse giusto partire dall’unicità della Shoà per affrontare alcune immani tragedie e drammi della nostra epoca, troppo spesso lasciate nel dimenticatoio. Ci sembrò giusto evitare che la memoria della Shoà si cristallizzasse in un monumento, per farle assumere invece un ruolo propositivo e rivolto al futuro, per impegnarla nel combattere alcune altre grandi ingiustizie. Credemmo, in questo modo, di non mancare in alcun modo di rispetto all’ineffabile atrocità della Shoà, ma di rendere anzi la sua evocazione più attuale. Pensammo di doverci ispirare a quel giovane Raphael Lemkin che, ebreo all’inizio degli anni venti, partì per combattere contro il genocidio del popolo armeno, prima di venire trucidato vent’anni dopo, in quanto ebreo, dalla furia nazista.
Questa iniziativa suscitò una serie di proteste – la più significativa delle quali in forma anonima – all’interno della comunità ebraica; da allora mi sono chiesto se ciò che avevamo condotto era da ritenersi sconsiderato. Oggi, a distanza di qualche mese, sono ancora convinto di no.

Nei prossimi due mesi, infine, prima della scadenza ufficiale di questo consiglio, è nostra intenzione interrogarci sulla modalità che noi ebrei italiani abbiamo di comunicare come comunità all’interno del sistema mediatico, in un incontro pubblico che abbiamo tentato di allestire nella cornice di questo congresso ma che invece per ragioni logistiche si terrà a Roma.

E questa relazione non può che esaurirsi con un tema che ci sta inevitabilmente assai a cuore: costante è stato, e dovrà continuare ad essere, l’impegno nel comprendere e nel far comprendere le ragioni di Israele all’interno della drammatica vicenda mediorientale. Un impegno che come giovani ebrei dovremo sempre esercitare nei luoghi di studio, nelle università, e in tutti quei luoghi che ci permetteranno, anche in maniera critica, di affrontare con studio e passione la situazione di Erez Israel. Ritengo che di particolare importanza sarà in futuro la ricerca sulle due società, quella israeliana e quella palestinese: molte delle posizioni inaccettabili su Israele che purtroppo capita di sentire, venate talvolta di strisciante antisemitismo, e molti dei problemi che riscontriamo nei mezzi di comunicazione sono però spesso frutto della mancanza di informazione che pervade sorprendentemente la società anche su un tema di perenne e scottante attualità. Su questo il nostro lavoro rimarrà fermo e deciso nel tempo.

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Cari amici, consentitemi al termine di questa lunga relazione una parentesi personale, che giunge a conclusione di un percorso che mi assorbito profondamente negli ultimi due anni. Sono stati, questi mesi, uno straordinario viaggio nell’ebraismo italiano; mi piacerebbe potervi raccontare nel dettaglio i volti che avevano le persone che ho conosciuto, la bellezza dei posti, delle sinagoghe e delle comunità che ho avuto il privilegio di visitare. Mi piacerebbe potervi raccontare le diverse realtà che si imparano a conoscere, la vitalità dell’ebraismo italiano. Siamo una piccola minoranza e abbiamo a che fare con grandi problemi. Ma abbiamo anche un patrimonio inestinguibile: la nostra tradizione millenaria, la nostra cultura che da secoli mantiene la sua identità fondendosi proficuamente  con la società circostante e che si ritrova nei vari asili, scuole ebraiche e biblioteche sparse in giro per l’Italia; le nostre conquiste di integrazione prodotto di secoli e secoli di persecuzioni: grandi progressi nei diritti acquisiti che dobbiamo sforzarci di estendere a chi oggi, in Italia, sta peggio di noi. Alcuni grandi nomi di nostri correligionari hanno fatto e fanno la storia di questo paese, del Risorgimento, della Resistenza, di oggi. Di tutto questo dobbiamo andare fieri, ma dobbiamo esserne consapevoli come di una seria responsabilità. Lavorando per l’UGEI ho avuto modo di conoscere il fascino – oltre ai problemi – delle comunità, le richieste diverse l’una dall’altra dei presidenti, degli assessori, dei rabbini, delle persone. È un’esperienza che consiglio a voi tutti: un impegno anche gravoso, ma un’ avventura eccezionale alla scoperta della nostra storia, della nostra cultura e del nostro presente. Non sono sicuro di aver dato all’UGEI ciò che ho ricevuto io in questi mesi; ho fatto del mio meglio, grazie all’aiuto di molti di voi. Una storiella hassidica racconta del talmid che, rivolgendosi al maestro, chiede: «Morè, ma il Messia quando arriverà?». E il maestro risponde: «Il Messia non è arrivato, forse non arriverà mai, ma noi dobbiamo fare di tutto perché arrivi»

 

L’UNIVERSITÀ ITALIANA GUARDI AL MEDIORIENTE

Da “la Repubblica” 26 maggio 2006
Di Tobia Zevi (Unione giovani ebrei d’Italia) e Angelo Petrosillo (“La Città futura”)
Dopo l’aspra polemica sul nome di Asor Rosa, contestato in questi anni per alcune posizioni fortemente antisioniste, Fabio Mussi è diventato Ministro dell’Università e della Ricerca. Dal nostro punto di vista, nei prossimi anni occorrerà ripensare il rapporto tra la nostra università e la questione mediorientale: sostenendo la cooperazione tra atenei italiani e israeliani, innanzitutto, e intensificando il numero e la qualità dei rapporti con quelli palestinesi. Al contrario, ultimamente le università italiane sono state spesso teatro di episodi vergognosi, come quando è stato impedito di parlare (Torino, Pisa, Firenze) all’ambasciatore israeliano; e circa un anno fa i professori britannici si sono accordati per un boicottaggio dei loro colleghi israeliani, motivato dalle “intollerabili colpe di Israele”. No, questa non è la strada giusta. Le università devono contribuire al futuro delle nostre società e possono essere il volano per soluzioni di incontro, di conoscenza, di crescita reciproca. La Conferenza dei Rettori, già dalla presidenza Modica, ha ampliato il novero dei rapporti con le Università del bacino del Mediterraneo; allo stesso modo sono stati stipulati numerosi accordi bilaterali, da ultimo quello siglato dall’ex-ministro Moratti tra Italia e Israele. Qualcosa del genere è avvenuto anche a livello commerciale, con numerose joint ventures che coinvolgevano anche imprese palestinesi. Insomma, le università devono promuovere progetti, sempre di più, che rafforzino le relazioni tra i popoli nel bacino euromediterraneo, combattendo al tempo stesso ogni rigurgito antisemita (il tema è stato citato persino nel discorso di insediamento del Presidente della Repubblica) con il loro portato di conoscenza. Su questo potrebbe, da subito, intervenire il nuovo Ministro, rispondendo con i fatti alle discussioni delle scorse settimane. E su questo dovremmo impegnarci anche noi studenti. O no?

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CARTE DI FAMIGLIA

Da “Left”, 13-19 ottobre 2006
di Tobia Zevi

A chi non è capitato di cercare su Google il proprio nome con un misto di curiosità e trepidazione? E quante volte in questo modo abbiamo trovato siti strani che ci hanno fatto sorridere? Proprio ciò che accade una sera a Roberto Modiano di Napoli: “…Studio Modiano, Commissariato d’avaria, Marine surveyor, Genova…” Genova? Così si rende conto che un suo omonimo esercita la medesima professione (non comunissima!), nel porto di Genova anziché in quello di Napoli. E la presa di contatto via email parte quasi automaticamente.
Forse è alla stessa maniera, per strane coincidenze e per la strepitosa facilità di internet, che è iniziata un’avventura che collega persone e continenti, inventata da Mario Modiano, corrispondente per quarant’anni del Times da Atene. Nato a Salonicco da una famiglia ebraica dal cognome illustre, una volta andato in pensione si è messo ad indagare la storia dei propri antenati: «Io e mia moglie credevamo di aver lavorato abbastanza, e grazie a questa mia passione abbiamo cominciato a viaggiare in lungo e in largo; per prima cosa scrissi una lettera a tutti i Modiano che riuscivo a rintracciare con gli elenchi telefonici e qualche lista di cui disponevo, chiedendo loro notizie su avi e parenti. Pensavo si trattasse di un lavoro breve e che avrei raggiunto un centinaio di nomi circa». Invece il risultato è sorprendente: alla missiva rispondono circa uno su quattro, ma quelli che lo fanno integrano i dati con i loro alberi genealogici e le loro storie familiari. In breve il tutto sfugge decisamente di mano: potenziato il flusso di informazioni grazie alla rete, nel 2000 il giornalista pubblica la prima edizione di “The Modianos”, storia della sua famiglia con alberi genealogici che comprendono 1700 nomi. «Oggi siamo alla sesta edizione, e abbiamo toccato quota 3200 nomi. Dopo la prima edizione, per ragioni economiche e logistiche abbiamo deciso di creare un sito internet (www.themodianos.gr) che potesse essere continuamente aggiornato e ospitare le aggiunte provenienti dai parenti nei vari paesi». E anche questa idea apparentemente banale rivela degli esiti stupefacenti: nei prossimi mesi il vecchio corrispondente è stato invitato a presentare una relazione a New York, alla Conferenza internazionale di genealogia, proprio sulle straordinarie potenzialità di internet in questo tipo di ricerca.
E scavando tra gli archivi, muovendosi con sapienza tra le varie testimonianze, si ricompone con migliaia di tessere un unico puzzle, quello dei Modiano. Proveniente da Salonicco, città che prima della Guerra ospitava una delle più numerose e ricche comunità ebraiche di tutta l’Europa, la famiglia apparteneva alla classe alta, quella dei grandi mercanti e uomini d’affari attivi nel porto assai prospero della città. Gli ebrei di Salonicco erano in gran parte originari della Spagna, trasferitisi nell’Impero ottomano dopo la cacciata del 1492, e accolti da uno stato relativamente tollerante e intenzionato a sfruttare i vantaggi della presenza commerciale ebraica; essi parlavano il ladino, o giudeo-spagnolo, un dialetto spagnolo infarcito di influssi mediterranei molto diversi. I Modiano invece, prima di raggiungere la Grecia, avevano fatto tappa in Italia: certamente a Livorno, dove tutt’ora esistono alcune persone con questo cognome, ma probabilmente prima ancora a Modigliana, piccolo paese nella provincia di Forlì, a cui questa famiglia deve il nome (poi evolutosi in Modiano per trafile linguistiche).
Ma è nel 2004 che i primi ad aver creduto in questo progetto si fanno venire un’ altra idea geniale. Decidono di provare a riunire questi “cugini” che non si sono mai conosciuti, che parlano lingue diverse e che vengono da tutti i continenti. Il primo esperimento è una crociera ai Caraibi per 15 persone, tanto per vedere se il progetto può funzionare. È l’anno seguente che scommettono su un raduno più numeroso, e, colti anch’essi un po’ di sorpresa, vedono piombare in Toscana 200 Modiano da mezzo mondo, che per 4 giorni scorrazzano per il centro Italia sulla via delle loro origini, tra Livorno e Modigliana. Qualche settimana fa il terzo incontro, a cui abbiamo partecipato, organizzato a Napoli più velocemente e con una sessantina di persone; programma dei 4 giorni, standard: visita della città, Capri e Costiera amalfitana. E naturalmente, tanti tanti Modiano.
E seppure a questo meeting non c’erano i discendenti del parente triestino noto per le sue celebri carte da gioco – nel libro è scritto che i suoi discendenti si sono uniti a famiglie nobiliari italiane -; e seppure alla tre giorni non era presente Pietro Modiano, direttore generale di San Paolo IMI, alle prese con altre fusioni e ben altri meeting, storie incredibili non sono davvero mancate: Dolly, rigorosamente in francese, ci racconta soddisfatta la sua odissea a lieto fine: «Sono nata a Salonicco e mi sono salvata dai nazisti grazie alla cittadinanza italiana, che mi ha consentito di espatriare prima del loro arrivo. Ma per approdare a Parigi, dove nel 1950 ho conosciuto mio marito, mi sono recata durante fuga ad Atene, in Turchia, in Siria, in Libano, al Cairo e infine nuovamente ad Atene, prima di giungere finalmente nella capitale francese».
Mentre Guido – ovviamente Modiano – biologo romano, ci spiega invece l’esperimento che vuole condurre per scoprire se la parentela presunta sia anche reale: «Grazie al cromosoma Y si può tranquillamente ricostruire se i maschi di un gruppo provengono effettivamente dallo stesso ceppo oppure no. I Coen (gli antichi sacerdoti della religione ebraica, che ancora portano questo nome), ad esempio, non mostrano alcun cromosoma sbagliato da 4000 anni, ovvero da 200 generazioni». E per il prossimo appuntamento, già studia un modo per prelevare un po’ di sangue ai malcapitati omonimi disposti ad essere analizzati.
Ma la vicenda che forse colpisce di più è quella del “Modiano musulmano”, come ormai viene qui affettuosamente chiamato: «Da giovane studiavo al college di Chicago insieme a molti ebrei, che continuamente mi ripetevano che sembravo uno di loro. Io consideravo questa affermazione bizzarra, dal momento che ero certo di essere turco e musulmano; mi stupivo solo del fatto che mia nonna, quando ero piccolo, mi chiedesse continuamente notizie dell’unico bambino ebreo che era nella mia classe elementare». E così cominciò il viaggio verso le radici di questo giovane produttore cinematografico turco-americano, che una volta arrivato in Turchia scoprì che i suoi avi, ebrei di Salonicco emigrati ad Ezine durante le guerre balcaniche, si erano convertiti all’Islam in seguito ai pogrom degli anni Venti, celando in seguito la loro vera identità. Pare che quando sua nonna ha avuto in mano il libro di Mario Modiano,  si è subito abbandonata a molti ricordi: «Ma allora sapevi di essere ebrea! Perché non me lo hai detto?». «Si, lo sapevo, ma era un segreto…».

                                                TOBIA ZEVI

L’ABC DEL CORANO

Da “Left” luglio 2006

É un problema carsico, quello dell’istruzione islamica in Italia. Affiora di tanto in tanto, quando qualche particolare situazione balza alle cronache e conquista l’interesse dei mezzi di comunicazione; come nel caso, un anno fa, dell’istituto di via Quaranta, a Milano, direttamente collegato con la moschea di viale Jenner: sorto dieci anni prima come scuola consolare egiziana, elementari e medie, oltre 400 studenti e un edificio industriale ritenuto “non idoneo ad ospitare una scuola” (questa la motivazione della chiusura). Una questione che apriva un problema pratico, ovvero l’effettiva inadeguatezza degli studenti a proseguire nel ciclo scolastico italiano, e un problema politico-culturale, poiché il centro veniva ritenuto veicolo di un Islam integralista, salafita, osteggiato in primis dagli esponenti musulmani moderati. Tesi, questa, negata però da autorevoli politici di sinistra, milanese e nazionale, che lanciavano accuse di razzismo culturale ed ideologico. Una nuova ondata di discussioni si è poi scatenata qualche mese fa, quando il cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, si è dichiarato favorevole (primo prelato, ma non primo in assoluto), a classi islamiche all’interno della scuola statale. Ciò che però manca in Italia, allo stato attuale, è una visione d’insieme su questo tema: all’interno del sistema educativo e nella società, come trovare il modo di tutelare il diritto dei musulmani alla propria identità culturale, senza dover rinunciare a formare nuovi cittadini italiani.
A fronte dei 250 mila studenti di questa fede iscritti a classi italiane, si sono sviluppate nel nostro paese diverse esperienze alternative: a Roma ci sono per esempio due scuole estere, simili come concetto a quelle americane, francesi o tedesche, frequentate soprattutto da figli di diplomatici o uomini d’affari. La scuola saudita nasce 3 anni fa, in un villino sulla via Cassia. Inizialmente pochi studenti, oggi hanno raggiunto quota 134 e pagano una retta annuale di 1400 euro (con parecchie agevolazioni previste), si va dalle elementari al liceo e i docenti sono italiani, tunisini, marocchini; vi si insegnano le materie del programma saudita, che vengono integrate con la lingua italiana e la storia europea. «Esistono 15 scuole saudite nel mondo» ci spiega il console Saud Al Dail «e il titolo di studio è riconosciuto dallo Stato italiano». Ma che tipo di Islam si apprende in queste aule? «I nostri maestri propongono una versione moderata, poiché bisogna conformarsi al paese dove si vive. Per esempio le classi sono miste, maschi e femmine studiano assieme». Ma su questa valutazione non tutti, nel variegato panorama dei musulmani d’Italia, concordano: secondo autorevoli rappresentanti del “fronte moderato”, infatti, in questo istituto verrebbe impartita la dottrina wahabita, quella più oltranzista, assai pericolosa per la sua contiguità con posizioni fondamentaliste. Proprio a questa impostazione della religione, difficile da esportare persino nei paesi arabi e in contrasto con un desiderio di integrazione, sarebbe da imputare il numero non troppo elevato di studenti. Dove sia la verità, però, è difficile da stabilire.
La scuola libica, invece, ha una più lunga tradizione: «Quando la frequentavo io ci andavano soprattutto i figli di diplomatici, bambini che, come me, non volevano perdere degli anni a causa della lingua» ci racconta Osama Al Saghir, tunisino di 22 anni, presidente dei Giovani musulmani d’Italia «Miei compagni di classe erano il figlio dell’ambasciatore egiziano, libico ed iracheno. Si studiava in arabo ma si imparavano varie altre lingue e si puntava molto sull’italiano; la mia permanenza è stata tutto sommato breve: appena sono stato in grado di comunicare sono passato  alla scuola statale, senza incontrare alcuna difficoltà». Nessun dubbio, in questo caso, sul tipo di tradizione islamica. Semmai fa sorridere l’ora di studio, obbligatoria, del “Libro verde” di Gheddafi, summa del pensiero del dittatore arabo.
Un’ulteriore possibilità, per tutti quei musulmani che vogliono conoscere la loro cultura ma non se la sentono di rinunciare al ciclo di studi pubblico – o magari non possono permettersi una di queste rette – sono le scuole coraniche, spesso dette “scuole del weekend”. «Molte moschee hanno approntato centri di studio del Corano nel finesettimana» ci spiega Mario Scialoja, rappresentante in Italia della Lega musulmana mondiale «Fin qui niente di male, ma bisogna capire di quale impostazione della fede stiamo parlando». Tra i 638 luoghi di culto islamici attivi oggi in Italia, soprattutto nei grandi centri e in maggioranza sotto il controllo dell’UCOII (Unione delle Comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia), sono molti ad avere optato per questa soluzione: a Roma, nel quartiere popolare di Centocelle, c’è un grande insediamento di musulmani, che convivono in ottimi rapporti con gli abitanti storici del quartiere. La moschea fu costruita – per meglio dire, impiantata nel seminterrato di un palazzo – nel 1994, e fu proprio la sua presenza ad accrescere la comunità araba nella zona, che nel giro di pochi anni si è riempita di negozi stracolmi di prodotti tipici. I corsi furono istituiti poco dopo: oggi vi sono 100 studenti, maschi e femmine, dai 5 ai 14 anni; le lezioni iniziano il sabato pomeriggio, dopo la scuola, e proseguono la domenica mattina.
Mohamed Ben Mohamed, professore tunisino, è il direttore dell’associazione culturale da cui dipendono queste lezioni: «Ne sono orgoglioso» ci dice «Stiamo offrendo un servizio molto importante ai nostri figli, ma anche alla società italiana, perché siamo un esempio di integrazione. C’è un grande rispetto con il quartiere, ci è persino capitato di ospitare riunioni di condominio, perché abbiamo la stanza più vasta di tutto l’edificio». Quest’anno il VII Municipio di Roma ha anche concesso l’utilizzo delle aule della scuola media di zona, perché i ragazzi non entravano più nelle classi all’interno della moschea. Alla festa per la chiusura estiva, sempre nell’istituto pubblico, hanno preso parte persino molti vicini, incuriositi. Ma esiste, secondo lei, un problema dell’istruzione islamica in Italia? «2 giorni a settimana non bastano per tutta la tradizione; quello che servirebbe sono delle scuole parificate, in cui si affianchino lingua araba e cultura coranica al programma italiano ».
La soluzione, in effetti, non può che essere questa, ed appare in teoria piuttosto semplice: scuole parificate sul modello di quelle cattoliche o ebraiche; istituti riconosciuti dallo Stato italiano e regolati, nel caso delle scuole ebraiche, dall’Intesa stipulata nel 1984 tra lo Stato italiano e l’Unione delle Comunità. Proprio la mancanza di un’Intesa tra Stato e comunità islamica (non ne esiste oggi un’unica rappresentanza, altro problema) impedisce che vi siano esperienze analoghe nel mondo musulmano. Non è però, questa, l’unica causa: spesso, nonostante il bisogno e la grande richiesta, si fa fatica a reperire fondi e a trovare persone capaci di progettare; e la stessa opinione pubblica si mostra frequentemente ostile con comitati di quartiere o associazioni di cittadini, favorita anche dai messaggi iniettati dai massmedia. Ma persino tra i possibili utenti, i musulmani d’Italia, si riscontra talvolta un atteggiamento ambivalente: per la paura di essere considerati chiusi e ghettizzati si evita di aprire il discorso, sebbene l’esigenza sia ormai chiara a livello italiano, e già ampiamente affrontata in molti paesi europei.

                                                TOBIA ZEVI

DEBENEDETTI: «IO E MIO PADRE, SEGNATI DA QUELLA TRAGEDIA»

Da “L’Unità”, 16 ottobre 2006
di Tobia Zevi

Antonio Debenedetti, narratore e giornalista, ci riceve tra i libri della sua casa romana, per  discutere di 16 ottobre del 1943, celebre racconto/testimonianza del padre Giacomo sulla razzia nazista nel ghetto di Roma. «In quel periodo eravamo nascosti a Cortona, come ebrei. Lo scrittore  Pietro Pancrazi, con grande coraggio e generosità, ci aveva affittato una casa, e mio padre studiava nella sua biblioteca: proprio in quei giorni stava lavorando ad un saggio sulla libertà nell’Alfieri, le cui prime righe rendono bene l’atmosfera cupa di quei mesi».
Mesi difficili, dunque, ma almeno con un posto dove rifugiarsi.
«Devo dire che da parte degli abitanti di Cortona non subimmo alcun ricatto mentre, per chiedere dei soldi, si fece viva una vecchia istitutrice, che accontentammo immediatamente per paura di essere denunciati».
Giacomo Debenedetti si trovava per caso a Roma, e assistette con sgomento alla deportazione degli ebrei romani, all’alba di quel sabato 16 ottobre: la sua descrizione dei fatti è quella di un testimone oculare.
«Se non sbaglio ci fu un uomo, un certo Spizzichino, che aiutò mio padre, integrando con altri dettagli i ricordi di quelle ore tremende. L’intera operazione tedesca nel libro è ricostruita con precisione, e suscita un’ emozione enorme».
In che modo le ha trasmesso il ricordo di quella giornata terribile?
«In casa non se ne parlò mai. Io ero ancora un bambino, quando mi diede questo testo e un suo articolo sulla fine della guerra pubblicato su Epoca. Sono stati gli unici suoi scritti che mi ha regalato; egli fu molto autoritario nella mia educazione – non altrettanto in quella di mia sorella – ma anche molto riservato. Molti anni dopo, per esempio, sono venuto a sapere di una cugina morta nel viaggio verso il lager su un vagone piombato. Ma lui non l’aveva mai menzionata».
Il libro uscì assolutamente a caldo, pochi mesi dopo il fatto e a poche settimane dalla liberazione di Roma
«Fu scritto immediatamente. E rifiutato da Einaudi, come Se questo è un uomo di Primo Levi e, secondo alcuni, il Diario di Anna Frank».
In realtà questa rapidità nel testimoniare, come anche quella di Levi, non è affatto scontata. Molti dei sopravvissuti, anzi, hanno aspettato anni prima di trovare la forza per raccontare ciò che avevano vissuto e visto.
«La riflessione intellettuale di mio padre nella seconda parte della sua vita fu interamente condizionata da quella tragedia. Egli aveva studiato moltissimo: dopo il 16 ottobre ebbe paura che tutto quel mondo potesse essere spazzato via, disperso come la cenere che usciva dai camini del lager. Da questa ansia di comunicare nasce tutta la passione che profondeva nell’insegnamento, con la speranza di poter lasciare un segno nelle nuove generazioni».
Nel libro si evidenzia un tema particolarmente doloroso: gli ebrei non seppero cogliere i segnali della sciagura che stava per abbattersi, neanche quelli più lampanti.
«La descrizione della mentalità ebraica è fatta molto bene: un tendenziale, ingenuo ottimismo, che rifiuta la disperazione anche nelle circostanze più terribili, proprio in virtù di una visione religiosa. Questo ottimismo, questa incapacità di perdere la speranza, contagia anche me».
Lei parla di religione, ma suo padre non era laico, oltre che comunista?
«Sì, ma aveva un rapporto assai forte con la religione ebraica. Ebrei o mezzi ebrei erano i suoi autori preferiti: Svevo, Saba, Proust, Kafka, così come il critico Bodet, un autentico modello. Anche la sua adesione al partito fu assolutamente lontana dall’ideologia: considerava il comunismo la fine delle persecuzioni. Oggi sappiamo che era una concezione sbagliata, ma allora ciò non era risaputo».
Questo legame con l’ebraismo continuò per tutta la sua vita?
«Osservò sempre alcuni precetti della tradizione, senza pretendere lo stesso da noi. Ma religioso è anche 16 ottobre 1943».
In che senso?
«Questo breve racconto è scritto come una preghiera: la domanda sottesa è sempre rivolta verso l’alto: “Come è potuto accadere? Come D-o, o il destino, ha potuto permettere ciò?”. Quando si scrive di Shoà i sentimenti sono sempre religiosi, mai politici».
Lei è un narratore. Che rapporto c’è oggi tra letteratura ed impegno civile, quale deve essere il ruolo dello scrittore nella società?
«Nei miei libri, anche nell’ultimo, io racconto la storia. Sento il bisogno di restarvi aderente, anche perché ritengo che gli scrittori la narrino meglio degli storici: per comprendere il fascismo occorre leggere Moravia, come per conoscere Napoleone bastano Stendhal e Tolstoj. E questo vale soprattutto per scrittori ebrei o mezzi ebrei come me».
Perché?
«Perché il trauma subito da chi, come il sottoscritto, in un lager sarebbe potuto finirci, non si estingue in breve tempo. Rimarrà per alcune generazioni nella psicologia ebraica, come un trauma profondo che agisce sul sistema nervoso: proprio ciò che Saul Bellow dipinge straordinariamente in Herzog. E dunque io muovo da questo stato d’animo, che nessuno storico potrà mai analizzare, ma che non può essere eluso da nessun ebreo che scrive dopo la Shoà. Una volta Saba disse a mio padre: “Scriverai meglio quando scriverai meno bene”. Io penso che la maturazione non sia avvenuta grazie a questo consiglio, ma alla tragedia del 16 ottobre e dell’Olocausto».
                                            TOBIA ZEVI

I POLITICI DEL FUTURO NASCONO IN CLASSE

Da “L’Unità” 18 novembre 2006 (p. 24)
di Tobia Zevi

Certo che è passato proprio tanto tempo. Una volta c’erano le scuole di partito, quella della Camilluccia per la DC e quella delle Frattocchie per il PCI. Ma, a formare la classe dirigente del dopoguerra, contribuivano in maniera specifica molti altri enti: l’ENI di Enrico Mattei, l’istituto Gramsci, la CISL e la RAI di Bernabei, solo per fare qualche esempio. La crisi che ha investito i partiti e le istituzioni all’inizio degli anni Novanta ha travolto in gran parte questo sistema di apprendimento, sul quale oggi ci si torna ad interrogare. E proliferano una serie di realtà, fuori e dentro i partiti, che si propongono di creare leader del futuro autorevoli e preparati.
«L’intento è quello di fornire il proprio apporto al paese con delle classi dirigenti moderne e competenti» ci spiega Enzo Cheli, ex Presidente dell’Autorità di garanzia sulle comunicazioni e presidente dell’associazione Eunomia «ci si è resi conto che l’uomo politico deve oggi avere delle professionalità, perché la politica è certamente un’ arte ma anche un mestiere». Ed Eunomia – in greco “buon governo” – nasce due anni fa con questo preciso obiettivo: organizzare corsi di formazione per under 40 con diverse esperienze alle spalle, che si rivolgano a giovani impegnati nella pubblica amministrazione, negli enti locali, nell’impresa e nel sindacato. Tra oggi e domani giungeranno nella splendida cornice di Villa Morghen a Settignano (FI), sede del II Eunomiamaster, Guglielmo Epifani, Giorgio Zappa (direttore generale di Fimmeccanica), Marco Follini e Vannino Chiti, tanto per citare i prossimi quattro nomi: docenti universitari, politici di prim’ordine, economisti importanti che discuteranno durante i 4 weekend del corso. E che si confronteranno con una platea attenta e reattiva, su varie tematiche: «Ci sono due grandi filoni» ci racconta Dario Nardella, direttore di Eunomia «uno legato alle principali tematiche della democrazia moderna, e uno invece più pragmatico, connesso alle politiche di governo e particolarmente adatto all’esperienza concreta dei corsisti, molti dei quali sono impegnati nell’amministrazione degli enti locali». Quest’associazione vuol essere per sua natura bipartisan e rivolgersi alle diverse sensibilità: «Non abbiamo voluto allestire una scuola di partito proprio per essere trasversali; d’altra parte non abbiamo pensato ad un master universitario perché troppo slegato dall’impegno politico e civile»; conclude Nardella: «c’è la sensazione di dover rispettare un sistema di regole comuni, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche».
Certo che è passato proprio tanto tempo. Montanelli definiva le Frattocchie “a metà tra il collegio medievale e la caserma prussiana”, e la distanza tra le stanze spartane dove si cimentava la “classe Frattocchie” del PCI (oggi DS), osservando gli intingoli offerti da un catering di lusso nelle sale opulente di Villa Morghen, appare lampante. «Ma in realtà anche quella scuola era un posto incantevole» dice Gianni Zagato, viceresponsabile organizzazione e coordinatore della scuola negli ultimi anni prima della chiusura «sotto alla residenza di Castelgandolfo, circondata da un bellissimo parco, nell’edificio c’erano anche una piscina, campi sportivi, una palestra e una biblioteca. Fatte le debite proporzioni, una specie di college». Ai Castelli romani. «Fino agli anni sessanta i corsi a Frattocchie duravano fino a 5 anni. La formazione dei quadri e dei dirigenti era un grande investimento a medio e lungo termine, necessario per un partito che ambiva a mettere in ruoli chiave persone che provenivano dalla classe operaia o da quella contadina». I corsisti prendevano un’ aspettativa non retribuita, ed il partito pagava tutte le spese per viaggio e alloggio, oltre ad integrare lo stipendio.«I docenti, invece, erano selezionati tra i dirigenti comunisti e tra gli intellettuali dei vari centri di ricerca collegati al partito» prosegue Zagato «in seguito i programmi si accorciarono: massimo 6 mesi per la vera e propria formazione, accanto ai seminari di due/tre settimane e quelli brevi di 3 giorni, sui temi più attuali dell’agenda politica». La scuola era in effetti l’”università” in un sistema di agenzie formative più complesso interno al partito comunista: si andava dall’apprendimento in sezione, per tutti militanti, alle scuole regionali a quelle interregionali (tre, rivolte rispettivamente ai quadri operai, agli amministratori locali e ai dirigenti meridionali) fino, appunto, a Frattocchie. Senza dimenticare i rapporti internazionali, con i giovani compagni che fino ad inizio anni Ottanta venivano spediti all’istituto di scienze sociali di Mosca. Un modello assai strutturato, di importanza analoga a quello contemporaneo della DC, e dunque assai lontano, per esempio, dalla recente scuola del Partito Democratico, diretta da Filippo Andreatta, più simile ai think tank anglosassoni del New Labour di Tony Blair: in questo caso corsi brevi (3 weekend) e retta (450 euro) a carico dei partecipanti.
E a destra qual è la situazione? «In Forza Italia grande attenzione a questa questione hanno mostrato Sandro Bondi e Don Gianni Baget Bozzo, ai quali dobbiamo le esperienze dei seminari, in posti bellissimi, di Arezzo e Gubbio» racconta Simone Baldelli, deputato ed ex coordinatore dei giovani azzurri «il prossimo seminario si terrà invece ad Andalo. Bisogna poi considerare tutti quei percorsi di formazione individuale che avvengono negli enti locali e nelle istituzioni, quando i giovani fanno gli addetti stampa e gli assistenti». Interessante è scoprire inoltre una serie di strumenti che proliferano online: ragionpolitica.it, siti web, blog. «Formazione ed informazione, infatti, tendono sempre più a coincidere» continua Baldelli «lo sforzo che va fatto oggi dentro FI è di lasciare spazio a chi è cresciuto politicamente nel partito, la generazione che anagraficamente nasce dopo le due componenti tradizionali, cioè coloro che venivano da Publitalia e quelli che emigravano da altri partiti». Giorgia Meloni è invece l’esempio della nuova leva che ce l’ha fatta: presidente di Azione giovani, è diventata vicepresidente della Camera a 29 anni: «Il mio percorso è stato quello che nel Fronte della Gioventù si chiamava “scuola di comunità”: militanti più anziani, dirigenti locali e di partito ci impartivano insegnamenti imperniati soprattutto sui valori». AN è stata la prima, all’indomani del successo elettorale del 2001, a costituire un Centro permanente di formazione per giovani e amministratori locali, ma il problema, anche qui, è le difficoltà che i le nuove generazioni incontrano per emergere: «Sono assolutamente contraria alle quote-giovani» dichiara ancora la Meloni «ma esiste un problema di sottorappresentazione degli under 35 a fronte di una sovra-rappresentazione degli over 65. Dobbiamo prenderci i nostri spazi, ma i partiti devono mostrare sensibilità su questo tema, e oggi vi sono attenzioni diverse: eloquente mi pare la scelta fatta da AN di nominare me, la più giovane, per la carica elettiva più alta a disposizione».
Francesco Verducci, 34 anni, è da settembre componente della segreteria DS, con delega alla Comunicazione e alla Formazione politica: «In questi anni di governo del centrodestra è rinato un interesse per la politica nonostante la diffidenza verso i partiti. C’è una grande volontà di partecipare e di contare, e quindi anche di conoscenza e di formazione; la formazione diviene uno strumento di accesso alla politica». E par fare fronte a questa duplice esigenza, quella dei nuovi quadri all’interno del partito, ma anche quella di coinvolgere sempre più persone nel nuovo soggetto del PD, ecco i due progetti “Italia 2007” e “Un nuovo riformismo”. Il primo si rivolge agli amministratori e ai segretari di sezione, e riguarda soprattutto progetti per il territorio; tra i docenti che verranno coinvolti ci sono dirigenti del partito, uomini di governo e professori universitari. Quanto al secondo programma, invece, esso consisterà in una serie di appuntamenti in 10 città e università, con seminari e laboratori aperti a tutti che mostrino agli interessati il “bello e l’utile” della politica: momento centrale sarà un convegno insieme ad alcune fondazioni della sinistra europea. «Il nostro obiettivo deve essere quello di creare una classe dirigente autorevole per governare» spiega in conclusione Verducci «più che il problema del ricambio generazionale la grande questione è quella dell’accesso, della cittadinanza e del protagonismo dei giovani».
Certo che è passato proprio tanto tempo. Eppure oggi, affievolitasi nell’immaginario collettivo la stella del “tecnico”, più competente e meno corrotto, contrapposto al politico, si torna a porre la questione delle professionalità in politica: scuole di partito a destra come a sinistra, e una serie di esperienze associative in varie realtà territoriali, fioriscono. Per i futuri dirigenti le parole d’ordine sono “riformismo”, a sinistra, “democrazia e libertà”, a destra; ma le ville e la buona cucina sono davvero bipartisan.

                                                TOBIA ZEVI

MEDIORIENTE LE RAGIONI DI CIASCUNO

Da “L’Unità” 10 aprile 2006

La storia si fa con i “se”, con la volontà di astrarsi dalla descrizione dei fatti per interpretarli e comprenderli; obiettivo dello storico non è dunque l’imparzialità, ma l’equità. Nella prefazione a “Il Medio oriente contemporaneo” di Rudy Caparrini (Masso delle Fate, pp. 257, euro 16), Franco Cardini spiega che un così alto traguardo può esser raggiunto sposando lo studio accurato degli avvenimenti ad una tensione morale, una scelta di incidere, facendo storia, sulla realtà.
In che modo agisce dunque culturalmente l’opera di Caparrini, un’ analisi dello scenario mediorientale dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri? In almeno due modi: intanto facendo dono al lettore italiano di un libro che mancava, sebbene non difetti una vasta letteratura sul conflitto israelo-palestinese (non inquadrato però nel suo più ampio contesto), e nonostante il continuo flusso di informazioni che proviene da quella parte di mondo; ma soprattutto scegliendo coraggiosamente di non sposare nessuna vulgata, di abbandonare presupposti ideologici antagonisti per non “distribuire colpe, ma cercare le ragioni di ciascuno” (Antonio Ferrari). Una strada che passa necessariamente attraverso il riconoscimento delle responsabilità europee, e che è quanto di più lontano da chi teorizza lo “scontro fra le civiltà”.
La scelta della materia è per sua natura complessa, perché si tratta di  un’ area dai confini mobili e male definita a livello linguistico (“Medio Oriente/Vicino Oriente”). Caparrini supera questa empasse disegnando una regione in continua evoluzione geografica, che modella i suoi confini a seconda dei cambiamenti politici che in essa hanno luogo.
Il percorso dalla Grande Guerra evidenzia gli sbagli delle potenze coloniali, in particolar modo Francia e Inghilterra: nel riassetto successivo alla caduta dell’impero ottomano, furono create nazioni senza presupposti politici ed etnici, aggregando popoli diversi nella sola ottica della spartizione di aree di influenza coloniale. Così accadde, per esempio, in Iraq, e alcune problematiche del dopo-Saddam affondano le radici profonde in quelle decisioni; e se in un libro non possono trovarsi soluzioni, si ha tuttavia l’importante sensazione di penetrare le cause.
Emblematico in questo senso il ragionamento sulla strategia diplomatica inglese durante la prima guerra mondiale: con l’obiettivo di breve periodo di destabilizzare l’impero ottomano, Sua Maestà promise la fondazione di un regno hashemita dalla Siria alla Palestina da una parte, e allo stesso tempo la creazione di un “focolare ebraico” sullo stesso territorio, dall’altra; una serie di accordi bilaterali evidentemente inconciliabili tra loro, forieri di conseguenze nefaste per gli sviluppi successivi.
Proprio l’atteggiamento inglese ci spinge a considerare il ruolo dell’Europa. E’ necessario tenere sempre aperta la porta del dialogo, spiega Caparrini, anche in mancanza di risultati immediati; ma le vicende dell’ultimo secolo dimostrano che in Medio Oriente per discutere c’è bisogno di uno stato terzo, che si ponga come garante; ciò che sono state la Romania nell’ambito del processo di pace tra Israele ed Egitto, e ciò che fece la Norvegia nel quadro dei più sfortunati accordi di Oslo.
Né lesina, l’autore, critiche ai paesi arabi, incapaci di avviare riforme istituzionali mirate alla costituzione di moderni partiti politici ed efficienti apparati statali; un mancato sviluppo, va giustamente sottolineato, che nulla ha a che vedere con la religione islamica (ma altrettanta cautela andrebbe utilizzata nel maneggiare il concetto di “lobby ebraica”).
Una storia che non è proceduta armonicamente ma per fratture: la creazione dello stato d’Israele; le varie guerre arabo-israeliane (con la fondamentale svolta del 1967); il deflagrare della questione palestinese; la nascita e la fine del panarabismo; l’insorgere impetuoso del fondamentalismo. Snodi che Caparrini descrive meticolosamente, spiegando le cause e rinunciando all’accetta.  
Ma le vicende del Medio Oriente sono soprattutto la storia di leader carismatici che hanno saputo conquistare il consenso della propria gente; e il pensiero corre oggi ad Ariel Sharon, un protagonista indiscusso di questo palcoscenico, che lotta tra la vita e la morte. Un ulteriore spunto di riflessione, questo: occorre che le speranze di stabilità e di pace smettano di essere vincolate a pochi, grandi, uomini, per divenire patrimonio dei popoli. Perché soltanto un comune sentire può garantir loro la durata nel tempo.
TOBIA ZEVI

DISCORSO PRONUNCIATO ALLA PRESIDENZA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI – 21 settembre 2006

E’un grande onore per l’Unione dei giovani ebrei d’Italia e per me poter essere qui oggi, in una così alta assise istituzionale, nel quadro di un’iniziativa dall’alto valore civile e culturale; voglio ringraziare a questo proposito il Presidente Fausto Bertinotti per averci ricevuto insieme ad una delegazione del Parlamento italiano, e i ministri Amato e Melandri per aver concepito ed organizzato concretamente l’intensa giornata che ci attende.
L’idea che le delegazioni dei giovani cristiani, musulmani ed ebrei visitassero assieme i rispettivi luoghi di culto è certamente suggestiva: essa segue tuttavia, per noi, un ormai lungo percorso iniziato anni fa, che ci ha visto compiere passi avanti sulla strada della conoscenza reciproca, del rispetto e – per utilizzare una parola centrale anche se a volte abusata – del dialogo. Ricordo ancora, soltanto nel marzo 2004, l’imbarazzo che accompagnò l’incontro con dei coetanei musulmani, di cui molti di noi facevano esperienza per la prima volta. Gli sguardi preoccupati, gli occhi che vagavano in cerca di conferme. In quell’occasione, mi piace sottolinearlo, fu determinante la presenza-mediazione dei ragazzi cristiani, che agirono da potente cerniera nel cruciale momento di “rompere il ghiaccio”. Un piccolo esempio delle reti che possono essere stese tra le diverse componenti religiose, che possono assumere geometrie variabili a seconda dei temi su cui ci si confronta.
Da quei giorni abbiamo percorso molta strada, tutti e tre assieme. Ci siamo conosciuti, abbiamo apprezzato le nostra diversità cercando di valorizzare ciò che ci univa, senza nasconderci i problemi  che invece rischiavano e rischiano di allontanarci. Li abbiamo spesso affrontati, questi ultimi, qualche volta abbiamo ritenuto di dovere, per il momento, metterli da parte. Insomma, abbiamo praticato con decisione, ma anche con soddisfazione, un serio dialogo, fatto di discussione, di difficoltà, ma anche di una consapevolezza di fondo: o la dialettica, o lo scontro. Tertium non datur. Questo è il contributo che possiamo dare, nel nostro piccolo, alla costruzione della società del futuro; questa è l’unica risorsa che può consentirci di non dover più dibattere sull’esistenza o meno di uno scontro tra le civiltà, di uno scontro tra le religioni.
A mio avviso decisiva è stata la modalità che ci siamo imposti, sui cui credo si debba riflettere in una sede istituzionale, ma anche politica, come quella nella quale ci troviamo: in primo luogo abbiamo scelto di non occuparci, o almeno di non farlo esclusivamente, di dialogo interreligioso. Ci siamo scontrati e ritrovati su tematiche civili; abbiamo discusso di cittadinanza, di immigrazione, di libertà religiosa, di integrazione, di diritti e di molto altro ancora. Ma lo abbiamo fatto nel quadro di un ragionamento sulla società e nella società. Come cittadini di oggi in questo paese, ma anche come cittadini dell’Italia che sarà. Questa è, a mio modo di vedere, la prospettiva che si pone oggi alle comunità religiose nel momento in cui si sviluppa una riflessione sul loro ruolo: cercare di dare un contributo concreto su questioni specifiche, accogliendo e inseguendo l’interazione con altri credenti e con i non credenti, senza considerarsi nessuno, assolutamente nessuno, possessore della verità rivelata. Salvaguardando in questo modo anche un imprescindibile principio di laicità: proprio il fatto di non operare in un contesto dottrinario, ma in una cornice politica, consente infatti ai rappresentanti delle varie comunità religiose di negoziare, trattare e giungere a delle sintesi, senza che vengano lesi principi assunti come irrinunciabili da un punto di vista teologico. La laicità, si potrebbe riassumere con una formula, è un metodo e non un merito. Tenendo presenti le parole di Amartya Sen, che sottolinea come ciascuno di noi presenti un’ identità plurale.
In secondo luogo, abbiamo ritenuto di doverci attenere ad un principio di gradualità: i cambiamenti non possono essere repentini, non possono esaurirsi in breve tempo. Ognuno di noi ha accettato che l’altro potesse incontrare ostacoli e avversità all’interno della propria comunità, e che questi nodi avessero bisogno di tempo e pazienza per essere sciolti. Non abbiamo, in altre parole, preteso tutto e subito. Abbiamo, quando è stato necessario e possibile, saputo attendere, consapevoli che nessun leader, per quanto innovatore, può compiere qualcosa di davvero significativo senza il seguito della propria parte, delle persone che è chiamato a rappresentare.
E tuttavia, sempre nel rispetto delle inevitabili divergenze, abbiamo tentato di costruire una piattaforma di partenza condivisa su vari argomenti, spesso riuscendoci. Tra i tanti ne citerò solamente uno, che ritengo fondamentale in un periodo in cui si ripropone con forza drammatica la questione mediorientale: come ha scritto Amos Oz abbiamo a che fare in quella terra con due ragioni altrettanto giuste, non con un torto ed una ragione. Israele deve aver diritto a vivere in pace e in sicurezza, senza subire ingiustificate aggressioni, a fianco di uno stato palestinese con confini definiti e certi per cui tutti dobbiamo impegnarci. Un’affermazione scontata? Forse non sempre. Ma una precondizione per chiunque voglia proseguire nel dialogo e non attribuire pigramente torti e ragioni.
E’ stata, la nostra, una piccola tappa comune in un mare di incomprensioni e di problemi. Ci rendiamo conto delle proporzioni. Proprio negli ultimi giorni abbiamo riscontrato dolorosamente quanto stretto sia il crinale su cui camminiamo, quanta gente sia pronta a soffiare sul fuoco della diffidenza e dello scontro, quanto la comprensione possa essere fragile e quanto pericolose possano essere le conseguenze provocate inavvertitamente. E al tempo stesso, però, ritengo che non si possa prescindere da un impegno costante, prolungato, quotidiano su questa via. Ognuno di noi e a ogni livello. Le difficoltà sono enormi, non mi sfugge. Ma non possiamo rinunciare, alternando fermezza e pazienza, ad affrontarle. Ne va, in definitiva, del nostro futuro.

PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI RAZZISTI

Da “L’Unità” 21 agosto 2006

Due volte “grazie”, dobbiamo dire a Laura Balbo per il suo ultimo libro “In che razza di società vivremo?” (Bruno Mondadori, pp. 149, euro 11). Perché regala rapidamente al lettore italiano un’ escursione esaustiva tra i più recenti studi sul razzismo; e perché, stimolandoci, l’autrice ci spinge a combattere quotidianamente la discriminazione, partendo dalla realtà che ci è più vicina. Senza garantirci, significativamente, alcuna soluzione preconfezionata.
Per prima cosa viene analizzato meticolosamente il linguaggio: nelle varie società europee non esiste una terminologia univoca e trasparente per definire l’immigrazione. Si ricorre a parole controverse, improprie, talora addirittura ad eufemismi: stranieri, migranti, immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, extracomunitari, clandestini, solo per citare il vocabolario italiano. Parole senza confini, pronunciate aggressivamente o con un senso di imbarazzo nel timore di essere offensivi, che mostrano la nostra incapacità di comprendere il fenomeno.
Ma questa incoerenza nasce dal considerarsi i nativi, gli autoctoni, i locali. Contro a questo atteggiamento vanno gli studi postcoloniali e i whiteness studies di matrice anglosassone, a cui la Balbo fa costante riferimento. Si deve ricercare lo spiazzamento, provare a perdere “l’abitudine a ricostruire le vicende a partire da noi, come avviene nella tradizione in cui siamo immersi”. Giuliano Amato, presentatore del libro assieme a Luigi Manconi, Rula Jebreal e Franca Eckert Coen, esemplifica la nostra difficoltà con lo stupore che proviamo se lo straniero ci si rivolge con il “tu”, che noi stessi abbiamo utilizzato ma che non ci attendiamo come risposta.
In Europa la società razzializzata condiziona l’intero arco della vita, precludendo persino agli “stranieri” di seconda o terza generazione le opportunità proprie del resto della cittadinanza. In questo contesto, una particolare attenzione va prestata ai cambiamenti in atto nella popolazione migrante. Si è molto parlato dei mutamenti della città: gli immigrati si stabiliscono nelle periferie, spesso in mano alla criminalità organizzata, e gli abitanti precedenti si spostano verso le zone residenziali extraurbane; ma non ci si è, per esempio, soffermati altrettanto sull’immigrazione sempre più femminilizzata. Le donne straniere nel nostro paese sono generalmente domestiche, badanti o prostitute; la loro venuta è incentivata dai paesi di appartenenza che aspirano alle loro rimesse, di solito superiori a quelle degli uomini – solo per capire la portata economica di questo flusso, i filippini emigrati, metà dei quali sono donne, spediscono ogni anno in patria circa 10 miliardi di dollari, essenziali per la sopravvivenza di una famiglia su 5.
L’“importazione su scala globale di amore e pratiche di cura” costringe queste donne ad esistenze difficilissime. Lontane dai figli; impiegate spesso in lavori duri e a qualunque condizione (soprattutto se irregolari); con un elevato tasso di aborti e soggette di frequente all’autorità degli uomini della famiglia che regolano dispoticamente le loro esperienze . Ma a trasformarsi è anche la struttura familiare della società d’arrivo: con la domestica straniera la donna giovane può impegnarsi in professioni tradizionalmente maschili che richiedono grande disponibilità di tempo; vive così, anch’essa, “separata dai figli”, che vengono cresciuti da un’altra figura e vedono la madre solo poche ore al giorno. E poi le badanti, fondamentali nell’assistenza agli anziani, per le quali sono state addirittura messe a punto delle procedure di ingresso facilitate.
Ma l’immigrazione è un problema mediatico e politico. E per questo motivo non può essere tralasciata la questione dell’illegalità: “Quel che moltissime storie di immigrazione ci mostrano” scrive coraggiosamente Laura Balbo, “è che non si può vivere in Italia se non vivendo nell’illegalità”; quando le politiche ufficiali non fanno fronte ai problemi l’unica risorsa sono le reti etniche o le comunità, che garantiscono protezione sociale e la conservazione della cultura d’origine, ma che sono facili prede di organizzazioni criminali autoctone o importate. E, di conseguenza, il sistema penale e carcerario è uno dei più decisamente razzializzati (in Italia più di un terzo di detenuti sono stranieri).
Dopo il fallimento dei vari modelli di integrazione proposti a livello europeo, l’immigrazione italiana non è ancora in una condizione di diffusa emergenza: “Siamo in una situazione pre-Spike Lee” dichiara Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia “ma manca una progettualità per le difficoltà che verranno”. E per finire, o forse tanto per incominciare, “proviamo a parlare con umorismo di questo mondo complicato” esorta Laura Balbo, “guardando prima di tutto a noi, che talvolta siamo davvero insopportabili”.

                                            TOBIA ZEVI

GLI ANTISEMITI ROSSI

Da “LEFT” 26 maggio 2006
di Tobia Zevi

A. N. è un ebreo romano, 23 anni, studente: «Qualche anno fa alla “Sapienza”, facoltà di Psicologia» ci racconta «giravo con la kippà, il copricapo ebraico, in testa; non avevo mai avuto problemi, anzi rispondevo volentieri alle domande dei colleghi». Cosa accadde? «Mi vennero incontro 3 o 4 “zecche” (i ragazzi di sinistra, slang giovanile romano), incalzandomi con quesiti sull’ebraismo e su Israele. Mi resi conto che mi stavano “accompagnando” in un’ aula occupata chiusa, con intenzioni poco raccomandabili. Cercai di opporre resistenza, e dopo qualche spintone, grazie a tutta la gente che passava, mi lasciarono andare. Ma la paura fu tanta». Oggi A. non mostra più il capo coperto, forse a causa di quell’episodio: «Nei primi anni ’90, a Roma, gli ebrei erano minacciati dalle frange di estrema destra, i cosiddetti naziskin» ci spiega «dal 2000, con la seconda intifada, le preoccupazioni si sono spostate sull’altro versante; per fortuna a sinistra ci si è ammorbiditi. Devo dire» aggiunge «che non faccio fatica a parlare con chi indossa la kefiah o critica la politica israeliana, anche se spesso proprio queste persone mostrano poca consapevolezza dell’argomento».
La questione è complessa. E, per certi versi, dolorosa. Esiste un antisemitismo di sinistra, un fenomeno che parte da una critica alla politica israeliana, ma che evoca terribili memorie? «Io non credo ci sia un’ anima antisemita nella sinistra italiana, in quella che sta nelle istituzioni, democratica e popolare» argomenta Stefano Fancelli, presidente della Sinistra Giovanile «esistono invece gruppuscoli che esprimono posizioni poco mature, che per difendere i palestinesi perdono di vista l’obiettivo della pace: due popoli, due stati, due democrazie»; e conclude: «non dobbiamo dimenticare che uno dei problemi principali è l’ignoranza: la gran parte degli italiani pensano che gli ebrei siano extracomunitari». Gli fa eco Michele De Palma, segretario dei Giovani Comunisti: «I fatti del 25 aprile scorso (bruciate le bandiere israeliane e fischiata la Brigata ebraica al corteo per la Liberazione) sono assurdi» tuona «perché esiste un legame inscindibile, sentimentale, tra l’antifascismo partigiano e la tragedia degli ebrei. Per questo non riesco a comprendere l’avvicinamento degli ebrei alla destra, così come nel nostro schieramento non capisco i comportamenti antisemiti». Antisemiti, dunque. «Esiste un problema del fine e del mezzo» chiarisce ancora De Palma «perché non tutto è lecito per liberare la Palestina. Uccidersi e uccidere cambiano chi pratica questi gesti, e in questo modo il mezzo si mangia il fine». E l’onnipresente Francesco Caruso, neodeputato di Rifondazione? Nell’aprile scorso non se la sentì, dopo un attentato suicida in Israele, di condannare i kamikaze «conosco il dramma della popolazione palestinese e comprendo come l'esasperazione possa portare a utilizzare tutte le forme di lotta estreme». Lo raggiungiamo al telefonino di domenica: «Si corre il rischio di scivolare dall’antisionismo all’antisemitismo, è del tutto evidente. I governi israeliani da 30 anni assumono atteggiamenti illegali e criminali, ma non si deve generalizzare: si deve parlare di convivenza e quindi non si dovrebbe mettere in discussione lo stato di Israele». Non si dovrebbe.
Negli ultimi anni si sono nuovamente raffreddate le relazioni tra gli ebrei italiani e le forze della sinistra, e su questo tema hanno discusso qualche mese fa la scrittrice Clara Sereni e il professor Giorgio Israel. Riccardo Pacifici, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, dà la sua lettura: «Chi nega il risorgimento nazionale ebraico, chi si oppone al diritto ad esistere per lo Stato d’Israele, sfocia, talvolta inconsapevolmente, nell’antisemitismo. Bisogna comprendere che queste tesi si risolvono in rischi, morali e fisici, anche per gli ebrei». Ma qual è il rapporto tradizionale degli ebrei italiani con le forze della sinistra? «Essi lottarono come partigiani nelle brigate Matteotti e Garibaldi: tutto cambiò nel 1967, quando l’Unione Sovietica mutò atteggiamento nei confronti di Israele, e comunisti e socialisti assunsero posizioni filoarabe e antisraeliane. Molti ebrei» ci spiega Pacifici «dovettero scegliere tra partito e identità ebraica. Un travaglio doloroso condusse la maggior parte ad abbandonare le famiglie politiche in cui avevano a lungo militato». Il voto ebraico confluì in seguito per molto tempo nei piccoli partiti laici, non di destra ma lontani dalla politica di Mosca: i Radicali, i Repubblicani e i Liberali. «I momenti difficili sono poi stati l’estate del 1982, in coincidenza con le stragi di Sabra e Chatila (e l’episodio della bara depositata davanti alla sinagoga di Roma durante un corteo CGIL), e il 1988, con l’inizio della prima intifada»; prosegue Pacifici: «Successivamente arrivò la svolta con i primi passi del processo di pace, e con il viaggio di Occhetto in Israele, organizzato da Fassino e Veltroni. Ma con la seconda intifada, nel 2000, i problemi tra la sinistra e gli ebrei italiani sono riemersi, anche se oggi si colgono dei segnali incoraggianti».
Alessandro Francesconi è uno che di contestazioni e di fischi se ne intende. È il portavoce delle “Farfalle rosse”, un’ associazione di studenti di sinistra senesi, celebri per aver impedito di parlare qualche mese fa a Ruini: «Credo che possa esistere un antisemitismo a sinistra. Occorre però mettersi d’accordo su una definizione laica del fenomeno, l’avversione al popolo ebraico; ma lo Stato d’Israele e il popolo ebraico sono due cose diverse» va avanti Francesconi «provocazioni come bruciare le bandiere mi fanno paura ma non possono essere considerate antisemite tout court. Ahmadinejad è antisemita, Ferrando no, pur dicendo cose profondamente sbagliate. Equiparare i due fenomeni favorisce le strumentalizzazioni». E poi una chiosa finale sul problema della poca conoscenza: «Sono stato un mese tra Israele e Palestina come osservatore per le elezioni. Ho girato l’Italia per raccontare la mia esperienza, e mi sono reso contro dell’ignoranza incredibile e dilagante. Insomma si dovrebbe approfondire e sensibilizzare, più che indignarsi di fronte a certe dichiarazioni inaccettabili.  Per esempio se si conoscessero i risultati dei progetti di cooperazione,  nessuno preferirebbe la resistenza armata».
E anche sulla parola “resistenza” c’è chi storce il naso. Ma su questo è d’accordo anche De Palma: «Per recuperare i valori della Resistenza bisogna evitare paragoni improponibili, come quello tra partigiani e kamikaze». E, a proposito di contestazioni: «I fischi all’ambasciatore israeliano per impedirgli di parlare (è successo in varie università, Pisa, Firenze, Torino), come quelli alla Moratti, sono legittimi. Bollarli come atti antisemiti crea un grave equivoco». E conclude De Palma: «L’importante è distinguere tra ebrei e governo israeliano, senza trascurare per esempio gli israeliani che si oppongono al muro. Stesso discorso per l’America: non posso definirmi antiamericano perché non mi sarei mai considerato anti-italiano con Berlusconi al governo». Il nocciolo della questione è tutto qui: criticare le politiche di Gerusalemme si può, ma contestare lo Stato ebraico in quanto tale è antisemita, soprattutto se questo esercizio avviene in maniera violenta.
La conclusione spetta ad Emanuele Fiano, ex presidente della Comunità ebraica di Milano e neodeputato DS, in cui convivono una lunga militanza politica ed una forte appartenenza religiosa: «Esistono alcune frange estreme che testimoniano antisemitismo; sono quelli che bruciano bandiere, ma che non sono rappresentati nell’Unione, e nemmeno in parlamento. C’è però chi, nelle istituzioni, dà troppo poco peso a questi fatti» nota «o a dichiarazioni come quelle di Ahmadinejad. Proprio lui è il modello del nuovo antisemita: colui che nega il diritto ad esistere dello Stato d’Israele». Ma esistono delle zone ad “ alto rischio”? «A Milano ci preoccupa particolarmente un centro sociale, forse due». E a Milano, il 28 settembre 2002, alcuni giovani ebrei che festeggiavano la Festa delle Capanne rimasero esterrefatti  nel sentire la Polizia che diceva:"Toglietevi il copricapo ebraico e le scritte sulla “capanna” che di qui deve passare un corteo no global e potreste creare problemi di ordine pubblico». E sempre nel capoluogo lombardo Yasha Reibman, portavoce della Comunità ebraica, si trovò di fronte ad incredibili vignette antisemite alla Festa di Liberazione. Oggi Fiano è segretario della “Sinistra per Israele”, un’ associazione presieduta da Furio Colombo e che vede Piero Fassino come primo firmatario: «Lo scopo è quello di ribadire a sinistra il diritto all’esistenza di Israele; nella nostra parte politica si è spesso creduto che i diritti fossero solo da una parte, là dove c’era il disagio e la sofferenza, ma non è così». Il lavoro va però fatto anche tra gli ebrei: «Dobbiamo combattere nella comunità l’opinione che la sinistra difenda gli ebrei morti e la destra sia al fianco degli ebrei vivi».
                                            
 

                                            

DISCORSO PRONUNCIATO AL MINISTERO DELL’INTERNO – 22 settembre 2006

Dopo questa giornata esaltante, è con grande piacere e viva gratitudine che ringrazio il Ministro Giuliano Amato per l’ospitalità e il Ministro Giovanna Melandri per aver ideato questa iniziativa di alto significato. Nelle ultime ventiquattr’ore abbiamo avuto occasione di visitare i luoghi di culto delle nostre tre religioni, geograficamente vicini ma troppo spesso, in effetti,  reciprocamente sconosciuti. .
Abbiamo verificato sul campo quanto la nostra città sia variegata al suo interno, quanti colori e quante pieghe abbia la nostra società. E sempre si più ne avrà. Mi pare che, evitando di ripetere ciò che è stato detto ieri in apertura, sia opportuno fare una piccola riflessione a partire da dal luogo in cui ci troviamo.
Il Ministro dell’Interno ha oggi un’enorme responsabilità nella costruzione di quella: società multietnica, multiculturale e multireligiosa che tutti auspichiamo. Egli si trova infatti in prima linea sulle questioni capitali dell’immigrazione e della sicurezza. Non è certo compito di un giovane esponente di una comunità religiosa discutere su temi di tale rilevanza e complessità con il rappresentante del governo, ma mi pare che si possa riflettere utilmente, a questo proposito, su qualche aspetto della vicenda storica del popolo ebraico.
Una volta privato della propria autonomia statuale quasi due millenni fa, infatti, il popolo ebraico ha inventato una propria identità migrante: continuamente in movimento, i nostri antenati hanno alternato momenti di pacifica e feconda convivenza – generalmente brevi – a stagioni di persecuzione e sofferenza. Proprio le parentesi felici hanno evidenziato che una comunità ben accolta non solo cresce e prospera, ma costituisce una risorsa preziosa per il paese che la ospita, che ne risulta arricchito sotto tutti gli aspetti. Molti sono gli esempi che potrei fare, ma certamente va ricordato il felice e prolungato soggiorno degli ebrei nella Spagna medievale, ove la convivenza feconda e pacifica fra ebrei, cristiani e musulmani produsse una straordinaria fioritura di tutte e tre le culture.
E la capacità di essere accogliente è, d’altro canto, condizione irrinunciabile perchè una società possa essere veramente sicura. Qualunque individuo che, mosso dal bisogno, raggiunga una terra straniera, infatti, è indotto ad integrarvisi costruttivamente, pur salvaguardando la propria specificità culturale, qualora si senta accolto da quella in maniera civile. Diversamente, la necessità di sopravvivere può indurlo a comportamenti devianti.
In estrema sintesi, dunque, solo un atteggiamento di lungimirante accoglienza, pur con tutte le cautele necessarie, può garantire e l’evoluzione culturale e produttiva e la sicurezza di una comunità.
In un contesto globale, allora, il compito delle varie religioni risiede nel porre a servizio della collettività il bagaglio di conoscenze che deriva loro dalle differenti esperienze, contribuendo così alla costruzione di una “casa comune” capace accoglierle tutte senza escluderne alcuna.
A questo fine il dialogo può certamente svilupparsi anche al livello teologico e dottrinale. Ma, soprattutto, deve interessare quella dimensione politica che a tutte richiede di offrire la propria verità soltanto come “una” verità che si confronta con le altre su un terreno di rigorosa parità.
Solo così le religioni possono dialogare con rispetto, negoziando e discutendo di volta in volta su temi diversi, che non riguardano solo la fede ma anche e soprattutto la sfera civile e sociale. E si riesce al tempo stesso a tutelare quel principio di laicità, imprescindibile alle istituzioni di uno stato democratico, che, lungi dal risultare antagonistico alle culture religiose, è condizione indispensabile per lo sviluppo dei valori più autentici di ciascuna di esse